Diplomazia pontificia, dentro l’Urbi et Orbi di Natale

Il messaggio alla Chiesa e al mondo di Papa Francesco tocca una serie di problematiche internazionali che sono al cuore della diplomazia della Santa Sede

Papa Francesco durante l'Urbi et Orbi di Natale 2021
Foto: Vatican Media / ACI Group
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I conflitti dimenticati. Quelli che invece sono visibili. Ma anche gli accenni a situazioni non esplicitate, ma ben presenti alla diplomazia della Santa Sede. Nel suo consueto messaggio urbi et orbi, che torna dalla loggia centrale della Basilica Vaticana, Papa Francesco fa un discorso sullo “Stato del mondo”, indicando quali sono i temi che prioritari per la diplomazia del Papa.

                                                FOCUS URBI ET ORBI

Papa Francesco, e il tema del dialogo

Nel suo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede di inizio anno, Papa Francesco aveva esaltato il modello del dialogo multilaterale. La Santa Sede vi dà molta attenzione, tanto da aver stabilito un sottosegretario in Segreteria di Stato dedicato solo alle organizzazioni multilaterali. Nel suo messaggio urbi et orbi, Papa Francesco ha ribadito la richiesta di un dialogo, mettendo in luce che anche a livello internazionale c’è il rischio “di non voler dialogare”, e il rischio che “la crisi complessa induca a scegliere scorciatoie piuttosto che le strade più lunghe del dialogo”. Eppure, proprio con il dialogo – ha detto il Papa – si possono risolvere conflitti e benefici condivisi e duraturi”.

Papa Francesco, e il Medio Oriente

La Siria apre sempre il messaggio urbi et orbi con un accenno alla situazione in Siria. Aveva aperto il suo pontificato con una giornata di preghiera e digiuno per la Siria e il Medio Oriente, e l’attenzione sul conflitto ormai decennale non si è mai affievolita, tanto che Papa Francesco ha creato cardinale il nunzio a Damasco Mario Zenari.

Ma è tutto il Medio Oriente ad essere sotto la lente di ingrandimento del Papa. L’Iraq è così oggetto di attenzione che Papa Francesco è stato a marzo in viaggio nel Paese, e continua a seguire con attenzione gli sviluppi del dopo-conflitto.

La Santa Sede è stata, da tempo, voce inascoltata del dramma nello Yemen, che il Papa ha definito “una immane tragedia dimenticata da tutti”.

Papa Francesco e la Terrasanta

Le chiese cristiane in Terrasanta hanno lamentato discriminazioni dei pellegrini cristiani a causa delle nuove restrizioni da coronavirus, ma anche la crescente attività di radicali nell’acquisto di terreni in zona cristiana, mettendo a rischio lo status quo. Accuse che il ministero degli Esteri israeliano ha rispedito al mittene, con ben due comunicati stampa in una settimana in cui si chiedeva ai religiosi di desistere da un discorso di odio, ribadendo invece l’attenzione di Israele per tutte le religioni.

Nel suo discorso urbi et orbi, Papa Francesco ha fatto riferimento alle “continue tensioni tra israeliani e palestinesi, che si trascinano senza soluzione, con sempre maggiori conseguenze sociali e politiche”, e ha preso posizione con le Chiese cristiane di Terrasanta, chiedendo di non dimenticarsi di Betlemme, “il luogo in cui Gesù ha visto la luce e che vive tempi difficili anche per i disagi economici dovuti alla pandemia, che impedisce ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa, con effetti negativi sulla vita della popolazione”.

Papa Francesco e il Libano

Papa Francesco desidera andare in Libano, e lo ha detto a più riprese, e la speranza è che il viaggio nel Paese dei cedri possa essere organizzato già nel prossimo anno. Il Papa ha dedicato al Libano una giornata di preghiera nel 2020, quando, dopo l’esplosione al porto di Beirut, vi inviò anche il Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin. Nel suo urbi et orbi, il Papa ha ricordato che il Paese “soffre una crisi senza precedenti e condizioni economiche e sociali molto preoccupanti”.

Papa Francesco e il Myanmar

Sono stati molti gli appelli per il Myanmar di Papa Francesco, che aveva visitato il Paese nel 2017 e aveva organizzato tutto in modo da poter stabilire un dialogo anche con i militari, sostenendo gli sviluppi democratici. Il Myanmar è tuttora l’ultimo Stato ad aver stretto relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ma ora, tutto è cambiato, e persino la Chiesa si è trovata perseguitata. Il Papa ha ricordato nell’urbi et orbi, con parole significative, “il popolo del Myanmar, dove intolleranza e violenza colpiscono non di rado anche la comunità cristiana e i luoghi di culto, e oscurano il volto pacifico di quella popolazione”.

Papa Francesco e l’Ucraina

Non si è parlato di un possibile viaggio in Ucraina nell’incontro del 22 dicembre con il metropolita Hilarion, capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Ma corre voce che il Papa abbia già fatto sapere di voler andare nel Paese, cosa che ha subito portato la Russia ad avvicinarsi ulteriormente alla Santa Sede: Putin ha anticipato una telefonata del Papa sulla questione chiamando lui stesso Papa Francesco per gli auguri del compleanno il 17 dicembre, mentre il Papa aveva fatto un appello preciso contro l’ammassamento di truppe al confine nell’Angelus della domenica precedente. Nell’Urbi et orbi, il Papa ha pregato di “non permettere che dilaghino in Ucraina le metastasi di un conflitto incancrenito”.

Papa Francesco e l’Africa

In Africa, sono diverse le situazione sotto l’attenzione della Santa Sede. In primis, l’Etiopia, dove tra l’altro il Cardinale Souraphiel è stato nominato presidente della Commissione Giustizia e Riconciliazione del Paese, e per la quale il Papa ha pregato di “ritrovare la via della riconciliazione e della pace attraverso un confronto sincero che metta al primo posto le esigenze della popolazione.”.

Immancabile il riferimento al Sahel, per la quale tra l’altro c’è, dai tempi di Giovanni Paolo II, una fondazione dedicata. Come immancabile il pensiero al Sudan e il Sud Sudan, quest’ultimo oggetto di un desiderato (e ancora non avvenuto) viaggio ecumenico del Papa.

Papa Francesco e l’America

Non passano inosservate anche la tensioni sociali nelle Americhe, ma lo sguardo è ovviamente all’America Latina, dove tra l’altro i vescovi sono molto attivi nel dialogo con i governi. “Prevalgano – ha detto Papa Francesco - nei cuori dei popoli del continente americano i valori della solidarietà, della riconciliazione e della pacifica convivenza, attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e il riconoscimento dei diritti e dei valori culturali di tutti gli esseri umani”.

Papa Francesco e gli accenni nascosti

Nell’urbi et orbi, anche la preghiera perché facciano ritorno “a casa ai tanti prigionieri di guerra, civili e militari, dei recenti conflitti, e a quanti sono incarcerati per ragioni politiche”.

I due riferimenti sono probabilmente alle questioni irrisolte dei prigionieri di guerra nel conflitto in Nagorno Karabakh (ci sono stati vari incontri in Vaticano sul tema, con delegazioni armene e azere) e alla questione dei prigionieri politici in particolare in Nicaragua. Situazione, quest’ultima, non citata dal Papa esplicitamente, ma sulla quale i vescovi del Paese hanno preso posizione.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Il segretario generale dell’ONU incontra i capi religiosi del Libano

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, è stato in Libano dal 19 al 22 dicembre. Uno dei suoi incontri è stato con i leader religiosi della nazione, in crisi politica ed economica da tempo. Solo recentemente, dopo un anno e mezzo di stallo, si è potuto formare un governo, mentre una situazione già difficile è stata aggravata dall’esplosione al porto di Beirut nell’agosto 2020.

Guterrres ha dunque incontrato a Beirut i capi delle religioni presenti nel Paese dei cedri. C’era il Cardinale Bechara Rai, patriarca dei Maroniti, che più volte ha preso la parola sulla situazione politica e ha presentato anche a Papa Francesco la sua proposta per una “neutralità attiva del Libano”. Insieme a lui, il patriarca greco ortodosso Giovanni X, il Catholicos apostolico armeno Aram di Cilicia e rappresentanti delle comunità sciita, sunnita e drusa.

L’incontro è avvenuto il 20 dicembre, ed è stato seguito da una comunicazione congiunta dei leader religiosi in cui si conferma “il loro impegno all’apertura, alla tolleranza, alla coesistenza come essenza della stabilità e dell’identità del Libano”.

I leader hanno anche sottolineato “l’importanza di salvaguardare questi valori, che sono al cuore della fede, specialmente in questo difficile tempo di grave crisi finanziaria e socioeconomica che sta gravemente colpendo la popolazione”.

Allo stesso modo, hanno garantito la loro determinazione a concentrarsi su ciò che unisce il Libano e porta le persone insieme”, incoraggiando le loro comunità “a fare lo stesso e ad adottare il dialogo come un mezzo per risolvere le differenze in uno spirito di consenso e di unità”.

I sei leader religiosi hanno anche rimarcato il desiderio di vedere “il Libano recuperare e prosperare”, e si sono impegnati a “fare tutto ciò che possono per riportare speranza alle persone”.

Guterres ha anche visitato il presidente libanese Michel Aoun il 19 dicembre, il porto di Beirut il 20 dicembre, dove ha posto una corona di fiori sul memoriale delle vittime dell’esplosione del 4 agosto 2020, ch ha causato 200 morti e 6500 feriti. Le indagini sull’esplosione sono in fase di stallo

                                                FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Il Cardinale Parolin, la Chiesa come fraternità

Parlando alla RAI nello speciale della notte di Natale, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Statto vaticano, ha sottolineato che il vocabolario della Chiesa “è più che mai quello della fraternità, cura e speranza”.

Parlando della riforma, il cardinale Parolin ha sottolineato che la Chiesa “ha sempre bisogno della riforma nella sua parte umana, ha sempre bisogno di riforma di purificazione come dice il Concilio, per essere lei stessa, per essere fedele al suo mandato, alla sua missione, alla sua identità”.

Il Cardinale ha individuato un altro ostacolo nella “mancanza di corresponsabilità”, perché “la Chiesa non è di qualcuno, non è né della gerarchia né dei vescovi, né dei preti, ma la Chiesa è di tutti i battezzati e tutti secondo la loro chiamata, la loro vocazione, la loro missione, devono collaborare, devono lavorare insieme per portare avanti la missione della Chiesa”.

Il Segretario di Stato vaticano ha invitato a “guardare il mondo con gli occhi di Gesù”, il quale “è venuto a salvare il mondo, non a condannare. Quindi la Chiesa, pur anche denunciando il male, quello che è il peccato nel mondo, deve guardare con gli occhi di misericordia del Signore e offrire una parola di speranza, di incoraggiamento, per rispondere a quelle che sono le attese di ogni uomo, perché, nonostante i tempi siano cambiati, il cuore dell’uomo rimane sempre lo stesso: ha bisogno di speranza, ha bisogno di salvezza, e la Chiesa vuole umilmente portare una risposta, non nel nome suo, ma nel nome di Gesù Cristo”.

Per il Cardinale, uno dei grandi problemi oggi è “il problema del linguaggio: trovare linguaggi che siano capaci di tradurre la verità sempre in un mondo che è profondamente cambiato”.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Nicaragua, appello dei vescovi per la liberazione dei prigionieri politici

La commissione Giustizia e Pace dell’arcidiocesi di Managua, in Nicaragua, ha inviato un appello per la liberazione dei prigionieri politici in Nicaragua. Il comunicato è stato diffuso lo scorso 21 dicembre.

La commissione ha lanciato l’appello dopo la conferma, da parte della vicepresidente Rosario Murillo, che erano stati liberati oltre mille prigionieri comuni, con pene inferiori ai cinque anni. Non era stato chiarito se una misura simile sarebbe stata adottata anche per i prigionieri politici, e così questi sono rimasti in carcere. Molti sono accusati di aver cercato di destabilizzare il Paese durante le proteste per chiedere le dimissioni del presidente Ortega nel 2018.

Ortega, ex guerrigliero di 76 anni, è stato eletto presidente del Nicaragua per il suo quarto mandato consecutivo con il 75% dei voti l’8 novembre scorso ed entrerà in carica il 10 gennaio, insieme a sua moglie e vicepresidente, Rosario Murillo.

La Commissione Giustizia e Pace ha anche scritto che in questo Natale 2021 “siamo tutti chiamai, dunque, ovunque ci troviamo a vivere, ad essere uomini di giustizia e comunione.

I prigionieri politici in Nicaragua sono 168, tra cui sette pre-candidati alle elezioni presidenziali dello scorso 7 novembre. Lo scorso 16 dicembre il parlamento europeo ha adottato una risoluzione con cui chiede l’adozione di ulteriori sanzioni contro il governo di Daniel Ortega, in Nicaragua, dopo la “farsa elettorale” registrata nel Paese in occasione delle ultime elezioni tenute il 7 novembre. I deputati, riferisce un comunicato diffuso dal parlamento europeo, chiedono che Ortega venga aggiunto all’elenco delle persone sanzionate e sollecitano l’Ue a valutare altre possibili misure, a patto che non arrechino danno alla popolazione nicaraguense.

Il nunzio Coppola ricevuto dal presidente del Messico

Nominato nunzio apostolico in Belgio e in Lussemburgo, l’arcivescovo Francesco Coppola, fino ad ora nunzio apostolico in Messico, ha potuto incontrare la scorsa settimana il presidente messicano Andrés Manuel Lopez Obrador.

È stato un incontro di congedo, con il quale – ha scritto il presidente nel suo account twitter – “abbiamo mantenuto una relazione molto buona”.

                                                FOCUS ASIA

Pakistan, una legge contro le conversioni religiose all’Islam?

Nel Paese dove i cristiani sembrano essere più a rischio, uno spiraglio di luce. Arif Alvi, presidente del Pakistan, in un incontro con i leader religiosi di diverse comunità tenutosi il 21 dicembre, ha sottolineato che “i cristiani hanno giocato un ruolo importante nella creazione del Pakistan, e molti cristiani, indù e sikh hanno deciso di rimanere nel Paese al momento della partizione con l’India” e ha annunciato che “in Pakistan sarà promulgata una legge contro le conversioni religiose forzate e ai bambini nelle scuole verrà insegnato il rispetto e la sacralità di tutte le religioni e di tutti i luoghi di culto".

All’incontro, erano presenti leader di Cristianesimo, Islam, Induismo, Sikhismo, Kalash e Baha'i.

Il presidente avrebbe notato che “il mondo ha tanto più bisogno di imparare dal messaggio di Gesù Cristo e mostrare misericordia e perdonare gli altri” e che "sia il Profeta Maometto, sia Gesù Cristo hanno esortato i loro seguaci a praticare la tolleranza e a vivere in pace", mentre “l'umanità oggi assiste a oppressione, guerre e massacri”.

Il presidente ha esortato i leader religiosi a “diffondere e promuovere il messaggio di pace”, e ha stigmatizzato il recente incidente del 3 dicembre a Sialkot, dove un imprenditore dello Sri Lanka, Priyantha Kumara, è stato linciato dalla folla per accuse di blasfemia.

L’episodio – ha detto il presidente – è "un motivo di vergogna per la nazione", poiché l'insegnamento delle religioni è "compassione e gentilezza verso il prossimo, umiltà". In particolare, il Presidente ha ricordato che "grandi personalità appartenenti alla comunità cristiana hanno servito la nazione del Pakistan" che, ha detto, "appartiene a persone di tutte le religioni, musulmani, cristiani, sikh e indù". Le comunità religiose minoritarie, infatti, "hanno giocato un ruolo importante nella creazione del Pakistan e molti cristiani, indù e sikh hanno deciso di rimanere nel Paese al momento della partizione con l'India".

                                                FOCUS EUROPA

Il ministro degli Esteri bielorusso incontra il nunzio e l’arcivescovo di Kiev

Il 21 dicembre, Vladimir Makei, ministro degli Affari Esteri di Bielorussia, si è incontrato con l’arcivescovo Ante Jozic, nunzio apostolico nel Paese, e con l’arcivescovo Joseph Stanevski di Minsk-Mogilev.

Secondo un comunicato del Ministero degli Esteri di Minsk, le parti hanno parlato dell’attuale situazione della Chiesa cattolica in Belarus, dell’interazione tra Santa Sede e Minsk e di altri temi dell’agenda bilaterale e multilaterale.

A seguito della discussione, le parti hanno confermato il loro desiderio di rafforzare il dialogo interfede e intensificare la cooperazione in diversi campi.

L’incontro segna anche un disgelo dopo le tensioni che c’erano state a seguito dell’impedimento all’arcivescovo Kondrusiewicz, al tempo metropolita di Minsk, di rientrare nel Paese dopo un viaggio in Polonia. L’arcivescovo era rimasto praticamente in esilio fino a Natale 2020, quando fu fatto rientrare dopo una mediazione del nunzio Gugerotti, per poi subito vedere accettata la sua rinuncia per limiti di età ad inizio gennaio. Durante il periodo di tensione, il presidente Lukashenko arrivò a parlare della necessità di una Chiesa nazionale bielorussa, mentre poi ha cominciato ad ammorbidire le sue posizioni, fino ad invitare il Papa nel Paese.

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