Diplomazia Pontificia, la missione nei Balcani del Cardinale Parolin

Il Cardinale Parolin in conferenza stampa con il premier montenegrino Dusko Markovic
Foto: Presidenza del Consiglio del Montenegro
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Non ha potuto prendere parte al Concistoro, perché il suo viaggio in Montenegro e Serbia era già fissato da tempo. Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è in questi giorni in Montenegro e Serbia, per una serie di incontri bilaterali che puntano a rafforzare il ruolo della Santa Sede nella Regione.

La Santa Sede continua anche l’impegno nel multilaterale. A Ginevra, si è parlato di diritti umani dei migranti ma anche di diritti umani e “corporation internazionali”, un primo passo verso uno strumento giuridico vincolante affinché le multinazionali rispettino i diritti umani.

Il Cardinale Parolin in Montenegro e Serbia

Ci sarà una nunziatura della Santa Sede in Montenegro. Lo ha detto il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, parlando dopo l’incontro con il Primo Ministro Dusko Markovic il 27 giugno.

Attualmente, il nunzio in Montenegro, l’arcivescovo Luigi Pezzuto, è contemporaneamente nunzio presso la Bosnia-Erzegovina e il Principato di Monaco. La sede della nunziatura è a Sarajevo.

L’apertura di una nunziatura andrebbe a rafforzare la presenza della Santa Sede nella regione. Santa Sede e Montenegro hanno aperto formali relazioni diplomatiche nel 2006, e il 24 giugno 2011 le due parti hanno stabilito un accordo che definisce le reciproche competenze e garantisce anche la libertà della Chiesa di erigere la sua gerarchia nello Paese, rispettando le reciproche competenze.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato “la ferma speranza” che “il prossimo passo che si è concordato, cioè l’apertura di una sede stabile della Nunziatura Apostolica in Montenegro, possa dare nuovo e vigoroso impulso alle relazioni bilaterali e a far proseguire il cammino condiviso a favore del bene d entrambi le parti, dell’armonia, dell’unità e della solidarietà”.

Il Cardinale Parolin ha anche ringraziato le autorità per “il rispetto che mostrano” verso la piccola comunità cattolica del Paese, che dal canto suo “ha dato e intende continuare a dare il suo contributo a servizio dell’intera società”, in particolare portando avanti un dialogo fraterno con l’ortodossia, con l’Islam e con altri gruppi religiosi del Paese.

Il Segretario di Stato vaticano ha quindi mostrato apprezzamento per l’impegno per la libertà religiosa e per i progressi nei negoziati sull’Unione Europea, e sottolineato che la Santa Sede “non può che rallegrarsi per l’integrazione nella famiglia europea dei popoli del continente che storicamente ne fanno parte”, anche perché “l’Unione Europea non è soltanto un sistema economico e giuridico, ma è soprattutto un progetto di pace ed una comunità di principi e valori”, e, facendone parte, il Montenegro potrebbe offrire “un apporto proprio” all’Unione, come “modello sociale in grado di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dei suoi cittadini, di promuovere la convivenza interetnica e interreligiosa, la riconciliazione e la pace, di sostenere il rispetto dell’ambiente, la casa comune e le leggi della natura”.

Nei suoi tre giorni a Podgorica, capitale del Montenegro, il Cardinale Parolin ha in programma incontri con il premier Dusko Markovic, il presidente Milo Dukanovic, il presidente del Parlamento Ivan Brajovic, e il ministro della Cultura Aleksandr Bogdanovic, con il quale andrà a Cetinje, l’antica capitale del Montenegro.

Tra gli incontri con le autorità religiose, l’incontro con il clero di Antivari nella parocchia dei francescani a Tuzi, l’incontro con l’arcivescovo Rrok Gjonlleshaj al termine della Messa della mattina del 29 giugno nella nuova cattedrale di San Pietro. Nel pomeriggio del 29 giugno, il Cardinale Parolin presiederà la liturgia nella cattedrale San Trifone.

Il 30 giugno, il Cardinale Parolin si recherà in Serbia per un soggiorno di due giorni. Lì incontrerà il presidente Aleksandr Vucic, il primo ministro Ana Brnabic e il ministro degli Esteri Ivica Dacic, che lo scorso 31 gennaio è stato in visita in Vaticano.

Nel programma di Papa Francesco, anche la cerimonia di inaugurazione per la nuova sede della Conferenza Episcopale dei Santi Cirillo e Metodio a Novi Sad, L’organismo include i vescovi di Serbia, Montenegro, Macedonia e Kosovo. Da notare anche che più volte rappresentanti del Kosovo sono stati recentemente in Vaticano, chiedendo anche alla Santa Sede di riconoscere la loro nazione: il 22 maggio è stato in Vaticano il premier Ramush Haradinaj, per parlare con il Cardinale Parolin, mentre il 25 gennaio era stato il ministro degli Esteri Thaci a far visita nel Palazzo Aposotlico per un incontro con il suo omologo vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, in occasione dei dieci anni dell’indipendenza kosovara.

La nunziatura in Serbia si prepara per la visita del Cardinale Parolin

In attesa dell’arrivo del Cardinale Parolin, si è tenuto il 28 giugno il ricevimento annuale della Nunziatura Apostolica a Belgrado. Hanno partecipato vari rappresentanti delle istituzioni politiche nazionali, della comunità religiosa e del corpo diplomatico.

La visita del Cardinale Parolin è molto attesa, perché è la prima visita di un Segretario di Stato vaticano nel Paese balcanico. Si tratta di un momento favorevole, in un clima di dialogo sia con la Chiesa ortodossa del Paese, si per quanto riguarda le relazioni diplomatiche.

L’arcivescovo Luciano Suriani, nunzio apostolico in Serbia, ha incontrato lo scorso 10 aprile il Patriarca Ireneo, patriarca della Chiesa ortodossa serba, per gli auguri pasquali, a testimoniare lo spirito di cooperazione che lega la Santa Sede alla Chiesa Serbo Ortodossa.

Nunzio apostolico in Serbia dal 7 dicembre 2015, l’arcivescovo Suriani è chiamato a gestire costanti rapporti tra Santa Sede e Serbia. Un segno di queste relazioni è stata la commissione mista cattolico-ortodossa sulla vita del Cardinale Aloizje Stepinac, beatificato da San Giovanni Paolo II e la cui canonizzazione è fortemente contestata dalla Chiesa ortodossa serba. I lavori si sono conclusi nel luglio 2017, sebbene le posizioni siano rimaste distanti.

Il presidente Tomislav Nikolic, che ha visitato il Vaticano nel 2015, ha invitato il Papa a visitare il Paese.

Firmato un Concordato tra Santa Sede e Repubblica di San Marino

Il 26 giugno, Santa Sede e Repubblica di San Marino hanno firmato un accordo per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche.

Firmatari sono stati l’arcivescovo Paul Emil Tscherrig, nunzio apostolico della Santa Sede in Italia e a San Marino e Nicola Rienzi, Segretario di Stato per gli Affari Esteri della Repubblica del Titano.

L’accordo è costituito da un preambolo e 4 articoli, e ridefinisce lo statuto dell’insegnamento della Religione Cattolica nel sistema educativo pubblico, assicurando – si legge nel comunicato stampa della Sala Stampa della Santa Sede - agli studenti che se ne avvalgono gli elementi culturali necessari per la conoscenza della religione, per la crescita della persone e per la comprensione della realtà e della storia del Paese e della cultura europea”.

Hanno partecipato alla firma dell’accordo per parte ecclesiastica: Mons. Elio Ciccioni, Vicario Generale della Diocesi di San Marino-Montefeltro; il Rev. Gabriele Mangiarotti, Direttore Diocesano della Pastorale Scolastica; Mons. Giuseppe Laterza, Consigliere di Nunziatura; per parte statale: la Sig.ra Silvia Berti, Direttore del Cerimoniale Diplomatico, e S.E. Sig.ra Maria Alessandra Albertini, Ambasciatore presso la Santa Sede.

L’accordo entrerà in vigore quando saranno sbrigate le formalità previste dai due ordinamenti, e si inserisce in quella pletora di accordi e concordati con i quali la Santa Sede tutela la libertas ecclesiae nei vari Paesi e regola i rapporti con gli Stati.

Con l’accordo con San Marino, salgono a 125 i concordati e accordi stipulati dalla Santa Sede con 74 nazioni diverse. In dirittura di arrivo anche un concordato della Santa Sede con l’Angola, in Africa.

Multinazionali e diritti umani, la posizione della Santa Sede

Uno strumento legale vincolante per il rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali: se ne è parlato a Ginevra, durante la 38esima riunione del Consiglio dei Diritti Umani, lo scorso 25 giugno.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha sottolineato che “la delegazione della Santa Sede ha continuamente rimarcato la necessità di una appropriata regolamentazione della attività delle corporation transnazionali”.

La regolamentazione deve essere guidata – ha affermato la Santa Sede – da “un approccio etico che possa assicurare uno standard di vita decente realizzato attraverso il rispetto della dignità umana, piuttosto che da un mero interesse economico”.

E questo, nel contesto delle attività di affari, implica “che un rispetto integrale per le comunità e i loro diritti non possa essere separato dalla cura dell’ambiente”.

La Santa Sede ha notato che “se il commercio e gli accordi di investimento non proibiscono misure e politiche indirizzate di per sé alla protezione dei diritti umani”, è anche vero che questi accordi possono “limitare le opzioni di uno Stato nel soddisfare le sue obbligazioni da diritti umani”, e va notato che la libertà degli Stati ospiti di multinazionali di poter regolamentare diventa un modo di proteggere i diritti umani.

La Santa Sede ha messo in luce che le regolamentazioni, combinate e non unilaterali, possono creare una cornice legale di lungo termine, e per questo si richiede “una robusta legislazione transnazionale” per “supportare i governi nel loro dovere di proteggere contro gli abusi dei diritti umani da parte di terzi”, con una cornice legale che sia alla base della struttura internazionale dei diritti umani.

L’arcivescovo Jurkovic parla di una “responsabilità sociale di impresa di rispettare diritti umani”, la quale è “l’aspettativa base che la società ha del businness,” anche perché “la storia ci insegna come le violazioni sistematiche dei diritti umani da parte di alcune corporation può portare a migrazioni forzate”.

Queste violazioni sono il cosiddetto “land grabbing” e lo sfruttamento di risorse e la monopolizzazione dei semi, che possono portare alla fame e all’esaurimento delle risorse necessarie per soddisfare i minimi bisogni di vita.

In più, lo strumento legale deve considerare anche la protezione dell’ambiente dallo sfruttamento insostenibile, facendo una valutazione critica dell’impatto ambientale delle decisioni economiche, coinvolgendo al massimo possibile le istituzioni locali e le comunità nei processi decisionali.

I diritti umani dei migranti

Impegnata nei negoziati del Global Compact, con interventi formali presso l’ONU di Ginevra e negoziati informali presso le Nazioni Unite di New York, la Santa Sede ha detto la sua sui diritti umani dei migranti lo scorso 20 giugno, durante la 38esima sessione del Consiglio dei diritti umani.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Jurkovic ha detto che “la tragedia dei nostri tempi” è che diveniamo “troppo abituati e per questo insensibili di fronte alle tragiche morti e agli abusi dei nostri fratelli e sorelle che sono costretti a muoversi per un numero di ragioni diverse”.

L’arcivescovo Jurkovic ha sottolineato che il percorso iniziato con la Dichiarazione di New York, nonché le negoziazioni per due accordi globali – sulle migrazioni e sui rifugiati – possono contribuire a sviluppare “una cultura di solidarietà”, e per questo motivo si deve supportare il momento positivo rifiutando la logica “dell’indifferenza”.

La Santa Sede riconosce che la responsabilità primaria riguarda gli Stati, ma allo stesso tempo ci sono vite umane in gioco La Santa Sede ha criticato anche alcune delle politiche migratorie correnti, sottolineando che c’è preoccupazione per i “bambini che sono in mobilità e in detenzione”, cosa, quest’ultima, che non può essere mai considerata il migliore interesse del bambino.

La Santa Sede ha chiesto una strategia per offrire a richiedenti asilo, migranti, rifugiati e vittime del traffico di esseri umani una opportunità di trovare la pace, basata sulle parole d’ordine accogliere, proteggere, promuovere e integrare, considerano che “il ritorno, la riammissione e la reintegrazione sono elementi di un ben ordinato sistema migratorio”, ma troppo spesso “il modo in cui questo viene gestito è sfavorevole sia ai migranti che alle relazioni tra gli Stati e potrebbe rafforzare i percorsi di migrazione irregolare”.

L’osservatore della Santa Sede ha condannato anche la pratica di “rendere l’aiuto per lo sviluppo contingente alla cooperazione di una data nazionale al ritorno dei migranti” perché questa può creare mutue minacce, che diventano spesso abusi di diritti umani”, come lo sono le persone umane usate “sempre più come monete di scambio nei tavoli negoziali”.

Una pratica inaccettabile per la Santa Sede, che nota come le migrazioni hanno “storicamente offerto un immenso contributo allo sviluppo dei popoli”, anche se è importante “che la decisione di muoversi sia una decisione libera e informata, non una necessità impellente”, perché “se da una parte ciascuna persona ha il diritto di migrare, esiste anche un diritto a rimanere nelle proprie terre”.

Per questo, la delegazione della Santa Sede ha ripetutamente insistito sulla necessità di contrastare i fattori che forzano le persone a lasciare le loro case, un compito che non può essere assunto dagli Stati singolarmente.

Ancora su gender e migranti

Il no della Santa Sede all’ideologia gender è arrivato anche all’incontro del Comitato Permanente di Programmi e Finanze dell’Organizzazione Internazionali delle Migrazioni, di cui la Santa Sede è membro.

Il dibattito si è tenuto lo scorso 28 giugno, a Ginevra, sede dell’organizzazione. L’arcivescovo Jurkovic ha parlato in generale del rafforzamento delle donne, “molto importante per un efficace lavoro dell’organizzazione”, con la convinzione che “l’uguaglianza tra uomo e donna, e perciò l’uguaglianza dei loro fondamentali diritti umani, è radicata nella dignità inviolabile della persona umana”.

Questo presuppone il riconoscimento della bellezza della “complementarietà e reciproca interdipendenza tra uomini e donne”, e per questo il concetto di eguaglianza gender dovrebbe “promuovere gli specifici talenti di uomini e donne”, perché “eguaglianza non è uniformità e differenza non è ineguaglianza”.

Insomma, il rischio è quello di “danneggiare la ricchezza e l’uncità della persona umana.

Da parte sua, la Santa Sede riconosce i progressi già fatti nell’avanzamento delle donne, e sottolinea che c’è ancora molto da fare, però l’idea di raggiungere “eguaglianza gender” significa affrontare pratiche discriminatorie come quelle di escludere le donne dalle decisioni, e quelle di avere paghe diverse.

La Santa Sede chiede anche che le donne che scelgono di essere madri “siano protette e non svantaggiate nelle loro carriere”, anche con “politiche creative che equilibrino il desiderio di una donna di lavorare con quello di crescere i bambini”.

Per questo, nell’eguaglianza gender si deve “riconoscimento al ruolo della famiglia, unità fondamentale e naturale della società umana, fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”.

Insomma, ancora una volta la Santa Sede reitera che il termine gender non deve rappresentare una costruzione sociale, e ribadisce di considerarlo “basato nella identità biologica sessuale, uomo e donna”, escludendo “interpretazioni dubbie basate su visioni del mondo che affermano che l’identità sessuale possa essere indefinitamente adatta per rafforzare nuovi e differenti scopi”.

La Santa Sede all’ONU di New York

Presso le Nazioni Unite di New York, la Santa Sede è intervenuta in due dibattiti del Consiglio di sicurezza.

Il 25 giugno, l’arcivesovo Bernardito Auza, Osservatore della Santa Sede presso l’ufficio ONU di New York, ha parlato al dibattito sul “Mantenimento della pace internazionale e della sicurezza: vista globale sulla situazione nel Medio Oriente e in Nord Africa”.

La Santa Sede ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di utilizzare tutta la loro autorità e potere per trovare “soluzioni politiche durature ai conflitti in Medio Oriente e in Nord Africa”, a partire dal conflitto Israelo-Palestinese, dove la Santa Sede “continua a supportare la soluzione di due Stati con confini sicuri e riconosciuti” e allo stesso tempo chiede il rispetto internazionale dello status quo di Gerusalemme.

Guardando più in generale alle crisi umanitarie in Nord Africa e in Medio Oriente, l’arcivescovo Auza ha detto che “è fondamentale lo Stato di diritto, incluso il rispetto per la libertà religiosa e l’eguaglianza davanti alla legge basata sul principio della cittadinanza senza distinzione di razza etnia e religione”

Proprio la protezione dei diritti umani, e in particolare delle minoranze, contribuisce a “sradicare le cause alla radice dell’instabilità che porta ai conflitti”. “Una veloce ed effettiva riparazione delle violazioni della legge umanitaria internazionale può prevenire i conflitti prima che questi minaccino la pace e la sicurezza internazionale”. Per questo, l’arcivescovo Auza ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di mostrare “unità, determinazione e leadership per porre fine ai conflitti in Medio Oriente, Nord Africa e in altri posti”.

Il Papa dona 100 mila dollari all’agenzia ONU per i rifugiati di Palestina

Sempre il 25 giugno, l’Osservatore della Santa Sede ha parlato durante la Conferenza del Comitato Ad Hoc dell’Assemblea Generale per l’annuncio di contributi volontari alla Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi nel vicino Oriente, conosciuta come UNRWA.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Auza ha annunciato che il Papa dona 100 mila dollari all’agenzia perché ne traggano beneficio “i bambini nei campi rifugiati palestinesi”, notando allo stesso tempo che “la Chiesa, attraverso varie organizzazioni ed entità, fornisce educazione, salute e servizi sociali ai riugiati palestinesi”, e che comunque la presenza dell’UNRWA è necessaria fin quando le condizioni di più di 5 milioni di rifugiati palestinesi resta incerta.

Come le Nazioni Unite dovrebbero combattere il terrorismo?

Il 29 giugno, si è tenuta all’ONU di New York una Conferenza di Alto Livello sull’Antiterrorismo, e la Santa Sede ha preso la parola nella quarta sessione, dedicata a “Rafforzare il ruolo e la capacità delle Nazioni Unite per supportare gli Stati membri a implementare la Strategia Globale Anti-Terrorismo delle Nazioni Unite”.

L’arcivescovo Auza ha sottolineato che le Nazioni Unite, e in particolare il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero utilizzare le loro varie risorse per supportare nazioni che hanno risorse limitate per combattere il terrorismo e per contrastare la diffusione delle ideologie di terrorismo. In più, l’ufficio Anti Terrorismo delle Nazioni Unite dovrebbe avere uffici di diritti umani, sviluppo ed educazione, così come dovrebbe rispettare stato di diritto, convenzioni per i diritti umani e legge internazionale umanitaria.

Più di tutto, l’Osservatore della Snata Sede ha chiesto agli uffici anti-terrorismo di sviluppare maggiore collaborazione con le organizzazioni della società civile, perché è a livello locale che si possono meglio affrontare i temi della radicalizzazione e del reclutamento.

Contro il disarmo

Sempre il 29 giugno, si è tenuta la Terza Conferenza delle Nazioni Unite per la Revisione dei Progressi Fatti nell’Implementazione del Programma di Azione per prevenire, combattere e sradicare il commercio illecito in piccole armi e armi leggere in tutti i loro aspetti.

La Santa Sede è molto impegnata nel tema del disarmo, sia in quello nucleare – tanto che è stata tra i primi firmatari della convenzione per l’abolizione delle armi nucleari lo scorso 20 settembre – ma anche in temi più innovativi come quello delle armi robot, e in generale per il disarmo integrale, la grande utopia della Dottrina Sociale della Chiesa.

Parlando davanti alla Conferenza, l’arcivescovo Auza ha detto che la Santa Sede considera il programma di azione come un mezzo vitale per combattere e sradicare il commercio illecito di piccole armi e armi leggere e per sviluppare maggiore rispetto per la vita e per la dignità della persona umana e promuovere la pace.

Ha notato che ci sono stati progressi e che la società civile ha giocato un ruolo importante, ma che ci vuole ancora maggiore cooperazione internazionale, che includano sforzi condivisi per combattere il terrorismo, il traffico di esseri umani, le droghe e il crimine organizzato.

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