Scisma ortodosso, come può influenzare i prossimi viaggi di Papa Francesco?

La firma del tomos di autocefalia della Chiesa Ortodossa Ucraina da parte del Sinodo del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, Fanar, 9 gennaio 2019
Foto: Nicholas Manginas / Patriarcato Ecumenico
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La questione ucraina potrebbe entrare anche nelle conversazioni di Papa Francesco e i leader ortodossi nei suoi viaggi in Macedonia, Bulgaria e Romania. Tre viaggi, molto ravvicinati, in nazioni a maggioranza ortodosse, che sono state colpite a vario titolo dalla crisi che si è creata tra Mosca e Costantinopoli.

La crisi è nata con la decisione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli di concedere l’autocefalia (cioè, l’indipendenza) alla Chiesa Ortodossa Ucraina, che si è costituita il 15 dicembre con un sinodo dell’unificazione, mettendo insieme due realtà locali (il Patriarcato di Kiev e la Chiesa Ortodossa Autocefala) considerate scismatiche.

Fino alla decisione di Costantinopoli, il metropolita di Kiev era nominato dal Patriarcato di Mosca, secondo una concessione del Patriarcato di Costantinopoli che risaliva al XVII secolo. Decisione, tra l’altro, annullata da Costantinopoli nel garantire l’autocefalia, e contestata da Mosca, che considera Kiev suo territorio canonico. Tanto che il metropolita Hilarion, a capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha sottolineato in una recente intervista che la Chiesa Ortodossa Russa ha avuto le sue origini a Kiev, “non a Mosca, né a San Pietroburgo”.

Il Patriarcato di Mosca ha denunciato anche le pressioni del governo ucraino, che vede nella Chiesa indipendente ucraina anche un modo di liberarsi dall’influenza russa. E le pressioni si sono concretizzate anche nell’approvazione di una legge in Parlamento che chiede alla Chiesa Ortodossa Russa di cambiare la denominazione legale, perché non si cada nell’equivoco.

In questa situazione, l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha concesso il 10 gennaio una intervista manifesto. Accusato più volte dal Patriarcato di Mosca di operare per l’uniatismo, vale a dire di creare scompiglio nelle Chiese ortodosse per spingere una unione con Roma, l’arcivescovo maggiore Shevchuk ha respinto più volte le accuse, rispondendo piuttosto con dati storici.

Nell’intervista del 10 gennaio, l’arcivescovo maggiore ha anche condannato l’interferenza politica nelle decisioni di Chiesa, e ha fatto una differenza tra “unità e unione”, sottolineando che l’unione era quella accaduta con la creazione della Chiesa Ortodossa Ucraina, mentre l’unità è quella che si cerca di raggiungere tra tutti i cristiani, secondo il movimento ecumenico. E ha sottolineato che, come primo passo, la Chiesa Greco Cattolica Ucraina sta cercando un modo di restaurare l’unità nella Chiesa di Kiev ora divisa, guardando però all’unità della Chiesa di Cristo, mentre “il Patriarcato di Mosca ha completamente lasciato questo movimento”.

Le parole dell’arcivescovo maggiore si riferiscono alla decisione del Patriarcato di Mosca di lasciare il tavolo di dialogo teologico cattolico – ortodosso, almeno finché non sarà risolta la questione ucraina. Mosca ha anche rotto la comunione con Costantinopoli, e ora, nelle preghiere delle liturgia della Chiesa Ortodossa Russa, come primo tra i Patriarchi viene menzionato il Patriarca di Alessandria, ma non il Patriarca Bartolomeo. E questo, ci ha tenuto a spiegare Hilarion, non è la prima volta che succede.

Il dibattito, però, potrebbe estendersi. Un passaggio del tomos (documento) per l’autocefalia ucraina sottolinea infatti che “nel caso di grandi questioni di natura ecclesiastica, dottrinale e canonica, il Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina deve, a nome del Santo Sino della Sua Chiesa, rivolgersi al nostro santissimo Trono patriarcale ed ecumenico, cercando il suo parere autorevole e il suo appoggio finale”.

Il passaggio va così a riaffermare il primato del Patriarcato di Costantinopoli. E questo potrebbe cambiare equilibri proprio nei territori dove Papa Francesco sarà in viaggio.

In Macedonia, le comunità ortodosse sono state prima sotto la giurisdizione della Chiesa Bulgara, poi sotto quella Patriarcato Ecumenico e infine nella Chiesa Ortodossa Serba. Ma ora la Chiesa Ortodossa di Macedonia ha proclamato la sua autocefalia, staccandosi dalla Serbia nel 1967. Un passo che non è mai stato riconosciuto da nessuna altra Chiesa ortodossa, e in questi anni la Chiesa ortodossa di Macedonia aveva cercato di riallacciare la comunione con la Chiesa bulgara, dicendosi disposta a riconoscerla come Chiesa madre. Il Patriarcato di Costantinopoli, però, quando era già cominciata la disputa dell’Ucraina aveva annunciato che avrebbe risposto anche ad una lettera di Zoran Zaev, primo ministro di Macedonia, che sosteneva la richiesta di autocefalia della Chiesa Macedone.

In pratica, c’è il rischio che in Macedonia avvenga lo stesso che in Ucraina, e questo preoccupa la Serbia. Serbia che, come Mosca, ha comunque avuto degli avvicinamenti con la Chiesa cattolica: il patriarca serbo Irenej ha ricevuto il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, lo scorso giugno, e ci sono segnali di apertura. Che però si affiancano alla forte protesta di Irenej contro Bartolomeo per la decisione presa sull’Ucraina, accusando nel suo messaggio di Natale gli “sciovinisti arrabbiati” ucraini di aver “approfondito e allargato gli scismi esistenti”, danneggiando “l’unità dell’intera ortodossia”.

Non è stato il solo, nella Chiesa ortodossa, a protestare contro la decisione di Bartolomeo. Il Patriarca Giovanni X di Antiochia ha scritto una lettera in cui chiedeva al Patriarcato di Costantinopoli di sospendere tutte le azioni in Ucraina e di convocare un incontro di tutti i primati per cercare una soluzione pan-ortodossa. L’arcivescovo Crisostomo II, primate della Chiesa di Cipro, ha negato di aver sostenuto la nuova Chiesa Ortodossa Ucraina, e sostenuto che il vero problema non è quello dell’autocefalia, quanto quello del mantenimento dell’unità. Il metropolita Sawa, primate di Polonia, ha contestato l’autorità di Costantinopoli di “restaurare i separatisti ucraini” in una intervista del 6 gennaio.

C’è, insomma, fermento nel mondo ortodosso. Intanto, anche la Romania, dove Papa Francesco sarà dal 30 maggio al 2 giugno, è stata coinvolta nel dibattito: l’arcivescovo Daniel, uno dei due esarchi del Patriarcato Ecumenico per valutare la questione ucraina, ha dato una intervista alla BBC in ucraino predicendo che le Chiese ortodosse di Grecia e Romania saranno le prime a riconoscere la Chiesa Ortodossa Ucraina. Ha anche detto che gli esarchi si sono incontrati con 18 gerarchi del Patriarcato di Mosca in Ucraina, e che molti di loro sono pronti ad unirsi alla Chiesa Ortodossa Ucraina.

Sono tutti temi che entreranno con prepotenza nel prossimo viaggio del Papa. In Bulgaria, è già fissato l’incontro con il Patriarca ortodosso Neofit, per il 5 maggio, all’inizio della visita del Papa nel Paese. Lo aveva annunciato il 23 dicembre il metropolita Anthony, che si occupa della Chiesa ortodossa bulgara in Europa centrale e occidentale. In Romania ci sarà anche l’incontro con il Patriarca Daniel.

La linea di Papa Francesco è quella di non entrare nelle questioni interne alla Chiesa ortodossa. Ma sono queste questioni che ora bussano prepotentemente alla sua porta.

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