Diplomazia Pontificia, pace, disarmo nucleare e una richiesta di mediazione

La bandiera della Santa Sede / Stato di CIttà del Vaticano
Foto: Bohumil Petrik / CNA
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Si è parlato di questione palestinese e di costruzione della pace alle Nazioni Unite di New York; di disarmo nucleare e sviluppo alle Nazioni Unite di Ginevra; ma è arrivata anche una richiesta di mediazione da un think tank per risolvere la difficile situazione del Camerun. Questi i temi della settimana della diplomazia pontificia.

Dall’ONU di New York

Durante la settimana, la Missione della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York è intervenuta due volte.

Il 26 aprile, si è tenuto un “dibattito aperto” del Consiglio di Sicurezza sulla “Situazione in Medioriente, inclusa la questione palestinese”, uno di quei temi che periodicamente entrano nell’agenda delle Nazioni Unite.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede all’ONU di New York, ha notato che la situazione del Medio Oriente “resta un tema di grande preoccupazione non solo per la regione, ma per la pace e la sicurezza internazionale”, e considerato che che il conflitto israeliano-palestinese minaccia di destabilizzare la regione.

L’arcivescovo Auza non si è concentrato solo sulla questione palestinese, tra l’altro centrale per la Santa Sede, che ha preso anche in passato una posizione precisa sulla questione di Gerusalemme.

La Santa Sede ha reiterato il supporto alla soluzione dei due Stati per superare il conflitto israelo-palestinese nonché l’obbligo di tutte le nazioni di rispettare lo status di Gerusalemme.

La Santa Sede ha messo in luce anche il problema della situazione umanitaria in Siria, accompagnata da “sofferenza senza paragoni, distruzione e mancanza di considerazione per la vita umana”, mentre gli eventi nello Yemen – dove, ricordiamo, è avvenuto anche il rapimento di padre Tom – sono stati definiti come “la più grande catastrofe umanitaria”.

Tra il 25 e il 26 aprile, c’è stato un incontro di Alto Livello su “Peacebuilding e sostegno alla pace”, con una sessione particolare sessione dedicata all’ “Approccio Globale e Integrato delle Nazioni Unite alla pace”. La Santa Sede è intervenuta in entrambe le occasioni.

Parlando alla sessione plenaria, la Santa Sede ha messo in luce 5 priorità per la costruzione della pace, che è una “delle attività più importanti delle Nazioni Unite”.

La prima priorità è che “le Nazioni Unite si impegnino ad aumentare i loro sforzi nella pace”, La seconda è che si “focalizzino sulle relazioni istituzionali in situazioni di conflitto potenziale e imminente. La terza priorità è colpire il flusso illeciti e l’accumulazione delle armi. La quarta è di coinvolgere tutti i settori della società nella risoluzione dei conflitti e nei processi di costruzione della pace. E la quinta priorità è quella di assicurare giustizia e individuare le responsabilità di quanti sono responsabili di crimini atroci.

Nel suo intervento alla sessione speciale, la Santa Sede ha messo in luce che c’è una mutua relazione tra lo sviluppo sostenibile e la pace sostenibile, e che per questo c’è bisogno di una “strategia pratica, globale e integrata” al fine di promuovere la pace a livello internazionale tenendo in considerazione la responsabilità primaria degli Stati.

L’arcivescovo Auza ha sottolineato la necessità di andare alle radici del conflitto, eliminando l’estrema povertà e trovando soluzione per la regressione economica, ma anche promuovendo democrazia, lavorando per il disarmo e per la smobilitazione e l’integrazione degli ex combattenti.

Una attenzione speciale è stata data al ruolo delle donne, di cui già la Santa Sede ha parlato in un intervento della scorsa settimana. La Santa Sede ha poi chiesto di coinvolgere “quante più parti possibili” nella costruzione della pace”, impegnandosi in una “diplomazia preventiva” che permetta di evitare anche il solo scatenarsi di un focolaio di conflitto.

Dall’ONU di Ginevra

Due interventi anche per l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ONU di Ginevra.

Lì, il 23 aprile 2018 si è tenuto il Secondo Comitato Preparatorio per la Conferenza di Revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che si terrà nel 2020.

La Santa Sede si è particolarmente impegnata sul tema del disarmo nucleare, e ha ratificato lo scorso settembre il trattato per la proibizione delle armi nucleari. Durante i negoziati, la Santa Sede per la prima volta si è comportata da Stato membro, pur essendo solo Osservatore Permanente.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Jurkovic ha fatto notare che “le armi di distruzione di massa, in particolare le armi nucleari, creano un falso senso di sicurezza”, e sottolineato che l’illusione di una pace basata sulla paura è al minimo superficiale.

Secondo la Santa Sede, la non proliferazione e il disarmo nucleare “non sono solo responsabilità etiche”, ma anche “obblighi morali e legali verso ogni membro della famiglia umana”. Eppure, l’esistenza di armi nucleari e la loro “modernizzazione e sviluppo” crea discordia sul tema della proliferazione, perché si contribuisce a creare un clima di “paura, violenza e dominio che ha un impatto sull’intera famiglia umana”.

L’arcivescovo Jurkovic ha sottolineato che il disarmo nucleare e la non proliferazione sono parte del disarmo integrale, legato a sua volta allo sviluppo umano integrale, perché “la corsa alle armi, la modernizzazione e lo sviluppo degli arsenali nucleari, le infrastrutture e i sistemi di distribuzione negano ai poveri e agli svantaggiati le risorse necessaria per ridurre la povertà”.

“Immaginate se tutte le risorse poste a servizio della modernizzazione e il mantenimento delle armi nucleari possano essere investite per combattere povertà, ineguaglianza, ingiustizia, per affrontare i problemi di salute ed educazione e il degrado ambientale”, ha affermato l’arcivescovo Jurkovic.

Nell’intervento tenuto il 23 aprile al Gruppo di lavoro intergovernativo sul Diritto allo Sviluppo, l’arcivescovo Jurkovic ha ricordato che “la centralità della persona, nella sua dignità individuale e solidarietà collettiva, è una componente essenziale da preservare divulgare in tutte le decisioni economiche e politiche ad ogni livello”.

La Santa Sede ha notato che l’agenda 2030 delle Nazioni Unite ha messo in luce che pace e giustizia sono obiettivi di sviluppo, e che “lo sviluppo non deve essere solo compreso in termini economici, ma in un modo che sia integralmente umano”, e che “la dignità della persona umana deve essere la preoccupazione fondamentale in tutte le questioni che riguardano la povertà e lo sviluppo”. E, in conclusione, l’arcivescovo ha notato che “l’umanità deve confrontarsi con una sfida cruciale che richiede lo sviluppo di politiche adeguate, che continua ad essere discusso nell’agenda globale”.

Dalle Nunziature

Lo scorso 16 aprile, l’arcivescovo Antonio Guido Filipazzi ha presentato le sue lettere credenziali come Osservatore Permanente presso la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS).

Il Papa lo aveva nominato osservatore all’ECOWAS il 24 ottobre 2017, e la nomina si aggiungeva a quella di nunzio in Nigeria, incarico che aveva ricevuto il 27 aprile 2017.

L’ECOWAS è una sorta di ‘Unione Europea’ dell’Africa Occidentale e ha sede ad Abuja, capitale della Nigeria. L’ECOWAS sta sviluppando un processo per unificare i Paesi dell’Africa occidentale. È un lavoro complesso, alcuni Stati sono molto piccoli e la Nigeria rischia di avere una certa predominanza.

La Santa Sede osserva il processo in corso, ma non è previsto intervenga nei dibattiti, secondo un ruolo che può essere considerato simile a quello dell’Osservatore della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa.

Il percorso di unità è sostenuto anche dalle Chiese locali, che si sono costituite una macro-conferenza regionale, la RECOWA (Regional Episcopal Conference of West Africa), che riunisce dieci conferenze episcopali della regione è che è attualmente presieduta dall’arcivescovo Ignatius Kaigama di Jos.

Una curiosità: sebbene l’arcivescovo Filipazzi sia stato nominato osservatore, l’accreditamento non è quello di Osservatore permanente, ma di rappresentante permanente. Questo perché, secondo l’ECOWAS, l’osservatore permanente è un titolo che riguarda una ONG, mentre gli Stati hanno un rappresentante permanente presso l’organizzazione.

Una richiesta di mediazione per la Santa Sede?

L’idea di una possibile mediazione della Santa Sede per la crisi istituzionale in Camerun è stata lanciata negli scorsi giorni da un rapporto dell’International Crisis Group, secondo il quale solo la Chiesa cattolica potrebbe aiutare a “rompere questa pericolosa fase di stallo”.

“Oltre alla Chiesa cattolica, ci sono poche istituzioni che possono svolgere ruolo di mediazione per la pace – si legge nel rapporto del think tank – e se nessuno si prende la responsabilità, il sentimento separatista continuerà a crescere, creando ulteriore violenza ed esacerbando l’attuale rivolta delle regioni anglofone, con un possibile picco durante le elezioni previste alla fine del 2018”.

La crisi è scoppiata nel 2016, quando la minoranza anglofona del Camerun ha cominciato una campagna per chiedere maggiore autonomia, ricevendo il rifiuto del presidente Paul Biya. Da quel momento in poi, la situazione è precipitata, fino ad una “dichiarazione di indipendenza” proclamata lo scorso ottobre e all’uccisione di 31 membri delle forze di sicurezza da parte dei separatisti.

Le Nazioni Unite hanno anche messo in luce l’emergenza umanitaria in corso nelle regioni anglofone del Camerun, con un rapporto in cui si sottolinea che sarebbero decine di migliaia le persone sfollate a causa dei combattimenti.

La minoranza anglofona costituisce il 20 per cento della popolazione, e con il tempo ha avuto la percezione di essere stata sfavorita in economia, educazione e sistema giudiziario, dato che quest’ultimo è da sempre nelle mani dei francofoni.

Secondo l’International Crisis Group, la Santa Sede potrebbe fare da mediatore grazie alla sua “imparzialità”, considerando che si tratta di una delle più forti istituzioni del Paese.

Quale la situazione in Nicaragua dopo l’appello di Papa Francesco?

Papa Francesco aveva fatto un appello perché cessassero le violenze in Nicaragua al Regina Coeli del 22 aprile scorso. In quello stesso giorno, il presidente Daniel Ortega aveva convocato un tavolo di dialogo, per affrontare la situazione che si era creata con le proteste per le riforme all’Istituto Nicaraguense di Sicurezza Sociale. E i vescovi di Nicaragua hanno accettato di essere “mediatori e testimoni” di questo dialogo.

La Conferenza Episcopale di Nicaragua lo ha comunicato lo scorso 24 aprile, sottolineando anche che “per facilitare il clima di dialogo è imperativo che governo e società civile evitino ogni atto di violenza, e prevalga un clima sereno e di assoluto rispetto verso la vita umana per ciascuno dei nicaraguensi”.

Gli scontri sono cominciati a Managua, capitale del Nicaragua, lo scorso 18 aprile, e altre città si sono unite alla mobilitazione nei giorni seguenti, per protestare contro l’aumento delle tasse sullo stipendio previste dalle riforme dell’INSS.

Le manifestazioni sono state represse con violenza dalla polizia, e si stima che ci siano stati 28 morti e più di 80 feriti.

Penisola coreana

Papa Francesco aveva salutato il Summit Inter-Coreano con un appello all’inizio dell’udienza generale del 25 aprile. Dopo l’incontro tra il presidente Moon Jae-in e il “leader” nord-coreano Kim Jong Un, il vescovo Igino Kim Hee-jong, arcivescovo di Gwangju e presidente della Conferenza Episcopale Coreana, ha rilasciato una dichiarazione piena di speranza, ribadendo l’impegno della Chiesa cattolica per la riconciliazione e plaudendo alla dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e la riunificazione della penisola coreana.

Il vescovo Kim ha ricordato che ogni 25 giugno, dal 1965, la Chiesa cattolica coreana celebra una “preghiera per la riconciliazione nazionale per la vera pace tra il Nord e il Sud””, mentre “la Commissione di Riconciliazione della Conferenze Episcopali ha lavorato personalmente per l’unità, la cooperazione e il sostegno delle due Coree”. 

Il vescovo Kim vede nell’incontro “una risposta alle nostre preghiere”, e ha annunciato che “fin quando non sarà stabilita la pace nella penisola coreana”, la Chiesa cattolica continuerà a lavorare per la riconciliazione e l’unità nazionale.

Il vescovo Kim era stato a Roma a maggio del 2017, per degli incontri in Segreteria di Stato e sollecitare la diplomazia pontificia che facesse da tramite per un riavvicinamento tra il presidente USA Donald Trump, che il 24 maggio è stato in visita in Vaticano, e la Corea del Nord. E ancora, dopo aver incontrato Papa Francesco lo scorso settembre insieme alla delegazione del Consiglio dei Leader religiosi di Corea, il vescovo Kim aveva chiesto un “dialogo senza pregiudizi” per risolvere la crisi.

Il dialogo tra Corea del Nord e Corea del Sud è stato anche al centro dell’incontro del 26 gennaio scorso tra il ministro degli Esteri sud-coreano Kang Kyu-wha e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati.

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