Sinodo 2018, ecco di cosa parla la prima parte del documento finale

Papa Francesco e i padri sinodali durante una delle Congregazioni Generali del Sinodo 2018
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Un documento in tre parti, divisi in quattro capitoli, nella cornice dell’icona di Emmaus (uno dei temi principali di uno dei gruppi in lingua inglese), che ha avuto una generale approvazione unanime in tutti i punti, tranne nella terza parte, dedicata alla sinodalità, la più discussa: si presenta così il documento finale del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, licenziato nell’ultima giornata dell’assemblea del Sinodo.

Non si sa ancora se il documento sarà seguito da una esortazione post-sinodale di Papa Francesco, che per ora lo ha consegnato alle considerazioni dei vescovi e di lui stesso, come ha detto nel suo discoso conclusivo.

La prima considerazione è da fare sui voti: nove padri sinodali non hanno partecipato alle votazioni. La terza parte, in particolare sulla questione della sinodalità e sulla questione del discernimento, è stata quella più contestata. In generale, non hanno trovato grande consenso i punti 37, 38 e 39 sulla sessualità, né il punto 55 sulle donnne della Chiesa. E la discussione è stata viva anche sulla questione della richiesta di perdono per gli abusi.

Ma è in particolare il paragrafo 3 ad avere attirato le maggiori discussioni nella prima parte, tanto che sono in 191 quelli che hanno votato a favore e solo in 43 che hanno votato contro. Molti “modi” (proposte di modifica) sono stati avanzati sul questo paragrafo.

E questo perché il paragrafo 3 sottolinea di “chiarire la relazione tra l’Instrumentum laboris e il Documento finale”, il primo considerato “quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto” e il “secondo frutto del discernimento realizzato”. Due documenti di cui si riconosce “la diversità”, ma anche la complementarità. Ed è proprio nel considerare l’instrumentum laboris come parte del percorso, dandogli una ufficialità, che si trova la controversia. Perché, di fatto, nell’instrumentum si trovava l’espressione LGBT, fortemente contestata, e di cui non si trova traccia invece nel documento finale.

Il percorso sinodale non è comunque considerato terminato, e si arriva ad una fase attuativa che sarà quella più importante.

La prima parte del documento, come detto, è dedicata all’inizio di quella che viene chiamata “L’icona di Emmaus”, ovvero il momento in cui Cristo cammina con i discepoli, che è equivale al momento del conoscere. Si tratta, insomma, di fare una fotografia della realtà giovanile.

Il cammino di Gesù è posto in contrapposizione all’idea di “fornire risposte precofenzionate e ricette pronte”, si esalta l’idea dell’ascolto per porre le condizioni per “un annuncio del Vangelo che raggiunga veramente il cuore”.

Il documento sottolinea della necessità di ripensare il modo “con cui ordinariamente il ministero presbiteriale si esprime e una verifica delle sue priorità”, considerando però le differenze culturali, perché “esiste una pluralità di mondi giovanili tanto che in alcuni Paesi si tende a utilizzare il termine ‘gioventù’ al plurale”.

Sono differenze che “nascono dall’esperienza concreta dei giovani”, dalle forme della loro famiglie al modo in cui partecipano alla vita sociale, al fatto che alcune nazioni sono più giovani e altri no, fino alla struttura sociale dei Paesi, alle sacche di povertà presenti per le quali si segnala la necessità che la Chiesa si schieri “coraggiosamente dalla loro parte e partecipi alla costruzione di alternative che rimuovano esclusione ed emarginazione, rafforzando l’accoglienza, l’accompagnamento e l’integrazione”.

Il documento affronta la “differenza tra uomini e donne”, considerando che per la Bibbia uomo e donna sono “partner uguali davanti a Dio”, e quindi “ogni dominazione e discriminazione basata sul sesso offende la dignità umana”. Allo stesso tempo, si enfatizza la differenza tra uomo e donna, e la necessità di comprendere la relazione tra uomo e donna come “vocazione a vivere insieme nella reciprocità e nel dialogo, nella comunione e nella fecondità”.

C’è spazio anche per il problema della “colonizzazone ideologica”, e anche in questo caso si chiede un accompagnamento della Chiesa perché non si perdano passaggi della propria identità. E si guarda anche ai processi di secolarizzazione, dove si trova anche una riscoperta di Dio e della spiritualità, e questo “è uno stimolo a recuperare l’importanza dei dinamismi propri della fede, dell’annuncio e dell’accompagnamento pastorale”.

Come è la Chiesa oggi? In molti posti, la Chiesa è percepita come “viva e coinvolgente”, anche grazie alle strutture educative che “accolgono tutti i giovani”, senza considerare “scelte religiose, provenienza culturale e situazione personale, familiare e sociale”, dando “un apporto fondamentale all’educazione integrale dei giovani nelle più diverse parti del mondo”.

L’impegno all’inclusione si attua anche nell’accoglienza dei migranti, considerati

un “paradigma” capace di illuminare il nostro tempo e in particolare la condizione giovanile, e ci ricordano la condizione originaria della fede, ovvero quella di essere «stranieri e pellegrini sulla terra» (Eb 11,13)”, per i quali la Chiesa ha una particolare sollecitudine, mentre si nota che “quando è ispirata al dialogo interculturale e interreligioso, l’azione educativa della Chiesa è apprezzata anche dai non cristiani come forma di autentica promozione umana. Le attività della pastorale giovanile”.

Per quanto riguarda la pastorale giovanile, si parla di sviluppare un percorso vocazionale, con “processi pastorali completi”, lodando anche il ruolo di gruppi parrocchiali, movimenti e associazioni giovanili, e in particolare la Giornata Mondiale della Gioventù, la profezia di San Giovanni Paolo II.

Si chiede persino di ripensare l’esercizio del ministero episcopale, mentre si nota la fatica delle parrocchie ad avere un peso nella vita per i giovani, tanto da dover riconsiderare la vocazione missionaria. E si nota anche il limite dei percorsi di iniziazione cristiana, che vanno ripensati, con una particolare attenzione a seminari e case di formazione, ma anche alla pastorale digitale, perché web e social network “costituiscono comunque una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza”.

Ma è da considerare anche che in questi spazi digitali si inseriscono anche “giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo tanto sottili quanto invasive, creando meccanismi di manipolazione delle coscienze e del processo democratico”, che porta anche alla proliferazione di fake news che “è espressione di una cultura che ha smarrito il senso della verità e piega i fatti a interessi particolari”, mentre “la reputazione delle persone è messa a repentaglio tramite processi sommari on line. Il fenomeno riguarda anche la Chiesa e i suoi pastori”.

C’è spazio anche per la questione degli abusi, un “fenomeno diffuso nella società” che tocca anche la Chiesa, e che porta il Sinodo a ribadire “il fermo impegno per l’adozione di rigorose misure di prevenzione che ne impediscano il ripetersi, a partire dalla selezione e dalla formazione di coloro a cui saranno affidati compiti di responsabilità ed educativi”.

Il documento affronta i diversi tipi di abuso, sottolinea la necessità di “sradicare le forme di esercizio dell’autorità su cui essi si innestano e di contrastare la mancanza di responsabilità e trasparenza con cui molti casi sono stati gestiti”, sottolineando tra i problemi quello del clericalismo, ma anche lodando chi ha “il coraggio di denunciare il male subìto”, perché aiuta “la Chiesa a prendere coscienza di quanto avvenuto e della necessità di reagire con decisione”, ma anche “l’impegno sincero di innumerevoli laiche e laici, sacerdoti, consacrati, consacrate e vescovi che ogni giorno si spendono con onestà e dedizione al servizio dei giovani”, la cui opera “è una foresta che cresce senza fare rumore”, di cui anche i giovani sono grati.

“Il Sinodo – si legge nel documento - riconosce che affrontare la questione degli abusi in tutti i suoi aspetti, anche con il prezioso aiuto dei giovani, può essere davvero un’opportunità per una riforma di portata epocale”.

Infine, si parla della famiglia, punto di riferimento principale per i giovani. Le famiglie sono a volte spezzate, a volte problematiche, ma con la necessità di avere padri e madri con ruoli precisi. Si nota che c’è a volte l’assenza della figura paterna, a volte l’oppressione della figura materna, mentre si nota anche la complessità dei rapporti intergenerazionali, così come quelli tra coetanei, entrambi risorse per la condivisione della fede.

Sulla sessualità, si nota “la veloce evoluzione” della tecnologia che cambia la percezione del corpo, anche cambiando la prospettiva antropologica, e si considera che “un’accoglienza acritica dell’approccio tecnocratico al corpo indebolisce la coscienza della vita come dono e il senso del limite della creatura”.

Ma come vengono recepiti gli insegnamenti morali della Chiesa sul tema? Con difficoltà, non riuscendo a tradurre il desiderio di vivere “le relazioni secondo la logica del Vangelo”, sebbene ci sono iniziative che trovano risposta nei giovani, basate sulla ricca tradizione della Chiesa che include anche la teologia del corpo di san Giovanni Paolo II e la Deus Caritas Est di San Giovanni Paolo II. I giovani “vogliono dalla Chiesa una parola chiara sulla sessualità”, perché “frequentemente infatti la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna”, mentre “di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l’affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell’autenticità e della dedizione, ma sono spesso disorientati”.

Nella fotografia si parla anche dei giovani vulnerabili, dei disoccupati, e di quelli che “ patiscono forme di emarginazione ed esclusione sociale, per ragioni religiose”, nonché “la difficile situazione di adolescenti e giovani che restano incinte e la piaga dell’aborto, così come la diffusione dell’HIV, le diverse forme di dipendenza (droghe, azzardo, pornografia, ecc.) e la situazione dei bambini e ragazzi di strada, che mancano di casa, famiglia e risorse economiche; una particolare attenzione meritano i giovani carcerati”.

Anche qui, si chiede una parola della Chiesa, che si vuole “schierare coraggiosamente dalla loro parte”, considerando che molte situazioni di vulnerabilità sono il prodotto della cultura dello scarto, di cui “i giovani sono prime vittime”, ma che può anche impregnarli, “contribuendo così al degrado umano, sociale e ambientale che affligge il nostro mondo”.

“Per la Chiesa – si legge nel documento - si tratta di un appello alla conversione, alla solidarietà e a una rinnovata azione educativa rendendosi presente in modo particolare in questi contesti di difficoltà”.

Perché “anche i giovani che vivono in queste situazioni hanno risorse preziose da condividere con la comunità e ci insegnano a misurarci con il limite, aiutandoci a crescere in umanità”.

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