Papa Francesco, la riforma della Curia in pratica

Non c’è stato, nel 2021, quel cambio di passo sulla riforma della Curia che in molti attendevano. E il rischio è che tutto resti in qualche modo sospeso ancora per un po’

Papa Francesco durante l'incontro di auguri alla Curia, 23 dicembre 2021
Foto: Vatican Media / ACI Group
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La novità è stata, in realtà, un ritorno al passato. Perché ogni volta che Papa Francesco ha voluto cambiare, o pensato di cambiare qualcosa, ha stabilito una commissione e fatto una ispezione. Così, gli attesi ricambi generazionali nella Congregazione per il Culto Divino e nella Congregazione per il Clero, nonché l’avvicendamento nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, sono avvenuti a seguito di ispezioni stabilite da Papa Francesco, alcune durate pochissimo.

Il fatto è che queste ispezioni non hanno portato a cambiamenti sostanziali nella struttura. Né hanno aperto la strada a quella riforma della Curia che si dice essere il mandato ricevuto da Papa Francesco nelle Congregazioni generali che hanno preceduto il Conclave, ma che è rimasta in discussione per otto anni.

Si speculava che il 2021 sarebbe stato l’anno buono per la finalizzazione della riforma della Curia. Ma, giorno dopo giorno, si è allontanata la data della pubblicazione della Praedicate Evangelium, la costituzione apostolica che andrà a regolare funzioni e compiti della Curia Romana.

Si diceva anche che tutto sarebbe stato pronto a metà dell’anno, quindi che il Papa avrebbe firmato e promulgato la nuova costituzione alla fine dell’anno. Nessuna delle due cose è avvenuta. Anzi, la riforma non ha ricevuto nemmeno una minima menzione al tradizionale discorso di auguri di Natale alla Curia, così come non è stata nemmeno nominata nel comunicato che ha fatto seguito all’ultima riunione del Consiglio dei Cardinali.

Quest’ultima circostanza sembrava essere un segnale: se la riforma non era in discussione, allora significava (poteva significare) che il testo era stato finalizzato. Ma forse anche che, semplicemente, non ci si dovrà aspettare molto, in termini di strutture. D’altronde, lo stesso Papa Francesco aveva detto alla COPE che la riforma non va a cambiare niente, che molte cose sono già fatte.

Ed è, in fondo, vero, perché molte delle novità che si prevede saranno nella riforma sono già state messe in pratica dal Papa.

Non si parla solo dell’accorpamento dei dicasteri, che pure è già operativo in molti casi: il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è il risultato della fusione dei Pontifici Consigli di Giustizia e Pace, dei Migranti e Itineranti, di Cor Unum, della Pastorale per gli Operatori Sanitari; il Dicastero Laici, Famiglia e Vita assomma su di sé le competenze dei Pontifici Consigli dei Laici e della Famiglia e prende la responsabilità della Pontificia Accademia per la Vita.

Sono già realtà la Segreteria per l’Economia, che ha rimpiazzato la Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede, e il Consiglio per l’Economia, che è il nuovo Consiglio dei Quindici con membri non solo cardinali, ma anche, per quasi la metà, laici, e l’Ufficio del Revisore Generale. Ed è già realtà il Dicastero per la Comunicazione, che mette insieme sotto una unica amministrazione diversi dipartimenti della comunicazione vaticana, lavora da tempo, annunciato tra l’altro come parte della grande riforma dell’economia vaticana.

Verranno poi gli accorpamenti della Congregazione per l’Educazione Cattolica e il Pontificio Consiglio per la Cultura; e della Congregazione per la Dottrina della Fede con il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (anche se si pensava che quest’ultimo andasse sotto la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, e anche il Papa ha detto così). Questi dovrebbero essere completati entro metà dell'anno, e il Cardinale Oswald Gracias, un membro del Consiglio dei Cardinali, ha anche detto che si aspetta che la Costituzione apostolica possa essere pubblicata entro Pasqua, il 17 aprile, se saranno pronte le traduzioni in tempo.

La riforma, però, non riguarda solo gli accorpamenti. Papa Francesco vuole dare una nuova filosofia, mettere un Dicastero della Carità tra i primi dicasteri della Curia, per dare maggior peso ed impeto al lavoro dell’Elemosineria Apostolica, anche se questo significa burocratizzare l’Elemosineria e de facto farla uscire dai ranghi della Famiglia Pontificia.

E poi c’è il tema spinoso della finanza vaticana, che sotto Papa Francesco ha vissuto diverse direzioni, senza tra l’altro trovare una stabilità. All’inizio, furono le commissioni sullo IOR e sull’amministrazione della Santa Sede (la CRIOR e la COSEA), e si pensava addirittura di chiudere la cosiddetta “banca vaticana”. Poi, invece, si è deciso di stabilire una Segreteria per l’Economia con pieni poteri. Poteri che però andavano bilanciati, perché diventava una struttura che fungeva da controllore e da distributore di ciò che doveva controllare. Da qui, altri motu propri (I beni temporali, in particolare, per ristabilire le differenze tra vigilanza e gestione), modifiche alle normative, e ovviamente dibattiti accesi dentro le Mura Leonine, con cardinali che si sono messi l’uno contro l’altro.

Quindi, è arrivata l’era dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: alla cosiddetta “banca centrale del Vaticano” sono andate, passo dopo passo, le gestioni finanziarie di tutti i dicasteri, a partire da quello della Segreteria di Stato, scottata dal caso del Palazzo di Londra.

È proprio questo procedere per tentativi ed errori, con successivi aggiustamenti, che fa pensare ad una riforma ancora non definita nei dettagli. E che potrebbe far pensare anche ad un Papa che non vuole definire la riforma nei dettagli, per evitare qualunque tipo di resistenza.

Così, i motu propri e i rescritti del Papa non sono più misure straordinarie, ma sono misure ordinarie di una attività legislativa che con Papa Francesco è più viva che mai. Lo notano anche i canonisti, come ha fatto la professoressa Geraldina Boni nel volume Finis Terrae per lo Ius Canonicum, preoccupati che una deriva legislativa non guidata da un pensiero ampio possa portare più problemi che vantaggi.

Per il Papa, però, la riforma strutturale non sembra essere necessaria. Ha avviato un Sinodo dei vescovi di due anni, una grande consultazione mondiale durante la quale si pensa persino a trovare un modo diverso dal voto per esprimere il consenso. E sarà da come il dibattito di questo Sinodo si svilupperà che si potrà capire la direzione che può avere la Chiesa.

Frattanto, altre cose che dovrebbero essere nella riforma sono già attuate di fatto: un massimo di due mandati di cinque anni per gli incarichi apicali in Curia; una maggiore presenza delle donne (quasi tutti i membri laici del Consiglio per l’Economia, donna è il nuovo segretario generale del Governatorato dello Stato di Città del Vaticano, donna è un sottosegretario del Sinodo, la prima non vescovo a poter votare).

Le riforme che stanno a cuore a Papa Francesco riguardano, appunto, la mentalità. A scorrere il sito del Vaticano, si trova una ampia attività legislativa. L’ultimo di questi atti è il motu proprio per la verifica dell’applicazione del Mitis Iudex Dominus Iesus, documento che riformava il processo di nullità matrimoniale. Una decisione che punta ad “imporre” un cammino ai vescovi, più che a proporlo.

E poi, il motu proprio Traditionis Custodes ha in pratica chiuso ogni apertura ai tradizionalisti, confermati poi dai responsa ad dubia pubblicati il 18 dicembre. Il motu proprio Antiquum Ministerium ha stabilito il ministero del catechista. Quindi il motu proprio che ha reso possibile che anche i cardinali venissero processati dal Tribunale vaticano, e che fa seguito al motu proprio di inizio anno che andava a modificare la legislazione vaticana; il motu proprio anti-corruzione che serve ad applicare una delle convenzioni ONU cui la Santa Sede aderisce; e il motu proprio che stabilisce che Lettorato e accolitato sono accessibili anche alle donne.

Sul governo, Papa Francesco probabilmente continuerà ad andare avanti per tentativi ed errori. Il punto è che per ora nessuna delle modifiche è inclusa in un documento, perché non sono state incorporate nella Pastor Bonus con l’idea che questa sarebbe stata sostituita.

Una delle bozze della Praedicate Evangelium prevedeva che il Camerlengo sarebbe sempre stato il presidente del Consiglio per l’Economia, ed è questa probabilmente la ragione per cui non si è avuta notizia del giuramento come camerlengo del Cardinale Kevin J. Farrell.

Ma a scorrere l’ultimo annuario pontificio, ci si rende conto anche della mancanza, tra le sue pagine, della Camera Apostolica, perché i vecchi membri non sono stati rinnovati, e dunque l’istituzione è rimasta un guscio vuoto. Chi, allora, governerà gli affari generali della Chiesa in caso di sede vacante?

Tutto, probabilmente, resterà incerto, perché il Papa ha molto legiferato, ma non è intervenuto sulle grandi strutture, non ha messo in atto finora strategie di largo respiro. Gli è servito per evitare intralci nella sua opera riformatrice. Di certo, se questa non verrà meglio definita, il rischio è che ci si trovi di fronte ad una riforma incompleta, che necessiterà di essere ritoccata con ulteriori motu propri e rescritti.

Magari si comincerà terminando il ricambio generazionale, dato che le Congregazioni per la Dottrina della Fede, per l’Educazione Cattolica, per i Vescovi e il Pontifico Consiglio della Cultura sono attualmente presiedute da cardinali che hanno già superato i 75 anni, l’età della pensione.

Intanto, il Papa ha lanciato una ispezione anche per la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che sarà il Dicastero per l’Evangelizzazione, che dovrebbe essere il primo nella lista del nuovo assetto curiale. Significa che anche da lì ci si devono aspettare novità, perlomeno su alcune questioni.

Mentre il fatto che sia stato comunicato che sarà il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione tutto intero a occuparsi dell’organizzazione del Giubileo 2025 sembra più che altro un modo per dire che no, quel dicastero non sarà assorbito. Ma questo rinnegherebbe uno dei principi della riforma, che era appunto quello di accorpare per razionalizzare.

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