Diplomazia pontificia, cinque presidenti da Papa Francesco a novembre?

Dopo il Sinodo, riprende l’intensa attività di incontri diplomatici di Papa Francesco. Dopo aver completato l’organigramma di Segreteria di Stato, si completano anche le nunziature vacanti

I doni che Papa Francesco generalmente dà ai presidenti in visita dal lui: i cinque documenti del suo pontificato più la dichiarazione di Abu Dhabi e il messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace
Foto: AG / ACI Group
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Non ci sono conferme ufficiali ancora, ma dovrebbero essere cinque i presidenti che visiteranno Papa Francesco durante il mese di novembre. Se fosse confermato, si tratterebbe di una agenda particolarmente fitta, che si giustifica anche con il fatto che durante il Sinodo Speciale per la Regione Panamazzonica, Papa Francesco ha sospeso le udienze. I presidenti che dovrebbero venire in visita sono quelli di Lituania, Angola, Capo Verde, Cipro ed Estonia. Ognuna di queste visite ha un significato particolare.

Nella settimana è stata anche ufficializzata la nomina dell’arcivescovo Paolo Borgia a nunzio in Costa d’Avorio. Ancora non è stato ricevuto, invece, l’agreament per i nuovi nunzi Antoine Camilleri e Paolo Rudelli, che dovrebbero essere rispettivamente destinati ad Etiopia e Burkina Faso.

                                                            VATICANO

 

Le visite dei presidenti

Lo scorso maggio, Gitanas Nauseda è stato eletto presidente della Lituania. Ha ottimi rapporti con la Chiesa cattolica locale. Viene in Vaticano per la sua prima visita ufficiale da Papa Francesco. Sarà una visita di Stato. Dopo l’incontro con Papa Francesco e quello in Segreteria di Stato, il presidente Nauseda scenderà nella Basilica di San Pietro, pregherà di fronte alla tomba di San Giovanni Paolo II e poi nella Cappella Lituana delle grotte, lì dove lo stesso Giovanni Paolo II andò a pregare subito dopo la sua elezione.

Lituania e Santa Sede hanno relazioni diplomatiche dal 1922, quando, con l’indipendenza degli Stati Baltici, la Santa Sede eresse la delegazione apostolica di Lettonia, Lituania ed Estonia. Primo delegato apostolico fu il gesuita Antonino Zecchini. Il 10 marzo 1927, Pio XI promulgò il breve “Regiones quae”, con il quale erigeva l’internuziatura apostolica di Lituania, promossa poi nunziatura apostolica il 9 dicembre 1928.

Le relazioni diplomatiche si sono interrotte con l’occupazione sovietica, sebbene la Lituania sia l’unico dei Paesi sotto il dominio sovietico ad aver mantenuto un suo corpo diplomatico in diaspora. Le relazioni tra Santa Sede e Lituania sono poi riprese il 30 settembre 1991, dopo che la Lituania ottenne di nuovo l’indipendenza.

Papa Francesco ha visitato la Lituania nel settembre 2018, celebrando il centenario di indipendenza del Paese, ma anche il 25esimo anniversario dalla prima, storica visita di un Papa in quelle terre, Giovanni Paolo II.

Il 12 novembre, dovrebbe essere la volta di Joao Lourenco, presidente dell’Angola. Angola e Santa Sede hanno firmato un accordo lo scorso settembre. I negoziati dell’accordo erano ripresi da circa un anno, ma questo sarebbe dovuto essere concluso già nel 2007, per firmarlo durante il viaggio di Benedetto XVI nel Paese. Tutto saltò, poi, per un cavillo.

Angola e Santa Sede hanno relazioni diplomatiche dal 1608, quando Antonio Manuel Nyunda fu nominato primo ambasciatore a Roma dell’allora Regno del Congo.

Il 16 novembre, si parla della visita di Jorge Carlos Fonseca, presidente di Capo Verde. Capo Verde è stato il primo Paese ex coloniale a siglare un accordo con la Santa Sede, già nel 2013. In una intervista con ACI Stampa, il cardinale capoverdiano Gomes notò che comunque il colonialismo non era finito, ma era ancora presente come colonizzazione ideologica, spesso menzionata da Papa Francesco.  

Il 18 novembre, Nikos Anastiadis, presidente di Cipro, farà visita a Papa Francesco. Durante il ricevimento per l’indipendenza di Cipro, lo scorso 30 ottobre, George Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede e decano del corpo diplomatico vaticano, ha sottolineato che la visita “ha una particolare importanza, perché ha lo scopo di migliorare le relazioni con la Santa Sede e allo stesso tempo riconosce il ruolo pacifico di Sua Santità”, intendendo anche “esprimere la decisione della nostra nazione di vivere in pace con tutti”, perché “Cipro può essere, e sarà, una terra di coesistenza pacifica al cuore del Mar Mediterraneo”.

Tre potrebbero essere i temi di discussione: il cosiddetto Cyprus Problem, ovvero l’occupazione militare turca, che si è colorata di nuovi problemi, come la scoperta di gas nella zona economica esclusiva di Cipro; la questione delle migrazioni, un fenomeno recente e in aumento, perché i migranti arrivano dalla Turchia; e l’iniziativa regionale di Cipro per lottare contro il cambiamento climatico in Medio Oriente. In particolare, per la questione ecologica, Cipro lavora anche a cooperazioni trilaterali con la Grecia con quasi tutti i Paesi della Regione. Altro tema di discussione, il decimo anniversario del viaggio di Benedetto XVI a Cipro, che si celebra nel 2020.

Il 28 novembre, Kersti Kaljulaid, presidente di Estonia, è attesa da Papa Francesco. Anche di questo, non c’è ancora alcun annuncio ufficiale. Papa Francesco ha toccato l’Estonia durante il suo viaggio nel Baltico nel settembre 2018. Anche l’Estonia, come la Lituania, ha aperto le relazioni diplomatiche con la Santa Sede nel 1922, mentre la nunziatura apostolica di Estonia fu eretta l’11 settembre 1933 con il breve Cum in Republica Estoniensi di Pio XI. Il nunzio aveva sede a Tallinn. Quando i sovietici occuparono il Paese, le relazioni diplomatiche furono interrotte e furono ristabilite il 3 ottobre 1991.

La diplomazia della Santa Sede: la Siria e il viaggio di Papa Francesco in Giappone e Tailandia

Intervenendo a margine della presentazione del libro di monsignor Dario Edoardo Viganò su “Il cinema dei Papi. Documenti inediti della Filmoteca Vaticana”, che si è tenuto all’ambasciata di Italia presso la Santa Sede il 30 ottobre, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha toccato anche i temi della diplomazia pontificia.

Il capo della diplomazia vaticana ha toccato il tema della Siria, auspicato che il dialogo aiuti a porre fine al conflitto, e sottolineato che la guerra all’ISIS era stata dichiarata finita, ma che è evidente che è importante sradicare la cultura che ha scatenato il fenomeno de Califfato. Servono riforme, e il Cardinale Parolin ha appoggiato quelle richieste in Iraq. Non sono parole di poco conto. Papa Francesco ha menzionato le proteste in Iraq in un appello al termine dell’udienza generale del 30 ottobre, e questo anche in vista di un viaggio di Papa Francesco nel Paese, allo studio per il 2020. Dal 19 al 26 novembre, Papa Francesco sarà poi in viaggio in Thailandia e Giappone, e in particolare – ha detto il Cardinale Parolin – durante il viaggio in Giappone ci sarà un “appello insistente al disarmo”, necessario perché “vediamo che invece della distruzione degli arsenali, la tendenza in corso è quella di riarmarsi. E questo, sottolinea, senza garantire maggiore sicurezza alle popolazioni, anzi sottraendo risorse importanti allo sviluppo delle società”.

Papa Francesco in Giappone potrebbe anche incontrare i sopravvissuti alla bomba di origine coreana, incontro che sarebbe anche un segnale di distensione tra Giappone e Corea.

Borgia nominato nunzio in Costa d’Avorio, Camilleri in Etiopia

Come già anticipato, l’arcivescovo Paolo Borgia è stato nominato nunzio in Costa d’Avorio. L’ufficialità è arrivata lo scorso 28 ottobre. L’arcivescovo Borgia prende il posto di Ante Jozic, designato alla nunziatura di Costa d’Avorio e poi vittima di un incidente d’auto alla vigilia della sua ordinazione episcopale: monsignor Jozic è ancora in ospedale.

L’arcivescovo Borgia è stato ordinato vescovo il 4 ottobre, insieme agli altri nuovi nunzi Paolo Rudelli e Antoine Camilleri. Quest’ultimo, già sottosegretario per i rapporti con gli Stati, è stato nominato il 31 ottobre nunzio in Etiopia e Gibuti. Anche di questa nomina ci si aspettava l’agreament.

Non è ancora arrivato il gradimento, invece, per il terzo nunzio ordinato lo scorso 4 ottobre, l’arcivescovo Paolo Rudelli. Ci si aspetta che sia nominato nunzio in Burkina Faso, anche se altre voci lo danno in partenza per lo Zambia.

                                                FOCUS EUROPA

Europa, un evento sulla libertà religiosa per un “cambio di clima” sul tema

Lo scorso 15-16 ottobre, si è tenuto a Bruxelles un evento sull’ “Inventario della libertà religiosa”. Si trattava di una sorta di riepilogo del lavoro fatto dall’ufficio speciale sulla Libertà Religiosa fuori dall’Unione Europea. Istituito nel giorno in cui è stato consegnato a Papa Francesco il premio Carlo Magno, l’ufficio era stato affidato a Jan Figel, ed ha avuto particolari successi, come la liberazione di Asia Bibi. Con la nuova commissione europea, si dovrà decidere se rinnovare il mandato a Figel.

Proprio Figel ha preso la parola al termine dell’incontro. Ha sottolineato che “la libertà di religione e credo è condizione di buon governo, importante per credenti e non credenti”, e che “rappresenta la dignità umana, un principio fondamentale dei diritti umani”.

La libertà religiosa – ha aggiunto –è stata “per decenni un diritto umano messo da parte, abbandonato, male interpretato”, tanto che oggi “il 79 per cento della popolazione globale vive in nazioni con alti o molto alti ostacoli contro la libertà religiosa”.

Per Figel, ci sono quattro livelli di problemi e crisi: l’intolleranza, la discriminazione, la persecuzione e il genocidio.

Basandosi su dati del Pew Research Center del luglio 2019,. Figel ha notato che “le restrizioni dei governi sulle religioni sono cresciute nel mondo, e ci sono 52 governi che impongono alte restrizioni alla religione, come in Russia, Cina, Indonesia.

Sono cresciute anche le ostilità sociali contro la religione, così come i limiti sulle attività religiose e gli attacchi dei governi contro la libertà religiosa, in particolare in Medio Oriente e Nord Africa, dove la crescita è stata del 72 per cento.

Figel ha citato anche il rapporto del governo britannico, che ha definito la libertà religiosa quasi a livello di un genocidio.

Ha detto, però, che ci sono anche notizie di un risveglio sul tema della libertà religiosa, come le linee guida dei 28 membri UE sulla libertà religiosa adottate nel 2013, il gruppo internazionale di contatto per i diplomatici attivo dal 2015 e l’ufficio di Figel attivo dal 2016.

Figel ha quindi fatto cinque raccomandazioni: di lavorare sulla libertà religiosa in una cornice di diritti umani; di accrescere la letteratura sul tema; di supportare l’impegno con gli attori religiosi; di implementare un approccio più strategico e contestualizzato a livello nazionale; di portare avanti un coordinamento tra gli Stati membri e l’Unione sulla libertà religiosa.

Ci vuole, insomma, “un cambiamento climatico sulla libertà religiosa”.

Spagna, il PSOE punta alla revisione del concordato con la Santa Sede

Il Partito Socialista spagnolo ha promesso, nel programma delle prossime elezioni nazionali del 10 novembre, di denunciare gli accordi firmati nel 1979 tra lo Stato spagnolo e la Santa Sede e puntare ad una relazione “moderna con la Chiesa”.

Gli accordi, si legge nel testo del programma socialista “Ora progresso, ora sì”, sono una continuità del concordato de l953, e saranno denunciati “a compimento del precetto costituzionale che stabilisce la non confessionalità dello Stato e la libertà religiosa”.

Il nuovo accordo sarà invece “basato sul principio di laicità, per mantenere una relazione di cooperazione moderna con la Chiesa Cattolica”.

In particolare, il Partito Socialista promette di arrivare ad “una revisione delle operazioni che si sono basate sul privilegio di iscrivere nel registro delle proprietà beni a partire da semplici dichiarazioni dei suoi membri”.

La questione della revisione del concordato non era comunque inclusa nella “Proposta aperta per un programma comune progressista” presentata lo scorso mese di settembre dal partito guidato da Pedro Sanchez, che però includeva la questione del recupero dei beni immatricolati.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Iraq, i capi delle Chiese cristiane appoggiano le proteste

Come già avevano fatto, i capi o rappresentanti di diverse Chiese a Baghdad hanno ribadito l’appoggio alle manifestazioni di protesta nel Paese dopo una riunione del 29 ottobre presso il Patriarcato caldeo. L’incontro è stato organizzato dal Cardinale Louis Raphael Sako, patriarca dei Caldei di Babilonia.

Nella dichiarazione, i vescovi sostengono “le genuine richieste dei manifestanti di lavoro, alloggi, servizi, assistenza sociale e sanitaria, una ferma lotta alla corruzione nonché il recupero del denaro ‘iracheno’ saccheggiato”.

I capi delle Chiese cristiane hanno chiesto al governo di “prendere decisioni coraggiosi e storiche”, lodano i manifestanti e la loro volontà di “sottolineare l’identità nazionale irachena”, e chiedono però loro di evitare di “attaccare proprietà pubbliche e private”.

Un esponente degli Emirati Arabi Uniti ha incontrato Papa Francesco

Si intensificano i contatti tra Santa Sede ed Emirati Arabi Uniti. Dopo la dichiarazione di Abu Dhabi e lo stabilimento del comitato per l’implementazione della dichiarazione, ora la firma della dichiarazione congiunta delle religioni abramitiche sul fine vita ha portato lo sceicco Abdallah bin Bayyah, capo del Consiglio della fatwa degli Emirati, in Vaticano, dove ha potuto incontrare Papa Francesco insieme agli altri firmatari lo scorso 27 ottobre.

L’incontro è stato enfatizzato dai media degli Emirati. Questi hanno sottolineato che lo sceicco bin Bayyah abbia messo in luce come l’incontro cada con gli sforzi di assicurare cooperazione in bontà e pietà, e che la preservazione del corpo è uno scopo chiave della legge islamica e dei valori tra le fedi che sottolineano l’importanza di assicurare una cura olistica e rispettosa della persona. In particolare, bin Bayyah ha sottolineato che “questi sforzi sono in linea con l’Anno della Tolleranza negli Emirati Arabi Uniti”. La dichiarazione di Abu Dhabi è uno dei frutti di questo dialogo.

                                                FOCUS AFRICA

Papa Francesco riceve un invito a visitare Eritrea ed Etiopia

Il vescovo etiope Tsegave Keneni, vicario apostolico di Soddo, ha dichiarato in una intervista a Rome Reports che “la conferenza episcopale ha inviato un invito a Papa Francesco perché venga a visitarci. Anche il governo dovrebbe invitarlo, e il governo sarebbe felice di avere il Papa in Etiopia: l’attuale Primo Ministro ha menzionato il Papa molte volte”.

Il primo ministro Abiy Ahmed Ali, fresco vincitore del Nobel per la Pace, ha anche recentemente visitato Papa Francesco lo scorso gennaio. La pace raggiunta con l’Eritrea è ancora fragile, e in Eritrea la Chiesa è oggetto di una durissima persecuzione.In più, una visita del Papa sarebbe particolarmente complicata perché la maggioranza della popolazione è l’Etiopia, e questa non vede il Papa di buon occhio.

I vescovi del Sud Sudan chiedono ai politici di porre fine al conflitto

I vescovi del Sud Sudan hanno chiesto ai politici del Paese di porre fine al conflitto che ha causato così tanta sofferenza in una lettera pastorale pubblicata dopo la formazione del nuovo governo di unità nazionale.

“Speriamo – scrivono i vescovi – che il nuovo governo di transizione sarà formato presto, ma sottolineiamo che la formazione del governo non è un fine per se stesso. Un nuovo governo avrà legittimità solo se risolve il conflitto e fornisce pace, giustizia, sicurezza, servizi di base e buon governo per il popolo”.

I vescovi si dicono inoltre preoccupati sul fatto che non si trovi un accordo sul numero di componenti del governo e i confini dello Stato, cosa che sta già causando conflitto in alcune aree.

I vescovi hanno anche criticato i politici per il fatto di concentrarsi troppo nella suddivisione del potere – critica che hanno lanciato dalla notizia del cosiddetto revitalized agreemen e hanno chiesto a governo e opposizione di affrontare le cause alla radice del conflitto.

Ci sono, però, segni di speranza. Il 24 ottobre, un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha evidenziato che sono tornate più di 27 mila persone in Sud Sudan da Karthoum: un dato positivo, sebbene ci siano ancora 1,8 milioni di sud-sudanesi sfollati e 2,3 milioni di sud sudanesi rifugiati in nazioni vicine.

                                                MULTILTERALE

Santa Sede all’ONU di New York: la situazione in Medio Oriente

Il 28 ottobre, si è tenuta all’assemblea generale delle Nazioni Unite una delle periodiche riunione sul “Medio Oriente, inclusa la questione palestinese”. La Santa Sede ha messo in luce la difficile situazione nello Yemen, causata anche dal traffico di armi e munizioni che aumenta la crisi e perpetua la miseria e la sofferenza di persone innocenti.

La Santa Sede ha poi affrontato la situazione della Siria, e ha descritto la formazione di un Comitato Costituzionale nel Paese come “un segno di speranza”, e ha espresso “grave preoccupazione riguardo la Palestina”, poiché l’attuale “retorica, terrorismo, violenza e uso sproporzionato di forza da parte delle forze di sicurezza esacerbano un clima già teso”. La Santa Sede ha anche chiesto al Consiglio di Sicurezza di implementare le decisioni precedenti e presentare un meccanismo per realizzare l’obiettivo di uno Stato palestinese.

La Santa Sede all’ONU di New York: la corsa alle armi nello spazio

Tra i dibattiti alle Nazioni Unite, anche quello sulle “guerre stellari”, ovvero sulla corsa agli armamenti spaziali. La Santa Sede è intervenuta al dibattito lo scorso 29 ottobre, sottolineando la necessità che la Commissione per il Disarmo delle Nazioni Unite riprenda il lavoro bloccato dallo scorso anno, ricordando che ci sono Stati membri che hanno firmato il Trattato sullo Spazio del 1967, e che sono pertanto chiamati a portare avanti i principi della cooperazione e della mutua assistenza”.

La Santa Sede ha notato che è importante garantire la sicurezza dei mezzi di comunicazione nello spazio e condannato la distruzione di satelliti di altri Stati nello spazio

La Santa Sede all’ONU di New York: l’uso pacifico dello spazio

L’1 novembre, il dibattito si è invece spostato sull’uso pacifico dello spazio. La Santa Sede ha notato che “in un mondo che oggi affronta enormi sfide, in particolare sul tema del disarmo, è necessario essere d’accordo sulle regole di strada per l’uso dello spazio”. Questo deve essere usato “pacificamente”.

La Santa Sede all’ONU di New York: la questione del razzismo

La Santa Sede è intervenuta il 30 ottobre al Terzo Comitato della 74esima Sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si è dedicata in particolare al tema della “Eliminazione del razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza correlata.

Basandosi sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Santa Sede ha condannato il razzismo e la discriminazione raziale e messo in discussione la cultura generale che favoreggia l’intolleranza e il comportamento razzista. Secondo la Santa Sede, ci sono due preoccupanti fenomeni: la crescita di attitudini discriminatorie, razziste e xenofobe nei confronti di migranti e rifugiati e la crescita in atti di intolleranza e discriminazione contro le comunità e gli individui a causa della loro religione o credo. In particolare, l’arcivescovo Auza, osservatore della Santa Sede a New York in procinto di trasferirsi alla nunziatura di Spagna, si è concentrato sugli atti di violenza contro cristiani e altri. Questioni che si risolvono in spirito di solidarietà e con dialogo interreligioso e interculturale.

La Santa Sede all’ONU di New York: il rapporto sulla Legge Internazionale

Il 30 ottobre, il sesto comitato della 74esima assemblea generale delle Nazioni Unite ha parlato in particolare del “Rapporto della commissione per la legge internazionale”, e in particolare dei capitoli sui crimini contro l’umanità e della protezione dell’ambiente in relazione ai conflitti armati.

La Santa Sede ha chiesto che si facciano tutti gli sforzi necessari per “porre fine alla violenza politica, religiosa ed etnica, senza contare i crimini contro l’umanità come il traffico di esseri umani.

La Santa Sede ha parlato di una “responsabilità legale di tutti gli Stati di portare a processo i perpetratori di questi crimini e cooperare l’uno con l’altro per definire le responsabilità dei malfattori e assistere lettere”.

La Santa Sede ha apprezzato la proposta di una Convenzione Internazionale sulla prevenzione e la punizione dei crimini contro l’umanità, ha lodato l’inclusione nel rapporto del principio di non refoulement (il principio per cui non si devono forzare rifugiati a tornare in Paesi in cui sarebbero perseguitati), ha lamentato la mancata inclusione di una definizione chiara della legge internazionale per l’uso del termine gender.

Secondo la Santa Sede, due sono le questioni centrali: che le vittime possano cercare giustizia, e che si dia assistenza agli Stati con sistemi giuridici fragili, così che possano avere gli strumenti per proteggere la loro popolazione e specialmente le minoranze religiose.

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