Diplomazia pontificia, la Santa Sede dice migranti, a Ginevra dicono aborto

Braccio di ferro tra la diplomazia della Santa Sede e quella degli altri Paesi per l’adozione di una conclusione dell'Alto Commissario ONU per i Rifugiati

Il Consiglio ONU per i Diritti Umani
Foto: UNCHR
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Il lavoro della Santa Sede a favore dei migranti non può essere messo in discussione, e l’attenzione che Papa Francesco ha posto al tema delle migrazioni è indubbio. Non solo il Papa ha voluto una sezione, sotto la sua temporanea guida, che si occupasse di migranti e rifugiati, ma il lavoro della Santa Sede al global compact per i rifugiati e le migrazioni è stato fortissimo. Ed è proprio per questa attenzione per i migranti che la Santa Sede ha accettato, ma con riserve, una risoluzione dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati che è stato approvato l’8 ottobre e sarà adottato l’11. La Santa Sede ha fortemente contestato l’approccio ideologico che forza – come spesso succede nei documenti ONU – l’adozione di formule come “salute sessuale riproduttiva” ponendo in pratica l’aut aut: o c’è consenso sul testo, o si va al voto, e il testo dunque non passa.

Di fronte a questo approccio, particolarmente aggressivo, la Santa Sede ha deciso di rispondere con una dichiarazione e varie obiezioni sui metodi e sul merito. Non è la prima volta – la questione fu sollevata anche durante i negoziati per gli Accordi Globali su Migranti e Rifugiati – eppure sorprende sempre come gli Stati utilizzino la Santa Sede solo quando i suoi obiettivi coincidono con quelli degli Stati. Altrimenti, l’approccio della Santa Sede viene non considerato, e poi la Santa Sede si trova forzata a firmare documenti che nemmeno vorrebbe per via delle implicazioni che portano con sé.

Nel piatto ricco del multilaterale di questa settimana, anche un intervento dell’arcivescovo Gallagher all’UNCTAD. E poi, la nomina dell’ambasciatore USA presso la Santa Sede, che sarà Joe Donnelly.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede chiede il vaccino per tutti, la risoluzione ONU salute riproduttiva per tutti

C’è voluta una nota esplicativa della posizione della Santa Sede, ma di certo la risoluzione dell’Alto Commissario per i rifigiati delle Nazioni Unite non è andata nel modo in cui ci si sarebbe aspettato. La risoluzione è la Conclusione del Comitato Esecutivo sulla Protezione Internazionale e le Soluzioni Durevoli nel Contesto di una emergenza di Salute Pubblica.

La Santa Sede ha da subito contestato il linguaggio orientato alla “salute sessuale e riproduttiva” (un eufemismo che nasconde il diritto all’aborto) e fatto diverse proposte alternative di testo. Tutte nemmeno ascoltate. Piuttosto, la Santa Sede chiedeva un accesso universale ai vaccini del COVID, ma quella sembra essere meno una priorità. Eppure, era un testo che la Santa Sede voleva si approvasse, proprio per tutelare le vite di migranti e rifugiati.

Nessuna possibilità di dialogo, dunque, e persino l’accusa alla Santa Sede, nemmeno troppo velata, di volersi occupare solo dei temi dell’aborto e non dei diritti dei migranti. Accusa, tra l’altro, destituita di ogni fondamento, vista anche la collaborazione che la Santa Sede ha continuamente con l’UNHCR, dispiegando la propria rete di missionari e volontari per permettere alle missioni di raggiungere il maggior numero di persone possibile. Filippo Grandi, l’Alto Commissario ONU, è anche stao recentemente in visita da Papa Francesco.

Che le cose andassero in questa direzione, si poteva comprendere dall’intervento di Francesca De Giovanni davanti l’Alto Commissario, in cui già si notavano sfumature che segnalavano il dibattito in corso. Niente è servito. Addirittura, in maniera particolarmente aggressiva, il delegato austriaco indicava il rammarico del proprio Paese sull’agire della Santa Sede, osservando che in uno spirito di compromesso l’Austria non si opporrà ad eventuali proposte ma che l’inflessibilità della Santa Sede su questo punto sarà presa in considerazione in altri fora, qualora la Santa Sede volesse applicare per membership di altre organizzazioni internazionali.

In pratica, la Santa Sede è usata quando si tratta di portare avanti una agenda, e messa da parte quando non è più funzionale all’agenda.
Ma cosa ha lamentato la Santa Sede? Nella sua nota esplicativa, la Santa Sede ha sottolineato che “è deplorevole che la pandemia sia diventata una crisi di protezione”, e a volte “persino una scusa” per ritardare il raggiungimento di soluzioni durevoli, e mentre “in alcuni casi, gli Stati membri hanno anche usato la crisi per appesantire le comunità ospiti attraverso una insostenibile strategia di esternalizzazione”, evitando la diretta responsabilità per “grandi e misti flussi di migranti e rifugiati con accordi per fermarli, spesso in maniera indefinita, in punti strategici durante il loro viaggio”.

La Santa Sede si è anche detta preoccupata che “la pandemia abbia messo in discussione le norme fondamentali e le leggi per i rifugiati degli Stati membri”, e ribadito la necessità di “proteggere il diritto alla salute per tutti”, cosa su cui non tutti gli Stati membri concordano. Eppure, ha notato la Santa Sede, gli stessi Stati poi “promuovono l’accesso all’aborto, sotto la guisa di servizi di salute”.

La Santa Sede ha riaffermato che “ogni definizione di cura sanitaria che tenti di includere l’aborto non ha consenso internazionale, viola la dignità umana e ignora il credo religioso di molti”.

Da qui, le riserve della Santa Sede. La prima riguarda proprio i termini “salute sessuale e riproduttiva”, contenuti in due punti delle conclusioni. Come sempre, la Santa Sede “considera questi termini come applicabili ad un concetto olistico di salute”, e perciò “non considera l’aborto, l’accesso all’aborto e l’accesso ad abortifacenti come una dimensione di questi termini”.

In più, la Santa Sede non considera l’utilizzo di questo linguaggio “come un precedente” per elaborare altre conclusioni in futuro e dichiara, come Stato membro del Comitato, che non aderirà alla stessa terminologia in futuro.

Ricordando di essere tra i fondatori del Comitato Esecutivo, nonché “infaticabile difensore di rifugiati e migranti”, la Santa Sede reitera che ha deciso di non bloccare il consenso (vale a dire, di non andare al voto) solo per “preservare il dialogo e affermare gli elementi positivi nelle conclusioni”. In pratica, se si fosse andati al voto, le conclusioni non sarebbero passate, perché l’UNHCR vuole solo conclusioni adottate per consenso.

Ma la Santa Sede denuncia che altre delegazioni “hanno rifiutato di mostrare ogni grado di flessibilità nel considerare le varie proposte fatte in buona fede e per tempo sia dalla nostra delegazione che dallo special rapporteur”.

La Santa Sede conclude che “il fatto che certi Stati membri del comitato usino questo approccio da ‘prendere o lasciare’ su un linguaggio che non ha consenso internazionale “mette a rischio il multilateralismo e mina la legittimità di questa importante organizzazione, l’unità dei suoi membri e il suo significativo lavoro per i rifugiati in ogni dove”.

Santa Sede, il sistema di accoglienza dei rifugiati sta diventando insostenibile

Con un appassionato intervento davanti all’Alto Commissario ONU per i Rifugiati lo scorso 5 ottobre, Francesca Di Giovanni, sottosegretario per il Settore Multilaterale per la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, ha sottolineato le difficoltà dell’attuale sistema di accoglienza dei rifugiati.

Di Giovanni ha notato che lo sfollamento, sia interno che esterno, “sta velocemente diventando una delle più pressanti sfide dei nostri tempi”, e che va affrontato sulla base della Convenzione dei Rifugiati del 1951 che aveva solennemente dichiarato il suo obiettivo di assicurare ai rifugiati “l’esercizio più ampio possibile dei loro diritti fondamentali e libertà”.

Eppure, nota la rappresentante della Santa Sede, “in molte regioni del mondo, milioni di rifugiati non possono godere di questi diritti”, e mentre gli Stati tentano di “fornire soluzioni durevoli e immediate”, le nazioni ospiti “non ricevono adeguato supporto”.

A questo, si aggiunge il fatto che un numero di nazioni ha anche accresciuto il peso sulle comunità ospiti attraverso una “insostenibile strategia di esternalizzazione, evitando di prendere una responsabilità diretta per flussi grandi ed eterogenei di migranti e rifugiati” con “accordi che gli bloccano, spesso indefinitamente, in punti strategici nel corso del loro viaggio”.

Di Giovanni nota che quella dei rifugiati è “una crisi di solidarietà”, che dovrebbe mettere in discussione “la nostra coscienza come famiglia di nazioni nel cercare strategie che si impegnano con tutte le nazioni come partner uguali”.

L’accordo globale sui rifugiati, ammonisce, “avrà successo solo se otterrà la necessaria volontà politica”.

Di Giovanni rimarca dunque che “la Santa Sede chiede a tutti gli Stati di “adottare azioni concrete e significative, specialmente in risposta al crescente numero di gravi crisi umanitarie”, a partire dalla concessione “efficiente, giudiziosa e generosa di visti umanitari”, ma anche dal lancio di “programmi di sponsorizzazione individuale e comunitario” e l’aperura di corridoi umanitari per i più vulnerabili, “assicurando la riunificazione familiare”.

La Santa Sede chiede anche di “affrontare le cause di conflitto e instabilità, in modo che le persone restino in pace e sicurezza nelle loro nazioni di origine”.

Di Giovanni poi mette in luce la situazione in Afghanistan, reiterando l’appello di Papa Francesco per una vita degna di tuti gli afghani, e chiedendo di rafforzare “la capacità nazionale e internazionale di fornire protezione e condizioni di accoglienza di sicura”, Di Giovanni nota che “la risposta delle nazioni in prossimità di questa e altre crisi nel mondo sono forti nella misura in cui la comunità internazionale è unita ed efficace nell’inviare supporto finanziario e tecnico ai primi soccorritori e alle popolazioni locali che combattono per continuare con la vita quotidiana”.

Di Giovanni affronta anche il tema degli sfollamenti causati da cambiamento climatico e disastri naturali, sottolinea che la crisi climatica ha “un volto umano”, e una realtà “dura, specialmente per quanti sono poveri, vulnerabili e marginalizzati”.

Infine, c’è il tema delle necessità di proteggere la salute per tutti, inclusi rifugiati e migranti, e specialmente donne e bambini che sono a rischio in situazioni umanitarie. Qui, la denuncia forte che “il Comitato non può permettere all’ideologia di determinare l’accesso al sistema sanitario o renderlo condizionato dall’accettazione di concetti di salute che non condividono consenso internazionale e che violano la dignità umana e ignorano il credo religioso”.

Invece, nota Di Giovanni, “l’accesso alle cure sanitarie deve essere assicurato attraverso leggi non discriminatorie e globali e politiche che siano centrate sul bene di ogni persona umana fondate sul diritto alla vita per tutti, dal concepimeno alla morte naturale”.

Di Giovanni ha poi concluso con un appello ad una “sempre maggiore consapevolezza della nostra fraternità”.

All’UNCTAD, l’arcivescovo Gallagher delinea la road map per la prosperità

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha tneuto lo scorso 5 ottobre un discorso alla XV conferenza ministeriale dell’UNCTAD, l’agenzia ONU su commercio e sviluppo. Tema del ministeriale, che si è tenuto a Bridgetown dal 3 al 7 ottobre era “Dall’ineguaglianza e la vulnerabilità alla prosperità per tutti”.

Nel suo intervento, il “ministro degli Esteri” vaticano ha notato la recessione causata dalla pandemia COVID 19, definita “la peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale”, perché la pandemia ha colpito tutti, ma la sua “caduta ha colpito disproporzionalmente le persone con le vulnerabilità più grandi”, e questo è successo anche nelle nazioni ricche, dove l’impatto economico “ha variato in maniera abbondante”.

Così, hanno guadagnato quanti avevano competenze digitali e assets, ma quanti “non avevano queste risorse sono rimasti indietro”, in particolare “donne, giovani e migranti”, mentre il danno è stato “ancora più grande” nelle nazioni in via di sviluppo, dove “i livelli di povertà e di insicurezza alimentare sono cresciuti nonostante anni di progressii in questo campo”.

L’arcivescovo Gallagher ha notato anche il riemergere di una “ineguaglianza estrema”, diventata una “caratteristica prevalente del mondo contemporaneo”, mentre la digitalizzazione ha portato a una “decrescita dei salari per i lavoratori così come ad una accelerata industrializzazione”.

Eppure – nota la Santa Sede – la tecnologia non è il solo fattore a spiegare il cambiamento avvenuto negli ultimi anni, dovuto anche a “mercati finanziari non regolati e istituzioni con orizzonti a breve termine”, secondo una tendenza messa a rischio, ma non eliminata, dalla pandemia.

La pandemia ha dunque “messo in luce i limiti dell’economia globale”, e la Santa Sede punta ad utilizzare “questa crisi come una opportunità unica per un cambio sostenibile”, perché sarebbe una “tragedia affrontare la crisi chiudendosi in se stessi”, mentre c’è la possibilità di andare oltre questo sistema e puntare ad un “autentico sviluppo umano integrale che può solo essere raggiunto quando tutti i membri della famiglia umana sono inclusi nella ricerca del bene comune e vi possono contribuire, come ha detto Papa Francesco.

L’arcivescovo Gallagher sottolinea la necessità di “importanti cambiamenti economici e di policy in diverse aree”, a partire da una “redistribuzione fiscale”, con tassazioni progressive in base al reddito, nonché una tassazione più equa applicata alle imprese multinazionali. Questo, tuttavia, “non risolverebbe problemi strutturali, come il persistente gap produttivo tra piccole e medie imprese e grandi compagnie”, che invece è un importante fattore nel far crescere le diseguaglianze.

Il “ministro degli Esteri” vaticano mette in luce che la pandemia non solo ha “allargato l’ineguaglianza tra le nazioni”, ma ha anche “capovolto i budget pubblici in molte economie in via di sviluppo”, esponendo i debiti esteri ad una “instabilità finanziaria globale”, andando incontro a “più limitazioni di quelle delle nazioni sviluppate” nel rispondere alla pandemia con le loro risorse, e questo “è un altro esempio della pericolosa divisione tra quanti anno e quanti no”.

La Santa Sede sottolinea che può essere importante anche un “più ambizioso approccio multilaterale alla ristrutturazione del debito”, con un azzeramento del debito estero per le economie in vie di sviluppo, ma soprattutto cercando di ribilanciare il sistema multilaterale per “permettere alle nazioni in via di sviluppo di mettere a punto uno spazio per una trasformazione strutturale”.

“Rafforzare la cooperazione internazionale e fornire ad ogni nazione i mezzi adeguai per affrontare le attuali sfide – sottolinea l’arcivescovo Gallagher – potrebbe rappresentare un investimento nella resilienza sistemica”.

La Santa Sede mette in luce anche il tema del diritto alla salute e dell’equo accesso ai vaccini, nota che potrebbe essere utile che l’Organizzazione Mondiale del Commercio possa sospendere le regole di proprietà intellettuale, come richiesto da Sudafrica e India con il supporto della Santa Sede, in modo da poter dare accesso rapido e adeguato ai vaccini, la diagnosi e le cure in tutte le nazioni. Questa misura – aggiunge l’arcivescovo Gallagher – “dovrebbe essere combinata con la condivisione aperta del know-how e tecnologia vaccinale”.

Altro tema, quello della stabilizzazione e la giustizia climatica, che prevede “un necessario investimento nella decarbonizzazione delle nostre economie” attraverso la destinazione di “fondi sufficienti al fine di raggiungere lo scopo”, canalizzando le risorse “verso quelle aree che hanno maggiore bisogno di ristrutturazione industriale”.

Per la Santa Sede, è necessario avere una visione integrale e strategia per mettere insieme politiche economiche e sociali e attenzione al clima, mentre è necessario “migliorare la abilità delle nazioni e delle economie di adattarsi a temperature più alte, necessitando così una migliore comprensione di come il commercio e lo sviluppo saranno colpiet da un mondo più caldo”.

In conclusione, la Santa Sede nota che l’ineguaglianza è stata anche sosttenuta da “una ideologia individualisica che ha abbandonato la nozione di bene comune in a casa comune con orizzonti comuni”, e per questo “investimenti e prosperità sono stati disconnessi dalle nazioni di contratto sociale e impegno per una società che si prende cura”.

In un mondo sempre più interdipendente anche dai prestiti fatti da aziende, governi, imprese, c’è bisogno di una “nuova etica del bene comune”, che formi “le basi per un agire politico capace di affrontare le ineguaglianze strutturali dietro il nostro mondo profondamente diviso e sempre più fragile”, e allo stesso tempo “liberare lo spirito di ingenuità umana e creatività, urgentemente necessario per ricostruire meglio a partire dalla devastazione della pandemia COVID 19”.

Si tratta di un approccio etico da “include in una nuova architettura multilaterale, che ci permetterebbe di voltare pagina su anni di egoismo e perdita di valori civici e cultura”.

Per la Santa Sede, trovandoci di fronte ad un mondo sempre più interconnesso, c’è bisogno di una pianificazione a “lungo termine”, ribandendo la nozione di interdipendenza e ricostruendo il multilateralismo sugli ideali di giustizia sociale e mutua responsabilità tra e nelle nazioni.

L’arcivescovo Gallagher ricorda anche che 76 anni fa, un senso di “solidarietà internazionale, azione collettiva e sacrificio, così come gli sforzi locali hanno fornito l’ispirazione e la motivazione per quanti avevano il compito di costruire un migliore mondo dopo il conflitto”. La prosperità in quel contesto “era considerata essenziale quanto la pace”, e una era necessaria all’altra, e quella determinazione si trovò nella prima riunione dell’UNCTAD.

“Senza l’UNCTAD – ricorda il “ministro degli Esteri” vaticano – il dialogo e la costruzione de consenso tra nazioni in via di sviluppo e nazioni sviluppate sarebbe stato meno ricco, efficace e significativo”. Per questo, la Santa Sede ritiene che l’UNCTAD resti coerente con gli ideali originari, e lavori per “massimizzare i vantaggi della globalizzazione e minimizzarne le conseguenze negative”.

Al Comitato dei Diritti Umani, la Santa Sede affronta la crisi in Congo

Lo scorso 5 ottobre, durante la 48esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, si è tenuto un dialogo sul rapporto dell’Alto Commissario dei diritti umani riguardo la situazione nella Repubblica Democratica del Congo e sul rapporto finale della squadra di esperti internazionale sulla situazione in Kasai.

Per la Santa Sede ha preso la parola monsignor John Putzer, incaricato di affari della Missione Permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, sottolineando la “profonda preoccupazione riguardo l’allarmante situazione dei diritti umani in Repubblica Democratica del Congo, dove violazioni e abusi continuano ad essere documentate dall’Ufficio Congiunto dei Diritti Umani presso le Nazioni Unite”.

La Santa Sede “condanna fermamente tutti gli atti di violenza”, specialmente quelli che portano alla perdita di vite umane e includendo tutte le forme di violenza sessuale. La Santa Sede chiede pertanto alle autorità locali di impiegare “tutti gli sforzi” per assicurare la fine di questa violenza”, e ricorda “diversi eventi recenti”, come la dichiarazione dello stato di assedio nelle province di Ituri e Nord Kivu, e l’uso della forza contro dimostrazioni per i candidati alla prossima tornata elettorale, nonché il voto di sfiducia fatto sui governatori di varie province nella regione del Kasai. Tutto questo sembra confermare “un circolo vizioso” che “collega l’instabilità politica e la situazione di insicurezza, con conseguenze devastanti per la protezione dei diritti umani nella nazione”.

La Santa Sede nota “gli attacchi contro la Chiesa Cattolica e le istituzioni ecclesiastiche” avvenute durante l’attuale processo della designazione del presidente della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente. Citando la Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo, la Santa Sede stigmatizza i casi di sconsacrazione di diverse chiese e luoghi di culto, nonché l’attacco alla residenza del Cardinale Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, e le affermazione derogatorie contro il cardinale, sono “un serio attacco alla libertà di religione ed espressione, ma anche una violazione della democrazia”.

La Santa Sede nota che “è essenziale” che il processo elettorale sia “portato avanti in un modo autenticamente trasparente, democratico e indipendente”, cosicché si possa raggiungere un “consenso reale tra le otto confessioni religiose che compongono la piattaforma di denominazioni religiose chiamate ad eleggere il presidente del Comitato Elettorale”.

La Santa Sede chiede anche a “tutti gli stakeholders di assicurarsi che il processo elettorale che porta alle elezioni del 2023 sia portato avanti in modo libero, trasparente, inclusivo e democratico”. A questo proposito, la Santa Sede si dice preoccupata dalla cosiddetta bozza legislativa Tshiani, la quale “rischia di destabilizzare e ulteriormente dividere la nazione e minare la credibilità del processo elettorale”.

La Santa Sede chiede che “ogni tentativo di modificare il processo elettorale” deve essere fatto in modo inclusivo, democratico e conforme alla costituzione”. Mentre preoccupazione desta anche la sicurezza nella parte orientale della Nazione, dove le Forze Alleate Democratiche, che di recente sono state associato allo Stato Islamico e alla lista nazionale di gruppi terroristi di alcune nazioni, hanno “portato avanti attacchi sulla popolazione civile, inclusa la distruzione di chiese cattoliche e di campi di sfollai e rifugiati”.

Questi gruppi – nota la Santa Sede – hanno una attività crescente nelle zone di Tanganyika, in Nord e Sud Kivu ed Ituri, con operazioni che sembrano andare nella direzione di consolidare il corridoio logistico e operativo tra Sudan e Mozambico che favorisce “il trasferimento illegale di munizioni, incluse bombe artigianali, e porta ad una crescita dall’attività dei terroristi e a una successiva destabilizzazione nella regione”.

La Santa Sede sottolinea che “le conseguenze umanitarie” del conflitto nell’Est del Paese e nella ragione del Kasai sono devastanti, con 37 villaggi distrutti nel Kivu del Sud solo nella prima metà del 2021. Ci sono attualmente 5,2 milioni di sfollati nella nazione, mentre “migliaia di rifugiati congolesi sono stati forzatamente rimpatriati dall’Angola”, e mentre, anche a causa della pandemia, il cibo è scarso e i prezzi sono saliti, “precludendo a significanti porzioni della popolazione la possibilità di avere almeno un pasto al giorno”.

Tutto questo mentre la pandemia continua a diffondersi, con dati “allarmanti”, specialmente nelle prigioni che in alcuni casi sono riempite il 500 per cento in più della loro capacità, mentre manca un equo accesso alla vaccinazione.

Scienza e Fede: verso COP 26. Le dichiarazioni dell’arcivescovo Gallagher. Parolin capo delegazione

Prima dell’evento “Scienza e Fede: verso COP 26”, organizzato dalle ambasciate di Regno Unito e Italia presso la Santa Sede lo scorso 4 ottobre, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher ha dato una intervista alla Reuters in cui ha sottolineato la speranza della Santa Sede che “l’evento avrà un impatto nel far crescere le ambizioni riguardo ciò che può essere raggiunto dal COP26”.

“La maggioranza delle religioni rappresentate – sottolinea l’arcivescovo Gallagher – hanno le basi per un rinnovamento delle nostre relazioni con l’ambiente e il pianeta”.

Ha colpito l’assenza de Dalai Lama, ma Gallagher ha detto che gli organizzatori non hanno mai considerato di invitarlo. C’è un problema diplomatico, dato che il Dalai Lama è il leader del Tibet, non riconosciuto dalla Cina. “Sua Santità il Dalai Lama – ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano – sa quanto sia rispettato dalla Santa Sede e apprezza anche che le nostre relazioni con la Cina sono complicate e difficili e lo ha sempre rispettato, e noi lo apprezziamo molto. Il dialogo con il buddhismo va avanti su molti livelli”.

Per quanto riguarda il COP26 di Glasgow, Papa Francesco aveva detto nell’intervista alla COPE di settembre che lui aveva intenzione di andare, ma sarebbe dipeso da come si sentiva. L’8 ottobre, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha comunicato che il capo della delegazione vaticana al COP26 sarebbe stato il Cardinale Pietro Parolin, cosa che ha fatto pensare che il Papa non sarebbe partito. Altri rumors dicono che il Papa non avrà altri impegni internazionali, avendo deciso di non svolgere nemmeno il programmato viaggio a Malta, Cipro e Grecia di cui aveva parlato sempre nell’intervista alla COPE. Nessuno dei due viaggi del Papa era stato comunque confermato, anche se la visita del Primo Ministro di Malta l’8 ottobre aveva fatto speculare su una possibile messa a punto del viaggio.

Il Papa potrebbe comunque andare a Glasgow, perché non andrebbe da capo delegazione, ma per fare un intervento, considerando che l’agenda “verde” è sempre stata al centro del suo lavoro diplomatico.

La Santa Sede a New York, contro il terrorismo internazionale

L’8 ottobre, la Sesta Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha discusso delle “Misure per l’eliminazione del terrorismo internazionale”. L’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite ha parlato a nome della Santa Sede.

L’arcivescovo Caccia ha affermato che il terrorismo colpisce tutti i pilastri della Carta delle Nazioni Unite (prevenire il flagello della guerra, promuovere il rispetto dei diritti umani e della dignità, favorire lo sviluppo, instillare il rispetto del diritto e dei trattati internazionali), e che questo non può essere giustificato da nessuna ragione ideologica, politica, filosofica, razziale, etnica o religiosa.

La Santa Sede ha sottolineato, inoltre, che “gli sforzi per combattere ed eliminare il terrorismo devono rispettare lo stato di diritto e il diritto internazionale umanitario e non impedire alle organizzazioni umanitarie di fornire assistenza a chi ne ha bisogno, ha aggiunto”.

Si tratta di sforzi che necessitano cooperazione internazionale, e che non dovrebbero essere diminuiti con la scusa di dover affrontare la pandemia, ha notato la Santa Sede.

La Santa Sede a New York, sradicamento della povertà

Il 7 ottobre, la Santa Sede è intervenuta durante una discussione che è stata dedicata, in particolare, allo “sradicamento della povertà e altri sviluppi problematiche” e allo “sviluppo agricolo, sicurezza alimentare e nutrizione”.

Nelle sue osservazioni, l'arcivescovo Caccia ha affermato che la pandemia di COVID-19 ha ostacolato i progressi verso l'eliminazione della povertà, dal momento che circa 120 milioni sono stati spinti nella povertà a causa della pandemia. La pandemia – ha continuato l’Osservatore - ha anche esacerbato la povertà farmaceutica e l'esclusione digitale di milioni di persone e ha spinto molti alla disoccupazione”.

La Santa Sede, dal canto suo, sostiene “un approccio multidimensionale all'eliminazione della povertà che comprenda la povertà nel contesto delle reali opportunità disponibili e attraverso modelli, politiche e programmi di sviluppo incentrati sull'uomo”.

L’arcivescovo Caccia ha anche ricordato che “la povertà è il principale motore della fame e della malnutrizione, entrambe le quali aggravano il problema della povertà”, e che per questo “povertà e fame vanno affrontate insieme.

La Santa Sede a New York, il lavoro per i diritti umani

L’1 ottobre l'Arcivescovo Caccia ha preso la parola durante il Dibattito Generale del Terzo Comitato dell'Assemblea Generale dell'ONU. Il Terzo Comitato si occupa di diritti umani, affari umanitari e questioni sociali.

Nelle sue osservazioni, l'arcivescovo Caccia ha affermato che la pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto sui progressi verso lo sviluppo sostenibile, sistemi di supporto sociale tesi, accesso limitato all'assistenza sanitaria, aumento della disoccupazione, aumento dell'insicurezza alimentare e maggiori problemi per gli anziani. Ha chiesto un maggiore sostegno della famiglia nelle iniziative di protezione sociale.

Per quanto riguarda i diritti umani, l’Osservatore ha richiamato l'attenzione sugli "sforzi persistenti per affermare concetti nuovi come diritti che non godono di consenso e spesso mancano persino di definizioni comuni", qualcosa che politicizza e diluisce i diritti umani piuttosto che promuoverli. Ciò è più evidente nel rifiuto di riconoscere la dignità di "ogni vita umana in ogni fase e in ogni condizione".

L’arcivescovo Caccia ha anche elogiato gli sforzi per estendere una maggiore protezione legale per i bambini, ma ha espresso preoccupazione per le politiche che minano il benessere dei bambini, in particolare l'aborto. Ha lodato i progressi compiuti verso l'uguaglianza di donne e ragazze e contro la violenza nei loro confronti, ma ha messo in guardia contro la "cultura edonistica e consumistica che riduce le donne a oggetti sessuali" come la pornografia, la prostituzione, la maternità surrogata e la tratta di esseri umani.

Infine, l’Osservatore ha difeso i diritti delle popolazioni indigene, e si è esposto contro l'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione per scopi criminali.

                                                FOCUS AMBASCIATORI

Joseph Donnelly sarà il nuovo ambasciatore USA presso la Santa Sede

Dopo una lunga attesa, il presidente Joe Biden ha designato quello che sarà il suo ambasciatore presso la Santa Sede: è Joseph Donnelly, irlandese di origine, cattolico, già senatore dell’Indiana. Il suo nome dovrà essere approvato dal Congresso, ma la nomina arriva in un momento strategico, alla vigilia del viaggio di Biden a Roma per il G20 dove dovrebbe incontrare anche Papa Francesco (la visita dovrebbe avvenire il 29 ottobre).

Studioso dell’università cattolica di Notre Dame, Donnelly è stato co-presidente del gruppo “Cattolici per Biden” durante le elezioni del 2020, difendendo la fede del presidente messa spesso in questione dal suo appoggio al diritto di scelta della donna in caso di aborto.

Donnelly ha 66 anni, ed è stato membro del Gruppo di Studi in Afghanistan, e ha dunque qualche esperienza di politica estera. Da senatore, Donnelly è stato nel Comitato dei Servizi Armati ene Comitato Banche, Cause Affari Urban. Prima di essere senatore, Donnelly era stato deputato dal 2007 al 2013.

Il Canada non ha un ambasciatore presso la Santa Sede, ma un incaricato di affari

Dopo Dennis Savoie, ambasciatore del Canada presso la Santa Sede dal 2014, è la volta di Paul Giddard per rappresentare il Canada presso la Santa Sede. Gibbard, che è stato primo ambasciatore canadese residente in Iraq e prima ancora in Venezuela, viene da una esperienza in Africa. Ha il ruolo di rappresentante del Canada presso la Santa Sede, ma non quello di ambasciatore, forse anche perché i rapporti tra Canada e Santa Sede sembrano essere difficili dopo i fatti delle scuole residenziali. C’è stata, da parte dei vescovi canadesi, una richiesta di perdono, mentre si attende a dicembre un incontro del Papa con i leader indigeni.

                                                FOCUS NUNZIATURE

Il nunzio in Burundi è l’ex organizzatore dei viaggi papali

Papa Francesco aveva annunciato durante il volo verso l’Ungheria la sua nomina, ma questa ancora non era stata ufficializzata. Ora Dieudonné Datanou, officiale beninese della Segreteria di Stato che è stato per un breve periodo organizzatore dei viaggi papali, ha finalmente un incarico: sarà nunzio in Burundi.

Classe 1962, sacerdote dal 1989, monsignor Datanou è nel servizio diplomatico della Santa Sede dal 1995. Prima di arrivare in Segreteria di Stato, ha lavorato nelle rappresentanze pontificie di Angola, Ecuador, Camerun, Iran, India, El Salvador.

                                                FOCUS VATICANO

Un vice capo del protocollo della Segreteria di Stato vaticana

Nelle variazioni dell’Annuario Pontificio pubblicate dalla Sala Stampa della Santa Sede il 9 ottobre, spicca la presenza di un vice-capo del protocollo della Segreteria di Stato, vale a dire della nomina di un numero 2 per monsignor Joseph Murphy, che guida dal 2018 l’ufficio della Segreteria di Stato che cura, tra le altre cose, la presentazione delle lettere credenziali per i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede.

La posizione di vice capo del protocollo è ora occupata da monsignor Bruno Bastos Lins, brasiliano da diversi anni in Segreteria di Stato vaticana, dottore in Teologia Dogmatica presso l’Università della Santa Croce. Conosciuto in patria anche per essere stato il traduttore in portoghese dei volumi sul Gesù di Nazareth di Benedetto XVI, monsignor Bruno Lins proviene dall’arcidiocesi di Rio de Janeiro, ed era finora addetto di segreteria di seconda classe presso la Prima Sezione della Segreteria di Stato.

Nell’Annuario Pontificio 2020 non figurava un vice-capo del protocollo, che sembra essere figura nuova nell’organigramma della Segreteria di Stato. Da capire se si tratta di una mera riorganizzazione per ottemperare alla grande mole di lavoro, e una indicazione che presto potrebbero esserci ulteriori spostamenti dalla Segreteria di Stato.

Non è mistero, infatti, che alcune nunziature sono ancora vacanti, tra le quali la cruciale Missione della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra.

Papa Francesco incontra la giuria del Premio Zayed per la Fratellanza Umana

Il 7 ottobre, Papa Francesco ha incontrato in Vaticano la giuria giudicatrice del Premio Zayed per la Fratellanza Umana, giunto alla sua terza edizione.

Nella sua conversazione con i membri della giuria, riportata da Vatican News, Papa Francesco non ha esitato a definire “storico” il suo incontro con il Grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyeb, mentre i membri della giuria ha espresso al Papa gratitudine per il sostegno dato alla giuria.

La giuria indipendente comprende Mahamadou Issoufou, ex presidente del Niger e vincitore del Premio Ibrahim 2020 per l’eccellenza nella leadership in Africa; José Ramos-Horta, Premio Nobel per la Pace 1996 e ex presidente di Timor Est; Phumzile Mlambo-Ngcuka, ex vicepresidente del Sudafrica ed ex sottosegretario generale dell’ONU; il cardinale Michael Czerny, sottosegretario alla sezione Migranti e ai Rifugiati della Santa Sede; Leah Pisar, presidente del Progetto Aladdin; il Giudice Mohamed Abdelsalam, segretario generale del Comitato Superiore per la Fratellanza Umana (HCHF).
Il giudice Abdelsalam, ex consigliere del Grande Imam di Al-Azhar e primo arabo musulmano a ricevere il premio Commenda con Placca dell'Ordine Piano da Sua Santità, ha sottolineato che il percorso congiunto di fratellanza umana di Papa Francesco e del Grande Imam “serve da ispirazione per il comitato e per il mondo, il quale soffre per le crisi umanitarie e sanitarie, nonché per le piaghe dell'egoismo, della disuguaglianza e dell'ingiustizia”.
Il premio Zayed, assegnato dal Comitato Superiore della Fratellanza Umana, è stato istituito nel febbraio 2019 in occasione dello storico incontro tra Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, dove le due grandi figure hanno firmato il Documento sulla Fratellanza Umana e primi destinatari onorari del Premio Zayed per la Fratellanza Umana.

La speaker della Camera USA visita il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

L’8 ottobre, Nancy Pelosi, speaker della Camera degli Stati Uniti, cattolica ma a favore del diritto di scelta in caso di aborto, ha visitato il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Ne dà notizia un tweet del dicastero. Nello stesso tweet, si sottolinea che i temi della Conversazione sono stati “la cura dell’ambiente alla luce dell’enciclica di Papa Francesco Laudato Si, le questioni migratorie, i diritti umani, la salute in tempo di pandemi e il lavoro della commissione vaticana COVID 19”. Secondo suor Alessandra Smerilli, segretario ad interim del Dicastero, l’incontro è stato “grande e di spirazione”.

Il Cardinale Turkson, prefetto del dicastero, ha donato alla speaker Pelosi il libro “Perché avete paura? Non avete fede”, pubblicato dal Dicastero delle Comunicazioni al primo anniversario della statio orbis di Papa Francesco durante la pandemia.

Pelosi è a Roma per dare il discorso inaugurale della sessione di apertura del Summit G20 degli Speakers Parlamentari.

                                                FOCUS INTERNAZIONALE

Afghanistan, adottata la prima risoluzione ONU che chiede libertà religiosa nel Paese

A quasi due mesi dalla rapida conquista dall’Aghanistan da parte dei Talebani, il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra ha adottato una risoluzione per condannare “nei termini più forti possibili” le violazioni e gli abusi dei diritti umani perpetrati in Afghanistan, incluse quelle contro persone che appartengono a minoranze religiose.

La risoluzione chiede esplicitamente di rispettare la libertà religiosa, e chiede alla comunità internazionale di definire che l’impegno con ogni futuro governo afghano dipenda “dal rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti gli afghani, incluse donne, ragazze, bambini e persone che appartengono a minoranze religiose ed etniche”.

Su spinta di diverse organizzazione di ispirazione religiosa, tra cui ADF International, la risoluzione stabilisce un meccanismo che ha l’obiettivo di monitorare lo sviluppo della situazione dei diritti umani nella nazione. La risoluzione è stata approvata con 28 sì, 5 no e 14 astensioni.

Giorgio Mazzoli, che rappresenta ADF International al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, ha sottolineato che “in Afghanistan, i membri delle minoranze religiose, inclusi i cristiani, sono stati forzati a lasciare da un destino di morte certa e nascondersi in aree remote della Nazione”, e si è detto soddisfatto della risoluzione che “può essere vista come limitata per quanto riguarda i risultati immediati, ma è un significativo segnale che la comunità internazionale non è preparata a resistere con forza quando i diritti umani e le libertà fondamentali sono messe a rischio”.

Per questo, Mazzoli chiede agli Stati di “assicurare la piena implementazione (della risoluzione) impiegando ogni mezzo diplomatico, politico o di altro tipo per assicurarsi che quanti esercitino reale controllo siano considerati pienamente responsabili per i loro fallimenti nel rispettare i diritti umani e le aspirazioni del popolo afghano”.

Oltre ad ADF International, la coalizione che ha sostenuto la risoluzione era composta da World Evangelical Alliance, Christian Solidarity Worldwide, the World Baptist Alliance, CAP Freedom of Conscience and the Ethics and Religious Libery Commission.

Difficile la situazione per i cristiani. Ci sono rapporti che raccontano di persone condannate a morte per essere state trovate sui mezzi pubblici con una Bibbia.

La risoluzione punta ad istituire la figura del Relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, col mandato di monitorare e documentare la situazione dei diritti umani e le varie violazioni commesse nel Paese.

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