Il rapporto IOR e il bilancio degli investimenti: cosa cambia e cosa no

Nel giorno in cui viene pubblicato il rapporto annuale dell’Istituto delle Opere di Religione, si dà notizia anche della formazione di un comitato per gli investimenti. Cosa è cambiato

Una veduta dell'Istituto delle Opere di Religione in Vaticano
Foto: AG / ACI Group
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Si attendevano nomine in Curia, ma il primo risultato concreto della riforma voluta da Papa Francesco è lo stabilimento di un comitato di investimenti, presieduto dal Cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero Laici, Famiglia e Vita. E la notizia, arrivata con una informazione scarna nel bollettino, arriva nello stesso giorno in cui si pubblica il rapporto 2021 dell’Istituto delle Opere di Religione, come ormai di consueto senza una conferenza stampa e senza alcuna presentazione. Ironico, se si pensa che lo IOR aveva un comitato investimenti, all’interno del fondo Ad Maiora, un fondo di fondi finito poi inaspettatamente sotto la lente di ingrandimento dei giudici vaticani, e che pure aveva garantito l’ultimo utile dello IOR degno di nota: gli 86,6 milioni dell’anno 2012.

Da allora, il bilancio dell’Istituto delle Opere di Religione, pubblicato per il decimo anno di fila, ha avuto un trend negativo fino al 2019. si va dall’utile di 86,6 milioni dichiarato per il 2012 – che quadruplicava gli utili dell’anno precedente – ai 66,9 milioni del rapporto 2013ai 69,3 milioni del rapporto 2014, ai 16,1 milioni del rapporto 2015, ai 33 milioni del rapporto 2016 e ai 31,9 milioni del rapporto 2017, per arrivare ai 17,5 milioni di euro del 2018. Il rapporto 2019 invece quantificava gli utili in 38 milioni, attribuiti anche al mercato favorevole. Nel 2020, anno della crisi del COVID, l’utile era stato leggermente inferiore, di 36,4 milioni di euro. Ma nel primo anno post-pandemia, un 2021 ancora non colpito dalla guerra in Ucraina, si torna a un trend negativo, con un profitto di soli 18,1 milioni di euro.

Questo comitato di investimenti servirà a migliorare il profilo finanziario della Santa Sede? Sarà tutto da vedere. Il rapporto IOR sottolinea con orgoglio che le operazioni finanziarie dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica sono operate proprio attraverso l’Istituto. Andiamo però con ordine.

Il Comitato per gli Investimenti

Il Comitato per gli Investimenti era previsto dall’articolo 227 della Praedicate Evangelium. È una delle varie misure per garantire una trasparenza economica e una certa linearità degli investimenti, e si inserisce in una serie di misure che, tra l’altro, erano previste dalla Convenzione di Merida sottoscritte dalla Santa Sede, come il codice degli appalti, che includeva l’istituzione di una commissione per le materie riservate. Niente viene detto né delle caratteristiche del Comitato, né dei principi generali che devono regolare gli investimenti. Vengono semplicemente annunciati i membri.

Il Cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero Laici, Famiglia e Vita, ne è presidente. Farrell è anche Camerlengo, e la sua nomina rafforza l’idea che il Papa pensi all’ufficio del Camerlengo come un mero ufficio di gestione economica e degli affari correnti, tanto che la Praedicate Evangelium abolisce una istituzione millenaria come la Camera Apostolica e stabilisce che ad affiancare il Camerlengo in caso di sede vacante ci sia, tra gli altri, sempre il presidente del Consiglio per l’Economia.

Quattro i membri del comitato. Il primo della lista è il britannico Jean Pierre Casey Fondatore e Amministratore delegato di RegHedge, società che usa l’intelligenza artificiale per individuare segnali di investimento che vengono da situazioni polittiche. Casey ha lavorato anche come managing director in varie banche internazionali di assoluto prestigio, come Jp Morgan, Edmond de Rothschild e Barclays.

Quindi, Giovanni Christian Michael Gay, tedesco, che dal 2004 è direttore gestionale dell’Union Investment Privatfonds GmbH, e che ha cominciato la sua carriera nel 1993 al Banco Santander.

Lo svedese David Harris è invece portfolio manager e partner dei Fondi Skagen, e mette a curriculum anche una laurea in teologia sistematica John J. Zona proviene degli Stati Uniti, ed è capo della sezione degli investimenti al Boston College, dove esercita anche la vigilanza sui 4 miliardi di asset dell’università, gestisce il debito a lungo termine e le acquisizioni di proprietà.

Quando il vescovo Nunzio Galantino, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, preannunciò la creazione del comitato nel 2020, sottolineò che il comitato sarebbe stato composto da professionisti di alto profilo, chiamati “assieme al Consiglio per l’economia e alla Segreteria per l’economia, a garantire la natura etica degli investimenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa e, nello stesso tempo, la loro redditività”.

Manterrà, questo comitato, i principi di investimento prudenziale che sono sempre stati propri della Santa Sede? La domanda è legittima, dato che c’era un comitato analogo nell’Istituto delle Opere di Religione, e che questo comitato aveva delineato già sul finire del 2012 una nuova politica gestionale di investimenti ad un rischio più alto, voluta dal Consiglio di Sovrintendenza e poi portata avanti anche nelle nuove amministrazioni dello IOR. Con la differenza che inizialmente si cercava di riequilibrare i fondi, poi le cose sembra siano state gestite in maniera più speculativa, o leggera, fino a dismettere investimenti fatti e pagare penali. Nasce da qui, a dalle spese enormi per alcune consulenze esterne, l’inizio della fine per i bilanci IOR, mai più così floridi come nel 2012.

Il rapporto IOR 2021

La narrativa IOR però ha sempre sostenuto che le perdite fossero dovute ad un nuovo corso fatto di investimenti trasparenti ed etici. Nell’introduzione al rapporto, monsignor Giovan Battista Ricca, prelato dello IOR, nota che “l’Istituto è passato dall’enorme attività che, sia in bene come in male, svolgeva all’inizio dei mutamenti sopravvenuti, a dimensioni operative più ridotte che lo rendono una realtà unicamente al servizio della Santa Sede. In pratica fa quello che deve fare e non altro”.

L’allusione è evidente, ma smentita da molti dati. A partire dal rapporto MONEYVAL 2012, il primo, che addirittura diceva che lo IOR sopravanzava le richieste di trasparenza finanziaria della legge vaticana, ed era particolarmente affidabile. Perché, allora, si è resa necessaria l’operazione di screening dei conti, già avviata, con l’assunzione della costosa società di consulenza Promontory? Perché si decise di cambiare i criteri di investimento, che pure si erano rivelati fino a quel momento azzeccati?

C’è poi una voce che dice che lo IOR preferirebbe ormai non gestire più investimenti di bassa entità, che sono poi quelli della maggior parte dei risparmiatori IOR. Se la voce fosse vera, confermerebbe la necessità dello IOR di guardare a grandi investimenti per garantire la sua stessa sostenibilità. Sarà da capire quale sarà l’impatto della guerra in Ucraina sui mercati e le conseguenze sullo IOR, nel rapporto dell’anno prossimo.

Ricca ci tiene anche a sottolineare che una caratteristica dello IOR “è il soccorso spiccio e diretto a persone, famiglie, malati, parrocchie sperdute e altri che hanno bisogno di una mano senza troppa burocrazia. Cerchiamo di essere una specie di pronto soccorso economico. Purtroppo non possiamo accogliere tutti, ma i casi più pietosi non mancano mai di un conforto materiale. e questo val più di tante chiacchiere”.

Le cifre del rapporto

Il presidente del consiglio di Sovrintendenza Jean-Baptiste de Franssu certifica piuttosto un approccio prudente, e giustifica così l’utile di soli 18,1 milioni di euro. Non si parla di un supporto alla Santa Sede, ma di un dividendo che distribuire in base alle situazioni, perché c’è necessità di accantonare denaro. Quest’anno, dunque, solo 2,5 milioni saranno distribuiti.

“Come nel 2021 . scrive de Franssu - il Consiglio di Sovrintendenza ha raccomandato di adottare un approccio prudente in relazione alla proposta di distribuzione dei dividendi, al fine di continuare a rafforzare il capitale dello IOR per garantire che l’Istituto sia in grado di raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo nel lungo periodo”.

Lo IOR ha un patrimonio netto di 649,3 milioni di euro, e gli vengono affidate risorse per 5,2 miliardi. Nel 2021 ha compiuto 88 mila operazioni di pagamento.

Al 31 dicembre 2021, il personale era composto da 110 dipendenti, e questi sono gran parte delle spese amministrative, che nel 2021 ammontavano a 19,2 milioni di euro, 0,1 milioni di euro in meno dal 2020. Eppure, il costo del personale è di 12,6 milioni di euro (erano 12 milioni nel 2020) con un aumento causato dall’assunzione di nuovo personale sia dirigenziale che impiegatizio.

“Le Spese Amministrative – ha spiegato il direttore dello IOR Gianfranco Mammì - comprendono anche le Spese per Servizi Professionali pari a 3,0 milioni di euro e risultate in diminuzione rispetto all’esercizio precedente (2020: 4,0 milioni di euro) per la razionalizzazione di alcuni costi di consulenza di natura non ricorrente. La voce Altre spese amministrative registra, infine, un leggero incremento passando a 3,7 milioni di euro nel 2021 (2020: 3,4 milioni di euro)”.

Da segnalare, poi, i debiti verso l’utenza, che includono – si legge nel rapporto – “anche un deposito a disposizione della Commissione Cardinalizia finalizzato ad opere di religione il cui saldo, alla data di chiusura dell’esercizio, risulta pari a 0,8 milioni di Euro (2020: 0,7 milioni di Euro). Le donazioni effettuate nel 2021 sono state sostanzialmente coperte dalle entrate.”

depositi delle pie fondazioni non autonome o “Legati” sono pari a 3,9 milioni di Euro (2020: 16,0 milioni di Euro). “Si tratta – si legge nel rapporto - in particolare di 76 posizioni (2020: 102) relative a fondi devoluti all’Istituto, con l’onere, per un ampio spazio di tempo, di assolvere a specifiche funzioni ecclesiastiche o altrimenti per conseguire fini attinenti ad opere di pietà, di apostolato e di carità, in ragione dei redditi annui”.

Perché le risorse sono così di meno? Perché buona parte della liquidità è stata investita in strumenti finanziari, e perché alcune pie fondazioni non autonome sono state chiuse.

Il Fondo Sante Messe e il Fondo Opere Missionarie diminuiscono, invece, drasticamente. Il primo passa da 2752 milioni a 2219, il secondo 316 a 89 milioni.

È un rapporto presentato come positivo, ma che in fondo mantiene le sue ombre. E, certo, dalla presidenza von Freyberg in poi, lo IOR non ha vissuto tempi rosei.

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