Diplomazia pontificia, Parolin e le parole di Kirill che non favoriscono intesa

Il Segretario di Stato vaticano parla sul conflitto in Ucraina. Il Patriarca di Mosca Kirill risponde al Consiglio Mondiale delle Chiese e accusa la NATO della guerra.

Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano
Foto: Vatican News
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Il Cardinale Parolin ha dettato la linea diplomatica della Santa Sede sulla questione ucraina in dichiarazioni che ha reso a margine di un evento di associazionismo cattolico. Il Cardinale ha lasciato intendere che potrebbe essere più lontano un incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill, ha commentato la sua telefonata con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dicendo che non ha ricevuto da questi garanzie, ha ribadito la speranza nel dialogo.

Il punto di vista del Patriarca Kirill, teso a giustificare l’operazione russa, è invece contenuto in una lettera inviata al Consiglio Mondiale delle Chiese. Ma a Kirill sono arrivati appelli perché condanni la guerra, l’ultimo da parte del Cardinale Hollerich, presidente della COMECE.

                                                FOSCUS UCRAINA

Il Cardinale Parolin sul conflitto in Ucraina

Lo scorso 9 marzo, parlando a margine di un incontro di associazioni cattoliche alla Pontifica Università Angelicum, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha affrontato anche la questione della crisi ucraina.

Commentando le parole del Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, che nell’omelia della domenica del perdono aveva sostenuto che il conflitto era metafisico e che il conflitto in Donbass era scatenato dall’imposizione dei valori occidentali tra cui il gay pride, il Segretario di Stato vaticano ha affermato che “le parole di Kirill non favoriscono e non promuovono una intesa, anzi rischiano di accendere ancora di più gli animi e di andare verso una escalation e di non risolvere la crisi in maniera pacifica”.

Riguardo un secondo incontro tra il Patriarca Kirill e Papa Francesco, dato per imminente prima della guerra, il Cardinale Parolin ha sottolineato che “la questione è molto complicata anche dalla tensione che esisteva tra le Chiese, quindi al momento non c’è stata possibilità”.

Da notare che lo scorso 23 febbraio, l’arciabate dell’abazia ungherese di Pannonhalma, Cirill T. Hortobágyi, OSB, era stato in visita al Ponttificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. L’abbazia ungherese era stata indicata come uno dei possibili luoghi per un incontro tra il Papa e Kirill, mentre dopo la guerra si è fatta strada anche l’ipotesi di un incontro a Gerusalemme, teoria sulla quale non ci sono riscontri.

Il Cardinale Parolin ha anche parlato della sua telefonata dell’8 marzo con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. La Santa Sede ha confermato la telefonata con una dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, in modo da evitare che la narrativa sulla conversazione fosse solo dal lato russo. Se il ministero degli Esteri di Mosca si era limitato a sottolineare che era stato spiegato al cardinale il senso della “operazione militare speciale” in Ucraina, la dichiarazione di Matteo Bruni era più esplicita nello spiegare che la Santa Sede aveva chiesto non solo corridoi umanitari, ma anche la fine del conflitto armato.

Parlando con i giornalisti il 9 marzo, il Cardinale Parolin ha confermato che si è parlato anche dei corridoi umanitari, una delle richieste fatte da Papa Francesco all’Angelus del 6 marzo, ma anche del rispetto dei civili. “Rassicurazioni direi di no, rassicurazioni non mi sono state date”, ha commentato il capo della diplomazia della Santa Sede, il quale ha anche aggiunto che Lavrov ha “presentato il loro punto di vista.

Il Cardinale Parolin ha anche detto di sperare che ci siano margini di dialogo, perché “sennò non c’è possibilità che questa guerra finisca in maniera negoziata. Certo, sono margini molto ristretti, ma la speranza è che si possa arrivare ad una posizione negoziata”.

La diplomazia pontificia è anche attiva sul lato umanitario, con la presenza in Ucraina del Cardinale Konrad Krajewski, Elemosiniere Pontificio, e del Cardinale Michael Czerny, prefetto ad interim del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il Cardinale Parolin ha sottolineato che la loro presenza è “il segnale che il Papa ha dato sul versante dell’aiuto umanitario, oltre a muoversi sul piano più propriamente diplomatico e spirituale”.

Riferendosi al bombardamento dell’ospedale pediatrico a Mariupol, il Cardinale Parolin lo ha definito “inaccettabile. Non ci sono motivazioni”.

Il 12 marzo, in una intervista con Vatican News, il Cardinale Parolin ha ribadito il fermo no alla guerra e la richiesta di una soluzione negoziale. 

Tra le altre cose, ha commentato anche il gesto di Papa Francesco di visitare l'ambasciata della Federazione Russa della Santa Sede. Un gesto che ha poco di diplomatico, dato che il Papa dovrebbe convocare l'ambasciatore e non fargli visita, in caso di comunicazioni. E un gesto letto come una sorta di preferenza accordata alla Russia, dato che il Papa non ha fatto una visita analoga all'Ambasciata di Ucraina presso la Santa Sede, al tempo presieduta da un incaricato d'affari perché il nuovo ambasciatore, Andryi Yurash, ancora non era arrivato a Roma - è giunto pochi giorni fa, dopo un avventuroso viaggio in autobus, e ha avuto già incontri con vari rappresentanti del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. tra cui il decano, l'ambasciatore di Cipro George Poulides

Commentando la visita del Papa all'ambasciata, il Cardinale Parolin ha confermato che si trattava di un gesto inedito e sottolineato che "il Santo Padre voleva manifestare alle Autorità di Mosca tutta la sua preoccupazione per l’escalation bellica che in quel momento era appena iniziata, e ha deciso di fare personalmente un passo in questo senso, recandosi alla rappresentanza diplomatica della Federazione Russa presso la Santa Sede".

Il Cardinale Parolin ha anche affermato che "oggi vediamo che di fronte a quanto sta accadendo in Ucraina in tanti parlano di riarmo: nuove e ingenti somme di denaro vengono destinate agli armamenti, la logica della guerra sembra prevalere, la distanza tra le Nazioni aumenta. Sembra purtroppo che abbiamo dimenticato le lezioni della storia, della nostra storia recente".

Ribadendo le parole di Papa Francesco all'Angelus del 6 marzo, il Cardinale Parolin ha affermato "le parole sono importanti, e definire ciò che sta accadendo in Ucraina un’operazione militare significa non riconoscere la realtà dei fatti. Siamo di fronte a una guerra, che purtroppo miete tante vittime tra i civili come tutte le guerre".

Il segretario di Stato vaticano ha quindi sostenuto che "purtroppo, bisogna riconoscere che non siamo stati capaci di costruire, dopo la caduta del Muro di Berlino, un nuovo sistema di convivenza fra le Nazioni, che andasse al di là delle alleanze militari o delle convenienze economiche. La guerra in corso in Ucraina rende evidente questa sconfitta. Però vorrei anche dire che non è mai troppo tardi, non è mai tardi per fare la pace, non è mai tardi per tornare sui propri passi e per trovare un accordo".

La COMECE si appella al Patriarca Kirill perché interceda per la fine della guerra in Ucraina

Il Cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della COMECE, ha inviato lo scorso 8 marzo una lettera al Patriarca di Mosca Kirill, chiedendogli di fare un appello urgente alle autorità russe perché terminino immediatamente le ostilità contro il popolo ucraino. Ne dà notizia un comunicato della COMECE.

Nella lettera, il Cardinale si appella al patriarca perché interceda con le autorità russe in modo che mostrino “buona volontà nel cercare una soluzione diplomatica al conflitto, basato sul dialogo, senso comune e rispetto della legge internazionale”.

Con il cuore rotto dall’emozione per le testimonianze giunte dalle aree sotto assedio in Ucraina, il presidente dei vescovi UE ha anche chiesto al Patriarca di sostenere “corridoi umanitari sicuri e accesso senza restrizioni all’assistenza umanitaria”. Il Cardinale ha anche chiesto di non lasciar passare invano le parole che Papa Francesco e Kirill avevano condiviso sull’Ucraina nella dichiarazione comune al termine dell’incontro all’Avana nel 2016.

Le risposte di Kirill

Un appello simile a quello della COMECE era stato lanciato dal Consiglio Mondiale delle Chiese. A questo ha risposto con una lunga e articolata lettera il Patriarca Kirill.

Secondo il Patriarca di Mosca, “questo conflitto non è iniziato oggi. Sono fermamente convinto che i suoi promotori non siano i popoli di Russia e Ucraina" che "sono uniti da fede comune, santi e preghiere comuni e condividono un destino storico comune”.

Il patriarca fa piuttosto risalire “le origini del confronto” ai rapporti tra Occidente e Russia, perché negli anni '90 alla Russia era stato promesso che la sua sicurezza e dignità sarebbero state rispettate" ma "anno dopo anno, mese dopo mese, gli Stati membri della Nato hanno rafforzato la loro presenza militare, ignorando le preoccupazioni della Russia".

Secondo il Patriarca, i Paesi NATO "hanno cercato di rendere nemici popoli fraterni, russi e ucraini. Non hanno risparmiato sforzi, né fondi per inondare l'Ucraina di armi e istruttori di guerra. Tuttavia, la cosa più terribile non sono le armi, ma il tentativo di 'rieducare', di trasformare mentalmente gli ucraini e i russi che vivono in Ucraina in nemici della Russia".

Poi Kirill parla dello "scisma ecclesiastico creato dal patriarca Bartolomeo di Costantinopoli nel 2018. Ha messo a dura prova la Chiesa ortodossa ucraina". E ancora: "Già nel 2014, quando il sangue veniva versato a Maidan, e a Kiev e ci furono le prime vittime, il Consiglio Mondiale delle Chiese espresse la sua preoccupazione", e "fu allora che scoppiò un conflitto armato nella regione del Donbass, la cui popolazione difendeva il proprio diritto a parlare la lingua russa, chiedendo il rispetto della propria tradizione storica e culturale. Tuttavia, le loro voci sono rimaste inascoltate, così come migliaia di vittime tra la popolazione del Donbass sono passate inosservate nel mondo occidentale".

"Questo tragico conflitto è diventato parte della strategia geopolitica su larga scala volta, in primo luogo, a indebolire la Russia. E ora i leader occidentali stanno imponendo tali sanzioni economiche alla Russia che saranno dannose per tutti. Rendono palesemente ovvie le loro intenzioni: portare sofferenze non solo ai leader politici o militari russi, ma in particolare al popolo russo. La russofobia si sta diffondendo nel mondo occidentale a un ritmo senza precedenti", conclude Kirill. Il Patriarca di Mosca auspica infine che "il Consiglio ecumenico delle Chiese possa rimanere una piattaforma per un dialogo imparziale, libero da preferenze politiche e da un approccio unilaterale".

Crisi Ucraina, gli Stai Uniti guardano al Papa

Il governo degli Stati Uniti ritiene che la Santa Sede sia una voce importante nel chiedere la fine della guerra della Russia contro l’Ucraina e sta seguendo attentamente le mosse della Santa. Lo ha detto al National Catholic Reporter Daniel Nadel, direttore dell’Ufficio per la Libertà Religiosa Internazionale, definendo “notevole” la posizione presa dal Papa all’Angelus del 6 marzo, quando ha denunciato che quella che avviene in Ucraina non è una operazione militare, ma guerra.

Sebbene si pensi che la Russia non consideri la Santa Sede neutrale per una mediazione, Nadel ha sottolineato di credere comunque che la voce della Santa Sede resti “cruciale”.

Nadel ha parlato lo scorso 7 marzo, a margine di una visita in Vaticano durante la quale ha avuto il primo colloquio con le sue controparti della Santa Sede come responsabile della libertà religiosa. L’Ufficio per la Libertà Religiosa Internazionale è stato stabilito nel 1998.

Nadel ha detto di sperare che la sua visita in Vaticano mostri che anche l’amministrazione Biden porta avanti sforzi ad ampio raggio per difendere la libertà religiosa e che questo resta “un ampio sforzo bipartisan”.

Per quanto riguarda i rapporti con la Santa Sede, Nadel ha parlato di una “prospettiva condivisa”, e che “un sacco di volte è piuttosto una questione di come ci coordiniamo in modo da massimizzare i risultati. Una delle più grandi forze della Santa Sede è che sono in ogni luogo e che parlano con tutti”.

Nadel ha anche sottolineato che documenti come quello sulla Fraternità Umana, ma anche l’enciclica Fratelli Tutti, aiutano governi e leader mondiali a poter meglio lavorare verso obiettivi di lavoro specifici e condivisi.

                                                FOCUS ASSOCIAZIONI

La lectio del Cardinale Pietro Parolin a “Ditelo sui tetti”

Il Cardinale Parolin ha reso le sue dichiarazioni sull’Ucraina a margine del seminario “Ditelo sui tetti. Pubblica agenda sussidiaria e condivisa”, che si è svolto all’Angelicum di Roma con la partecipazione di 70 associazioni di ispirazione cattolica. L’obiettivo era quello di mettere insieme l’associazionismo cattolico per definire una agenda condivisa e riprendere un impatto nella società.

Nella sua lectio magistralis, che ha concluso l’incontro, il Segretario di Stato vaticano ha sottolineato che i principi cardine di una agenda di ispirazione cristiana sono “ragionevolezza, dignità e bellezza”, perché questi sono “i parametri di ciò che è umano, di ciò che è propriamente umano, alla luce della fede cristiana. Tutto ciò coincide con ciò che è propriamente e autenticamente cristiano”.

Queste – ha aggiunto il Cardinale - “sono a mio avviso le caratteristiche sulle quali fare leva perché il cristianesimo, la Chiesa, i cristiani possano oggi ispirare pensieri e opere in seno al contesto sociale; e così incidere non soltanto a livello privato, ma anche pubblico e politico”.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che siamo oggi “in presenza di un travaglio profondo, che tocca le stesse radici dell’essere umano nelle sue dimensioni fondamentali e che tenta di erodere le categorie previe senza proporne di nuove, un distruggere senza costruire, nella menzogna o nell’illusione di presentare come evoluzione un processo che altro non è che un impoverimento e un indebolimento dell’essere umano. Causa e sintomo, al tempo stesso, di questa crisi antropologica è il fatto che non soltanto l’uomo non sa più chi egli sia; la cosa ancor più grave è che abbia smesso di domandarselo”. In questo modo, “si finisce per muoversi in ordine sparso, confuso, senza una chiara direzione e, più che arricchire l’uomo, non si fa altro che degradarlo”.

Il Cardinale ha dunque sottolineato che solo una “laicità autentica” può garantire “il legittimo esercizio di una altrettanto autentica libertà religiosa”. Per molto tempo – ha osservato il segretario di Stato vaticano – “il principio di laicità è divenuto sinonimo di una valutazione negativa del fenomeno religioso, guardato con sospetto a fronte dalla rivendicazione di una rigida neutralità, ma meglio sarebbe dire indifferenza, religiosa nello spazio pubblico”.

Si trattava di una visione “rigida” del principio di laicità, per il quale “la religione e la professione di fede sono ancora consentite, ma solo ed esclusivamente nell’ambito privato, senza alcun diritto di cittadinanza nell’ambito della sfera pubblica. Sull’onda di questa laicità – che meglio sarebbe definire laicismo – il compito principale dello Stato sarebbe quello di proteggere la libertà di coscienza dell’individuo da ogni possibile influsso di origine religiosa, considerato incompatibile con la nuova professione di fedeltà della persona, una fedeltà nei confronti dello Stato, sostituitosi a Dio”.

Il Cardinale ha invece promosso il modello di una “separazione, ma non indifferenza, né sospetto, tra Stato e Chiesa”, cosa che “implica anzitutto la libertà della Chiesa e dei cristiani di esprimere anche nell’ambito pubblico pensieri, azioni e comportamenti corrispondenti alla propria fede con il pieno diritto di sollecitare, ben oltre la sfera del privato, corrispondenti azioni pubbliche e leggi a tutela dei valori professati”. Solo sulla base della “laicità autentica”, ha concluso Parolin, “può fiorire quella politica ‘migliore’ di cui parla Papa Francesco nel corso del capitolo quinto della Fratelli tutti”.

                                                            FOCUS ASIA

Papa Francesco andrà Timor Est

Dopo un incontro con il Primo Ministro di Timor Est Fidelis Manuel Leite Magalhanes lo scorso 1 marzo, monsignor Marco Sprizzi, incaricato di affari della nunziatura a Dili, ha confermato che il Papa ha volontà di visitare Timor Est e che lo stesso Papa glielo ha confermato. Ancora, però, non ci sono le date per la visita.

Secondo il sito di notizie Tatoli, monsignor Sprizzi ha fatto sapere che le date non sono ancora decise per via di “differenti circostanze internazionali”, e che la visita del Papa avrà luogo solo se “una gran parte della popolazione sarà vaccinata”, e questo perché dato che ci sono sempre grandi manifestazioni di massa, senza vaccino “la popolazione potrebbe essere a rischio”.

Dal canto suo, il Primo Ministro Magalhanes ha detto che sono stati già discusse le preparazioni necessarie per il viaggio papale. Il Papa aveva intenzione di visitare Timor Est nel 2020, nell’ambito di un viaggio più ampio che lo avrebbe portato a toccare Indonesia e Papua Nuova Guinea, ma il viaggio non ebbe mai luogo a causa dello scoppio della pandemia.

Timor Est ottenne indipendenza all’Indonesia nel 1999, dopo una occupazione di dieci anni. La nazione ha una popolazione di meno di 1,3 milioni di persone, il 98 per cento delle quali sono cattoliche. Giovanni Paolo II la visitò nel 1989. La Papua Nuova Guinea è prevalentemente cristiana, e la nazione occupa la metà orientale della Nuova Guinea, mentre la parte occidentale è territorio indonesiano. L’Indonesia è invece lo Stato islamico più grande del mondo.

Il Cardinale Ranjith cerca supporto vaticano sulle stragi di Pasqua

Il Cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, ha chiesto l’intervento della Santa Sede e delle Nazioni Unite per assicurare giustizia alle vittime degli attacchi terroristici di Pasqua del 2019. Il Cardinale cerca di fare pressione sulla amministrazione Rajapaksa che è stata eletta con la promessa di portare alla sbarra i perpetratori delle stragi che, nella Pasqua 2019, fecero 279 vittime.

All’inizio della settimana, il Cardinale Ranjith è stato a Roma, dove ha incontrato Papa Francesco, e poi a Ginevra, dove ha visitato l’Alto Commissario ONU per i Diriti Umani Michelle Bachelet.

In entrambi gli incontri, si è detto preoccupato dei progressi inadeguati fatti dalle indagini sugli attentati su tre chiese nella capitale e nella città di Batticaloa e in tre hotel di lusso a Colombo.

L’attentato è stato attribuito a un network di islamisti radicali. Il Cardinale Ranjith da sempre è in prima linea nel chiedere giustizia per le famiglie colpite dagli attentati, e ci si aspetta che la pressione della Chiesa locale sul tema vada a crescere nelle prossime settimane.

Il Cardinale Ranjith era in buoni rapporti con la precedente amministrazione Rajapaksa, che ha governato il Paese dal 2005 al 2015. La giustizia per gli atttentati è diventata però la priorità per il Cardinale Ranjith, che lo scorso mese ha attaccato il governo per aver arrestato l’attivista cattolica Sheham Malaka Gamage. Questi aveva avanzato il sospetto che i politici avessero usato gli attentati a scopo elettorale.

Finora, nemmeno la commissione parlamentare stabilita dal precedente governo Sirisena ha fatto davvero luce sugli attentati, mentre la Chiesa ha criticato il governo per aver rifiutato di rendere pubblico il rapporto della commissione presidenziale.

La polizia srilankese ha arrestato oltre 200 sospettati negli ultimi tre anni, ma il Cardinale Ranjith ha sostenuto che si trattasse di “pesci piccoli”, e ha piuttosto puntato il dito contro “una più grande cospirazione oltre l’estremismo religioso”.

                                    FOCUS AMERICA CENTRALE

Il nunzio in Nicaragua lascia il Paese all’improvviso

Lo scorso 6 marzo, l’arcivescovo Waldemar Stalislav Sommertag, nunzio apostolico in Nicaragua, ha abbandonato la sua missione diplomatica a seguito di una forte pressione politica della presidenza Ortega.

Il nunzio si è recato in Salvador, dopo aver cancellato gli impegni già presi per il lunedì successivi. La notizia è stata confermata da un comunicato della nunziatura apostolica. La nunziatura è dunque attualmente reta da monsignor Marcel Mbaye Diouf, incaricato di affari.

Sommertag sarebbe stato costretto a lasciare a seguito del deterioramento dei suoi rapporti con il governo, fino a che il governo ha chiesto perentoriamente che terminasse la sua missione diplomatica nel Paese, con quella che di fatto è una espulsione.

In una nota diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede il 2 marzo, si legge che "la Santa Sede ha ricevuto con grande sorpresa e rammarico la comunicazione che il Governo del Nicaragua ha deciso di ritirare il gradimento (agrément) a S.E. Mons. Waldemar Stanislaw Sommertag, Nunzio Apostolico a Managua dal 2018, imponendogli di lasciare immediatamente il Paese dopo la notifica del provvedimento".

Una misura che "appare incomprensibile perché nel corso della sua missione S.E. Mons. Sommertag ha lavorato con profonda dedizione per il bene della Chiesa e del popolo nicaraguense, specialmente delle persone più vulnerabili, cercando sempre di favorire i buoni rapporti tra la Sede Apostolica e le Autorità del Nicaragua".

La Santa Sede ricorda "in particolare, la sua partecipazione come testimone e accompagnatore del Tavolo di Dialogo Nazionale tra il Governo e l’Opposizione politica, in vista della riconciliazione del Paese e della liberazione dei detenuti politici".

La Santa Sede si dice "convinta che tale grave e ingiustificata misura unilaterale non rispecchia i sentimenti del popolo del Nicaragua, profondamente cristiano, la Santa Sede desidera riaffermare la sua piena fiducia nel Rappresentante Pontificio.

L’arcivescovo Sommertag era nunzio in Nicaragua dal 2018, e ha fatto un gran lavoro di cucitura, anche aiutando nello scambio di prigionieri. Anzi, il nunzio era considerato il principale canale di comunicazione che il governo manteneva con la comunità internazionale, oltre ai suoi alleati politici Cuba, Russia, Venezuela e Repubblica Popolare Cinese.

Dal 18 novembre 2018, Sommertag non era più decano del Corpo Diplomatico, incarico che spetta di diritto al nunzio. il Governo del Nicaragua per mezzo del Decreto presidenziale N. 21-2021, del 17 novembre 2021, circa la riforma del protocollo di Stato del Ministero degli Affari Esteri, ha deciso di cancellare/eliminare del tutto figura del decano del Corpo Diplomatico, fino adesso assegnata al Nunzio Apostolico. Pari tempo la riforma prevede anche la eliminazione delle precedenze tra i diplomatici accreditati presso il Governo del Nicaragua.

Tutto questo e stato fatto in riferimento (manipolato) dell’art. 14 § 2 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961, ignorando il § 1 ed altri articoli della stessa Convenzione che invitano i Governi di offrire la “decananza” del Corpo Diplomatico all’Ambasciatore più antico nella presentazione delle lettere credenziali o al nunzio apostolico. 

 Nel caso del Nicaragua, si è trattato di una cancellazione/eliminazione della figura stessa del decano e di una decisione unilaterale e sovrana, non tanto in conformità della Convezione di Vienna firmata dal Governo in parola.

Lo scorso 10 gennaio, Ortega si è autoproclamato presidente del Nicaragua. Sommertag non ha partecipato alla cerimonia, è volato a Roma, e poi è tornato chiedendo l’appoggio di “governanti, forze vive, la nazioni e la Chiesa” perché si impegnassero in un progetto di una “unificazione cittadina”, sottolineando che la liberazione dai reati di coscienza sarebbe stata “una liberazione di tutti i nicaraguensi”.

Appena due settimane fa, Sommerttag aveva organizzato un evento virtuale per salutare Alfredo Rangel Suarez, ambasciatore della Colombia a Managua che è stato dichiarato persona non grata dal governo del Nicaragua il 23 febbraio.

                                                FOCUS EUROPA

COMECE e CEC si incontrano con l’ambasciatore francese Philippe Leglise-Costa

Il 7 marzo, una delegazione della Commissione delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) e del Consiglio delle Chiese Europee (CEC) si è incontrato con Philippe Leglise-Costa, ambasciatore di Fracia presso l’Unione Europea, cui hanno presentato il loro contributo al documento “Recuperare forza e un senso di appartenenza”, presentato dalla Francia come programma della presidenza di turno dell’UE.

Il documento CEC – COMECE riunisce una serie di raccomandazioni politiche concrete, dalla promozione di una ripresa trasparente e giusta dalla pandemia allo sviluppo di una cultura di pace strategica europea, che metta al centro la sicurezza umana.

Il documento include anche raccomandazioni all’Unione Europea sui temi delle politiche migratorie e di asilo, sulla partnership con l’Africa, sulla transizione digitale e l’Intelligenza Artificiale, sulla transizione ecologica, sulle condizioni dei lavoratori e su una economia di mercato responsabile e sostenibile.

Altri temi trattati sono la Conferenza sul Futuro dell’Europa, la libertà religiosa, la salute, i diritti fondamentali e la lotta contro l’antisemitismo, l’educazione e la cultura.

Le Chiese hanno anche condiviso le loro preoccupazioni riguardo la situazione in Ucraina e chiesto all’Unione Europea di cercare senza stancarsi una soluzione pacifica al conflitto, assicurando allo stesso tempo corridoi umanitari sicuri e accogliendo i rifugiati che scappano dalla guerra.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, i diritti del fanciullo

Il 9 marzo, la Santa Sede è intervenuta a Ginevra alla sessione annuale del Consiglio dei Diritti Umani dedicata ai diritti del Fanciullo.

La Santa Sede ha in particolare posto l’accento sul tema della riunificazione della famiglia, che “ci dà l’opportunità di riflettere su un numero di questione, inclusa la separazione dei bambini dalle loro famiglie durante l’emergenza umanitaria”.

La Santa Sede, non mancando di sottolineare che ci sono altre situazioni gravi, si è detta “profondamente preoccupata dall’escalation della guerra in Ucraina” che pone una minaccia immediata “alla vita e al benessere di almeno 7,5 milioni di bambini, molti dei quali hanno già lasciato le loro case e persino la loro patria”.

La Santa Sede ricorda alla comunità internazionale che ha “la responsabilità morale di fornire assistenza alle famiglie e ai bambini forzati a sfollare”, sia nel breve termine che con specifiche iniziative a lungo termine, incluse le procedure semplificate per la riunificazione famigliare e iniziative per prevenire il traffico di bambini e per aiutare i minori non accompagnati.

Ricordiamo – ha detto la Santa Sede – che “la separazione dei bambini dai loro genitori e famiglie può causare uno stress indescrivibile, così come paura e confusione”, e che i diritti delle persone “hanno una dimensione sociale fondamentale, che, nel caso dei bambini, trova una espressione innate e vitale nella famiglia”.

La Sana Sede a Ginevra, sugli aggiornamenti in Europa

È stato ovviamente dedicato alla guerra in Ucraina l’aggiornamento regionale dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati che si è tenuto a Ginevra nel 2009.

La Santa Sede ha ricordato lo sforzo del Papa e l’invio di due cardinali a fianco dei rifugiati, il Cardinali Konrad Krajewski, Elemosiniere Pontificio, e il Cardinale Michael Czerny, prefetto ad interim del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ma anche sottolineato gli sforzi sul campo fatto da diverse organizzazioni cattoliche, a partire dalla Caritas, e ha rinnovato la gratitudine alle nazioni confinante con l’Ucraina per l’accoglienza dei rifugiati, nonché lodato la scelta di una Protezione Temporanea per quanti lasciano l’Ucraina accordata dall’Unione Europea.

La Santa Sede ribadisce il bisogno “urgente” di “stabilire e sostenere corridoi umanitari e passaggi sicuri”, e di usare aiuto comunitario per le famiglie in modo “da salvare vite umane e anche di farsi scudo e prevenire lo sfruttamento perpetrato da organizzazioni criminali che potrebbe trarre vantaggio dalla situazione vulnerabile di molti”.

La Santa Sede ci tiene a notare che, sebbene la situazione in Ucraina sia prioritaria, non si deve distogliere l’attenzione da “altre drammatiche situazioni nel mondo” anche nella stessa Europa, dove si registrano “espulsioni e violenti respingimenti di richiedenti asilo ai confini dell’Europa”.

La Santa Sede sottolinea che i principi della protezione delle vite umane e del non refoulement (cioè, di non essere reinviati nei luoghi da cui si scappa) debbano “essere rispettati in tutti i casi”, non si possono rispettare in maniera selettiva.

Per la Santa Sede, resta preoccupante che “un numero di nazioni hanno accresciuto il peso delle comunità ospiti attraverso una insostenibile strategia di esternalizzazione delle procedure di asilo, in modo da evitare la responsabilità diretta”.

La Santa Sede sottolinea che la vera questione è piuttosto “come facciamo a prevenire ulteriori atrocità e sfollamento forzato”, che si devono affrontare “le cause alle radici” di queste situazioni, in un dialogo “costante e sincero” e con l’impegno di lavorare “verso il disarmo e il controllo delle armi”. C’è bisogno di “coraggio e volontà politica”.

La Santta Sede a Ginevra, i sistemi delle armi automatiche letali

Si chiamano LAWS (Sistemi di Armi letali autonome) e riguardano tutte quelle armi piccole, autonome come i droni ma che possono causare effetti letali sulla popolazione. Sono la nuova frontiera della lotta al disarmo, anche perché implicano un problema morale non indifferente: in che modo si sente la responsabilità etica della morte delle persone se queste sono mediate attraverso uno schermo?

La Santa Sede è stata pioniera nel definire i problemi di queste armi, e ne ha parlato lo scorso 9 marzo, quando a Ginevra si è riunito il Gruppo di Esperti Governativi sulle LAWS.

La questione, ovviamente, non poteva non fare riferimento al conflitto in Ucraina, ma senza dimenticare gli altri conflitti al momento accesi nel mondo”. La Santa Sede ricorda di aver detto da tempo che le sfide delle LAWS non riguardano solo la legge umanitaria internazionale, ma hanno anche “serie implicazioni per la pace e per la stabilità”.

La Santa Sede ha chiesto di emendare la Convenzione su Alcune Armi Convenzionali, facendo uso della sua “struttura flessibile” per adottare un approccio ambizioso includendo anche i temi suscitati dalle LAWS. A tale proposito, la Santa Sede ha anche presentato un “position paper” nella Sesta Conferenza di Revisione della Convenzione.

Non andando nei dettagli dei problemi etici, la Santa Sede ha comunque chiesto di assicurare “adeguato, significativa e consistente supervisione umana sui sistemi armati”, in modo che le LAWS non siano staccate dalle decisioni umane, e dunque non creino uno scollamento tra realtà e virtualità.

Anche se le LAWS hanno gradi di liberà di comportamento - nota la Santa Sede – sono richieste sempre di raggiungere i loro fini prescritti e implementare le intenzioni e obiettivi richiesti dalla autorità responsabile”.

La Santa Sede sottolinea anche che “alla luce dei crescenti danni dei cyber attacchi, diventa sempre più importante porre la fioritura dell’ingenuità umana al servizio dell’umanità per usi pacifici e lo sviluppo umano”, così che la ricerca delle nuove tecnologie venga orientata “a combattere le vere sfide che colpiscono la comunità internazionale”.

La Santa Sede a Ginevra, la libertà religiosa

Il 10 marzo, il Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra ha discusso con lo Special Rapporteur sulla libertà religiosa.

La Santa Sede ha notato che insicurezze e conflitti hanno “negativamente colpito le comunità religiose o di fede”, e che la Santa Sede è “preoccupata sulla grandezza, la severità e la natura sistematica delle violazioni dei diritti umani contro Ebrei, musulmani e membri di altre religioni.

La Santa Sede ha condannato l’uso di misure di antiterrorismo eccessive che vadano a colpire i diritti delle minoranze religiose in nome della lita all’estremismo, e sottolinea che la “protezione delle minoranze religiose” sia estesa al di là di quanto già preventivato.

La Santa Sede ha riaffermato che “ogni tradizione religiosa ha diritto e responsabilità di elaborare ed esprimere il suo credo”, e che però la religione non deve mai incitare all’odio. In quest’ottica, persone di fede e leader religiosi, in un ruolo concertato con le autorità locali, nazionali e internazionali, hanno un ruolo chiave nel combattere le violazioni del diritto all’autentica libertà religiosa”.

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