Papa Francesco, la riforma della Curia sarà come ci si aspettava?

Lo scorso anno sembrava tutto ormai in dirittura d’arrivo per la riforma della Curia. Invece si sta ancora analizzando il testo, mentre alcune importanti riforme sono arrivate alla fine dell’anno

La cupola di San Pietro di notte vista dai giardini vaticani
Foto: Lauren Cater / ACI Group
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Con il passaggio delle finanze della Segreteria di Stato all’Amministrazione per il Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) comincia un nuovo capitolo nelle riforme volute da Papa Francesco. Perché la Praedicate Evangelium, la bozza di costituzione apostolica che andrà a regolare funzioni e uffici della Curia, aveva chiaramente centralizzato tutto sulla Segreteria di Stato vaticana. Ora, però, con la decisione di Papa Francesco di togliere alla Segreteria di Stato la sua autonomia finanziaria, potrebbe essere messo in discussione tutto l’ufficio della Segreteria di Stato.

Il 2020 sembrava essere l’anno buono per la riforma della Curia. Non è stato così, per varie ragioni. La pandemia ha impedito le riunioni del Consiglio dei Cardinali, che per molti mesi non si sono tenute nemmeno online. Ma, soprattutto, gli scandali finanziari che hanno colpito la Santa Sede, nonché i conflitti interni sfociati quasi inaspettatamente anche sulla riforma al COVID, hanno portato il Papa a cambiare idea. E, in qualche modo, a tornare all’antico. A modo suo, però.

All’inizio della riforma, si parlava di una Segreteria di Stato spacchettata in quattro parti, che avrebbe perso il suo ruolo centrale di Segreteria del Papa. Ora mantiene il suo ruolo centrale (nel motu proprio che ne trasferisce i fondi all’APSA questo è detto molto chiaramente), ma allo stesso tempo perde alcune prerogative di quel ruolo centrale.

Per la prima volta, ad esempio, la Segreteria di Stato non viene rappresentata nel board dell’Istituto delle Opere di Religione, la cosiddetta “banca vaticana”. La Segreteria per l’Economia diventa “Segreteria Papale per gli affari economici”. La Terza Sezione della Segreteria di Stato è stata rafforzata con la nomina dell’arcivescovo Jan Pawlowski a segretario per le rappresentanze pontificie e la nomina a sottosegretario di monsignor Mauricio Rueda Beltz, già organizzatore dei viaggi papali richiamato dal Portogallo dove era andato a servire in nunziatura appena lo scorso agosto. La terza sezione diventa così, di fatto, pari in tutto e per tutto alla seconda sezione, mentre i poteri del sostituto, capo della prima sezione, vengono ridimensionati: non c’è più un portafoglio finanziario da gestire, e anche l’Ufficio Amministrativo deve ora solo occuparsi dell’amministrazione, appunto.

La riforma finanziaria in atto cambia fortemente la struttura della Curia Romana, ma soprattutto il senso istituzionale dello Stato. Ed è lì che si deve andare a guardare per comprendere la rivoluzione.

Tutte le riforme di quest’anno sembrano essere, in realtà, passi indietro. L’Autorità di Informazione Finanziaria cambia il suo nome in Autorità di Sorveglianza e Informazione Finanziaria, e prende un nuovo statuto in cui il presidente è determinato in maniera più attiva e propositiva e di conseguenza i membri del board diventano parte di un board esecutivo. Era più o meno così all’inizio, quando presidente dell’AIF era il Cardinale Attilio Nicora, che fu tra l’altro anche colui che vagliò il cambio di nome dell’Autorità optando per mantenere tutto come era. Di fatto, però, i cambiamenti di statuto erano avvenuti per garantire il sistema istituzionale della Santa Sede, dividendo nettamente i compiti tra un presidente di indirizzo e un direttore esecutivo, ed evitando così conflitti di interessi per i membri del board. Come sarà recepito questo cambiamento nell’agone internazionale?

Si porta invece avanti il progetto di avere fondi sovrani e centralizzati, per una maggiore trasparenza e controllo, e per questo è stato chiamato come numero 2 dell’APSA il primo laico, Fabio Gasperini. Fino ad ora, però, l’unica decisione verso una centralizzazione dei fondi ha riguardato la Segreteria di Stato, e non è stato nascosto che si è trattato di una reazione agli scandali, in particolare per la compravendita di un appartamento di lusso a Londra finito sotto la lente degli investigatori vaticani dopo segnalazione dell’Istituto per le Opere di Religione. Ma davvero una riforma fatta come reazione tardiva agli scandali può essere efficace? E perché per tutto questo tempo non è stato fatto niente, se davvero – come sarà chiarito in un eventuale processo – il Papa era sempre stato informato?

La Segreteria per l’Economia si caratterizza sempre più come un organismo di controllo, e già tempo fa aveva perso le competenze sulla gestione amministrativa del patrimonio, tornate all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), considerata una sorta di banca centrale. Ora, la stessa APSA sta prendendo la gestione dei fondi, facendo tramontare di fatto l’idea di un Vatican Asset Management proposto dal Cardinale George Pell, che fu al centro di uno scontro istituzionale, così come lo fu la questione delle revisioni dei conti della Santa Sede. Si riuscirà a stabilire un sistema coerente con la peculiare missione e la natura della Santa Sede e allo stesso tempo aderente agli standard internazionali?

Gli stessi scandali hanno portato il Papa a istituire una commissione sulla materie riservate, che estende le competenze del comitato già previsto dalla legge sugli appalti promulgata lo scorso giugno(la prima vaticana) e che quindi è chiamato a garantire anche un equilibrio tra ragione di Stato e trasparenza. Ma è una commissione o un sistema giuridico generale a garantire trasparenza ed equilibrio?

Detto della Segreteria di Stato, sarà poi da vedere come saranno effettuati i vari accorpamenti previsti dalla riforma. Il Pontificio Consiglio per la Cultura diventare parte della Congregazione per l’Educazione Cattolica, ma né il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del primo, né il Cardinale Giuseppe Versaldi, prefetto del secondo, lo guideranno. Ravasi è stato confermato alla guida del Consiglio fino agli 80 anni, ma è abbondantemente al di sopra dei 75 anni in cui si va in pensione; Versaldi ha già 77 anni, e dunque sarà sostituito.

E sono diversi i capi dicastero che hanno superato i 75 anni: il Cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi; il Cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.

Si parla di posti non secondari, che saranno poi da definire anche in base a come la Praedicate Evangelium andrà a cambiare il lavoro di alcuni dicasteri. Per esempio, dovrebbe cambiare il metodo di selezione dei vescovi, che per quanto possibile dovrà avvenire attraverso consultazioni con il clero e i fedeli locali. Un sondaggio di questo tipo è stato fatto partire dall’arcivescovo Emil Tscherrig, nunzio in Italia, per le prestigiose sedi di Genova e Napoli, ed era anche stato diffuso in occasione della nomina del nuovo vicario del Papa per la diocesi di Roma. In quest’ultimo caso, Papa Francesco non poté far altro che ascoltare la maggioranza dei sacerdoti, che indicavano l’attuale cardinale vicario de Donatis come l’uomo da scegliere. Ma non è stato così per Genova, dove la scelta del francescano Marco Tasca è arrivata praticamente a sorpresa.

È già realtà il fatto che le nomine vaticane non possono durare più di cinque anni, rinnovabili una volta. Papa Francesco applica la norma quasi alla lettera, e la utilizza anche per il necessario ricambio generazionale. Ma la ha applicata anche alla sua segreteria, che in pochi mesi è completamente cambiata: monsignor Fabian Pedacchio è tornato al suo lavoro in Congregazione dei Vescovi, sostituito da padre Gonzalo Aemilius, un amico del Papa dai tempi di Argentina; e successivamente, monsignor Ioannis Lahzi Gaid ha pure terminato il suo servizio, uscendo tra l’altro dai ranghi vaticani (ma rimanendo nel Comitato per la Promozione della Fraternità Umana) per dedicarsi alla costruzione di un ospedale e un orfanotrofio in Egitto, la sua patria, sostituito da don Fabio Salerno, proveniente dai ranghi della Segreteria di Stato.

In questo modo, anche la segreteria particolare del Papa cessa di avere una continuità, ma diventa un ufficio come un altro, con il Papa che resta sempre più solo al comando. L’ufficio dei segretari potrebbe poi essere sostituito da una ipotesi presente nella bozza di riforma, una “segreteria papale” con lo scopo di coordinare i diversi organismi.

Il coordinamento della segreteria papale riguarda la convocazione di riunioni di gabinetto, che sono previste proprio per evitare dispersioni di informazioni. Così, nella bozza viene stabilito che i capi dicastero sono “ricevuti personalmente”, mentre ci sono votazioni interdicasteriali su materie che riguardano più competenze e dicasteri, si prevede anche l’istituzione di una commissione interdicasteriale per fatti di maggiore importanza e la convocazione periodidca di dicasteri.

Da vedere, poi, come saranno strutturate le competenze della Segreteria Generale del Sinodo. Nella prima bozza della Curia, la Segreteria Generale del Sinodo quasi prendeva un ruolo di coordinamento dei dicasteri, e sembra che il Cardinale Lorenzo Baldisseri, al tempo segretario, abbia persino guidato alcune riunioni dei capi-dicastero. Poi non è stato più così, la Segreteria di Stato ha ripreso saldamente la guida della macchina. Ma come sarà ora? Papa Francesco ha dato un segnale, mettendo il neo cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, in cima alla lista dei nuovi cardinali di ottobre.

La riforma della Curia prevede anche una maggiore presenza di laici e donne anche in incarichi apicali in Curia, e le voci parlano proprio di un laico in corsa per il ruolo di segretario generale del Governatorato dello Stato di Città del Vaticano. Anche il piccolo Stato cambierà i suoi vertici, perché sia il governatore, cardinale Giuseppe Bertello, che il segretario, vescovo Fernando Vergez Alzaga, hanno superato i 75 anni di età. Ma alcuni laici in ruoli apicali sono già arrivati: detto di Gasperini all’APSA, è arrivato anche un segretario laico della Segreteria per l’Economia, Maximino Caballero Ledo.

Nel discorso di auguri natalizio del 2019, Papa Francesco aveva indicato in particolare quattro dicasteri, quattro cardini: il dicastero per l’Evangelizzazione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e il Dicastero per la comunicazione. Interessante che già allora non si fosse parlato della Segreteria di Stato vaticana.

La Congregazione della Dottrina della Fede sarà il dicastero della fede, e nella nuova costituzione di Curia verrà subito dopo il Dicastero per l’Evangelizzazione. Anche la riforma della comunicazione vaticana ha attraversato varie stagioni, con un comitato e una commissione per prepararla, e poi con un cambio di nome (da Segreteria a dicastero) che ne ha un po’ cambiato la natura. Ora, si va avanti nel segno della multimedialità, come ha detto Papa Francesco nel discorso alla Curia del 2019, ma anche attendendo la nuova costituzione. Per questo non è ancora stato approvato il regolamento della Sala Stampa della Santa Sede.

Se la riforma è già in corso, nessuna delle novità già in atto è stata inserita nella Pastor Bonus, la costituzione che è tuttora in vigore. Non è nella Pastor Bonus la Segreteria per l’Economia, come non lo sono i nuovi dicasteri.

Da vedere se resterà, come previsto, l’idea che il Camerlengo sia sempre il presidente del Consiglio per l’Economia. Il Camerlengo è colui che guida la Camera Apostolica, ovvero l’organismo che amministra i beni della Chiesa nel periodo di sede vacante, ed è per queste competenze economiche che la costituzione vuole affidare il ruolo al presidente del Consiglio per l’Economia. Attuale Camerlengo è il Cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero Laici Famiglia e Vita. La Praedicate Evangelium sottolinea anche che gli officiali della Curia dovranno dimostrare di avere almeno quattro anni di esperienza pastorale, e che è desiderabile svolgano una attività pastorale mentre lavorano in Curia, mentre spetta ai dicasteri curare una formazione personale permanente del loro personale.

La strada che si intravede è quella di una generale parificazione degli uffici di Curia. Tutti devono essere considerati uffici, servizio, senza però assumere un ruolo preponderante, nemmeno se hanno la storia dalla loro parte. Nemmeno l’ufficio del decano del Collegio dei Cardinali è esente da questo processo – Papa Francesco lo ha riformato alla fine dello scorso anno, rendendo l’incarico quinquennale con possibile rinnovo. Nemmeno lo sarà la Camera Apostolica, né potrebbe esserlo la Prefettura della Casa Pontificia.

In questo modo, si punta a far funzionare meglio la macchina, ma anche ad evitare la formazione di centri di potere e resistenze. L’ultimo discorso di Natale di Papa Francesco alla Curia è stato indicativo in questo senso: sì alla crisi, no al conflitto, perché la riforma non è solo la scrittura di una nuova costituzione. È piuttosto un cambio di mentalità, che il Papa ha deciso di attuare con forza. E che porterà avanti anche attraverso iniziative come l’Anno della Famiglia Amoris Laetitia appena proclamato.

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