Diplomazia Pontificia, la Fratelli Tutti e la diplomazia multilaterale

Si è tenuto il 15 aprile l’evento di Alto Livello a Ginevra che ha presentato la Fratelli Tutti al mondo diplomatico. Gli interventi. L’incontro di Papa Francesco con l’Alto Commissario ONU per i rifugiati.

Filippo Grandi e Papa Francesco durante il loro colloquio, che è durato circa 50 minuti
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Il Cardinale Parolin lo aveva detto: l’enciclica Fratelli Tutti è uno strumento diplomatico. Questo approccio si è concretizzato lo scorso 15 aprile a Ginevra, quando un evento di Alto Livello alle Nazioni Unite ha messo insieme due cardinali e quattro direttori generali per discutere dell’impatto dell’ultima enciclica di Papa Francesco.

In questa settimana: l’incontro di Papa Francesco con l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati; la conferma del viaggio del Papa in Slovacchia, la possibilità di un viaggio in Francia; la questione del Nagorno Karabakh.

                                             FOCUS PAPA FRANCESCO

Papa Francesco incontra l’Alto Commissario ONU per le Nazioni Unite

Il 16 aprile, Papa Francesco ha incontrato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Un comunicato dell’Alto Commissariato ha fatto sapere che Grandi ha mostrato apprezzamento per l’approccio olistico e globale di Papa Francesco alle migrazioni forzate e ai bisogni dei più vulnerabili, compresi coloro che sono stati costretti a fuggire dalle proprie case, come espresso nella lettera enciclica Fratelli Tutti”.

Grandi ha detto di puntare a rafforzare la cooperazione tra Santa Sede e Alto Commissariato ONU. Papa Francesco ha condiviso la riflessione sulla portata delle emergenze umanitarie mondiali.

Ha detto Grandi che “Papa Francesco è la voce delle persone più emarginate: i rifugiati, gli sfollati e i migranti. Il suo instancabile impegno ha fatto una differenza concreta nella risposta ai bisogni di coloro che fuggono dalle grandi crisi umanitarie, fornendo un luogo sicuro e un’assistenza efficace per integrare i più vulnerabili nei paesi di accoglienza”.

Papa Francesco scrive al presidente del Kurdistan

Papa Francesco ha inviato la scorsa settimana una lettera a Nechiervan Barzani, presidente del Kurdistan.

Il Papa ha scritto a seguito del suo viaggio in Iraq. Nella lettera dice che “durante i giorni che ho trascorso con voi, ho realizzato che le diversità religiose, culturali ed etniche che caratterizzano la società irachena sono un supporto per voi e per il mondo”.

La lettera è stata consegnata a Barzani dall’arcivescovo Mitja Leskovar, ambasciatore della Santa Sede in Iraq, lo scorso 15 marzo. Il Papa ha scritto che si aspetta che “l’Iraq ora provi a tutti per tutti, specialmente in Medio Oriente, che è capace, nonostante le differenze, di cooperare in armonia per costruire vita civile, consolidare legami di fraternità e solidarietà al servizio della pace.”

Papa Francesco incontra il ministro dell’Economia argentino Martin Guzman

È stato un incontro di quasi 50 minuti, quello tra il ministro dell’Economia argentino Martin Guzman e Papa Francesco. L’incontro ha avuto luogo il 14 aprile. Guzman ha presentato al Papa le posizioni argentina sulla rinegoziazione del debito con il Fondo Monetario Internazionale. Come consuetudine, non ci sono comunicati su questo incontro, ma le relazioni dell’agenzia argentina TELAM parlano di un Papa perfettamente informato di quello che accade nel Paese.

Papa Francesco ha chiesto una riduzione significativa del debito per i Paesi poveri, ed è un tema su cui batte spesso anche Caritas Internationalis. Il ministro Guzman avrebbe parlato al Papa dei problemi del funzionamento dell’architetttura finanziaria mondiale.

Prima di avere una udienza privata con Papa Francesco, Guzman ha anche incontrato Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, insieme all’arcivescovo Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere.

Guzman e il suo seguito hanno anche pottuto visitare la Cappella Sistina e la Cupola di San Pietro. L’Argentina comincerà una negoziazione con il Fondo Mondiale Internazionale per un nuovo programma di finanziamento del debito di 45 mila milioni di dollari contratto durante il governo di Mauricio Macrì.

Barzani era stato ricevuto da Papa Francesco il 19 febbraio. prima dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI. Barzani ha scritto su twitter che i temi dell’incontro erano stati la riduzione della minaccia del terrorismo, le preoccupazioni regionali e globali, la fiducia nel dialogo tra fedi diverse per promuovere la tolleranza.

Barzani aveva incontrato anche, il 18 febbraio, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. I due avevano avuto anche un colloquio in Iraq, durante la visita di Natale 2018 del Segretario di Stato, durante la quale il Cardinale aveva ringraziato Barzani per aver gestito la crisi del 2014 e avere accolto tanti cristiani.

Nel colloquio in Vaticano del 18 febbraio, Barzani ha aggiornato il segretario di Stato sul supporto del governo del Kurdistan per la coesistenza religiosa nella regione, considerando che il Kurdistan è diventato un approdo per diverse minoranze.

Secondo un comunicato del governo, Barzani ha anche spiegato al cardinale la sua agenda amministrativa per la regione del Kurdistan, inclusi gli sforzi per fornire migliore tenore di vita alle persone, sviluppare settori economici e privati e sollevare il livello di sicurezza e stabilità.

Da parte sua, il Segretario di Stato vaticano ha confermato il supporto vaticano per la regione del Kurdistan in generale e per un rafforzamento degli incontri, e – sempre secondo il governo curdo – ha anche lodato la lotta dei Peshmerga curdi contro lo Stato Islamico per proteggere le minoranze a rischio e lo sforzo della Regione del Kurdistan per essere un modello di coesistenza religiosa.

                                      FOCUS FRATELLI TUTTI

Cardinale Parolin: “La fratellanza, un codice esigente ed esclusivo”

Presentando lo scorso 15 aprile ad un incontro di alto livello presso le Nazioni Unite di Ginevra l’enciclica Fratelli Tutti, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha sottolineato come la fratellanza sia un codice “esigente ed inclusivo”, e ha spiegato come questa possa declinarsi nella diplomazia del multilaterale.

Secondo il Cardinale Parolin, il tema della fraternità è stato tipico del pontificato di Papa Francesco sin dalle prime battute, e tutte le azioni ed attività successive del pontificato sono state “una naturale e coerente conseguenza del cammino orientato ad essa”.

Il Cardinale Parolin sottolinea che “la fratellanza consente a persone che sono eguali nella loro essenza, dignità, libertà, e nei loro diritti fondamentali, di partecipare diversamente al bene comune secondo la loro capacità, il loro piano di vita, la loro vocazione, il loro lavoro o il loro carisma di servizio”, mentre nel multilaterale “la fratellanza si traduce nel coraggio e nella generosità per stabilire liberamente determinati obiettivi comuni e per assicurare l’adempimento in tutto il mondo di alcune norme essenziali, in virtù della locuzione latina pacta sunt servanda, con la quale si vuole mantenere fede alla volontà legittimamente manifestata, per risolvere le controversie mediante i mezzi offerti dalla diplomazia, dal negoziato, dalle Istituzioni multilaterali e dal più ampio desiderio di realizzare ‘un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli’.”

Questa premessa serve al Cardinale Parolin per introdurre delle riflessioni su temi che la Santa Sede ha particolarmente a cuore: l’accesso alla salute, rifugiati, lavoro, diritto internazionale e umanitario e disarmo.

Questione sanitaria: il riferimento, quasi scontato, è alla pandemia, che ha portato ad una corsa verso “il vaccino e le cure a livello nazionale”, rendendo visibile un gap tra Paesi sviluppati e il resto del mondo. La Santa Sede ha offerto linee guida varie, e il Cardinale Parolin ribadisce: “La comunità internazionale ha l'obbligo di garantire che qualsiasi vaccino e trattamento COVID-19 sia sicuro, disponibile, accessibile e conveniente per tutti coloro che ne hanno bisogno”.

E questo perché “l’attenzione per i più bisognosi e coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità, in particolare per i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni, non è solo testimonianza di fratellanza, ma una costatazione di un’attenzione al bisogno reale delle nostre sorelle e dei nostri fratelli”.

Il Segretario di Stato vaticano nota i numerosi appelli del Papa ai leader e agli organismi internazionali “per una nuova globalizzazione della solidarietà capace di soppiantare quella dell’indifferenza”; considera che i rifugiati, che pure hanno fatto parte della storia, sono ormai un numero tale che rappresenta “una ferita nel tessuto sociale della comunità internazionale”; sottolinea che la Santa Sede “accoglie la visione di fondo del Global Compact sui rifugiati, che mira a rafforzare la cooperazione internazionale attraverso una condivisione della responsabilità più equa e prevedibile, ricordando al contempo che la soluzione duratura ideale e più completa è quella di assicurare i diritti di tutti a vivere e prosperare in dignità, pace e sicurezza nei propri Paesi d’origine”.

Quindi, il Cardinale affronta l’impatto della pandemia sul mondo del lavoro, perché i lockdown e le misure non solo hanno imposto delle chiusure, ma hanno costretto gli imprenditori anche a fronteggiare “barriere sistematiche all’accesso all’assistenza sanitaria del Paese”.

Il Cardinale Parolin auspica che “per il bene dei processi di costruzione della pace” venga ampliato “il formato tradizionale del dialogo sociale”, coinvolgendo “organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro”, ma anche “attori che rappresentano l'economia informale e le preoccupazioni ambientali”.

Il Segretario di Stato vaticano ricorda che il fondatore della Croce Rossa Henry Dunant adottò il grido di “Tutti Fratelli”, e nel farlo sottolinea che “c’è un urgente bisogno di rafforzare la diffusione e la promozione del rispetto del diritto umanitario”, il quale “si propone di salvaguardare i principi essenziali di umanità in un contesto, quello della guerra, che è in sé stesso disumano e disumanizzante, proteggendo la popolazione civile e mettendo al bando armi che infliggono sofferenze tanto atroci quanto inutili”.

La Santa Sede spera che “gli Stati possano giungere ad ulteriori sviluppi del diritto internazionale umanitario”, tenendo conto di come sono cambiati oggi i conflitti armati, con l’obiettivo di “eliminare i conflitti del tutto”, considerando che “il desiderio di pace, di sicurezza e di stabilità, infatti, è uno dei desideri più profondi del cuore umano, poiché esso è radicato nel Creatore, che fa membri della famiglia umana tutti i popoli”.

Una aspirazione – prosegue il Segretario di Stato – che “non può mai essere soddisfatta soltanto da mezzi militari e meno che mai dal possesso di armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa”. Notando che “la guerra è l’antitesi della fratellanza”, la Santa Sede “incoraggia con convinzione l’impegno degli Stati nell’ambito del disarmo e del controllo degli armamenti verso accordi duraturi sulla strada della pace”.

Da una parte ci sono “segnali incoraggianti”, come “l’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione di armi nucleari”, dall’altra le somme destinate agli armamenti sono ancora “ingenti”, seguendo la logica controproducente “di legare la sicurezza nazionale all'accumulo di armi”, e creando scandalo a causa della “sproporzione tra le risorse materiali e i talenti umani dedicati al servizio della morte e le risorse dedicate al servizio della vita”.

Son queste le indicazioni della Santa Sede, per un mondo in cui è necessario “preparare un progetto in grado di rispondere a ciò che viene dopo”, avendo bisogno “non solo di regole comuni”, ma che “queste siano efficienti ed efficaci rispetto alle situazioni di oggi”, secondo “la responsabilità individuale e la capacità di sentirsi fratelli, cioè di far propri i bisogni degli altri attraverso una reciprocità di rapporti che superi l’isolamento e coinvolga gli Stati, i singoli e gli organismi internazionali”.

Gli altri interventi sulla Fratelli Tutti a Ginevra

Parterre di altissimo livello, insieme al Cardinale Parolin, per presentare la Fratelli Tutti. L’evento è stato organizzato dalla Missione Permanente della Santa Sede presso l'Onu a Ginevra, e promosso dalla Missione dell’Ordine di Malta presso le Nazioni Unite a Ginevra, dalla Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni, dal Forum delle Organizzazioni non governative cattoliche, dalla Pontificia Università Lateranense e dalla Fondazione Caritas in Veritate.

Oltre al Cardinale Parolin, è intervenuto il Cardinale Miguel Angel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligiosi. Questi ha ricordato che per il Papa l’arte di saper dialogare “è la via per aprirsi ai bisogni del mondo e costruirsi l’amicizia sociale”, e che Papa Francesco è “fermamente convinto che grazie ad un’autentica collaborazione fra credenti, si possa lavorare per contribuire al bene di tutti, individuando le tante ingiustizie che ancora affliggono questo mondo e condannando ogni violenza”.

Secondo Tatiana Valovaya, direttore generale delle Nazioni Unite a Ginevra, la Fratelli Tutti offre un progetto per un mondo dopo il COVID 19, che dovrà essere sviluppato – ha spiegato – promuovendo un approccio multilaterale e il dialogo interreligioso e culturale, per creare un sistema inclusivo e rinnovato.

Guy Ryder, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha ricordato che prima di tutto “ripristinare la solidarietà”, mentre Peter Maurer, presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha messo in luce come in Regioni martoriate come la Siria, i bisogni delle vittime sono gli unici criteri validi per offrire assistenza ai più vulnerabili. Maurer ha anche affermato che il dialogo è uno strumento imprescindibile – una comunanza di vedute con il Papa che il presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa non aveva mancato di sottolineare dopo aver avuto udienza dal Papa lo scorso 20 ottobre.

Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i Rifugiati, che è stato poi in udienza da Papa Francesco il 16 aprile, ha detto che il virus si può sconfiggere solo superando il nazionalismo dei vaccini – anche questa, una posizione convergente con quella della Santa Sede.

Adhanamom Ghebreyesus, direttore dell’Organizzazione Mondiale per la Salute, è intervenuto attraverso un videomessaggio, in cui ha messo in luce le disparità scioccante, dimostrata dal fatto che “più di 800 milioni di dosi di vaccini sono state somministrate a livello globale”, ma “l’80 per cento di queste sono andate a Paesi sviluppati”.

Il reverebdo Ioan Sauca, segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese. Sauca ha ricordato che l’attenzione alle ferite del mondo è la chiave della giustizia sociale e della fraternità umana, mentre il rabbino argentino Abraham Skorka, con Papa Francesco protagonista dell’esperimento del cosiddetto “trialogo” in Argentina, ha detto che la Fratelli Tutti presenta “un nuovo sogno di fraternità”.

In un video, il principe Hassan bin Talal di Giordania, ha detto che la crisi “può essere anche un’opportunità per porre un freno a stili di vita sempre più costosi. Un’opportunità per promuovere un approccio multilaterale che risponda alle sfide poste dalla pandemia”.

Al termine dell’incontro, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore della Santa Sede a Ginevra, ha concluso ricordando l’obiettivo dell’evento, che era quello di offrire l’ideale di fraternità umana come nuova fonte di speranza e ispirazione in questi difficili tempi di pandemia, guerra, carestia e altre emergenze, e ha detto che la fraternità umana è già profondamente presente sin dalla fondazione delle organizzazioni internazionali.

                                                       FOCUS DIPLOMAZIA

L’arcivescovo Gallagher parla della decadenza e del declino dell’Occidente

Secondo l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, parlare di “decadenza e declino dell’Occidente” è legittimo, ma ha anche detto di essere ottimista che questo declino non sia irreversibile.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha parlato alla rivista italiana Le Sfide. L’arcivescovo Gallagher ha parlato di “un cauto ottimismo”, di fronte ad una esperienza nuova per l’Occidente, perché “stiamo ora vivendo quello che molte popolazioni in Africa e Asia hanno sperimentato e affrontato dierse volte nel corso degli anni.

L’arcivescovo Gallagher ha anche affrontato il tema della persecuzione anti cristiana nel mondo. La Chiesa – ha detto – può “sembrare timida”, ma in realtà “abbiamo reagito in maniera dura, anche se non in pubblico”.

L’arcivescovo Gallagher ha ricordato che molte nazioni sono state esitanti nel riconoscere il fatto che la persecuzione è una realtà cristiana, ma che ora c’è “una crescente sensibilità” sulla questione dei cristiani perseguitati, e plaudito ai governi che cominciano iniziative per supportare i Cristiani.

L’arcivescovo Gallagher ha detto che la crisi di fede è semplicemente perché non si vive realmente la fede. L’arcivescovo Gallagher ha anche parlato della questione povertà, ha detto di non aver sempre capito l’idea di Papa Francesco di Terza Guerra Mondiale a pezzi. Il ministro degli Esteri vaticano ha anche parlato del problema ambientale, e sottolineato che la prossima CoP a Glasgow sarà decisivo sul fronte”.

                                             FOCUS NAGORNO KARABAKH

Prigionieri di guerra nel Caucaso del Sud: la posizione dell’Armenia

Durante l’Urbi et Orbi di Pasqua, Papa Francesco ha pregato anche perché Dio “conceda a quanti sono prigionieri nei conflitti, specialmente nell’Ucraina orientale e nel Nagorno-Karabakh, di ritornare sani e salvi alle proprie famiglie, e ispiri i governanti di tutto il mondo a frenare la corsa a nuovi armamenti”.

Il tema del conflitto in Nagorno Karabakh è un tema particolarmente caldo, e i due nodi del dibattito riguardano la sorte dei prigionieri di guerra e la difesa del partimonio culturale cristiano nella regione, tema oggetto anche di un recente intervento di Nathalie Loiseau, presidente del sotto-comitato sulla Sicurezza e la Difesa del Parlamento Europeo – la quale tra l’altro non ha dimenticato anche le distruzioni di moschee, mostrando di saper mantenere un equilibrio diplomatico.

Garen Nazarian, ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede, lamenta che fino ad ora l’Azerbaijan ha continuato a considerare l’articolo 8 della Dichiarazione Trilaterale del 9 novembre, che “obbliga lo scambio di prigionieri di guerra, ostaggi, e altre persone detenute”, e considera che questa lentezza nell’applicare l’articolo possa esseer un modo azero “di fare pressione sul lato armeno, forzandolo a fare concessioni”.

A cinque mesi dalla Dichiarazione – afferma Nazarian ad ACI Stampa – “la questione dei prigionieri di guerra armeni e di altri detenuti non è risolta”. Nazarian nota che il presidente azero Aliyev, lo scorso 12 aprile, ha presenziato ad un parco dedicato all’ultimo conflitto, che mostra anche gli elmetti di soldati armeni e oggetti personali dei soldati di Armenia, e sottolinea che la comunità internazionale ha già reagito al gesto, che dimostrerebbe come il presidente voglia “degradare pubblicamente la memoria delle vittime della guerra”.

Questo comportamento, aggiunge, ha fatto realizzare alla comunità internazionale che “la ledaership della nazione si distanzia dalle sue dichiarazioni sulla situazione post-conflitto e sulla pace e riconciliazione regionale”.

Eredità culturale cristiana in Nagorno Karabakh, la posizione azera

In una dichiarazione inviata ad ACI Stampa, l’ambasciatore di Azerbaijan presso la Santa Sede Rahman Mustafayev ha voluto invece affrontare la questione del fato delle testimonianze culturali cristiane in Nagorno Karabakh. È stato notato, tra le altre cose, che l’Azerbaijan ostacolerebbe una missione dell’UNESCO.

Mustafayev sottolinea che l’Azerbaijan è invece “più di ogni altro interessato all’implementazione della Missione UNESCO”, perché nel territorio del Nagorno Karabakh ora sotto il controllo dell’Azerbaijan “ci sono circa 3000 oggetti di interesse culturale, tra cui biblioteche, musei, moschee, chiese, monumenti di architettura, arte e storia, sia di tipo religioso e secolare”.

L’ambasciatore lamenta che molti di questi monumenti sono stati distrutti nel periodo in cui il Nagorno Karabakh si è proclamato indipendente, quando “circa 40 mila mostre e valori museali sono stati rubati e portati in Armenia”.

Mustafayev dice che l’Azerbaijan ha “continuamente sollevato la questione di una missione UNESCO, in particolare ad inizio del 2000, e poi nel 2008, 2015 e 2018” e accusa a sua volta l’Armenia “di aver contrastato l’implementazione della missione”.

Secondo Mustafayev, l’Azerbaijan ha avanzato già a febbraio e marzo di quest’anno delle proposte all’UNESCO per organizzare missioni “per valutare il danno causato” nella regione, e che ci sono attualmente “un dialogo e una cooperazione costruttive con l’UNESCO e i suoi stati membri sulla questione”.

Mustafayev comunque sottolinea che la missione dell’UNESCO “potrebbe essere possibile solo se si basasse sul pieno rispetto delle norme della legge internazionale, a partire dalla sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Azerbaijan”, nonché secondo le clausole della Convenzione dell’Aja per la Protezione delle Proprietà Culturale in Casi di Conflitto Armato, che risale al 1954.

L’ambasciatore di Azerbaijan infine richiede “all’UNESCO e ai suoi stati membri, inclusa la Santa Sede come stato amico, di supportare un approccio serio e globale all’organizzazione della missione. Non siamo interessati ad una visita simbolica, ma in una missione genuina ad ampio spettro per analizzare lo satto dei danni del maggior numero di siti possibili”.

L’ambasciatore rovescia le accuse di aver danneggiato eredità culturale armena, affermando che l’UNESCO è chiamato a mostrare “la vera storia” dei “crimini di guerra contro l’eredità culturale e religiosa della Repubblica di Azerbaijan”, arrivando ad accusare l’Armenia di “violazioni della Convenzione dell’Aja”.

                                               FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede alle Nazioni Unite a New York: un vaccino per tutti

Il 16 aprile, monsignor Miroslaw Wachowski, sottosegretario della Santa Sede per le relazioni con gli Stati, ha parlato a nome della Santa Sede davanti all’Incontro Ministeriale speciale dell’ECOSOC, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. Il tema dell’incontro era “un vaccino per tutti”.

Mettendo in luce la necessità per una solidarietà fraterna, monsignor Wachowski ha detto che deve essere fatto di più per assicurare accesso universale al vaccino COVID 19, affermato che i ritardi nel vaccinare le nazioni più povere sono “una ingiustizia”, e ha denunciato come “allarmante” che il 75 per cento dei vaccini sono stati distribuiti in 10 nazioni, mentre 130 nazioni al mondo non hanno per niente vaccini.

Il “viceministro degli Esteri” vaticano ha lodato gli sforzi che hanno permesso la produzione dei vaccini tra i continenti e ha descritto gli impegni dei governi e delle case farmaceutiche per aiutare i più bisognosi come “segni di speranza”.

Monsignor Wachowski ha quindi suggerito che il condono del debito estero potrebbe aiutare le nazioni in via di sviluppo a risollevarsi dai crescenti pesi posti dalla pandemia.

La Santa Sede all’ONU di New York: il viaggio di Papa Francesco

Il 15 aprile, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha partecipato ad un panel organizzato dal Crossroads Cultural Center sul viaggio di Papa Francesco in Iraq.

L’evento si è focalizzato sul messaggio di pace proclamato dal Papa durante la sua storica visita e l’importanza di sviluppare una cultura di dialogo. Il nunzio ha parlato del ruolo che la fraternità gioca nel ricostruire una cultura di pace, e sull’importanza dell’incontro personale nel creare una via futura in cui fratelli e sorelle si uniscano in una sola famiglia.

                                                FOCUS EUROPA

Il presidente di Slovacchia conferma la visita del Papa

Lo scorso 8 aprile, parlando con il programma Na hrane di TV-JOJ, una tv privata slovacca, Zuzana Caputova, presidente di Slovacchia, ha confermato che il Papa visiterà Bratislava nel prossimo settembre. L’intenzione di un viaggio a Bratislava era stata preannunciata da Papa Francesco nel volo di ritorno dall’Iraq, quando aveva fatto sapere che sarebbe andato a Budapest per celebrare la Messa conclusiva del Congresso Eucaristico Internazionale in programma il prossimo settembre.

Non si sa ancora se il Papa prolungherà la sua permanenza in Slovacchia, magari visitando altre località nel Paese. Bratislava dista circa 200 chilometri da Budapest.

Verso un viaggio di Papa Francesco in Francia?

Dalla Francia, continuano ad arrivare voci di un possibile viaggio del Papa nel Paese. Dopo il vescovo di Nanterre, che ha detto che la visita è in negoziazione, è stato l’arcivescovo Jean Marc Aveline di Marsiglia, dopo un incontro con il Papa, a ventilare l’ipotesi di un viaggio nella sua città, per sviluppare una sorta di “teologia del Mediterraneo” che il Papa avrebbe iniziato con il viaggio a Lampedusa nel 2013 e proseguito con il viaggio a Napoli del 2015.

Rispondendo a Vatican News riguardo l’invito delle autorità francesi per un viaggio papale, Aveline ha sottolineato di “aver ben compreso che, per il Papa, la porta di ingresso è Marsiglia. Abbiamo discusso a lungo sul senso che potrebbe rivestire la tappa di Marsiglia nel suo pellegrinaggio in Mediterraneo”, e si è arrivati a definire che “una tappa supplementare a Marsiglia” andrebbe ad omaggiare “una delle ultime città cosmopolite del Mediterraneo”, perché è vero che lo sono anche Alessandria Istanbul e Beirut, ma “tutte sono oggi più unificate culturalmente”, mentre a Marsiglia “c’è un laboratorio impressionante di presenza musulmana, giudea, armena, caldea, comoriana, senza contare i libanesi”.

Sarebbe, dunque un “pellegrinaggio Mediterraneo”, in una delle periferie d’Europa, laddove Marsiglia è utilizzata dai migranti come “porta dell’Occidente”. Addiritttura, monsignor Aveline si è spinto oltre, arrivando a pensare a un Sinodo speciale sul Mediterraneo.

Il Presidente di Macedonia incontra i rappresentanti religiosi

L’8 aprile, il presidente di Macedonia Stevo Pendarovski ha incontrato i rappresentanti delle comunità religiose riconosciute dalla Costituzione macedone. All’incontro ha partecipato il vescovo Kiro Stojanov di Skopje; l’arcivescovo Stefan, capo della Chiesa ortodossa macedone; l’ulema Shaqir ef. Fetahu, capo della comunità religiosa islamica; Marijan Dimov, in rappresentanza della Chiesa evangelica luterana. Era presente anche Darijan Sotirovski, direttore della Commissione per i Rapporti con le comunità e i gruppi religiosi.

Durante l’incontro, il presidente Pendarovski ha sottolineato l’importanza del ruolo dei leader delle comunità religiose nell’educare ad un comportamento attento e responsabile in tempo di pandemia, in particolare in vista delle festività del Ramadan e della Pasqua ortodossa.

I responsabili e rappresentanti delle comunità religiose hanno fatto appello ai fedeli per un comportamento attento e responsabile, l'osservanza seria e incondizionata delle misure e delle raccomandazioni delle autorità sanitarie, al fine di proteggere se stessi e coloro che decidono di visitare i templi in occasione del vacanze, come e la necessità di vaccinare i cittadini.

Il presidente delle Conferenza Episcopale Austriaca dal presidente

Alexander Van der Bellen, presidente federale di Austria, ha ricevuto il 9 aprile l’arcivescovo Franz Lackner di Salisburgo, presidente della Conferenza Episcopale Austtriaca. I due hanno parlato – secondo il presidente federale - delle conseguenze della pandemia per le Chiese e la pratica della religione, il rapporto di base Chiesa-Stato e la "situazione dei rifugiati". L’arcivescovo Lackner ha detto che si è parlato anche della recente depenalizzazione del suicidio assistito in Austria.

Da quando è stato eletto, lo scorso giugno, presidente della Conferenza Episcopale Austriaca, Lackner ha incontrato due volte il presidente.

Irlanda, dopo le violenze nel Nord i vescovi incontrano il governo

Il ritorno delle violenze nell’Irlanda del Nord è stato l’oggetto dell’incontro rta il Taoiseach (Primo Ministro) irlandese Michael Martin e i leader delle comunità cristiane nel Paese, incluso l’arcivescovo Eamon Martin di Arnagh.

Riferisce un comunicatop della Conferenza Episcopale Irlandese che Martin ha lodato il “continuo contributo alla pace” delle Chiese cristiane, e ha condiviso con i partecipanti all’inconttro “una grave preoccupazione riguardo i recenti fatti di violenza nelle strade in Irlanda del Nord”.

Religiosi e Primo Ministro hanno concordato che le cause di questa violenza sono complesse e che si deve mantenere un esercizio della leadership “calmo, misurato e positivo”.

Si è parlato anche el protocollo dell’Irlanda del Nord per la Brexit, e si è discusso anche dell’iniziativa Shared Island, mentre sia i religiosi che il Taoiseach hanno “riconosciuto l’importanza del dialogo, l’impegno e il rispetto”.

Tra i vari temi di discussione, alcuni economici, il Taoiseach e i leader religiosi “hanno concordato che la pandemia ha posto sfide per tutti i cittadini in termini di salute menttale e benessere”.

                                                FOCUS ASIA

Filippine – Santa Sede, 70 anni di relazioni diplomatiche

L’8 aprile è stato celebrato il 70esimo anniversario dello stabilimento di relazioni diplomatiche tra le Filippine e la Santa Sede. L’ambasciatore filippino presso la Santa Sede Grace Relucio-Princesa ha sottolineato, in una celebrazione virtuale dell’evento, che la nazione vuole “rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali”, e affermato che l’ambasciata delle Filippine presso la Santa Sede si vuole impegnare in “diplomazia per l’umanità, diplomazia per il bene comune, e in particolare le migrazioni”.

Filippine e Santa Sede stabilirono relazioni diplomatiche nel 1951, e un giorno dopo lo stabilmento, il 9 aprile 1951, la delegazione apostolica delle Filippine fu elevata al rango di nunziatura, e così l’arcivescovo Egidio Vagnozzi divenne il primo “ambasciatore del Papa nel Paese”.

Il 4 giugno 1951, Manuel Moran, primo ambasciatore delle Filippine presso la Santa Sede, presentò le sue credenziali a Pio XII.

Dallo stabilimento delle relazioni diplomatiche, ci sono state quattro visite papali nelle Filippine: Paolo VI vi andò nel 1970,. Giovanni Paolo II nel 1981 e nel 1995, Papa Francesco nel 2015.

Le Filippine stanno celebrando quest’anno i 500 anni di evangelizzazione.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Il Messico sempre meno religioso. Il nunzio: “Guardiamo la realtà”

L’arcivescovo Franco Coppola, nunzio apostolico in Belgio, ha detto lo scorso 12 aprile all’apertura della Conferenza Episcopale Messicana che si deve “guardare negli occhi” il declino della pratica religiosa, che sembra consegnare il Paese all’ateismo.

“Il declino della popolazione cattolica in questa terra di Guadalupe è estremamente preoccupante. Vediamo ora con maggiore chiarezza quanto negli ultimi decenni la formazione della fede non è stata capace di permeare quanti sono battezzati”, ha detto l’ambasciatore del Papa in Messico.

Secondo l’ultimo censimento Messicano, effettuato nel 2020, la popolazione cattolica è scesa del 5 per cento. Oggi i cattolici sono il 77 per cento della popolazione, un calo che alcuni osservatori giustificano anche con il proliferare di sette evangeliche.

Dati alla mano, l’arcivescovo Coppola ha parlato di “diversi trend preoccupanti”: per esempio, il censimento 2020 ha mostrato che il numero di persone senza riferimento religioso è quasi raddoppiato rispetto al censimento di 10 anni fa, mentre protestanti ed evangelici sono cresciuti dal 7,5 per cento della popolazione nel 2010 all’11,2 per cento della popolazione”.

L’arcivescovo Coppola ha anche notato che i giovani non celebrano più il martimonio in Chiesa: nel 1998, c’erano 431 mila matrimoni religiosi, mentre nel 2018 erano 229 mila.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE
Siria, parla il nunzio Zenari

Il Cardinale Mario Zenari, nunzio in Siria, ha parlato all’Associazione Pro Terra Sancta della difficile situazione del Paese in cui vive. Dopo dieci anni di guerra, il nunzio sottolinea di non accontentarsi solo degli aiuti che vengono da Ong e dalla Chiesa, continuerò a chiedere agli Stati tutto l’aiuto necessario per ricostruire il Paese e rimetterlo finalmente in piedi. Dobbiamo ridare alla Siria la dignità che le spetta”.

Pro Terra Sancta è una Ong della Funzione di Terrasanta. Il Cardinale ha promesso di andare a visitare le sedi di “Un Nome e un Futuro” Siria (Aleppo), il progetto che accoglie i bambini e le mamme vittime della violenza dello Stato Islamico durante il Califfato ad Aleppo.

                                               

                                   

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