Scisma ortodosso, il ruolo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina

L'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk durante una celebrazione dell'Assemblea Plenaria del CCEE a Minsk nel 2017
Foto: CCEE
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La Chiesa Ortodossa Ucraina è davvero realtà: il 30 gennaio si è registrata tra le confessioni religiose del Paese, e il 3 febbraio si è tenuta la cerimonia di intronizzazione del metropolita Epifaniy, che non prende il titolo di Patriarca, ma quello di Primate. Ma in che modo la presenza di una Chiesa nazionale ortodossa ucraina colpisce la comunità cristiana, e in particolare la comunità greco-cattolica? Quali le sue sfide?

Le ha delineate l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, in un messaggio diffuso in occasione del centenario del ripristino della sovranità del popolo ucraino, intitolato “La nostra Santa Sofia”. È un messaggio che va letto in un gioco di scatole cinesi, e che racchiude in sé molti significati. Ma sono in particolari due i temi principali del messaggio.

Il primo sta già nel titolo: “La nostra Santa Sofia”. La cattedrale di Kiev è chiamata Santa Sofia, ed è ormai usata come muse. È lì che si è tenuta la cerimonia di intronizzazione del metropolita Epifaniy, alla presenza anche dei rappresentanti delle altre confessioni cristiane, in una celebrazione che prendeva sia dal rito di Costantinopoli che da quello del Patriarcato di Mosca.

La cattedrale di Santa Sofia a Kiev, che fu confiscata dai sovietici, è stata reclamata da molti, inclusa la Chiesa Greco Cattolica Ucraina. Ma la Chiesa Greco-Cattolica ha una sua Santa Sofia, che è a Roma, che nacque su ispirazione dell’arcieparca Josip Slipyi, e che fu consacrata da Paolo VI. È una Santa Sofia consacrata nella diaspora, ma anche nella comunione con la Chiesa di Roma. È una Santa Sofia che nasce al di fuori di qualunque pretesa territoriale, al di là delle questioni politiche che hanno in qualche modo toccato anche la vicenda dello scisma ortodosso.

Il secondo tema rappresenta proprio il ruolo della Chiesa Greco Cattolica. L’arcivescovo maggiore Shevchuk la definisce “Chiesa dalla vocazione ecumenica”, anche per via della sua storia che la vede “mai oscurata da divisioni fraterne” e in piena comunione sia con la Chiesa di Roma che con quella di Costantinopoli.

Ogni parola della lettera può anche essere letta come un riferimento al presente. “Nel corso della storia – scrive Sua Beatitudine Shevchuk – la Chiesa di Kiev non è stato ostaggio di interessi politici del potere di Stato, né servitrice dei poteri di questo mondo, perché non è caduta nel peccato di adorare autorità mondane”, rimanendo “l’anima e la coscienza del suo popolo”, cui ha “insegnato a valutare il potere terreno sulla base di come questo potere serva la volontà di Dio e l’eterna legge del creatore”.

La Chiesa Greco Cattolica si pone, dunque, come ponte ecumenico, strumento di dialogo, ma anche come Chiesa che ha formato la nazione – una formazione che è stata fatta in famiglia, durante la persecuzione, in diaspora, persino dopo l’immane tragedia dell’Holodomor, un genocidio dimenticato.

Ma, secondo l’arcivescovo maggiore, la Chiesa di Kiev può anche “essere un modello per una nuova fraternità tra le nazioni cristiane”, perché la sua nascita “non è stata oscurata da divisioni fraterne”, mentre “la sua memoria mistica ha un ricordo permanente del Primo Millennio”.

Sottolinea nel messaggio l’arcivescovo Shevchuk che "oggi, insieme ai nostri fratelli ortodossi, coeredi della Chiesa di Kiev, siamo chiamati a riscoprire questo nostro tesoro comune, ed esplorarlo e svilupparlo come prezioso fondamento della nostra unità spirituale”.

Il messaggio rappresenta un segnale chiaro, mentre è praticamente terminato il procedimento che ha portato all’autocefalia, ovvero all’indipendenza della Chiesa Ortodossa Ucraina. Una Chiesa nata dalla fusione di due Chiese considerate “scismatiche” (il Patriarcato di Kiev e la Chiesa Ortodossa Autocefala), staccandosi dal Patriarcato di Mosca che dal XVII secolo, su concessione del Patriarcato di Costantinopoli, aveva il diritto di nominare il metropolita di Kiev.

Dopo che Costantinopoli ha deciso di concedere l’autocefalia, il Patriarcato di Mosca ha rotto la comunione, e si è anche ritirata dal tavolo cattolico – ortodosso a motivo della presenza nel tavolo di Costantinopoli. Il tavolo si è comunque riunito, decidendo, tra l’altro, di procedere alla stesura di un documento sulla sinodalità nel secondo millennio molto caldeggiato da Mosca. Un segno di distensione nel dialogo.

Lo scisma, però, non si è ancora ricomposto. Anzi. Il 3 febbraio, il metropolita Epifanyi è stato intronizzato come primo primate della Santa Chiesa Ucraina – così la chiama il tomos di autocefalia – secondo un rito che è stato adattato: l’uso russo prevede che l’intronizzazione abbia luogo durante la liturgia, l’uso di Costantinopoli che avvenga fuori. I russi cominciarono a creare propri riti dai tempi di Ivan Il Terribile. Ma il rito combinato ha voluto mostrare simbolicamente la riunione delle anime greca e slava dell’ortodossia.

Al di là della questione liturgica, c’è un dato politico: la Chiesa Ortodossa Ucraina si libera dell’influenza russa, ed è stato questo il motivo per cui il presidente Petro Poroshenko ha chiesto al Patriarcato Ecumenico di garantire l’autocefalia. Ma è anche il motivo per cui più di 100 parrocchie del Patriarcato di Mosca sono passate sotto la giurisdizione della nuova chiesa ortodossa. Si tratta di volontà popolare: le parrocchie, infatti, sono proprietà dei fedeli, che decidono liberamente a quale confessione aderire.

Una procedura che è stata facilitata dalla legge 2148-d firmata il 28 gennaio dal presidente Poroshenko, che ha stabilito una procedura attraverso la quale le comunità religiose possono cambiare affiliazione religiosa. La legge è stata approvata dalla Rada, il Parlamento ucraino, con 299 voti a favore e 35 contrari. La legge nasce per regolare i passaggi da Patriarcato di Kiev e Chiesa Ortodossa Autocefala alla Chiesa Ortodossa Ucraina, ma si riferisce ad ogni comunità religiosa. Significa che va a toccare anche quanti vogliono passare dal Patriarcato di Mosca alla Chiesa Ortodossa di Kiev. Per accettare il cambiamento, servono due terzi dei voti della comunità.

La legge non è ovviamente piaciuta al Patriarcato di Mosca, che però ha protestato di più per il cambio di denominazione forzata imposto dal governo, che ha voluto che nel nome fosse chiaro che si trattava di un Patriarcato legato alla Russia. Fatto sta che solo 1,31 per cento delle parrocchie del Patriarcato di Mosca hanno deciso di aderire a Kiev: una cifra ancora bassa.

Nel mondo ortodosso, intanto, si attende. Hanno parlato Serbia, Antiochia e la Polonia, mentre le altre Chiese ortodosse non si sono ancora espresse sul patriarcato, mentre la Bulgaria ne ha discusso in un incontro del 22-24 gennaio, e che ora una commissione della Chiesa ortodossa bulgara sta studiando la situazione. Divisione anche in Georgia, dove 10 vescovi sembrano supportare l’autocefalia.

Si discute, molto, sul tema. Il Metropolita Hilarion ne ha parlato il 10 gennaio con il Patriarca Teofilo di Gerusalemme, mentre il metropolita Emmanuel di Francia, del Patriarcato Ecumenico, ha incontrato il metropolita Sawa, primate della Chesa di Polonia.

Si è parlato, e molto, della questione anche dietro le quinte lo scorso 1 febbraio, quando il patriarca Kirill di Mosca ha celebrato il suo decimo anniversario da guida del Patriarcato di Mosca con una festa cui hanno partecipato i primati delle Chiese Serba, Antioca, Polacca.

In questa situazione perlomeno confusa, e difficile da decifrare, la Chiesa Greco Cattolica Ucraina si propone come un ponte di dialogo. Il messaggio dell’arcivescovo maggiore Shevchuk è stato molto chiaro in questo senso. 

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