Diplomazia pontificia, Parolin in Messico, verso il Papa in Libano

Il Cardinale Pietro Parolin è stato in Messico per celebrare il 30esimo anniversario delle relazioni diplomatiche. Prossimamente, viaggio in Costa d’Avorio e Croazia. Verso il Papa in Libano

Un momento della Conferenza del Cardinale Parolin in Messico lo scorso 26 aprile, dal video della Conferenza Episcopale Messicana
Foto: Vatican News
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Un periodo di attività intensa per il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, che dopo il viaggio in Messico della scorsa settimana si prepara a visitare la Costa d’Avorio nella prossima settimana, per poi recarsi in Croazia in quella successiva.

Intanto, prosegue l’attività di organizzazione dei viaggi del Papa, nonostante la sua salute sembri sempre più malferma. Una delegazione vaticana è stata in Libano per il viaggio previsto il 12 – 13 giugno (ma non ancora annunciato ufficialmente), che non avrà il prolungamento a Gerusalemme per incontrare il Patriarca Kirill, come annunciato da Papa Francesco. C’è anche un movimento perché l’incontro con Kirill avvenga, in un futuro più tranquillo, magari in una città dell’Europa centrale, come Bratislava.

                                                FOCUS CARDINALE PAROLIN

Il Cardinale Parolin in Messico, la laicità positiva

Il 26 aprile, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha partecipato in Messico ad un convegno sulla laicità positiva organizzato dalla nunziatura apostolica in occasione dei 30 anni di relazioni diplomatiche tra Messico e Santa Sede.

La conferenza, dal tema “Laicità positiva e libertà religiosa”, ha visto presente anche il cancelliere messicano Ebrard Casaubon.

Nel suo intervento, il Cardinale Parolin ha ricordato con emozione il lavoro realizzato tra il 1989 e il 1992 come “giovane sacerdote assegnato alla delegazione apostolica in Messico” fu parte della attività della Conferenza Episcopale Messicana, delle autorità civili e della Santa Sede, in particolare il nunzio Girolamo Prigione, per dare inizio alle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Messico.

Dopo aver ribadito che la Chiesa Cattolica in Messico è in prima linea per servire la popolazione negli ambiti distinti di azione pastorale, educazione e salute, fino alla dimensione catechetica, caritativa e liturgia, il Cardinale Parolin ha detto che dopo 30 anni, Messico e Santa Sede guardano al futuro insieme, condividendo gli stessi valori di pace, fraternità, giustizia sociale e rispetto dei diritti umani”.

Il Segretario di Stato, parlando di laicità positiva, ha sottolineato che il cristianesimo “non è semplicemente un culto che colpisce la sfera privata di una persona, ma piuttosto una fede che trasforma la maniera di interagire nella vita e nella società”.

Infatti, ha messo in luce, nel corso dei secoli il Vangelo ha ispirato la filosofia, la politica, il diritto o la economia e che la dottrina cristiana ha contribuito alla visione politica ed economica delle società democratiche di oggi con “concetti come quello della liberazione da tutte le forme di schiavitù, di garantire la giustizia sociale o il concetto teologico della persona e della sua sacralità”.

Il cardinale ha sottolineato che “tutti questi contributi ci mostrano che la Chiesa cattolica è una valente collaboratrice degli Stati dove esercita la sua attività pastorale per la promozione dell’armonia sociale e la ricerca del bene comune”. Secondo il segretario di Stato vaticano, laicità positiva significa “superare la possibile tentazione di eventuali incomprensioni tra Stato e Chiesa e riconoscere mutuamente la carta e i valori che ciascuno è chiamato ad offrire nella società”.

In questo contesto, la libertà religiosa è essenziale perché la Chiesa possa esercitare la sua funzione pastorale, considerando che “il diritto umano alla libertà religiosa non solo protegge i diritti dei credenti ma anche dei non credenti per vivere con piena libertà, in modo individuale o associato, nella vita privata o nello spazio pubblico, d’accordo con le sue convinzioni sul significato ultimo della vita”.

Anche lo Stato, ha detto il Cardinale Parolin, è chiamato come la Chiesa a contribuire alla promozione della società e dei valori democratici, e per quello devono vedere le reti del futuro “non come una occasione di divisione”, ma come una opportunità per lavorare insieme, per “dare speranza a chi si rassegna alla logica del conflitto, a chi segue cinicamente la ricerca del guadagno a qualunque prezzo, a chi si impegna disperato nei metodi iniqui della violenza”.

Il Cardinale Parolin ha anche dedicato ampio spazio all’evento guadalupano, perché “non fu la violenza della spada né la conversione forzata, ma la misteriosa attrazione di Maria di Guadalupe che portò entrambi i popoli e culture, spagnoli e indios, verso un nuovo modo di comprendersi e relazionarsi nella fede in Gesù Cristo”.

Il segretario di Stato vaticano ha poi notato che “anche oggi in Messico, la Chiesa e lo Stato sono chiamate ad essere esempio di fronte ai Paesi, mostrando che è possibile superare estremismi e polarizzazioni, creando ogni volta di più una cultura di fraternità, di libertà, di dialogo e di solidarietà”. E per questo si deve guardare al futuro “aprendo nuovi spazi di dialogo e di collaborazione istituzionale”.

Da parte sua, il ministro degli Esteri messicano Ebrard Casaubon ha notato come Messico e Santa Sede abbiano posizioni coincidenti in ambito internazionale, a partire dal lavoro congiunto realizzato nelle Nazioni Unite e in altre organizzazioni internazionali per “garantire l’accesso universale ai vaccini, al trattamento e alla cura delle persone”, ma anche una concomitanza in temi come la pace, le azioni concrete per ridurre la produzione e proliferazione di armi nel mondo, così come la protezione dei diritti dei migranti, della donna, il superamento della povertà e altre cause affini tra Santa Sede e Messico.

Il Cardinale Parolin ala Madonna di Guadalupe

Il 25 aprile, il segretario di Stato ha celebrato presso il Santuario della Madonna di Guadalupe una Messa in occasione dell’apertura dell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Messicana.

Nell’omelia, il cardinale ha ricordato che oggi si vivono “tempi difficili, segnati da varie ideologie e interessi di vario tipo che sembrano voler soppiantare i veri valori evangelici”, considerando che “innumerevoli donne e uomini continuano a soffrire di discriminazione, corruzione e mancanza di giustizia”.

Il Cardinale Parolin ha detto dunque che il Signore “ci chiama a prendere impegni”, consapevoli che l’appartenenza alla Chiesa “non esclude quella della comunità civile”. Ma ha messo comunque al primo posto l’annuncio di “Gesù Cristo risorto, via, verità e vita, non solo a Gerusalemme, né solo nel proprio ambiente o territorio, ma a tutti e dappertutto”.

Il Cardinale Parolin in Messico, il nunzio costruttore di ponti

Il 23 aprile, il Cardinale ha presieduto l’ordinazione episcopale di monsignor Javier Herrera Corona, nominato da Papa Francesco nunzio nella repubblica del Congo e Gabon. Nella sua omelia, Parolin ha invitato il neo nunzio a coltivare una “relazione personale con il Signore”, che sarà “la tua più grande forza e consolazione, il porto sicuro a cui tornare e da cui ripartire per evitare il pericolo del naufragio e per ricevere tutto alla luce del Vangelo, con mente aperta e saggia prudenza”.

Il Cardinale ha anche detto che, oltre ai compiti del vescovo, il rappresentante pontificio ha anche quello di essere “costruttore di ponti”, perché è “un ponte tra il Papa e la Santa Sede e gli Stati e le organizzazioni internazionali”, con il compito di far conoscere “i principali orientamenti della dottrina sociale della Chiesa e del magistero dei Papi sulla difesa della vita umana in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale”, e di mostrare la preoccupazione del Papa per “il deterioramento delle condizioni ambientali e climatiche di tutto il pianeta, fonte di squilibri e rischi per l’umanità”.

Inoltre, il nunzio “agirà in ogni contesto «per promuovere la comprensione e la pace tra le nazioni”, che “è sempre in pericolo a causa delle ingiustizie e dell’avidità che l’egoismo umano non cessa di suscitare”.

Infine, l’ambasciatore del Papa, “coltivando buone relazioni con le diocesi e i loro vescovi, conoscendo i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici e in generale il popolo di Dio, sarà nella posizione migliore per informare la Santa Sede sulla vita delle Chiese, sulle loro qualità particolari, sulle loro peculiarità e sulle questioni e problemi aperti che, anche nei momenti più sereni, non mancano mai”.

Parolin chiede una nuova conferenza di Helsinki

Di fronte alla guerra in Ucraina, con l’ordine internazionale minacciato e gli equilibri europei ormai in bilico, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, chiede “una nuova conferenza di Helsinki”. Vale a dire, una nuova conferenza che riunisca tutti i Paesi europei intorno ai concetti di sicurezza e cooperazione come fece l’evento di Helsinki nel 1975, che portò alla creazione dell’OSCE.

Il Segretario di Stato vaticano ha parlato il 29 aprile, presentando il libro

“Contro la guerra”, edito da Solferino e Lev, che raccoglie gli interventi e gli appelli del Papa contro la guerra e a favore del disarmo e del dialogo.

Nel suo intervento, il Cardinale Parolin ha parlato di uno “schema di pace” da contrapporre allo schema di guerra, notando che “di fronte alla tragedia che vediamo

accadere in Ucraina, di fronte alle migliaia di morti, ai civili uccisi, alle città sventrate, ai milioni di profughi - donne, vecchi e bambini - costretti a lasciare le loro case, non possiamo reagire secondo quello che il Papa chiama lo schema di guerra”.

Il Cardinale ha invitato a recuperare lo spirito di Aldo Moro, lo statista italiano che ad Helsinki chiese di ragionare “oltre la logica dei blocchi”, in una assise durante la quale “Est ed Ovest si unirono sulla via della distensione”.

Il Cardinale Parolin ha affermatto che “la pace è nell’interesse dei popoli, la sicurezza internazionale è nell’interesse di tutti”, e per questo va rafforzata la partecipazione agli organismi internazionali e anche ritrovare una maggiore capacità di iniziativa europea”.

È l’Europa, “l’Europa cristiana”, ad essere infatti colpita dalla “tremenda guerra” in corso in Ucraina.

Come già spiegato nell’intervista ad ACI Stampa, il Cardinale ha affermato di non entrare “nel merito delle decisioni che i vari Paesi hanno preso per l’invio di armi all’Ucraina, che come nazione ha diritto a difendersi dall’invasione subìta”. Tuttavia, ha aggiunto, “limitarsi alle armi rappresenta una risposta debole”, mentre una risposta forte intraprende "iniziative per fare cessare i combattimenti, per arrivare a una soluzione negoziata, per pensare a quale sarà il possibile futuro di convivenza nel nostro Vecchio Continente”.

L’agenda del Cardinale Parolin: Costa d’Avorio e Croazia

Il prossimo 7 maggio, il Cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, sarà in Costa d’Avorio, per ordinare il primo nunzio proveniente da quella terra. L’arcivescovo eletto Jean – Sylvain Mambé ha solo 51 anni, e servirà come nunzio in Mali.

Monsignor Mambé è nato a Jacqueville, il 16 settembre 1970. Titolare di un dottorato in diritto canonico, è stato all’età di 35 anni uno dei più giovani diplomatici ivoriani al servizio diplomatico della Santa Sede il 1 luglio 2005. L’esercizio delle sue funzioni lo ha portato in diversi paesi, in particolare, Angola, Nigeria, Nuova Zelanda, Spagna, Repubblica Ceca, poi Guinea e Mali dove è già  consigliere della nunziatura, fino a questa nomina che lo rende il primo ivoriano investito di questa prestigiosa carica pontificia.

In una intervista con La Croix, il neo nunzio Mambé ha sottolineato anche la natura “storica” del viaggio di Parolin ad Abidjan, perché non c’era un viaggio vaticano così alto livello nel Paese dal centenario della Chiesa ivoriana nel 1995.

Il cardinale, ha detto il nunzio eletto, Ha voluto essere presente personalmente per la mia ordinazione episcopale e per onorare una nomina in Costa d'Avorio per la commemorazione del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Costa d'Avorio e la Santa Sede. Questo viaggio era stato cancellato a causa della pandemia di Covid-19. Questo viaggio deve quindi essere visto come un segno dell'importanza che il Vaticano attribuisce alla Costa d'Avorio”.

I cinquanta anni delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Costa d’Avorio sono stati celebrati nel 2020.

Era il 22 luglio 1969 quando l’ex presidente ivoriano Felix Houphouet Boigny venne ricevuto dal Santo Padre Paolo VI a Castel Gandolfo. Allora il presidente africano fece come dono al Vaticano la realizzazione di Basilica “Notre Dame de la Paix” di Yamoussoukro, costruita sul modello di San Pietro di Roma.

Le relazioni bilaterali tra la Costa d’Avorio e il Vaticano esistono dal 26 ottobre 1970 e in diverse campi.

Il cardinale Parolin sarà anche in Croazia dal 10 al 12 maggio, e anche in questo caso si festeggerà un anniversario importante, quello dei 30 anni dello stabilimento delle relazioni diplomatiche.

Le relazioni diplomatiche venivano stabilite dopo il riconoscimento della Croazia da parte della Santa Sede. In occasione della presentazione delle lettere credenziali di Ive Livljanic, primo ambasciatore croato presso la Santa Sede, Giovanni Paolo II ricordò che “i gravi eventi, che hanno segnato la proclamazione e il riconoscimento dell’indipendenza della Croazia, hanno suscitato, come Ella sa, il vivo interesse della Santa Sede che non ha mai smesso di lanciare appelli affinché fossero deposte le armi e si instaurasse il dialogo. La Chiesa non si stancherà mai di affermare che la tutela dei diritti delle persone e dei popoli non può attuarsi con la violenza, ma soltanto con un dialogo leale e perseverante”.

                                                FOCUS VIAGGI PAPALI

Verso un viaggio di Papa Francesco in Libano?

La delegazione vaticana che si occupa della preparazione della visita apostolica di Papa Francesco in Libano è giunta nel Paese dei cedri il 27 aprile, secondo il quotidiano panarabo Asharq al-Awsat. Lo stesso quotidiano sostiene che l’arcivescovo Joseph Spiteri, nunzio apostolico in Libano, ha già approntato una prima bozza completa del programma della visita, con eventi, cerimonie liturgiche, luoghi da visitare e anche eventuali discorsi.

Un programma parzialmente anticipato dal vescovo Michel Aoun, dell’Eparchia di Jbeil-Bynlos, che ha detto che la visita prevede “una Messa  a Beirut, un incontro con il Presidente Aoun e funzionari politici nel Palazzo Repubblicano, un incontro con le autorità spirituali e capi delle confessioni religiose, un incontro con i giovani e una Preghiera nel oorto".

Anche se il viaggio del Papa non è stato ancora annunciato dalla Santa Sede, è stato annunciato dalla presidenza libanese, seguita poi da un comunicato della Chiesa Maronita, che dà grande importanza alla visita del Papa in un Paese colpito dalla crisi economica.

Finora, il Libano ha ricevuto la visita di due Papi: Giovanni Paolo II dal 10 all’11 maggio 1997 e Benedetto XVI dal 14 al 16 settembre 2012. Benedetto XVI firmò a Beirut l’esortazione apostolica post-sinodale dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi.

Paolo VI passò dal Libano in uno scalo tecnico nel viaggio verso Bombay, fermandosi per cinquanta minuti all’aeroporto di Beirut nel 1964.

Il Ministro per il Turismo Walid Nassar ha detto ad Al-Awsat che il Papa ha chiesto alla chiesa locale e al governo un'organizzazione “modesta e semplice”, considerando che avrà una “dimensione nazionale ma sostanzialmente spirituale, poiché chiederà una cultura del dialogo, della pace, dell'amore".

                                                FOCUS NUNZIATURE

Pena Parra in Ecuador, inaugurata la nuova “casa del Papa” a Quito

In vista del Congresso Eucaristico Internazionale di Quito, la Santa Sede inaugura la sua nuova casa nella capitale dell’Ecuador. E, come sempre accade quando si apre una nuova nunziatura, a muoversi è il sostituto della Segreteria di Stato vaticana l’arcivescovo Edgar Pena Parra.

In una cerimonia che si è tenuta il 28 aprile, l’arcivescovo Pena Parra ha ricordato che “ricostruire la casa del Papa in Ecuador significa porre in rilievo il privilegio e il dovere di custodire e conservare chi abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti per portarlo verso il futuro”.

Così, l’edificio che si eredita, la nunziatura, ha la missione di “coltivare e far crescere le buone relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Ecuador”, nonché di rendere “visibile e vicina la persona del Santo Padre alla Chiesa locale”.

Pena Parra ha ribadito l’impegno della Santa Sede di “continuare a migliorare le relazioni diplomatiche, in modo che possiamo rispondere insieme alle grandi sfide che ci presenta l’attuale scenario internazionale”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Santa Sede alle Nazioni unite, la questione degli indigeni

Il 26 aprile, si è tenuta presso le Nazioni Unite un incontro del 21esimo Forum permanente sulle questioni indigene, sul tema “Popoli indigeni, affari, autonomia e i principi dei diritti umani sulla verifica inclusa il consenso libero, preliminare e informato”.

L’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha preso le mosse dal rapporto presentato a dicembre da un gruppo di esperti internazionali, e ha apprezzato “l’attiva partecipazione di rappresentanti del popolo indigeno in questa sessione”.

Per la Santa Sede, il rispetto dei principi di autonomia e consenso è “cruciale per proteggere la dignità e i diritti delle popolazioni indigene negli affari e nelle attività commerciali”, e quindi c’è preoccupazione per il fatto che “la mancanza di osservazione di questi principi e obblighi possa avere conseguenze negative, come mettere il patrimonio ambientale, culturale e spirituale di molte popolazioni indigene sotto minaccia”.

La Santa Sede denuncia anche la “colonizzazione economica ed ideologica”, che viene portata avanti “senza riguardo dei diritti umani delle popolazioni indigene e per l’ambiente in cui vivono”.

La Santa Sede incoraggia pertanto “gli Stati e le imprese” ad impegnarsi in consultazioni di impatto con “le popolazioni indigene”, tenendo un focus più ampio nel portare avanti “una comprensione teoretica e pratica degli obblighi che vengono dai principi di due diligence e del consenso informato sulle attività finanziarie”, considerando che si tratta di una “questione emergente e in via sviluppo”.

La Santa Sede chiede di essere cauti anche nell’iniziare negoziati e strumenti legali senza aver prima stabilito “una comprensione mutua della natura e lo scopo di questi obblighi”.

In particolare – ha detto l’arcivescovo Caccia – si deve dare maggiore attenzione agli attacchi e rappresaglie contro persone e comunità indigene, ai concreti impedimenti alla totale fruizione dei loro diritti umani e libertà fondamentali, e alla sofferenza di quelli che sono stati privati di terre e risorse a causa di operazioni finanziarie e attività commerciali, incluse le vittime della tratta.

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York su popolazione e sviluppo

Dal 25 al 29 aprile, si è tenuta alle Nazioni Unite di New York la 55esim sessione della Commissione su Popolazione e Sviluppo. L’arcivescovo Caccia ha parlato sul tema “Popolazione e sviluppo sostenibile, in particolare una crescita sostenibile ed inclusiva”.

La Santa Sede ha detto che il Programma di Azione della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo “riconosce che le questioni di popolazione, sviluppo sostenibile e crescita economica riguardano gli esseri umani, la loro dignità e i loro bisogni”, un approccio che si riflette anche nella Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

La Santa Sede nota che “una crescita economica sostenibile deve essere basata su misure globali che possano investire nello sviluppo integrale di ogni persona umana, che ha dimensioni economiche, ecologiche, sociali, culturali, spirituali ed etiche”. Eppure, denuncia, molte politiche “riflettono una visione della persona umana come un ostacolo allo sviluppo o un problema da gestire, piuttosto che la nostra risorsa di maggior valore”, come si nota “nel fatto che la crescita della popolazione è citata come una delle cause principali del crescente numero di poveri” con conseguente pressione “per ridurre il tasso di fertilità”.

Una posizione – nota l’Osservatore della Santa Sede – che “ignora il fatto che ridurre il numero della popolazione nata in povertà non è in nessun modo comparabile a ridurre la povertà stessa”, e allo stesso modo invece “far crescere i tassi di gravidanza e la conseguente crescita nella proporzione delle persone più anziane come parte della popolazione generale contribuisce al fatto che gli anziani sono un peso per la società, dato che non generano reddito ma richiedono assistenza e supporto”.

Si tratta – dice la Santa Sede – di una visione “utilitarista, che riduce il valore della persona a quello che produce, ed è completamente in contrasto con una visione più olistica della persona umana, specialmente nel momento in cui invecchiano”.

La Santa Sede sottolinea che la dignità della persona umana “deve rimanere al cuore dello sviluppo integrale” durante tutta la loro vita, mentre “la violazione del diritto inalienabile di ogni persona alla vita non è mai la risposta alle sfide che nascono dallo sviluppo sostenibile, né è un mezzo per raggiungere la crescita economica”.

Invece, il rispetto per la vita “dal momento dal concepimento alla morte naturale deve sempre essere al centro di tutte le politiche di sviluppo”, perché la vera sfida non è l’invecchiamento della popolazione, ma piuttosto le cause ancora non affrontate della povertà.

La Santa Sede ha dunque riaffermato l’importanza di assistere la famiglia – unità fondamentale della società – “fornendo adeguati ed efficaci mezzi di supporto sia per i bambini che vengono allevati sia per integrare gli anziani nella società”.

                                                FOCUS CAUCASO

Questione Nagorno Karabakh, la posizione dell’ambasciatore Nazarian

In una lunga intervista per La Nuova Bussola Quotidiana, l’ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede Garen Nazarian ha affrontato la situazione in Nagorno Karabakh, il cui nome storico armeno è Artsakh. Si tratta di un territorio che fu assegnato all’Azerbaijan dall’Unione Sovietica, e che, una volta dissolto l’impero sovietico, ha dichiarato la sua indipendenza, sentendosi più legato all’Armenia che non all’Azerbaijan.

Ovviamente, ci sono due versioni della storia, con gli azeri che reclamano l’origine “albaniano caucasica” della popolazione, e gli armeni che invece notano l’enorme patrimonio cristiano armeno disseminato sul territorio dell’Artsakh. Dopo la guerra del 2020, terminata con un doloroso cessate il fuoco che ha fatto perdere il controllo di diversi territori, la situazione in Nagorno Karabakh è rimasta difficile.

L’ambasciatore Nazarian ha ripercorso la storia della questione del Nagorno Karabakh, sottolineando che l’attuale situazione ha le radici nel tempo della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

”Nel 1988 – ha detto l’ambasciatore - in risposta alla richiesta di autodeterminazione della popolazione del Nagorno Karabakh le autorità azerbaigiane organizzarono massacri e pulizia etnica della popolazione armena in tutto il territorio dell’Azerbaigian, in particolare a Sumgait, a Baku, a Kirovabad”. 

Nel 1991, fu proclamata la Repubblica del Nagorno Karabakh, confermata dalla popolazione attraverso un referendum, ma purtroppo “la politica di pulizia etnica portata avanti dalle autorità azerbaigiane nel Nagorno-Karabakh e nelle aree adiacenti popolate dagli armeni è sfociata in un’aggressione esplicita e in operazioni militari su larga scala contro il Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian causando decine di migliaia di vittime e significative perdite materiali. La prima fase militare del conflitto si è conclusa a maggio del 1994 con un accordo a tempo indeterminato su cessate il fuoco”.

Parlando del conflitto del settembre 2020, l’ambasciatore Nazarian parla di un “sostegno della Turchia e di gruppi terroristici internazionali” all’Azerbaijan, in una guerra che è stata accompagnata da massicce violazioni del diritto dell’uomo e del diritto umanitario internazionale”, come deportazioni, sequestro di prigionieri e civili e la distruzione dei beni culturali e dei monumenti religiosi, tutte “documentate”.

Nazarian lamenta la mancanza di una “risposta dura da parte della comunità internazionale” che “incoraggia l’Azerbaigian a perseguire la stessa linea politica sia nei confronti dell’Artsakh che nei confronti dell’Armenia, cercando di impossessarsi di aree di confine, privando la popolazione locale dei loro mezzi di sostentamento, dell’utilizzo delle infrastrutture importanti e della fornitura di gas in questo periodo di freddo”.

L’ambasciatore plaude alla risoluzione del Parlamento Europeo del 10 dicembre per la protezione del patrimonio culturale armeno, sottolinea che la risoluzione deriva dal fatto che “durante la guerra del 2020, molti siti religiosi sono stati aggrediti dalle forze azere, come la Chiesa di Zoravor Surb Astvatsatsin nei pressi della città di Mekhakavan e la Cattedrale di Cristo San Salvatore a Shushi”, ricorda che “durante il governo di Heydar Aliev e, successivamente, del suo figlio Ilham, l'Azerbaigian ha distrutto centinaia di chiese, migliaia di khachkar (steli di pietra con delle croci scolpite, tipiche armene, ndr), decine di migliaia di lapidi e altri siti del patrimonio culturale cristiano”. 

L’ambasciatore nota inoltre che “i casi di vandalismo contro i monumenti armeni, così come l'annuncio dell'istituzione nel febbraio di quest'anno di un gruppo di lavoro da parte del Ministero della Cultura dell'Azerbaigian per distorcere l'identità del patrimonio storico e culturale armeno, dimostrano che tale patrimonio è in reale pericolo”.

Nazarian poi mette in luce che, mentre lo sguardo di tutto il mondo è dedicato all’Ucraina, la parte azerbaigiana al fine di aggravare la crisi umanitaria nell'Artsakh, prendendo di mira la popolazione civile, esercitando pressioni psicologiche e interrompendo deliberatamente il normale funzionamento di infrastrutture vitali, continua a svolgere azioni che sono chiare manifestazioni della politica di pulizia etnica e anti-armena contando sul fatto che l'attenzione di tutti è altrove. Queste azioni aggressive dimostrano ancora una volta che Baku continua a violare gravemente la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, che metteva fine alle ostilità. È necessario che la comunità internazionale risponda a queste azioni in modo mirato e chiaro”.

Infine, l’ambasciatore accusa la parte azera di cercare giustificazioni inventate per preparare il terreno a nuove provocazioni nel Nagorno Karabakh e per accusare l'Armenia di azioni distruttive”, mentre ribadisce la disponibilità armena a “stabilire la pace nella regione”.

In una integrazione della sue parole, l’ambasciatore Nazarian ha sottolineato che “il conflitto del Nagorno Karabakh differisce da altri conflitti nati nell’ex Unione Sovietica in quanto la popolazione del Nagorno-Karabakh ha esercitato in modo impeccabile e legale il suo diritto all’autodeterminazione prima del crollo dell’Unione Sovietica”. Quello in Nagorno Karabakh, ha spiegato ad ACI Stampa, è il “più sanguinoso conflitto nello spazio post sovietico con decine di migliaia di vittime,

centinaia di migliaia di rifugiati e di enormi devastazioni”. Ha aggiunto che “la prima fase militare del conflitto si è conclusa a maggio del 1994 con un accordo a tempo indeterminato su cessate il fuoco”.

Non si tratta – ha spiegato l’ambasciatore – di una una disputa territoriale, ma una questione di realizzazione del diritto inalienabile dell’uomo. I membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU: l’USA, la Francia e la Russia, sono i mediatori nel processo negoziale della risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh”. Eppure, “nonostante i loro sforzi persistenti la questione del Karbakh non è ancora

risolta.

Il motivo principale è il fatto che l’Azerbaigian negli ultimi decenni ha sempre agito contro gli obiettivi dell’ONU, in grave violazione del diritto internazionale, in particolare del principio del divieto di minaccia, di forza e dell’uso di quest’ultima”.

L’ambasciatore ha anche auspicato “un’importante presenza degli Stati membri dell’ONU, di strutture di difesa dei diritti e di organi parlamentari, nonché dei giornalisti, dei cittadini semplicemente amanti della pace e preoccupati, nell’affrontare le devastanti conseguenze umanitarie della guerra nell’Artsakh, comprese le questioni riguardanti la deportazione, la distruzione dei beni culturali e

monumenti religiose, il sequestro di prigionieri di guerra e di persone civili in corso”.

Per quanto riguarda la situazione in Nagorno Karabakh, l’ambasciatore sottolinea di aspettarsi che “le forze di pace russe, nella cui area di responsabilità si svolge la

provocazione, adottino misure per garantire che le forze armate azere tornino immediatamente alle posizioni di partenza e rispettino costantemente gli impegni assunti nella dichiarazione tripartita”.

Mentre, parlando della risoluzione UE sulla difesa dei monumenti del Nagorno Karabakh, Nazarian ha sostenuto di non considerare “ un caso la posizione così unita e dura dei parlamentari europei, poiché loro, così come le società di diversi paesi del mondo, sono ben informati sui monumenti culturali dell’Artsakh che si trovano in pericolo di distruzione o sono già devastati nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbaigian dopo la guerra. A proposito, tra questi monumenti ci sono monumenti facenti parte del patrimonio mondiale cristiano”

L’ambasciatore, infine, ha sottolineato che è importante che “entrambe le parti adottino misure per ridurre l’escalation”.

                                                FOCUS ASIA

Timor Est, i vescovi chiedono il rispetto della Costituzione

Dopo le elezioni presidenziali a Timor Est, l’arcivescovo Virgilio do Carmo da Silva di Dili ha detto di sperare che “il presidente eletto torni alla Costituzione dello Stato, poiché la Carta fondamentale serve da controllo sulla capacità del Paese di operare correttamente".

Il nuovo presidente è José Ramos-Horta, leader dell’indipendenza del Paese, premio Nobel e già presidente dal 2007 al 2012. Ramos Horta presterà giuramento il 20 maggio, che è anche il 20esimo anniversario della nazione più giovane dell’Asia, e in maggioranza cattolica.

L’arcivescovo Da Silva ha detto anche che “dobbiamo sempre ispirarci e tenere saldi i riferimenti alla Costituzione, promuovendo disciplina in tutti i residenti per convertire permanentemente la nostra nazione in una società pacifica, prospera e democratica. “Come capo del Paese - ha detto - non ci dovrebbe essere alcuna distinzione basata sui suoi sostenitori o oppositori, ma piuttosto tutti i cittadini devono vederlo come il proprio presidente, dato che è leader della nazione". L'Arcivescovo salesiano si è congratulato con il popolo di Timor Est per la partecipazione alle elezioni, sia al primo che al secondo turno, auspicando che "il nuovo presidente lavori alacremente per far uscire il Paese dalla povertà".

Il cardinale Tagle parla della missione in Cina

Lo scorso 26 aprile, il Cardinale Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, è intervenuto alla presentazione del libro “Xu Guangqi e gli studi celesti”, curato da Elisa Giunipero.

Nel suo intervento ha ricordato come Guangqi abbia conosciuto il cristianesimo grazie all’opera dei gesuiti in Cina nel XVII secolo, e ricordato che questo slancio missionario coincideva con la creazione di Propaganda Fide, la quale “si è sempre adoperata perché i missionari rispettassero i Paesi in cui si recavano e perché ne comprendessero e accettassero le culture”.

Il Cardinale ha citato una istruzione del dicastero del 1659, in cui si sottolineava: “Che cosa c’è di infatti di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l’Italia o qualche altro Paese di Europa. Non è questo che voi dovete introdurre, ma la fede che non respinge né lede i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli”.

Insomma, la Chiesa “ha sempre considerato tutti i popoli su un piano di parità, ritenendone i membri tutti degni del sacerdozio cattolico, riconoscendo il peculiare servizio all’unità svolto dal vescovo di Roma”.

Non solo, con il corso del tempo, la Chiesa si è sempre più distaccata dall’azione colonizzatrice degli europei, e un momento decisivo in tal senso è la lettera apostolica Maximum Illud di Benedetto XV. Dopo quella lettera, che già ha un riferimento alla Cina, fa del Paese del Dragone “un laboratorio per un rinnovamento dei metodi missionari che ha poi interessato tutto il mondo. Lo slancio missionario ha spinto tante donne di fede ad abbandonare tutto per mettersi al servizio di altri popoli, anche a costo della vita. Lo fecero anche i gesuiti che si recarono in Oriente, a partire da Matteo Ricci, maestro dell’Occidente”.

E proprio l’opera di Matteo Ricci fu fondamentale. Questi scelse “l’amicizia e il dialogo” come terreni per sviluppare un “incontro umano autentico” e che trovò nel confucianesimo delle classi dirigenti un buon canale per questo incontro.

Sebbene non siano parole dirette, hanno un profondo senso nel momento in cui si pensa di modificare qualche termine dell’accordo confidenziale tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi, stilato nel 2018 e rinnovato per due anni nel 2020.

Il cardinale Tagle, che guida il dicastero missionario che è da sempre parte delle negoziazioni con la Cina – se non altro perché la Cina rientra nelle sue competenze – ha messo in chiaro sia che l’adesione alla Chiesa non mette in discussione cultura e tradizioni delle popolazioni locale, in quella che si può considerare una risposta alle politiche aggressive di sinizzazione, sia che comunque proprio la garanzia di unità del Papa ha permesso alla Chiesa di crescere libera e di liberarsi dei tentativi di colonizzazione. La Chiesa, insomma, non è un agente straniero, e non va in Cina con altra intenzione se non quella di evangelizzare.

Il messaggio sarà passato?

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