Riconciliazione, Cina e Rohingya: il dialogo del Papa con i vescovi del Myanmar

Il Cardinale Bo accoglie Papa Francesco in aeroporto, Yangon, 27 novembre 2017
Foto: Vatican Media / ACI Group
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La necessità di operare per la riconciliazione e così costruire la nazione. Il rapporto con la vicina Cina, così influente anche nel loro Stato. Il tema dei Rohingya, ma anche quello del conflitto nello Stato del Kachin, con la richiesta che se ne parli ad un Angelus: questi i temi dell’incontro 'ad limina' dei vescovi del Myanmar con Papa Francesco, che si è tenuto l'8 maggio.

Lo ha raccontato ad ACI Stampa il Cardinale Charles Bo di Yangon. Affabile, ma determinato, il Cardinale Bo propiziò l’apertura delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Myanmar e, alla vigilia del viaggio di Papa Francesco nella sua nazione, venne a Roma e chiese al Papa di non menzionare la parola Rohingya nei suoi discorsi, ma anche di includere un incontro con i leaders del dialogo tra le religioni e uno con il generale Min Aung Hlaing, comandante in capo dei Servizi di Difesa.

Ora, quelle iniziative danno frutti, hanno detto i vescovi del Myanmar al Papa durante l’incontro. 

Cardinale Bo, ci cosa avete parlato con Papa Francesco?

L’incontro è durato circa un’ora e mezza, ed è stato un incontro molto spontaneo. Abbiamo prima di tutto ringraziato il Papa per il suo viaggio in Myanmar dal 27 al 29 novembre dello scorso anno. Gli abbiamo che la sua visita ha avuto un grande impatto in tutta la nazione. In particolare, il fatto che il Papa abbia incontrato i militari permette alla Chiesa cattolica di essere più riconosciuta in questa nazione: i vescovi hanno un accesso più semplice ad ottenere incontri con i militari, e questo ci fa molto felici. Ma la visita del Papa ha anche toccato le persone, che hanno sviluppato una maggiore riflessione su alcuni temi.

Cosa vi ha risposto Papa Francesco?

Il Papa ha insistito sulla necessità di fare attenzione ai preti e di essere vicino ai sacerdoti. Ha sottolineato l’importanza dell’attenzione per la catechesi e la missione.

Quali sono stati gli altri temi sul tavolo?

Gli abbiamo chiesto di come vanno i contatti con la Cina, dato che leggiamo sempre molte notizie sulla possibilità di un accordo. Il Papa ha detto che la Chiesa è vicina alla Cina in tre modi: attraverso la Segreteria di Stato, con l’amicizia e con il dialogo culturale.

Il tema dell’accordo con la Cina desta molta preoccupazione…

Noi avevamo già parlato con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, delle connessioni con la Cina. Lui aveva risposto che le relazioni con la Cina sono avviate, che stanno considerando i suggerimenti e le rivendicazioni di tutti, ma che non si sta andando molto avanti, specialmente a causa della preoccupazione di Taiwan.

Come si sviluppa invece il canale dell’amicizia mezionato dal Papa?

Ci sono delle persone che dalla Cina vengono in Italia, vanno in Vaticano, in maniera molto formale. Ma questi tipi di amicizie sono molto importanti per la Cina.

Per quanto riguarda il canale “culturale”….

È un canale importantissimo. La popolazione cinese ama molto la cultura. Da questo canale è nata la mostra dei Musei vaticani in Cina, che il Papa ha menzionato. 

Quali sono le altre cose che avete chiesto al Papa?

Gli abbiamo chiesto della sua routine quotidiana. E lui ha detto che va a dormire alle 10 di sera, poi si sveglia intorno alle 4, comincia a lavorare e va a dire Messa, Nel pomeriggio anche fa 40 minuti di riposo.

Vi ha sorpreso?

Abbiamo tutti chiesto come fa a fare tante cose, nonostante i così tanti impegni. Papa Francesco ha risposto che si tratta di un lavoro di gruppo, che in Vaticano lavorano duro e sacrificano il loro tempo per la Chiesa universale.

Ci sono stati altri temi?

Abbiamo parlato anche dei musulmani dello Stato di Rakhine, che si fanno chiamare Rohingya. Abbiamo spiegato al Papa che sono persone senza Stato, due milioni che si muovono tra India, Myanmar, Bangladesh, Indonesia, Thailandia, e nessuno li accetta come cittadini. Abbiamo suggerito di organizzare incontro internazionale su come affrontare la crisi, un tema fortemente attuale.

Il Rakhine è l’unico posto con un conflitto in Myanmar?

No. C’è, ad esempio, lo Stato del Kachin, dove almeno 10 mila persone sono state sfollate. I vescovi del Myanmar hanno chiesto al Papa di menzionare il conflitto nello Stato di Kachin durante un Angelus, per pregare per le persone colpite dal conflitto.

Papa Francesco è stato contento del viaggio in Myanmar?

Il Papa era molto contento di quello che ha visto in Myanmar, in particolare dell’ospitalità del popolo.

Perché i vescovi del Myanmar hanno questa preoccupazione sulla Cina?

Ci sono 3-4 diocesi del Myanmar che toccano la Cina. Così,  le buone relazioni tra Cina e Santa Sede potrebbero colpire positivamente anche la Chiesa in Myanmar. E poi, i Kachin, hanno cittadinanza cinese, hanno la stessa lingua, la stessa cultura, la stessa razza del popolo cinese.

Come sono cambiate le cose?

Prima, sotto il regime militare, vivevamo senza libertà di pensiero né di libertà di discorso. Oggi siamo molto più liberi, ma abbiamo difficoltà, perché vediamo una nazione fragile. Ci sono delle cose che sono cambiate, ma non di molto.

Cosa può fare la Chiesa in Myanmar?

Alla lunga la Chiesa ha possibilità di promuovere la riconciliazione e la pace. Il migliore mesaggio che possiamo mandare oggi è che abbiamo tanta fede e la capacità di costruire la nazione attraverso i temi della speranza, della pace e della riconciliazione. 

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