Diplomazia Pontificia: la Santa Sede dice ancora no alle armi nucleari

Il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York
Foto: AG / ACI Group
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Tre interventi alle Nazioni Unite di New York, in attesa dell’apertura della 73esima sessione generale in programma la prossima settimana; e l’arrivo di due nuovi ambasciatori presso la Santa Sede, mentre si congeda Imma Madigan, ambasciatore di Irlanda presso la Santa Sede sin dai tempi della riapertura dell’ambasciata residenziale a Roma. Con questa settimana, riprende in un certo senso l’attività diplomatica, dopo un rallentamento dovuto anche al periodo di vacanze.

La Santa Sede alle Nazioni Unite, in difesa della biodiversità marina

La settimana di impegni ufficiali alle Nazioni Unite di New York è iniziata il 4 settembre, quando l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede, è intervenuto alla prima sessione di una Conferenza Intergovernativa su uno strumento internazionale legalmente vincolante sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina da porre sotto la Convenzione del Diritto del Mare.

La Santa Sede ha partecipato già agli incontri organizzativi della conferenza, e la sua posizione è stata ribadita nell’intervento dell’arcivescovo Auza, che ha raccomandato sei elementi chiave per arrivare a un documento condiviso e costruito sotto la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del mare.

I sei temi sono: la prospettiva basata sulla responsabilità, un bilancio tra i mandati per la conservazione delle risorse e l’uso sostenibile, un focus sulla ricerca cooperativa e studi e analisi delle risorse degli oceani, in particolare l’acqua; la concentrazione sulle risorse piuttosto che sulle attività umane; la distinzione tra l’accesso controllato alle risorse e l’uso regolato e sostenibile; la considerazione della prevenzione dei rischi, e non quella delle misure che mitigano i rischi.

La Santa Sede promuove la Cultura di Pace

Il 5 settembre, si è tenuto un Forum di Alto Livello sulla Cultura di Pace. Un tema – ha sostenuto la Santa Sede – che si lega a quella delle culture promotrici di pace, perché l’attuale situazione del mondo di molti conflitti armati, terrorismo, violazioni dei diritti umani, abusi umanitari e devastazione ambientale può essere spezzata – ha detto l’arcivescovo Auza – “proteggendo e promuovendo la dignità di ogni vita umana, attraverso una cultura dell’incontro e di solidarietà, e attraverso la protezione e l’aiuto di rifugiati, migranti e persone in situazioni vulnerabili”.

Per questo, la Santa Sede ha anche espresso l’auspicio che il Forum possa in qualche modo avere un peso sulla prossima conferenza che adotterà l’Accordo Globale sulle Migrazioni a dicembre, tema toccato anche da Papa Francesco nella sua intervista del 7 settembre al Sole 24 Ore.

La Santa Sede ribadisce il no alle armi nucleari

L’impegno della Santa Sede per il disarmo nucleare si è concretizzato in una conferenza per il disarmo organizzata lo scorso novembre in Vaticano, ma prima ancora con la partecipazione attiva alla Conferenza che ha portato al Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari.

Di nuovo, l’arcivescovo Auza ha ribadito l’impegno della Santa Sede sul tema lo scorso 6 settembre, all’incontro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per commemorare la Giornata Internazionale contro i Test Nucleari.

Nel suo intervento, la Santa Sede ha ricordato di aver espresso “profonda preoccupazione” per l’uso violento dell’energia nucleare sin dagli albori dell’era nucleare, supportando tutte le iniziative che contribuiscono a creare un mondo libero di armi nucleari, incluso il bando dei test nucleari, e per questo la Santa Sede chiede che entri presto in effetto il Trattato Generale di Bando dei Testi Nucleari, e che si sviluppi la fiducia mutua necessaria affinché gli otto Stati che ancora non hanno ratificato il trattato decidano di parteciparvi, raggiungendo così il numero di Stati necessario affinché il trattato abbia un reale effetto.

A Ginevra, il dibattito sulle armi robot. La posizione della Santa Sede

Dal 27 al 31 agosto si è tenuto a Ginevra l’incontro di esperti governativi dei Lethal Autoomous Weapons System (LAWS), ovvero delle armi robot. Un tema cui la Santa Sede ha dedicato molta attenzione, perché oggi oggi, più che gli arsenali nucleari, costosissimi da mantenere, sono le cosiddette “armi emergenti”.

La Santa Sede ne ha parlato con un intervento in cui ha notato che “un punto di partenza per una comune comprensioni delle armi autonome” è rappresentato dalle “implicazioni etiche sui cui sono basate molte cornici legali, incluse quelle delle istituzioni multilaterali.

Questo è importante, perché se invece si desse un particolare risalto solo al punto di vista tecnologico, “si correrebbe il rischio – sottolinea la Santa Sede – di accettare implicitamente alcuni sistemi di armi potenzialmente pericolosi per il futuro”.

Il tema resta quello dell’autonomia delle armi, e per questo è “confortante che ci sia sempre maggiore consapevolezza dei rischi deelle armi autonome”. Ci vuole, insomma, un sistema di regole.

Ma questo deve essere delineato a partire da una prospettiva “etico legale”, che potrebbe portare a includere a priori “dei sistemi che non si possono accettare a causa delle loro funzioni”.

La Santa Sede ha ricordato che “un fondamento del sistema legale classico è il riconoscimento della persona umana come soggetto responsabile che può essere sanzionato per i suoi errori e obbligato a risarcire per il danno causato”, ma che questa responsabilità viene messa da parte quando si parla di sistemi autonomi, che non hanno intenzioni, ma elaborano semplicemente algoritmi.

Ed è inaccettabile, per la Santa Sede, questa assenza di responsabiltà, perché ha molte implicazioni, dato che se si delega la decisione ad una macchina, il “cruciale nesso tra azione e responsabilità viene inevitabilmente messo a rischio”, e tra l’altro metterebbe in discussion anche le fondazioni stesse del diritto internazionale.

Il Nunzio Gugerotti al Sinodo Greco-Cattolico in Ucraina

Si è tenuto la scorsa settimana il Sinodo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina. Il 3 settembre, l’arcivescovo Claudio Gugerotti, nunzio apostolico nel Paese, ha tenuto un intervento al Sinodo.

Nel suo intervento, l’arcivescovo ha anche parlato del tomos di autocefalia alla Chiesa Ortodossa di Ucraina, chiesto ufficialmente dal presidente Petro Poroshenko e di cui si è anche discusso in un recente incontro tra il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e il Patriarca di Mosca Kirlll.

L’arcivescovo Gugerotti ne ha parlato come “una specie di misteriosa chimera, di cui si parla ma che non si vede, che si attende, ma non si sa quando arriverà”. Ha anche lodato la Chiesa Greco Cattolica, e in particolare l’Arcivescovo Maggiore Sviatoslav Shevchuk, per la posizione presa sul tema, che ha “aiutato tutti a concentrarsi sul fatto che la Chiesa è prima di tutto la sposa di Cristo e soltanto dopo l’espressione di un orientamento e di una sensibilità sociale”; tema che “non sempre è stato garantito nel dibattito pubblico”.

Secondo il nunzio Gugerotti, questo tempo è stato sì “un crogiuolo di sofferenza”, ma anche “una grande occasione per la Chiesa Greco- Cattolica di capire i propri connotati ancora più profondamente ed incisivamente e quindi andare all’essenziale della sua storia e della sua identità”.

L’arcivescovo Gugerotti poi ha fatto cenno anche alle prossime elezioni politiche, e ha detto che anche queste sono “un’occasione particolare per portare come Greco-Cattolici ucraini una testimonianza che aiuti la gente a capire cosa vuole veramente e ad agire di conseguenza”.

Il nunzio ha parlato anche della carità, delle nomine episcopali, dell’impegno della Chiesa Greco Cattolica nel diffondere la Parola di Dio, dell’attesa dei fedeli per il Sinodo, e della riorganizzazione della Chiesa Greco Cattolica, intrapresa dall’arcivescovo maggiore Shevchuk, lodandone la prudenza. “Noi – ha detto il nunzio – non siamo un’istituzione commerciale, né una organizzazione di carattere laico: siamo una comunità orante, il che vuol dire che il primo impegno è la preghiera, la preghiera tutti insieme, l’attenzione alle persone che pregano insieme con noi”.

Piana di Ninive, il Cardinale Sako dice no ad una area protetta per i cristiani

Con il ritorno di circa 8 mila persone nella provincia di Ninive, da cui erano fuggiti nel 2014 davanti all’avanzata del sedicente Stato Islamico, si è anche proposto di istituire una area protetta per i cristiani nella Piana di Ninive. Ma per la Chiesa Caldea, l’ipotesi non è assolutamente fattibile, ha detto il Cardinale Louis Raphael Sako in una intervista rilasciata al quotidiano Asharq- Al Awsat.

“Siamo – ha sostenuto il Cardinale, secondo la traduzione dell’agenzia di Propaganda Fide ‘Fides’ – parte dell’Iraq, non vogliamo la divisione e la creazione di cantoni su base settaria in questo Paese”, né conviene ai cristiani iracheni “trincerarsi in milizie confessionali”.

La richiesta di trasformare la Piana di Ninive in una area autonoma sotto la protezione internazionale delle Nazioni Unite era stata lanciata da in una dichiarazione congiunta firmata nel maggio 2017 dagli arcivesovi Moutros Moshe e Mar Nicodemus Daud Matti Sharaf, siro cattolico e siro ortodosso di Mosul, insieme a Mar Timotheso Musa al Shamany, arcivescovo siro ortodosso di Bartellah. La dichiarazione rivendicava anche il diritto di autonomia amministrativa per le autorità nella piana di Ninive. Il Patriarcato caldeo aveva subito mostrato contrarietà nei confronti di questa soluzione.

El Salvador, in attesa del nunzio, i vescovi chiedono al governo spiegazione di politica estera

È atteso per il prossimo 13 settembre l’arrivo in El Salvador del nunzio Santo Gangemi, nominato il 25 maggio ambasciatore del Papa nell’isola che è la patria del Beato Oscar Romero, che sarà canonizzato con Paolo VI il prossimo 14 ottobre.

L’arrivo del nunzio ha luogo mentre i vescovi sono in una dialettica con il governo locale: lo scorso 2 settembre, un comunicato dei vescovi di El Salvador ha chiesto spiegazioni al governo sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, come annunciato dal presidente Salvador Sanchez Ceren il 20 agosto. La decisione è stata accompagnata da quella della rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan, che erano rimaste in piedi per più di 80 anni.

È un tema eterno anche nella dialettica tra Santa Sede e Cina, e infatti l’eventuale accordo – ancora da arrivare – sarebbe sulla nomina dei vescovi, e non sullo stabilimento di relazioni diplomatiche, cosa che porterebbe la richiesta della Cina alla Santa Sede di rompere le relazioni diplomatiche con Taiwan, in piedi da 75 anni.

L’arcivescovo Escobar Alas di San Salvador ha chiesto in conferenza stampa spiegazioni sulla decisione del governo, perché “la gente di strada non sa perché abbiamo rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan, e sarebbe bene che ci venisse spiegato, perché è interesse della nazione”.

L'arcivescovo Nwachukwu nunzio apostolico in Belize

Dopo il suo incarico di nunzio apostolico in Nicaragua, l'arcivescovo Fortunatus Nwachukwu era stato destinato all'incarico di nunzio apostolico a Trinidad e Tobago. A questo incarico, l'arcivescovo Nwachukwu aggiunge quello di ambasciatore del Papa in Belize. La nomina è stata resa nota l'8 settembre 2018. 

È la prima volta che la nunziature del Belize si stacca dalla nunziatura di El Salvador. Il nunzio è sempre infatti risieduto a San Salvador sin dalla costituzione della nunziatura apostolica in Belize, istituita il 9 marzo 1983 con il breve Patet Ecclesiam di Giovanni Paolo II. 

La decisione è forse dovuta al fatto che l'arcivescovo Nwachukwu,da nunzio a Trinidad e Tobago, è anche rappresentante del Papa nelle Barbados, Antigua e Barbuda, Bahamas, Dominica, Giamaica, Grenada, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Suriname e Guyana e delegato apostolico nelle Antille, e alcune di queste giurisdizioni hanno mantenuto aperte un legame con Taiwan, rotto invece dal governo di El Salvador in favore dell'apertura delle relazioni diplomatiche con la Cina. 

 

Arrivano due nuovi ambasciatori presso la Santa Sede

Lo scorso 6 settembre, Imma Madigan, ambasciatore di Irlanda presso la Santa Sede, è stata in visita di congedo da Papa Francesco. Madigan è stata il primo ambasciatore residenziale di Irlanda presso la Santa Sede dopo che questa era stata chiusa nel 2011.

Nello stesso giorno, Václav Kolaja a presentato le sue lettere credenziali come ambasciatore della Repubblica Ceca presso la Santa Sede. Classe 1971, laureato in storia, ha una carriera nel ministero degli Esteri cominciata nel 1996, che lo ha portato dal 2000 al 2004 ad essere segretario di Ambasciata a Londra, poi a Bruxelles nella sezione legale della rappresentanza ceca presso l’UE, quindi con vari incarichi negli Stati Uniti e infine all’incarico di viceministro degli Affari Esteri dall’1 giugno 2016. Quello presso la Santa Sede è dunque il primo incarico da ambasciatore.

Il 7 settembre, Papa Francesco ha invece ricevuto le lettere credenziali Paulino Domingos Baptista, nuovo ambasciatore di Angola presso la Santa Sede. Classe 1951, laureato in economia, ha svolto una carriera più politica che diplomatica, con incarichi nel ministero dell’interno e del Turismo. Anche per lui, quella presso la Santa Sede è la prima esperienza come ambasciatore.

 

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