Oggi è la Giornata Mondiale di Preghiera per i Cattolici Cinesi. Perché?

Papa Francesco saluta un gruppo di pellegrini cinesi durante una udienza generale del 2016
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Era il 2007 quando Benedetto XVI stabiliva il 24 maggio come Giornata Mondiale di Preghiera per i Cattolici Cinesi. È il giorno della Madonna di Sheshan, l’immagine della Vergine più venerata in Cina. Dodici anni dopo, c’è un accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi. Ma c’è anche un movimento di sinizzazione delle religioni voluto dal presidente Xi Jinping. Ci sono ancora persecuzioni, abbattimenti di croci e di chiese. Ancora c’è bisogno di pregare.

La scorsa settimana, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha concesso una intervista al giornale di partito cinese in lingua inglese Global Times, tra l’altro mai tradotta in cinese perché in fondo non destinata ai cinesi. Il giorno dopo, ha continuato a lanciare segnali alla Cina da un convegno all’Università Cattolica dove, per la prima volta dopo l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, ha incontrato due vescovi cinesi, di cui uno rientrato da poco in comunione con Roma.

In questi due incontri, il Cardinale Parolin ha guardato con ottimismo all’accordo, ha provato a reinterpretare la sinizzazione alla luce dell’inculturazione, ha sottolineato che per la prima volta dopo tanto tempo non ci sono vescovi illegittimi in Cina.

I due vescovi intervenuti alla Cattolica rappresentavano la faccia della stessa medaglia. Il vescovo Li Shan di Pechino, che fu nominato con la doppia approvazione della Santa Sede e del governo cinese, ha notato che c’è sempre stata una “sostanziale fedeltà” dei vescovi cinesi alla Santa Sede, anche quando questi accettavano una nomina del governo.

Al di là degli accordi diplomatici e i piccoli passi avanti, la comunità cattolica cinese non vive ancora i suoi giorni di gloria. Portali missionari come Asia News hanno fatto notare più volte che, dopo l’accordo provvisorio, funzionari del governo hanno cercato di forzare i vescovi di Cina ad affiliarsi all’Associazione Patriottica, che è l’associazione di Stato dove sono raggruppati tutti i vescovi riconosciuti.

La situazione è difficile. Nella provincia di Hebei, lo scorso 13 maggio, i cattolici hanno evitato che le autorità distruggessero le statue del Santuario di Shengdilang dormendo la notte sul sito. Le statue sono quelle di Gesù Buon Pastore, del vescovo lazzarista Joseph-Martial Mouly e di padre Matteo Shi, anche lui lazzarista e primo parroco della chiesa Xiwanzi.

Le statue sono state inserite nella chiesa ormai più di dieci anni fa e ogni Quaresima la gente si reca al santuario a pregare. In Hebei, la persecuzione è più alta perché il posto più cattolico di Cina, con 1,5 milioni di fedeli.

Tra il 6 e il 7 maggio è stata invece rimossa una croce posta all’esterno della chiesa cattolica di Shenliuzhuang, nella diocesi di Handan. L’ordine di rimozione è stato firmato il 18 aprile, e stabilisce che chiese, croci o targhe di chiese che sono state innalzate o poste senza permesso debbano essere demolite: è un passaggio burocratico che mette a rischio circa 24 chiese.

Ma ci sono anche segni di speranza: il 2 maggio, nella diocesi di Tangshan, è stata inaugurata una nuova chiesa dedicata al Sacro Cuore di Gesù, con una grande celebrazione che ha visto la partecipazione di più di 30 sacerdoti e circa 1000 fedeli. La parrocchia è nel distretto di Caofeidian, dove non c’erano cattolici prima del 1962. La chiesa è stata finanziata da Lu Hongbin e sua moglie, che hanno fatto un grande lavoro per far diffondere la fede cattolica e sono anche state vittime della Rivoluzione Culturale.

Sono questi i semi del cristianesimo che cominciò a fiorire con l’arrivo del missionario gesuita Matteo Ricci. Questi portò 12 doni all’imperatore quando fu ricevuto il 22 gennaio 1601 e uno di questi era la copia dell’immagine di Maria Salus Populi Romani, della basilica di Santa Maria Maggiore, dove Sant’Ignazio celebrò la prima Messa.

E nacque così la storia d’amore della Cina con la Vergine. Nel giorno di Maria Aiuto dei Cristiani (il 24 maggio), il santuario di Sheshan è meta di pellegrinaggi che arrivano da tutta la Cina.

La storia della Madonna di Sheshan inizia con l’acquisto della collina da parte dei gesuiti nel 1863. L’Immagine di Nostra Signora Ausiliatrice fu benedetta dal vescovo Adrien Languillat di Shanghai l’immagine di Nostra Signora Ausiliatrice, modellata su Nostra Signora della Vittoria di Parigi. Nel 1870, la comunità dei Gesuiti di Shanghai fece voto di costruire una basilica sulla collina di Sheshan se la Madonna avesse risparmiato la diocesi da una distruzione a seguito di una sanguinosa rivolta. La pietra angolare della nuova basilica fu posta il 24 maggio 1871.

Fu quella la prima basilica mariana di Asia. Già nel 1874 Pio IX concesse l’indulgenza ai pellegrini che visitano il santuario nel mese di maggio mentre nel 1894 fu costruita una seconda chiesa mariana.

Nel 1924, il delegato apostolico Celso Costantini, ora in odore di santità, convocò proprio a Shangai il primo sinodo cinese. Si decise che la Madonna di Sheshan doveva essere proclamata “regina della Cina”.

Fu significativamente con la lettera ai cattolici di Cina del maggio 2007 che Benedetto XVI istituì una Giornata Mondiale di Preghiera per i cattolici cinesi il 24 maggio, proprio il giorno della Madonna di Sheshan. Fu in quell’anno che il Cardinale Joseph Zen fu chiamato a scrivere le meditazioni della Via Crucis. Nel 2008, Benedetto XVI compose anche una preghiera speciale per la Madonna di Sheshan.

Dopo la lettera ai cattolici cinesi, ci fu un periodo fluttuante di relazioni durante il quale alcune nomine episcopali in Cina ebbero la doppia approvazione della Santa Sede e di Pechino. Poi, ci furono una serie di nomine episcopali con la sola approvazione di Pechino.

Con il pontificato di Papa Francesco, c’è stata una politica di progressivo avvicinamento alla Cina. Mentre non si sono più tenute riunioni della “Commissione Cina” (che includeva anche il Segretario di Stato vaticano, nonché membri di dicasteri interessati), il Papa ha promosso una linea più dialogante. Nel 2017, la nomina dell’arcivescovo Savio Hon, segretario di Propaganda Fide, a nunzio in Grecia, ha fatto seguito a quella di monsignor Tadeusz Wojda, numero 3 dello stesso dicastero, ad arcivescovo di Bialystok, in Polonia, e in questo modo si è data una linea diversa ai negoziati in corso, che pure vedevano vedevano una certa rigidità da parte cinese.

Erano tuti passaggi preliminare che portavano all’accordo del 22 settembre. Rimasto confidenziale, l’accordo sulla nomina dei vescovi includeva anche la revoca della scomunica per sette vescovi sotterranei, cui venivano assegnate delle diocesi, a volte anche mandando in pensione i vescovi “sotterranei” che erano stati da sempre la guida delle loro diocesi. In particolare, Vincenzo Guo Xijin ha assunto l’ufficio di Vescovo Ausiliare di Funing/Mindong, e Pietro Zhuang Jianjian il titolo di Vescovo Emerito di Shantou.

Questi i nuovi incarichi pastorali assegnati ai vescovi sotterranei: Giuseppe Guo Jincai è stato chiamato a svolgere il ministero episcopale come primo Vescovo di Chengde; Giuseppe Huang Bingzhang, come Vescovo di Shantou; Giuseppe Liu Xinhong, come Vescovo in Anhui; Giuseppe Ma Yinglin, come Vescovo di Kunming; Giuseppe Yue Fusheng, Vescovo in Heilongjiang; Vincenzo Zhan Silu, come Vescovo di Funing/Mindong; e Paolo Lei Shiyin, come Vescovo di Leshan.

In una nota dell’Osservatore Romano del 3 febbraio 2019, si ricordava anche monsignor Antonio Tu Shihua, francescano, poco prima della sua morte avvenuta il 4 gennaio 2017, aveva chiesto di essere riammesso alla piena comunione con Roma.

Papa Francesco aveva poi scritto una lettera ai cattolici cinesi il 26 settembre 2018, spiegando che “proprio al fine di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo di Cina e di ricostituire la piena e visibile unità nella Chiesa, era fondamentale affrontare in primo luogo la questione delle nomine episcopali”.

L’accordo ha portato a una distensione formale con il governo, che però, come detto, ha mantenuto la sua politica, mentre missionari riportano che in molti casi sacerdoti sotterranei sono spinti ad entrare nell’Associazione Patriottica proprio in nome dell’accordo.

Ma l’accordo non lo prevede. Tanto che il Cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha sottolineato in una intervista all’Osservatore Romano del 5 marzo scorso: “Spero di non dover più sentire o leggere di situazioni locali nelle quali si strumentalizza l’Accordo al fine di costringere le persone a fare ciò a cui la stessa legge cinese non obbliga, come iscriversi all’Associazione Patriottica”. 

Questo però purtroppo accade, e allora sono diversi i sacerdoti della comunità sotterranea che stanno abbandonando la loro missione perché in contrasto con l’Associazione Patriottica.

L’accordo, insomma, va messo in pratica e bene interpretato. Se, da una parte, corregge l’operato dell’Associazione Patriottica sulle nomine episcopali, non sembra chiarire il rapporto della Santa Sede con l’Associazione Patriottica, che è un organismo governativo che vuole organizzare una Chiesa “autosufficiente” e indipendente. Ancora oggi, appartenere all’Associazione Patriottica è condizione necessaria per essere riconosciuti dal governo.

In questa situazione complessa, nonostante l’ottimismo di quanti hanno redatto l’accordo e qualche segno di luce, c’è davvero bisogno di pregare per i cattolici cinesi. E lo si può fare oggi, giorno della Madonna di Sheshan.

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