Diplomazia Pontificia, verso l’Urbi et Orbi di Natale

I possibili temi dell’Urbi et Orbi di Natale di Papa Francesco, che svelano anche l’attività diplomatica del prossimo anno

Papa Francesco durante una benedizione urbi et orbi
Foto: ACI Stampa
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Nel giorno di Natale, Papa Francesco si affaccia dalla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro e dà la benedizione alla città e al mondo (Urbi et Orbi). Si tratta di un appuntamento importante per la diplomazia della Santa Sede, perché il Papa guarda alle situazioni mondiali di maggiore interesse e le menziona. La benedizione è il primo dei due appuntamenti che danno il tono della diplomazia pontificia nel corso dell’anno. Il secondo è il discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico, che quest’anno si terrà il 13 gennaio.

Cosa dirà Papa Francesco all’Urbi et Orbi di Natale?

Lo scorso anno, linea guida della benedizione urbi et orbi fu il tema della “fraternità”, che poi divenne centrale durante l’anno: Papa Francesco a febbraio siglò una “Dichiarazione sulla Fraternità Universale” con il Grande Imam di al Azhar, e quella dichiarazione è diventato uno dei doni che tradizionalmente il Papa dà ai capi di Stato che gli vengono a fare visita.

I temi dell’anno possono essere già dedotti dal videomessaggio che Papa Francesco ha registrato insieme al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres il 20 dicembre: impegno per la pace, cura per la casa comune, protezione degli esseri umani dal concepimento fino al momento in cui sono in difficoltà, dai bambini non nati fino ai migranti.

Un’altra linea guida viene dal Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace del 2020, il cui tema è “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”, con un particolare taglio sul tema ecologico, che – aveva spiegato il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale – “con Giovanni Paolo II era ecologia umana, con Benedetto XVI era ecologia sociale e con Papa Francesco è diventata ecologia integrale”.

Su quali nazioni si volgerà lo sguardo di Papa Francesco? Quasi sicuramente sull’Iraq, dove Papa Francesco conta di andare nel 2020. Le condizioni di sicurezza nel Paese sono profondamente peggiorate, tanto che il Papa ha dovuto fare un appello al termine di un Angelus e che il Cardinale Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, si è visto costretto a cancellare le Messe di mezzanotte.

Quasi scontato il riferimento alla Siria, nonché quello al Medio Oriente e alla situazione israelo-palestinese, e possibile uno sguardo allo Yemen, dove la guerra non accenna a finire.

Guardando all’America Latina, i fronti caldi della diplomazia del Papa sono stati, nel corso dell’anno, il Nicaragua e il Venezuela, ma c’è anche un vasto movimento di introduzione dell’aborto nei Paesi dell’America Latina (la scorsa settimana si sono mobilitati i vescovi di Argentina e Costa Rica) che potrebbe essere considerato da Papa Francesco.

In Asia, c’è in Pakistan la nuova “Asia Bibi”, Huma, che testimonia come l’attenzione non debba mai essere fatta scendere sul tema della libertà religiosa, mentre le leggi della cittadinanza in India rappresentano un campanello dall’allarme per la regione, considerando il carattere discriminatorio che hanno contro i Rohingya, i musulmani dello Stato di Rakhine di cui Papa Francesco ha parlato diffusamente.. Infine, l’Africa, da sempre terreno caldo. Papa Francesco vorrebbe andare in Sud Sudan, ma guarda con attenzione anche all’Etiopia del processo di pace, mentre è da vedere se ci sarà una menzione all’Eritrea, dove ai cristiani vengono sequestrate scuole e ospedali.

Per quanto riguarda l’Europa, è significativa l’attenzione di Papa Francesco per l’Ucraina, di cui ha invitato il Sinodo permanente per un incontro interdicasteriale a luglio.

Papa Francesco probabilmente cercherà di indicare una via di uscita dalla crisi, e in questa circostanza si potrà comprendere in che modo sarà delineato l’incontro con il Corpo Diplomatico. Si attende, poi, l’agenda dei viaggi di Papa Francesco, che darà una indicazione molto chiara delle priorità del Papa.

                                                         MULTILATERALE

Santa Sede a Ginevra, la questione dei rifugiati

Lo scorso 18 dicembre, si è tenuto un dibattito sulla condivisione delle responsabilità al “Global Refugee Forum”, il forum sui rifugiati promosso dalle Nazioni Unite, che ha sede a Ginevra. La Santa Sede, che è anche membro dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, è intervenuta per sottolineare ancora una volta “la centralità della persona umana, nonché i principi di solidarietà, umanità e non refoulment (il principio di non forzare i rifugiati a tornare in una nazione dove sarebbero soggetti a persecuzione) sotto i quali si trova il regime di protezione internazionale”.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, ha incoraggiato “gli Stati a rispettare gli impegni”, messo in luce che “le statistiche sono ben note e la realtà delle tragedie umane nella crisi dei rifugiati è evidente”, perché ogni anno “il numero di quanti sono forzati a emigrare e cercare rifugio da guerra, persecuzione, violazione dei diritti umani e disastri naturali cresce”.

La Santa Sede chiede di partire dai numeri, riconosce lo sforzo di molte nazioni che accolgono e ospitano persone sfollate, nota l’impegno delle organizzazioni religiose, che sono le sole ad avere una “presenza durevole sul campo” e che sono spesso le prima a “fornire protezione durante le emergenze”.

Grata alle nazioni che ricevono i rifugiati, la Santa Sede non manca di notare che “la vasta maggioranza dei rifugiati continua a stabilirsi negli Stati al confine, lì dove i rifugiati sono anche di più della popolazione locale".

La Santa Sede afferma che questo è un problema da affrontare, perché quando i numeri di accoglienza sono così tanti, è “inevitabile che i rifugiati possano non sempre ricevere il benvenuto di cui hanno bisogno”, e non si possono abbandonare le comunità che li ospitano.

La Santa Sede sottolinea quindi che la condivisione di responsabilità non si può limitare solo alla distribuzione di risorse finanziarie, ma riguarda anche un impegno comune al reinsediamento delle persone rifugiate, un “aspetto particolarmente importante quando si considerano le minoranze religiose e altre minoranze etniche”.

Per la Santa Sede è prima di tutto importante focalizzarsi sulle “cause alla radice dello sfollamento forzato”, cosa che “richiede coraggio e volontà politica”. C’è apprezzamento per il fatto che il global compact sui rifugiati abbia un focus su salute e educazione, anche perché “l’accesso ad educazione di qualità dall’inizio dello sfollamento protegge i giovani dal traffico di esseri umani, il lavoro forzato e altre forme di schiavitù”.

L’arcivescovo Jurkovic ha concluso notando che “prevenzione, protezione e soluzioni durature sono inevitabilmente collegate l’una con l’altra”, e “se una viene a mancare, le altre non si svilupperanno adeguatamente”.

Santa Sede all'ONU di New York, il 27 gennaio un incontro sul lavoro fatto durante la Shoah

Il prossimo 27 gennaio 2020 si celebrerà al Quartier Generale delle Nazioni Unite la Giornata della Memoria. Per la prima volta,  l'Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite organizza un evento di commemorazione che analizza il ruolo della Santa Sede e della Chiesa cattolica nella salvezza di vite umane durante la Shoah.

Sarà una conferenza internazionale che vedrà la partecipazione di Gary Krupp (Presidente della Pave the Way Foundation di New York), Edouard Husson (Università di Piccardia ed ex prorettore della Sorbona), Limore Yagil (Università di Parigi, La Sorbona), Michael Hesemann (Gustav-Siewerth Akademie in Bierbronnen), Ronald Rychlak (University of Mississipi School of Law), Marc Riebling (ex Direttore editoriale del Manhattan Institute), Mattero Luigi Napolitano (Università del Molise e Pontificio Comitato delle Scienze Storiche) e Johan Ickx (Direttore dell'Archivio Storico della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana). 

                                                            VATICANO

La visita ad Opera del Cardinale Pietro Parolin

Lo scorso 17 dicembre, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è stato nel carcere di massima sicurezza di Milano-Opera per benedire il laboratorio “Il senso del Pane”, allestito dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. La fondazione è stata stabilita nel 2015 in occasione del Giubileo della Misericordia voluto da Papa Francesco. Da quando è stata costituita, la fondazione ha prodotto più di 3 milioni di ostie, donate alle parrocchie di tutto il mondo.

Il Cardinale Parolin ha visitato il laboratorio delle ostie e poi è stato nel padiglione che ospita i laboratori artistici delle persone in Alta Sicurezza.

In un momento di preghiera condiviso con i detenuti, il Cardinale Parolin ha ringraziato per l’accoglienza, ha portato i saluti del Papa che “ha a cuore la situazione di quanti vivono nelle carceri”, e ha ricordato che “dovremmo essere una trasparenza di Gesù, e non uno schermo. La vicinanza della Chiesa a voi non è soltanto un atteggiamento umano, ma diventa un dovere se siamo davvero suoi discepoli”.

I detenuti del laboratorio “Il Senso del Pane” sono diventati formatori. Altri laboratori sono stati aperti nel mondo, in particolare in Mozambico con ex detenuti, in Spagna con donne vittime della tratta, a Pompei con persone con disabilità della Comunità Giovanni XXIII, in Sri Lanka con giovani ragazze. Prevista una prossima apertura in Etiopia, con i bimbi di strada di Addis Abeba, in Ruanda e a Buenos Aires.

                                                            FOCUS EUROPA

Irlanda, il nunzio parla della ristrutturazione delle diocesi

Non c’è fretta di sostituire l’arcivescovo Diarmuid Martin alla guida dell’arcidiocesi di Dublino, nonostante il prelato stia per compiere i 75 anni di età. Mentre una riforma della strutturazione delle diocesi in Irlanda è già allo studio: lo ha detto l’arcivescovo Jude Thaddeuw Okolo, nunzio apostolico in Irlanda, in una intervista all’Irish Catholic.

La riduzione delle diocesi in Irlanda è una conseguenza della visitazione apostolica vaticana dal 2010 – 2012, da cui è emerso che la gente voleva le diocesi irlandesi fossero ridotte da 26 a poco più di una dozzina per ridurre la burocrazia. Una struttura più leggera avrebbe reso la Chiesa cattolica più aderente alla missione. Il processo di amalgamazione “è già cominciato”, ha detto l’arcivescovo Okolo, che ha poi spiegato come il processo sarebbe stato “lento e costante, per evitare ferite, shock e sorprese”.

Chiesa Greco Cattolica Ucraina, incontro nella Segreteria di Stato USA

Lo scorso 9 dicembre, i membri del Sinodo permanente della Chiesa Greco Cattolica Ucraina sono stati in visita presso la Segreteria di Stato statunitense. La riunione del Sinodo si teneva, infatti, a Washington, DC. La delegazione è stata accolta prima di tutto da George Kent, vice assistente del Segretario di Stato per gli Affari Europei e Eurasiatici, il quale ha discusso con i vescovi della situazione interna in Ucraina e del ruolo delle Chiese e delle organizzazione religiose.

L’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shvechuk ha regalato a Kent una edizione illustrata di “Perseguitati per la fede”, dedicata al periodo di clandestinità vissuto dalla Chiesa Greco Cattolica Ucraina.

Il Sinodo ha poi incontrato Samuel Brownback, ambasciatore per la libertà religiosa internazionale, e durante l’incontro hanno discusso temi riguardo le relazioni tra Chiesa e Stato e le relazioni nel mondo moderno, con sullo sfondo l’attuale situazione politica in Ucraina.

In una intervista della scorsa settima a Left Bank, l’arcivescovo maggiore Shevchuk ha lamentato che il mondo dimentica che la guerra in ucraina è continua, e ha anche sottolineato la situazione della Crimea, dove “ci sono cinque parrocchie greco cattoliche e 11 parrocchie nei territori occupati dall’esercito russo. Non tutte hanno sacerdoti in maniera regolare, ma ci sono servizi regolari di adorazione eucaristica”.

Secondo il capo della Chiesa Greca Cattolica ucraina, i credenti sono “vicini alla disperazione” e “per queste persone il maggiore segnale di attenzione è stare vicini. È un segnale di speranza che tuttavia ricorda ad alcuni che la loro vita vale qualcosa”.

Il peggiore pericolo, ha aggiunto, è “abituarsi alla guerra e perdere sensibilità per le vittime”.

L’arcivescovo maggiore ha anche sottolineato che “vincere l’odio, specialmente contro il nemico, è una vittoria sulla guerra. Quando comincio a odiare anche chi mi attacca, chi mi uccide, sarò suo schiavo. La risposta cristiana non può mai essere di permettere l’odio nel cuore”.

Chi sarà il prossimo nunzio in Francia?

Dopo le dimissioni per ingravescentem aetate dell’arcivescovo Luigi Ventura, resta vacante un posto chiave come quello di nunzio a Parigi. E i rumors francesi hanno cominciato ad individuare nel Cardinale Dominique Mamberti, al momento prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, come un possibile successore.

Mamberti è cardinale, mentre generalmente i nunzi sono arcivescovi. Ma i media francesi hanno visto un indizio alla sua possibile nomina nel fatto che Papa Francesco ha scelto il cardinale corso per rappresentarlo al funerale di Jacques Chirac, presidente emerito della Repubblica francese.

Prima di essere promosso alla Segnatura Apostolica, Mamberti aveva servito da “viceministro degli Esteri” della Santa Sede. La sua scelta a Parigi starebbe comunque a testimoniare una particolare attenzione di Papa Francesco per la nazione chiamata “figlia primogenita” della Chiesa.

Accordo tra il governo basco e i vescovi sulle migrazioni

Il 18 dicembre, il vescovo Elizalde di Vitoria, il vescovo di Bilbao Iceta, l’ausiliare di Bilbao Segura e il vescovo Munilla di San Sebastian con capo del governo Inigo Urkullo, per trattare temi di attualità dello Stato basco.

In particolare, si è parlato di integrazione, l’insegnamento congiunto dell’iniziativa sociale, le cure palliative per il fine vita o temi che riguardano il patrimonio della Chiesa nei Paesi Baschi.

Parlando dei rifugiati e delle iniziative del governo basco, il capo del governo ha raccontato le conclusioni della sua visita in Vaticano e l’udienza che ha avuto con Papa Francesco. Udienza durante la quale ha potuto parlare della sfida dei rifugiati in Europa e condividere con il Santo Padre la visione di rafforzare una stretta collaborazione tra il governo basco e la Chiesa.

Il tema del fine vita è stato un tema di particolare interesse. Il vescovo di Bilbao Mario Iceta, responsabile del dipartimento in difesa della vita della Conferenza Episcopale Spagnola, ha aspiegato varie parti del documento “Seminatori di speranza”, in cui si rafforza la tesi dell’attenzione e dell’accompagnamento e la cura fino alla fine della vita, e si pone enfasi nel potenziare le cure e la qualità della vita degli infermi nella loro tappa finale. I vescovi hanno fatto invece sapere che non appoggiano l’eutanasia: la legge per l’eutanasia è stata presentata il 5 dicembre a Madrid.

                                                            FOCUS ASIA

India, la Chiesa contro la legge sulla cittadinanza

Padre Cedrik Parkash, attivista del Jesuit Refugee Service, ha sottolineato con l’agenzia Fides che la nuova legge sulla cittadinanza dell’India (Citizenship Amendment Act 2019) approvata dal Parlamento e promulgata il 12 dicembre è “palesemente discriminatoria, divisiva, e draconiana” e che è anche “incostituzionale e va contro lo spirito democratico dell’India.

Secondo la nuova legge, possono diventare cittadini indiani tutti gli immigrati irregolari di comunità indù, cristiane, buddhiste, sikh e zoroastriane provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, mentre vengono esclusi i musulmani, considerati “immigrati illegalmente” e non rifugiati come gli altri.

Un provvedimento che ha portato alla protesta della società civile, mentre padre Prakash ha sottolineato che la legge mostra “un piano per istituire in India un ‘Regno induista’, come si diceva tra gruppi estremisti indù già negli anni Trenta del secolo scorso”, un progetto che è poi tramontato grazie al lavoro di Gandhi, Nehru, Patel, Ambedkar. Padre Prakash lamenta che l’approccio umanitario non è autentico perché “non prende in considerazione anche i Rohingya del Myanmar, i Tamil e i singalesi dello Sri Lanka, gli Hazara afghani e gli Ahmadi dal Pakistan”.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Crisi ad Haiti, la mediazione della Chiesa

Il 18 dicembre si è tenuto il secondo giorno di discussione alla nunziatura apostolica di Haiti, dove si sono riuniti leader della opposizione politica e gruppi rappresentanti della società civile, autorità locali, la presidenza, la rappresentante speciale del Segretario Generale ONU Helen La Lime e rappresentanti dell’Organizzazione degli Stati Americani. La discussione aveva lo scopo di trovare una via di uscita consensuale alla crisi politica.

Alla fine della giornata, i partecipanti hanno rilasciato una dichiarazione in cui definivano gli incontri “un passo positivo e un approccio costruttivo che deve continuare per portare insieme tutti i rappresentanti della società per risolvere la crisi”.

Dallo scorso settembre, Haiti ha vissuto una crisi energetica che ha portato a manifestazioni di piazza, cosa che ha anche messo in luce la preoccupazione di un ritorno della crisi umanitaria.

Costa Rica, i vescovi scendono in campo contro la depenalizzazione dell’aborto

Il presidente del Costa Rica Carlos Alvarado Quesada ha firmato nelle scorse settimane la “Norma tecnica” che depenalizza l’aborto nel Paese. Una decisione che ha suscitato il “netto rifiuto e l’indignazione” della Conferenza Episcopale del Costa Rica. Secondo i vescovi costaricensi, la legge “contraddice il sentimento espresso in modo molto chiaro da un popolo convinto del suo amore per Dio e per la vita nascente”.

La posizione dei vescovi è stata espressa in un comunicato intitolato “La vita umana è sacra”, nel quale i vescovi sottolineano di essere sempre stati contro “questa e ogni azione che intenda aprire la porta per attentare alla vita umana, specialmente quella dei più vulnerabili”.

I vescovi hanno anche apprezzato quanti sono intervenuti nel dibattito sottolineando che “ogni vita ha un valore”.

Con il regolamento tecnico firmato dal presidente del Costa Rica Carlos Quesada, la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza del 1970 ha un regolamento tecnico. Ora questo viene fornito. I vescovi, dal canto loro, si sono sempre schierati contro il decreto e a favore della sacralità della vita umana fin dal suo concepimento.

Il no all’aborto dei vescovi argentini

I vertici della Conferenza Episcopale Argentina hanno espresso al nuovo presidente Alberto Fernandez la loro “sorpresa, sgomento e preoccupazione” per il protocollo sull’aborto non punibile presentato dal ministero della Salute. Un protocollo, hanno detto i vescovi, che “in pratica autorizza l’aborto libero”.

L’incontro tra i vertici dei vescovi argentini e il neo presidente Alberto Fernandez si è tenuto la scorsa settimana nella Casa Rosada, sede del presidente di Argentina, ed è durato un’ora e 40 minuti, secondo il comunicato del presidente.

Secondo, invece, un comunicato della Conferenza Episcopale Argentina, i vescovi hanno apprezzato “la presenza di dirigenti di tutto l’arco politico argentino” alla Messa per la patria nella Basilica di Lujan”, m anche la citazione della Laudato Si di Papa Francesco fatta dal presidente nei suoi primi discorsi.

Al di là della cordialità dell’incontro, il contrasto sul tema dell’aborto è stato stridente. La conferenza episcopale argentina ha poi inviato un messaggio a tutti i credenti, lamentando che il modo in cui il protocollo pro aborto è stato portato avanti “evita il ragionevole dibattito democratico sulla tutela della vita, il primo diritto umano.

Nel comunicato del governo, l’aborto non è mai menzionato. Il presidente Fernandez ha anche invitato i vertici della Chiesa alla convocazione prevista questo inverno alla Casa Rosada per il lancio formale del Consiglio contro la Fame

Partecipavano all’incontro il Cardinale Mario Poli, arcivescovo di Buenos Aires; monsignor Carlos Malfa, segretario della Commissione Episcopale; e monsignor Marcello Colombo.

Arrivato in Cile il nuovo nunzio

L’arcivescovo Alberto Ortega Martin, nuovo nunzio in Cile è arrivato a Santiago il 14 dicembre. Nominato al posto dell’arcivescovo Ivo Scapolo, destinato alla nunziatura di Lisbona, il nunzio in Cile è stato ricevuto dal vescovo Santiago Silva Retamales, presidente della Conferenza Episcopale del Cine; dal vescovo Celestino Aos, amministratore apostolico di Santiago; il vescovo Juan Ignacio Gonzalez di San Bernardo e Alberto Lorenzelli Rossi, ausiliare di Santiago.

La missione del nuovo nunzio è difficile, perché si trova nel mezzo di un processo di coscientizzazione e trasparenza della Chiesa locale di fronte ai casi di abuso. Ma sono molti altri i temi di discussione: manca credibilità tra le istituzioni private e pubbliche, ci sono costanti mobilitazioni su questioni sociali e questo ha portato a varie violazioni di diritti umani.

L’arcivescovo Ortega è nel servizio diplomatico della Santa Sede dal 1997, ed è stato in Nicaragua, Giordania, Libano, Giordania e Iraq e nella sezione per le relazioni con gli Stati della Santa Sede.

 

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