Diplomazia pontificia, verso l’Urbi et Orbi di Pasqua

Papa Francesco per la prima volta non pronuncia il messaggio urbi et orbi dalla Loggia delle Benedizioni. Ecco quali sono le preoccupazioni della diplomazia pontificia di oggi

Una veduta della Segreteria di Stato vatican dal Cortile di San Damaso
Foto: AG / ACI Group
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Per la prima volta, Papa Francesco non pronuncerà il messaggio di Pasqua Urbi et Orbi dalla Loggia delle benedizioni, con affaccio sulla Basilica di San Pietro decorata con fiori olandesi. Resterà un messaggio primato, dai cancelli dell’altare della confessione, come sarà ristrettissima la Messa di Pasqua, come lo sono state le celebrazioni di Pasqua.

È logico pensare che buona parte del messaggio pasquale sarà dedicato al tema della pandemia del Covid 19. Papa Francesco ha già aderito alla proposta di un cessate il fuoco globale lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Poi, ci sono le aree su cui la Santa Sede ha dimostrato particolare interesse nel corso dell’anno. E una buona traccia di quali aree saranno toccate può essere il messaggio urbi et orbi di Natale, ma anche la visibilità che alcuni nunzi hanno avuto sui media vaticani.

Nazioni Unite, un cessate il fuoco globale

Lo scorso 23 marzo, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che “la furia del virus illustra la follia della guerra. Per questo, oggi, chiedo un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo”. L’appello è stato subito colto da Papa Francesco, che ha supportato l’appello al termine dell’Angelus del 29 marzo scorso.

Papa Francesco ha incontrato il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres lo scorso 20 dicembre, e insieme avevano filmato anche un inusuale messaggio di Natale, a testimoniare la comunanza di vedute. Guterres, cattolico, molto apprezzato dalla missione della Santa Sede a Ginevra quando lavorava come Alto Commissario ONU per i rifugiati, ha lanciato l’appello per un cessate il fuoco globale, cruciale per “aiutare a creare corridoi per aiuto salvavita e aprire preziose finestre per la diplomazia, portando speranza in luoghi tra i più vulnerabili alla pandemia”.

La Santa Sede vede in questo cessate il fuoco globale anche una possibilità di muovere le pedine diplomatiche per favorire processi di pace. In più, la crisi umanitaria potrebbe aver avviato una ulteriore apertura verso la Cina. Si parla, ma non è confermato da nessuna delle fonti, di contatti con il Cardinale Pietro Parolin per organizzare un viaggio del Papa a Wuhan alla fine della crisi.

Coronavirus, la possibile emergenza in Siria

Il Cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, ha descritto la drammaticità della situazione nel Paese in una intervista con il Sir. “Dobbiamo cercare di farci trovare preparati ad una diffusione del contagio, e per questo stiamo cercando di reperire dei respiratori polmonari e dispositivi di protezione”, ha detto.

I casi di Covid 19 in Siria sono 16 (dati aggiornati al 2 aprile), con due decessi, e le misure restrittive del governo per bloccare la diffusione del contagio arrivano fino al coprifuoco.

Papa Francesco ha mostrato più volte una particolare attenzione per la Siria. Dalla preghiera per la pace in Siria e in Medio Oriente del settembre 2013, fino alla decisione di creare cardinale il nunzio in Siria, passando per gli innumerevoli appelli per una risoluzione del conflitto. Gli ultimi appelli di Papa Francesco hanno riguardato, in particolare, i combattimenti nella zona di Idlib, dove è in corso una grave crisi umanitaria.

La nunziatura ha messo in piedi, con la Fondazione AVSI, anche il progetto “Ospedali aperti”, che il potenziamento di tre ospedali cattolici non profit che danno accesso gratuito alle cure mediche per i siriani poveri, e che fino ad adesso ha fornito oltre 33700 trattamenti.

La preoccupazione del nunzio riguarda in particolare i “6 milioni di siriani sfollati interni e i carcerati più vulnerabili”, perché almeno un milione di loro sono “in campi di fortuna, carenti del tutto dal punto di vista igienico e sanitario”.

Yemen, una tregua per affrontare l’epidemia

La Santa Sede è fino ad ora uno dei pochissimi attori internazionali a fare riferimento al conflitto nello Yemen. Tra questi, l’appello di Papa Francesco il 3 febbraio 2019, in cui si metteva in luce la crisi umanitaria. Appello che non era rimasto senza conseguenze, e aveva aiutato l’apertura di un canale di soccorsi.

La situazione era rimasta critica. Nella scorsa settimana, è entrato in vigore il cessate il fuoco, chiamato per contrastare la diffusione del Covid 19. Lo Yemen è uno dei pochi Paesi al mondo risparmiati dalla pandemia, perché tra i Paesi più isolati.

Da cinque anni, lo Yemen è martoriato da un conflitto armato tra opposte fazioni sostenute rispettivamente dalla coalizione sunnita a guida saudita e, meno apertamente, dall’Iran sciita.

La tregua è stata convocata dal colonnello Turki al-Maliki, della coalizione saudita che si contrappone ai ribelli Houthi. Al Malki ha sottolineato che la tregua risponde all’appello delle Nazioni Unite per il cessate il fuoco globale, e ha rimarcato che il cessate il fuoco potrebbe anche essere esteso per “discutere proposte, azioni e meccanismi per una tregua sostenibile e una soluzione politica in Yemen”.

La situazione in Yemen è forse la peggiore crisi umanitaria al mondo. Negli scontri, si calcola siano morte 100 mila persone, in gran parte civili, mentre la popolazione è decimata e stremata da malnutrizione, fame e malattie, dovute anche alla scarsa igiene e alla carenza di acqua potabile.

Terrasanta, Libano, Ucraina, Centro America

È una Pasqua particolare in Terrasanta, dove per la prima volta è stato chiuso il Santo Sepolcro e dove le celebrazioni sono state condotte seguendo le norme di sicurezza. La Santa Sede guarda comunque continuamente a Gerusalemme, e un appello sulla risoluzione del conflitto israelo-palestinese è praticamente sempre presente negli urbi et orbi di Papa Francesco.

Anche il Libano ha vissuto una situazione complessa, con una serie di proteste in piazza che hanno visto anche la presa di posizione delle Chiese locali. Ma il Libano è anche il luogo designato dai vescovi della Conferenza Episcopale delle Regioni Arabe per una Giornata Mondiale della Gioventù dedicata proprio ai giovani del Medio Oriente, da tenersi il prossimo anno. C’è la forte consapevolezza che il modello del Libano è fondamentale per mantenere gli equilibri nella Regione del Medio Oriente.

La situazione in Ucraina è stata oggetto di particolare attenzione da parte di Papa Francesco, che lo scorso luglio ha convocato un incontro interdicasteriale con i vescovi metropoliti e il Sinodo della Chiesa greco cattolica Ucraina e che lo scorso febbraio ha incontrato l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, assicurando preghiere e chiedendo attenzione per una autentica pace in Ucraina. La questione ucraina era stata anche menzionata nel discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ed è possibile che sarà parte del messaggio Urbi et Orbi di Pasqua.

Sia nell’incontro di inizio anno con gli ambasciatori che nell’Urbi et Orbi di Natale, Papa Francesco aveva poi fatto riferimento alla situazione in Venezuela e in generale ai Paesi centro e sudamericani. Questa attenzione non è diminuita, e lo dimostrano anche le molte iniziative dei nunzi dei Paesi centroamericani in tempo di pandemia: sia il nunzio in Ecuador, l’arcivescovo Andrés Carrescosa, che quello in Honduras, l’arcivescovo Gabor Pinter, hanno portato il santissimo in elicottero per benedire la nazione e salvarla dalla pandemia, mentre l’arcivescovo Aldo Giordano, nunzio in Venezuela, sta lanciando iniziative umanitarie per aiutare i più poveri in questo momento di crisi.

Tra le nazioni che la Santa Sede guarda con attenzione, anche il Nicaragua, un po’ scomparso dalle cronache quotidiane, ma dove i vescovi e il nunzio, l’arcivescovo Waldemar Sommertag, sono particolarmente attivi nell’alleviare le sofferenze della popolazione e cercare una via di uscita dalla crisi.

Brasile, una lettera del nunzio sulla pandemia Covid 19

L’arcivescovo Giovanni D’Aniello, nunzio apostolico in Brasile, ha inviato un messaggio alle Pontificie Opere Missionarie in Brasile per sostenere la campagna “Il coronavirus e la crisi globale: uno sguardo di fede”. Il messaggio è parte di una campagna delle PPOMM in cui si presentano sui social network una serie di messaggi di speranza per i leader religiosi.

Nel suo messaggio, l’arcivescovo D’Aniello invita tutti ad “affrontare le difficoltà, le sofferenze, le incertezze, le restrizioni e la solitudine di questo tempo della pandemia con un vero e profondo spirito di fede, aiutandoci a rimanere fermi in ciò che conta davvero”.

Il nunzio chiede di rendere il Signore “nostro rifugio”, e di vivere secondo “spirito di fede”, che è “la volontà di guardare tutto ciò che ci circonda in modo soprannaturale, e soprattutto un umile atteggiamento di ascolto e fiducia”.

È l’esercizio di fede che “ci porta a guardare oltre il dolore”. Il nunzio prega di illuminare i responsabili del bene comune, dare “l'intelligenza della scienza a coloro che cercano i mezzi adeguati per la salute e il benessere fisico dei fratelli”; supportare “il lavoro di coloro che si dedicano ai bisognosi: volontari, infermieri, medici, che sono in prima linea nel trattamento dei pazienti, anche a spese della propria sicurezza”; preservare “gli anziani dalla solitudine: che nessuno rimanga nella disperazione dell'abbandono e dello scoraggiamento”; confortare “i più deboli, incoraggia coloro che vacillano e intercede per i poveri”; e liberare “il mondo da qualsiasi pandemia”.

Europa, il Cardinale Hollerich critica l’approccio all’emergenza coronavirus

Il Cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE), è stato il primo cardinale in quarantena per essere stato a contatto con il coronavirus. In una intervista con Religion Digital al termine della quarantena, ha chiesto all’Unione Europea una risposta “solidale”. Un tema, anche questo, che potrebbe essere parte dell’urbi et orbi di Pasqua.

Parlando della risposta politica alla crisi, il Cardinale ha sottolineato che “i politici europei non sono all’altezza” e che può comprendere l’indignazione di Italia e Spagna. Manca – ha aggiunto il cardinal – qualcosa di più di aiuti puntuali: c’è bisogno di grandi iniziative di solidarietà. Sappiamo che tutte le grandi epidemie che ci sono state nel mondo hanno lasciato profondi segni nella memoria collettiva culturale”. Dunque “se l’Unione Europea non si mostra più solidale, la gente la abbandonerà e avrà l’impressione che la solidarietà europea è solo una bella parola”.

Il cardinale, che prima della crisi ha visitato i rifugiati a Lesbo, ha quindi affermato che “Lesbo è una ferita terribile per l’Unione Europea e per tutte le persone che crede nei suoi ideali e valori”, perché lì ci sono “decine di migliaia di persone che vivono in campi costruiti per molte meno persone, con condizioni igieniche catastrofiche. Se il coronavirus entra in questi campi, i rifugiati cadranno come mosche in questa stessa Europa che continua a parlare di diritti umani”.

Coronavirus, continuano gli aiuti dell’ambasciata di Taiwan presso la Sede

Continuano gli aiuti dell’ambasciata di Taiwan presso la Santa Sede per l’emergenza coronavirus. Dopo aver consegnato derrate alimentari all’Elemosiniere della Casa Pontificia e distribuito mascherine prodotte a Taipei, lo scorso 8 aprile l’ambasciatore Matthew Lee ha portato frutta fresca, verdura, tè, medicine, materiale protettivo e qualunque altra cosa necessaria alle Suore Ministre degli Infermi di San Camillo.

Le suore sono in quarantena, dopo che 17 di loro sono risultate positive al test del Covid 19 e 4 negative, alcune anziane hanno particolare bisogno di assistenza. “Tutto andrà bene”, ha detto loro l’ambasciatore Lee.

Questi ha raccontato di aver ricevuto una richiesta urgente dalla Delegato dei Superiori Camilliani in Taiwan, e ha detto che si è sentito in dovere di fare qualcosa. L’ambasciata di Taiwan presso la Santa Sede sta correntemente collaborando con altre tre associazioni per portare cibo e altre necessità alla Suore di San Camillo.

Taiwan è stata tra i primissimi a dare l’allarme per la possibile diffusione della pandemia, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha preso in dovuta considerazione il suo punto di vista perché questa non è parte dell’organizzazione. La Repubblica Popolare di Cina, infatti, non accetta di essere parte di organizzazioni internazionali che riconoscono Taiwan, che Pechino considera una provincia ribelle.

La Santa Sede ha solide relazioni con Taiwan da tre quarti di secolo.

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