Diplomazia pontificia, l’agenda di Papa Francesco per il mese di ottobre

Da Angela Merkel a Joe Biden, tutti gli appuntamenti diplomatici che il Papa potrebbe avere nel mese di ottobre. E poi, l’impegno della Santa Sede contro il nucleare e per il clima

La scrivania di Papa Francesco nella Libreria del Palazzo Apostolico Vaticano
Foto: AG / ACI Group
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Ottobre sarà un mese denso di appuntamenti diplomatici, per Papa Francesco, che vedrà tre primi ministri e tre presidenti. Da Angela Merkel a Joe Biden, passando per i primi ministri di Malta e Francia, Papa Francesco riceverà diversi leader in Vaticano, che converranno a Roma anche in occasione del G20.

In occasione della presidenza italiana del G20, l’Ambasciata di Italia presso la Santa Sede, insieme all’ambasciata del Regno Unito presso la Santa Sede, hanno organizzato per il 4 ottobre l’incontro “Faith and Science. Towards COP26”, che prevede anche un intervento da parte di Papa Francesco e le considerazioni conclusive dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano.

Questi è stato anche a New York per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove ha tenuto vari discorsi, mentre il Cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, si è collegato in videoconferenza.

                                    FOCUS PAPA FRANCESCO

L’agenda del Papa per il mese di ottobre, dalla Merkel a Biden

Tre presidenti e tre capi di governo faranno visita a Papa Francesco durante il mese di ottobre. È una agenda molto fitta, quella di Papa Francesco, che si prepara anche ad andare a Glasgow (si parla dell’1 novembre) per tenere un discorso al COP26. Il tema sul clima è così cruciale che il Papa ha accettato di inviare un messaggio all'evento di Alto Livello dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.

Andiamo comunque per ordine. Il 7 ottobre, Papa Francesco riceverà il Cancelliere tedesco Angela Merkel in quella che sarà una visita di congedo. Merkel ha già incontrato il Papa in Vaticano per sei volte e sarà a Roma per l’evento per la pace organizzato da Sant’Egidio, cui parteciperà anche il Patriarca Bartolomeo e il Catholicos armeno Karekin II.

Merkel ha incontrato anche il Cardinale Parolin questa estate, quando questi si è recato in Germania per celebrare i 100 anni di relazioni diplomatiche tra Berlino e la Santa Sede.

L’8 ottobre, sarà da Papa Francesco il primo ministro di Malta Robert Abela. Abela, in carica dal 2020, parlerà anche al Papa del viaggio a Malta, che il pontefice ha confermato di voler fare durante la conversazione con la COPE.

Dopo la pubblicazione dalla conversazione, George Vella, presidente di Malta, ha confermato i contatti. Il viaggio del Papa dovrebbe toccare Malta per due giorni (come era previsto per il viaggio programmato nella Pentecoste del 2020), poi passare a Cipro, e terminare in Grecia, dove sarebbe prevista una tappa anche con il Patriarca Bartolomeo.

Cipro ha già fatto sapere che il Papa sarà nell’isola il 4 dicembre, quindi la Grecia dovrebbe avvenire il 5 e il 6 dicembre e Malta il 2 e 3 dicembre.

Ha un valore diplomatico anche l’udienza che il Papa concederà il 9 ottobre all’Unione Inerparlamentare Internazionale, che include quasi duecento parlamenti di tutto il mondo. L’organizzazione ha sede a Ginevra.

L’11 ottobre, sarà da Papa Francesco il presidente di Armenia Armen Sarkissian, che è stato ambasciatore di Erevan prima di diventare presidente. Recentemente, nel trentennale dell’indipendenza della nazione, Papa Francesco ha mandato un messaggio di congratulazioni al presidente, augurando “prosperità e pace per il popolo armeno”, e pregando di Dio di “benedire gli sforzi di tutti quelli che lavorano responsabilmente e pienamente per la sicurezza e la prosperità del popolo”. Tra i temi che saranno discussi, sicuramente anche la questione dei prigionieri di guerra ancora detenuti dopo il conflitto in Nagorno Karabakh. Per loro, Papa Francesco ha recentemente fatto un appello all’Angelus.

Il 18 ottobre, Jean Castex, primo ministro di Francia, sarà ricevuto in udienza dal Papa. L’incontro era stato inizialmente pianificato ad inizio di luglio, ma nello stesso giorno in cui si pensava alla visita, Papa Francesco aveva riunito i capi delle Chiese cristiane del Libano. Proprio la questione libanese sarà parte dei colloqui, così come l’ecologia e il centenario del ripristino delle relazioni diplomatiche tra Francia e Santa Sede, nonché la recente legge sul separatismo in Francia. L’ultimo primo ministro francese a visitare il Vaticano è stato François Fillon, che nel 2009 fu ricevuto da Benedetto XVI.

Il 25 ottobre, Frank-Walter Steinmeier, presidente della Repubblica Federale Tedesca, sarà in visita da Papa Francesco. Era già stato dal Papa a inizio del suo mandato, nel 2017.

Alla vigilia del G20 a Roma, che si terrà il 30 e il 31 ottobre, ci saranno vari capi di Stato a Roma. Il 29 ottobre, Papa Francesco riceverà prima il presidente di Corea Moon Jae-in, già ricevuto nel 2018, quando questi portò un invito per il Papa a visitare la Corea del Nord nell’ambio di una politica di distensione con Pyongyang. Ora, il tema potrebbe essere ripreso, considerato che anche il nuovo prefetto della Congregazione per il Clero, l’arcivescovo coreano Lazzaro You, lo ha dichiarato possibile.

Dopo il presidente di Corea, sarà la volta del presidente degli Stati Uniti Joe Biden. È la prima visita ufficiale per il presidente cattolico, il secondo dall’era Kennedy. Senza ancora un ambasciatore presso la Santa Sede, il presidente Biden incontrerà così per la terza volta Papa Francesco, con cui c’è grande sintonia sui temi ambientali, meno su quelli morali, dato che il presidente Biden sostiene un diritto di scelta per le donne in caso di aborto, mentre il Papa, seguendo la dottrina della Chiesa, sottolinea che l’aborto è da considerarsi un omicidio. Sarà un incontro, quest’ultimo, particolarmente atteso. C’era stata anche l’idea di un primissimo incontro informale a Santa Marta a giugno, durante un passaggio che Biden avrebbe fatto a Roma prima di andare a Ginevra per incontrare Putin. Questo incontro non era stato preparato secondo i normali canali diplomatici, e poi non ha avuto luogo.

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Un appello scientifico religioso in vista del COP 26

Ci sarà anche un intervento di Papa Francesco, all’incontro Faith and Science. Towards COP26, organizzato dalle Ambasciate di Italia e Regno Unito presso la Santa Sede, che si svolgerà in Vaticano e a Palazzo Borromeo per una sessione a poret chiuse, che raccoglie leader religiosi e scienziati attorno ad un Appello rivolto al COP26 di quest’anno, che avrà luogo a Glasgow e sarà organizzato dalla Gran Bretagna in partenariato con l’Italia.

L’iniziativa “si è sviluppata tramite incontri virtuali mensili cominciati dall’inizio di quest’anno, in cui i leader religiosi e gli scienziati hanno potuto condividere

le loro preoccupazioni e i loro auspici verso una maggiore responsabilità per il pianeta e per il cambiamento necessario”, si legge in un comunicato diramato dalla Santa Sede.

Da qui, è nato un appello congiunto che verrà firmato la mattina del 4 ottobre in Vaticano e che Papa Francesco consegnerà ad Alok Kumar Sharma, Presidente designato della COP26, e a Luigi Di Maio, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale dell’Italia.

Nel suo intervento, è probabile che Papa Francesco parlerà di interdipendenza, vocazione dell’amore e rispetto.

La Santa Sede a Ginevra, il dialogo sui diritti degli indigeni

Lo scorso 27 settembre, si è tenuta al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra una sessione che ha discusso del Rapporto Speciale sui Diritti dei Popoli indigeni.

Monsignor John Putzer, incaricato di affari della Missione Permanente della santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra, ha sottolineato come la Santa Sede “condivida le preoccupazioni che gli sforzi di recupero economico stanno avendo un impatto sproporzionalmente negativo sulle comunità indigene”, e che anzi “molte misure hanno reso prioritarie e supportato l’espansione di operazioni di affari a spese delle popolazioni indigene, delle loro terre e del loro ambiente”.

La Santa sede nota che gli indigeni sono il 5 per cento della popolazione globale totale, e che questo 5 per cento rappresenta a sua volta il 15 per cento della popolazione mondiale che vive in povertà.

I popoli indigeni – sottolinea ancora la Santa Sede – “hanno avuto una vulnerabilità superiore durante la pandemia del COVID 19”, e le situazioni che già vivevano, come la insicurezza alimentare, sono state “esacerbate dai lockdown”.

Per questo, la Santa Sede chiede di “promuovere un dialogo inclusivo” in modo da “coinvolgere in maniera efficace le popolazioni indigeni” negli sforzi di recupero, considerando che le popolazioni indigene hanno “un ruolo fondamentale nella conservazione e trasmissione della conoscenza tradizionale e delle pratiche che possono contribuire ad una maggiore sicurezza alimentare, salute, benessere e recupero dalla pandemia”.

Secondo la Santa Sede, l’attuale crisi sanitaria globale deve “essere una opportunità per lavorare ulteriormente verso politiche verdi e sistemi che possano riconciliare salute e natura”, e per questo le tradizioni culturali dei popoli indigeni, nonché il loro legame con la natura, sono “un valoroso esempio da considerare”.

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York, l’impegno per l’eliminazione delle armi nucleari

Prosegue l’impegno della Santa Sede per l’eliminazione delle armi nucleari. Lo scorso 28 settembre, intervenendo all’assemblea generale delle Nazioni Unite, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha denunciato i due fattori che “contribuiscono a determinare lo status quo nucleare”, e allo stesso tempo ha ricordato l’impegno della Santa Sede in tal senso, culminato quattro anni fa con il voto al Trattato per l’Abolizione delle Armi Nucleari nell’insolita veste di Paese non solo osservatore, una prerogativa che la Santa Sede ha sempre gelosamente mantenuto.

Il trattato è entrato in vigore lo scorso gennaio, nonostante gli Stati detentori di arsenale nucleare non lo abbiano siglato né ratificato. La Santa Sede individua prima di tutto nella “politica della deterrenza” uno dei fattori che contribuisce al perpetrarsi dello status quo nucleare. Una politica che “spinge alla corsa agli armamenti e genera un ambiente tecnologico disumanizzante”, aggravando anche “la diffidenza tra le nazioni”. La Santa Sede, invece, “sostiene con forza accordi di disarmo verificabili”, considerando che “la fiducia tra le nazioni giustifica le verifiche”.

Il secondo fattore che contribuisce a mantenere lo status quo nucleare – spiega l’arcivescovo Gallagher – è invece determinato “dalle spese esorbitanti” da parte di alcuni Stati per la produzione e lo spiegamento di arsenali nucleari, che creano “disuguaglianza sia all’interno sia attraverso le nazioni”, mentre la Santa Sede invitta piuttosto a “ridurre le spese militari in favore di una risposta ai bisogni umanitari e delle esigenza della nostra casa comune”.

L’arcivescovo Gallagher ribadisce la richiesta ai governi, che fu già di Paolo VI, di creare un Fondo Mondiale per eliminare la fame e lo sviluppo dei Paesi più poveri con i soldi che fino ad ora sono destinati alle armi e ad altre spese nucleari”.

La Santa Sede alle Nazioni Unite, il Cardinale Parolin sulla risposta al COVID

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è intervenuto lo scorso 25 settembre in videoconferenza all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al dibattito su “Costruire resilienza con la speranza: recuperare dal COVID 19, ricostruire sostenibilità, rispondere ai bisogni del pianeta, rispettare i diritti dei popoli e rivitalizzare le Nazioni Unite”.

Nel suo intervento, il Cardinale Parolin ha sottolineato l’importanza di mantenere la speranza perché questa “aiuta la resilienza” e ci ispira di “metterci a lavoro, anche quando non possiamo essere capaci di vedere i risultati che si sono raggiunti in una vita”.

Secondo il Segretario di Stato vaticano, la resilienza “richiede un robusto senso di fraternità e solidarietà, così come capacità di analizzare i fallimenti dei sistemi economici e sanitari e così rispondere adeguatamente alla crisi della pandemia”.

Il Cardinale Parolin ha chiesto alla comunità internazionale di “rafforzare la nostra ambizione”, anticipando che l’incontro del COP26 di novembre a Glasgow (Papa Francesco in persona dovrebbe parteciparvi) “darà opportunità alla comunità internazionale di impegnarsi di nuovo nella protezione della nostra casa comune”.

Il Cardinale ha anche sottolineato che l’impegno per un cessate il fuoco globale e per la non proliferazione di armi nucleari sono necessari per il rispetto dei diritti dei popoli, mentre le violazioni dei diritti umani mostrano “una crisi delle relazioni umane da affrontare” perché ha “enormi conseguenze pratiche per i diritti umani”.

Particolarmente importane per la Santa Sede è invece “il bisogno di rivitalizzare le Nazioni Unite” per assicurarsi che l’organizzazione “viva secondo i suoi obiettivi veri e concordati in comune, piuttosto che essere strumento dei potenti”, con particolare attenzione alla salvaguardia del “principio del consenso nei negoziati” evitando di trasformare gli organismi delle Nazioni Unite in “luoghi che si focalizzano in un numero limitato di questioni da discutere”.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Il nunzio apostolico in Israele fa il suo ingresso al Santo Sepolcro

Lo scorso 30 settembre, l’arcivescovo Adolfo Tito Yllana, nunzio apostolico in Israele e Cipro e delegato apostolico a Gerusalemme, ha fatto il suo ingresso solenne nel Santo Sepolcro di Gerusalemme. L’arcivescovo Yllana, filippino, 73 anni, ha presentato a inizio settembre le sue lettere credenziali al presidente Herzog.

Nel suo “benvenuto”, il Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa ha detto all’ambasciatore del Papa che avrà modo di sperimentare “che siamo una Chiesa nella quale non mancano certo le sfide, ma nella quale potrà constatare anche vitalità e bellezza, attraverso la presenza di tante iniziative e attività”.

Si tratta di una “Chiesa che parla molte lingue e che ha molti colori”, dove ci sono anche “cattolici di espressione ebraica, lavoratori stranieri, migranti”, ma anche “pellegrini”

Il Patriarca Pizzaballa accenna anche al fatto che la Chiesa in Terrasanta “vive e opera in una società in gran parte islamico o ebraica”; che considera “il dialogo interreligioso costitutivo della propria identità”.

Il Patriarca accenna anche al “contesto politico e sociale ferito e divisivo”, e in particolare il conflitto politico israelo-palestinese “assorbe gran pare delle nostre energie e trova espressione non solo nelle reiterate tensioni militari, ma nello sforzo continuo a costruirsi una vita normale”, e che porta conseguenze come “risentimento, pregiudizi, incomprensioni, sospetti, paure, stanchezza”.

Fine mandato per l’ambasciatore Oren David. Il suo bilancio

Oren David, da cinque anni ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, sta concludendo il suo mandato, e ha affidato il bilancio di questi cinque anni in una intervista alla rivista online Moked.

L’ambasciatore ha definito la sua esperienza come “positiva”, ha ricordato l’incontro tra il presidente Rivlin e Papa Francesco nel 2018 e due conversazioni telefoniche tra loro durante la pandemia, e ha detto che le relazioni tra Israele e Santa Sede sono chiamate a proseguire “sulla via del dialogo e dell’ascolto, secondo un percorso ormai ben tracciato e consolidato”.

Per l’ambasciatore, “la sfida più grande rimane sempre quella di far capire le circostanze uniche in cui si trova Israele e le difficoltà che è costretto ad affrontare”, mentre è importante continuare a diffondere il messaggio di dialogo della Nostra Aetate, sottolineando la “radice ebraica del cristianesimo”.

Proprio “l’aver approfondito il dialogo con tutto il mondo cattolico sui temi dell’antisemitismo” è stato uno dei successi dell’ambasciatore David, che ha ricordato anche varie iniziative lanciate dalla sua ambasciata. Il rimpianto è quello che, a causa della pandemia, all’ambasciatore non è riuscito di portare più delegazioni in Israele a “vedere con i loro occhi la realtà del Paese”.

Il successore dell’ambasciatore David sarà Raphael Schulz.

Fraternità Umana, l’incontro di Lahzi Gaid con il ministro della Tolleranza degli Emirati Arabi Uniti

il 27 settembre, monsignor Yoannis Lahzi Gaid, membro dell’Alto Comitato per la Fraternità Umana costituito dopo la Dichiarazione di Abu Dhabi, ha fatto visita allo sceicco Nahyan bin Mubarak al Nahyan, ministro della Tolleranza e la Coesistenza degli Emirati Arabi Uniti.

Durante l’incontro, al Nahyan ha ringraziato Gaid per il lavoro di preparazione della dichiarazione di Abu Dhabi, definendola come uno “dei più importanti risultati di dialogo e cooperazione con lo scopo di promuovere i valori della pace, la tolleranza e la coesistenza nel mondo”.

Monsignor Gaid ha ringraziato il lavoro degli Emirati Arabi Uniti nel promuovere i valori della tolleranza, e ricordato che lo scomparso sceicco Zayed bin Sultan al Nahyan ha piantato i semi della fraternità e tolleranza negli Emirati.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Salvador, i vescovi contro la riforma costituzionale

L’arcivescovo José Luis Escobar Alas di San Salvador ha espresso con forza la sua disapprovazione a vari articoli della proposta di riforma della Costituzione salvadoregna, che fa riferimento ad aborto ed eutanasia.

“È triste – ha detto – che si desideri presentare in Parlamento un progetto dove si seguono i padroni, sapendo bene che è una agenda internazionale portata avanti dall’ONU e da altri organismi internazionali per imporci l’aborto, la legalizzazione dell’aborto, o, come la chiamano, “salute riproduttiva” o “interruzione del processo gestatorio”.

Per l’arcivescovo Escobar “la costituzione ha dei buchi”, come la protezione dell’arricchimento illecito, la negazione di una democrazia partecipativa, e il fatto che l’unico veicolo attraverso cui si predispongono le cose sono i partiti politici, e i funzionari sono protetti.

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