Diplomazia pontificia, il Cardinale Parolin presenta la Fratelli Tutti

Sarà con un evento a Ginevra che sarà presentata la Fratelli Tutti di Papa Francesco. Il Papa riceve il vicepresidente della Guyana Equatoriale. L’impegno contro l’antisemitismo

L'ingresso delle Nazioni Unite a Ginevra
Foto: Ville de Geneve
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Il Cardinale Pietro Parolin sarà in visita virtuale a Ginevra il prossimo 15 aprile, partecipando all’Evento di Alto Livello presso le Nazioni Unite per presentare la Fratelli Tutti, L’evento vedrà anche la partecipazione del Cardinale Miguel Angel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e si inserisce nell’impegno della Santa Sede per il dialogo e la fratellanza umano, iscritto nel DNA della diplomazia pontificia.

In questa settimana, da segnalare anche un intervento dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, sul tema dell’antisemitismo; i rumors su una possibile visita del Papa in Francia; la denuncia del vescovo Baez; e l'ok del Papa all'apertura di una rappresentanza della Santa Sede a Yerevan, capitale dell'Armenia - la nunziatura ha infatti sede a Tbilisi, in Georgia.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Ginevra, un evento di Alto Livello sulla Fratelli Tutti

Due cardinali, quattro direttori generali delle Nazioni Unite, rappresentanti delle Chiese cristiane e del mondo ebraico presenteranno il prossimo 15 aprile l’enciclica di Papa Francesco “Fratelli Tutti” ad un Evento di Alto Livello presso le Nazioni Unite a Ginevra.

Sarà un evento virtuale, e non in presenza, per via delle restrizioni per la pandemia. Sarà comunque un evento di interesse internazionale, che nasce anche da un impegno della missione della Santa Sede presso gli organismi internazionali di Ginevra. Va ricordato che lo scorso 22 novembre, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore della Santa Sede, è stato a Gedda, in Arabia Saudita, per presentare un volume sulla “Promozione del dialogo interculturale e interreligioso come strumento di fraternità”. È un segno, anche, di un dialogo incessante con il mondo arabo, anche con Paesi come l’Arabia Saudita, che è uno dei pochi Stati che non ha relazioni diplomatiche con la Santa Sede (ce ne sono comunque di ufficiose).

I due cardinali chiamati a partecipare al panel sono il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e il cardinale Miguel Angel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interrelgioso. Tra gli esponenti religiosi, ci saranno il rabbino Abraham Skorka, amico del Papa con il quale in Argentina aveva dato vita all’esperienza del cosiddetto trialogo; e il reverendo Ioan Souca come segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese.

Prenderanno la parola anche Tatiano Valovaya, direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra; Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i rifugiati; Guy Rider, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro; Michael Ryan, direttore esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che parlerà a nome del direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus; e Peter Maurer, presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa; il principe El Hassan bin Talal, presidente del Board dell’Istituto Reale per gli Studi Interfede in Giordania. I panel saranno moderati dall’arcivescovo Jurkovic, che darà anche le conclusioni; e dall’ambasciatore Marie-Therese Pictet-Altthann, osservatore dell’Ordine di Malta presso l’ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.

Di cosa si parlerà al panel? Il concept dell’incontro sottolinea che la pandemia del COVID 19 “continua a colpire la comunità internazionale e l’intera famiglia umana”, e che – come ha detto Papa Francesco – “saremo in grado di superare la crisi attuale solo se lavoriamo insieme, come una sola famiglia umana”.

Nel contesto della crisi, “l’estremo individualismo e la globalizzazione dell’indifferenza non possono essere una risposta accettabile per la comunità internazionale”, e la risposta di Papa Francesco si trova nella Fratelli Tutti, in cui si riflette sull’amicizia sociale e “si riafferma con forza la via del del dialogo e della cooperazione oltre divisioni e competizione come l’unico percorso che porti allo sviluppo integrale e alla pace”.

La Missione della Santa Sede a Ginevra ha organizzato l’evento – si legge nel concept – ispirata dalle parole del Papa, e al fine di “rafforzare il bisogno urgente di una genuina cooperazione e di un multilateralismo centrato sulla persona umana”.

L’impegno della Santa Sede sulle mine anti uomo

Durante l’Urbi et Orbi di Pasqua, Papa Francesco ha ricordato la Giornata Internazionale contro le Mine Anti-Uomo. Lo scorso 24 marzo, il Papa aveva spedito una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres per anticipare questa giornata.

Nella lettera, il Papa aveva auspicato che “questo appuntamento annuale porti a una maggiore consapevolezza dei devastanti effetti a lungo termine delle mine antiuomo e di altre armi antiuomo su civili innocenti ed intere comunità”.

Papa Francesco aveva inoltre esortato i leader di nazioni e organizzazioni internazionali a prendere “le decisioni necessarie per liberare il mondo di questi mezzi distruttivi, che seminano il caos non solo contro le persone, ma contro la nostra casa comune”, dicendosi grato per la “importante iniziativa” delle Nazioni Unite.

                                                FOCUS NUNZIATURE

Verso una rappresentanza della Santa Sede in Armenia

Ricevendo l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Georgia e Armenia, Papa Francesco ha reso noto di voler istituire una nuova missione di residenza diplomatica a Yerevan, nella capitale dell’Armenia. Ne dà notizia il portale della Chiesa cattolica in Georgia.

Fino ad ora, non c’è una sede della nunziatura in Armenia. La rappresentanza diplomatica della Santa Sede ha una nunziatura a Tbilisi, in Georgia, che segue anche l’Armenia. Fino al 2017, l’incarico di nunzio in Azerbaijna competeva al nunzio presso Armenia e Georgia, riunendo così tutte le rappresentanze pontificie del Caucaso. Anche a motivo delle tensioni nella regione, sfociate poi nel nuovo conflitto in Nagorno Karabakh, Papa Francesco ha separato Armenia e Georgia dall’Azerbaijan, e il compito di nunzio a Baku è spettato all’arcivescovo Paul Fitzpatrick Russel, nunzio in Turchia e Turkmenistan. La sede è dunque ad Ankara.

La scelta ora di aprire un ufficio della nunziatura, presumibilmente con un consigliere, a Yerevan segnala una particolare attenzione del Papa all’Armenia in questa particolare fase della storia.

Il Papa ha dato l’ok a questa decisione durante una udienza privata con l’arcivescovo Bettencourt lo scorso 26 marzo. L’incontro era parte di una ampia agenda del nunzio, a Roma per vari incontri istituzionali.

Durante l’incontro, Papa Francesco ha parlato della sua visita apostolica del 2016 in Georgia, Azerbaigian e Armenia, e ha ricordato un certo numero di persone che ha incontrato durante quelle visite. Papa Francesco ha chiesto al nunzio di offrire il suo saluto e la sua solidarietà ai bisognosi, preghiere e benedizioni per tutti e "pregare per lui".

L’arcivescovo Bettencourt ha incontrato anche il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano; l’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato; l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati; l’arcivescovo Jan Pawlowski, che guida la Terza Sezione della Segreteria di Stato.

Quindi, il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali; il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, con il segretario del Consiglio, l’arcivescovo Paul Tighe; il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; il Cardinale Michael Czerny, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati; il Cardinale José Tolentino Mendonça, Archivista e Bibliotecario della Santa Sede.

E poi ancora: l’arcivescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; l’arcivescovo Vincenzo Zani, segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica; Mariella Enoch, presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

Nutrito anche il numero degli ambasciatori o rappresentanti presso la Santa Sede incontrate dal nunzio, che ha visto i rappresentanti di Cipro, Georgia, Armenia, Canada, Portogallo e Regno Unito.

L’arcivescovo Bettencourt ha anche visitato varie istituzioni del Caucaso meridionale, tra cui la casa dell'Immacolata Concezione armena e la sede di Caritas Internationalis.

Temi di conversazione degli incontri sono stati la dignità umana, le attività umanitarie, la pace, la libertà religiosa, lo sviluppo, il patrimonio culturale, la salute e le questioni ecumeniche.

Particolare attenzione è stata riservata alla crisi creata dalla pandemia Covid-19 e alla situazione politica in alcuni paesi del Caucaso meridionale.

È stato notato che quest'anno ricorre il 700esimo anniversario della martirio di un monaco francescano, Tommaso da Tolentino.

La conversazione ha anche toccato il pellegrinaggio della Statua della Madonna di Fatima nel Caucaso.

Durante la visita dell'ambasciatore in Vaticano, il papa, nella sua tradizionale preghiera della domenica di Pasqua "Orbi et Urbi", ha chiesto la liberazione dei prigionieri di guerra in Nagorno-Karabakh.

                                                FOCUS PAPA FRANCESCO

Papa Francesco incontra il vicepresidente della Guinea Equatoriale

Il 9 aprile, Papa Francesco ha incontrato Teodoro Obiang Ngema Mangue, vicepresidente della Guinea Equatoriale, che è anche figlio del presidente Teodoro Obiang. Non ci sono stati comunicati ufficiali sull’incontro.

Il vicepresidente ha comunque fatto sapere di aver invitato Papa Francesco a visitare la Guinea Equatoriale, e che il Papa gli ha detto che l'obiettivo deve essere quello di controbilanciare il terrorismo islamico. 

Il vicepresidente è conosciuto anche per essere stato condannato a tre anni di carcere e 30 milioni di euro di multa dalla giustizia francese, per aver riciclato una cifra stimata di 150 milioni di euro. È vicepresidente dal 2018.

Nel 2013, il Papa aveva invece ricevuto il presidente Obiang. Durante l’incontro, parlarono della situazione nel Paese africano e ratificarono un accordo per definire le relazioni tra Chiesa e Stato.

Il Paese, benedetto dalla scoperta del petrolio negli Anni Novanta, è il terzo più piccolo dell’Africa, presenta un forte divario sociale tra ricchi e poveri, ma allo stesso tempo non ha dati estremi di povertà.

Dalla sua indipendenza dalla Spagna nel 1968, la Guinea Equatoriale è considerata dai gruppi pro diritti umani come uno dei Paesi più repressivi del mondo.

Il cattolicesimo è arrivato nel Paese nel XVII secolo con i colonizzatori portoghesi, ma il primo vicariato apostolico viene eretto sul territorio nel 1965, mentre nel 1966 sorgono le due diocesi di Bata e Malabo, e nel 1982 nasce la provincia ecclesiastica autonoma, con l’erezione della diocesi di Malabo ad arcidiocesi.

Tra il 1971 e l980, il governo dittatoria espulse molti religiosi stranieri, incarcerò sacerdoti autoctoni, chiuse chiese e scuole cattoliche e costrinse la Chiesa a rimanere senza vescovi, Giovanni Paolo visitò il Paese nel 1982.

Nel 1971, era stata costituita la delegazione apostolica della Guinea Equatoriale, elevata al rango di nunziatura apostolica il 28 dicembre 1981 con il breve Valde Optabile.

Ha servito nel Paese, come pro-nunzio, l’attuale Cardinale Santos Avril y Castelllo, dal 1989 al1996. Anche l’arcivescovo Piero Pioppo, attuale nunzio in Indonesia, ha servito come nunzio in Guinea Equatoriale e Camerun dal 2010 al 2017.

                                    FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Arcivescovo Gallagher: la Chiesa ha sempre combattuto l’antisemitismo

In un videomessaggio inviato per la campagna #StopAntiSemitism, promossa dall’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede nell’ambito del 55esimo anniversario della Dichiarazione Nostra Aetate, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, ha ricordato che la Santa Sede ha condannato l’antisemitismo in tempo insospettabile, molto prima della dichiarazione conciliare e persino prima della Shoah.

Anzi, ha detto il Segretario, la Nostra Aetate è frutto di un lungo percorso. Lo dimostra un carteggio del 1919, una “piccola perla” rinvenuta nell’archivio storico della Sezione per i Rapporti con gli Stati. In uno scambio di lettere, il Consiglio dei Rabbini Askenaziti di Gerusalemme e chiedeva aiuto a Benedetto XV perché usasse “tutta la sua influenza e forza spirituale per porre fine a atti di intolleranza e misure antisemitiche”, di cui erano vittime le comunità ebraiche in Europa Orientale.

Dunque, ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano, “già nel 1919, tra queste nostre mura, circolava la ferma convinzione che il principio di fraternità non poteva essere calpestato dalla furia antisemita e si auspicava che il diritto alla religione fosse rispettato”.

Insomma, era già chiaro alla Santa Sede che non si poteva “tollerare alcuna forma di antisemitismo”. L’arcivescovo Gallagher ha quindi ricordato il lavoro dell’arcivescovo Angelo Rotta, nunzio apostolico in Ungheria durante la Shoah, che per il suo impegno di salvataggio è stato riconosciuto “Giusto tra le Nazioni”. Ma ci sarebbero vari altri esempi da fare.

Il Cardinale Parolin alla COPE: “La Chiesa lavora per la pace”

In una intervista rilasciata il giorno di Pasqua alla COPE, la radio della Conferenza Episcopale Spagnola, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha sottolineato che la diplomazia pontificia ha il primario compito della pace, ha parlato della figura del Segretario di Stato, della riforma della Curia, dei conflitti della Chiesa, ma anche di Chiesa in Cina, della missione della Chiesa in Europa e del viaggio in Iraq.

Il Cardinale Parolin ha detto di sentirsi prima di tutto sacerdote, e che “non ha mai trovato contraddizione tra l’essere sacerdote e l’essere diplomatico”. Il porporato ha detto che il suo ruolo resterà lo stesso anche dopo la riforma della Curia voluta da Papa Francesco.

Il cardinale ha parlato di una “preoccupazione” per la polarizzazione all’interno della Chiesa, ha sottolineato che “struttura della Chiesa, deposito di fede, sacramenti e ministero apostolico non possono essere cambiati”, ma che si deve anche imparare a distinguere “tra ciò che è essenziale e non può cambiare e ciò che non è essenziale e deve essere riformato, deve cambiare secondo lo spirito del Vangelo”.

Il capo della diplomazia pontificia si è anche soffermato sull’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi, accordo che ha sempre difeso come un accordo “pastorale”. Secondo il Cardinale Parolin, i passi svolti finora “non hanno risolto tutti i problemi”, ma vanno “nella giusta direzione”, perché l’obiettivo è proteggere questa comunità che è ancora piccola, ma che ha una grande forza e vitalità”, e di garantire “spazi di libertà religiosa, di comunione, perché non si può vivere nella Chiesa cattolica senza la comunione con il successore di Pietro, con il Papa”.

Parlando del viaggio del Papa in Iraq, il Cardinale ha ricordato che gli iracheni hanno “insegnato la testimonianza di fede che arriva fino al martirio”.

Parlando dell’Europa, il Cardinale Parolin ha ammesso che si sente molto “la perdita della fede” quando ci si trova di fronte alle pressioni e le legislazioni che colpiscono questioni etiche (come quelle che consentono aborto eutanasia). Per il cardinale, quando si perde “l’identità della persona umana”, più che una perdita di fede significa che si è “persa la ragione”. La Chiesa in Europa è quindi chiamata a “testimoniare la nostra fede, testimoniare la nostra speranza, testimoniare la nostra carità”.

                                                FOCUS AMBASCIATORI

L’ambasciatore Pelicaric ha concluso il suo mandato presso la Santa Sede

Era stato in visita di congedo da Papa Francesco lo scorso 5 settembre 2020, ma il suo mandato è durato fino al 31 marzo di questo: l’ambasciatore Nevan Pelicaric, che ha rappresentato la Croazia presso la Santa Sede dal 2016 fino a quest’anno, è tornato in Croazia, dove ha assunto l’incarico di consigliere diplomatico del presidente della Repubblica.

Nella sua carriera diplomatica, Pelicaric è stato anche vice ministro per gli Affari Europei, nonché ambasciatore di Croazia in Spagna, Andorra e Cuba e consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Come ambasciatore presso la Santa Sede, Pelicaric ha anche traghettato la Croazia durante l’anno di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, ed ha organizzato il primo evento di ambasciatori che si è tenuto dopo la pausa dovuta all’emergenza COVID 19. L’evento è stato un pranzo degli ambasciatori europei con il Cardinale Pietro Parolin, tenutosi nella sede dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede lo scorso 23 giugno.

Suo il merito di aver trovato il titolo perduto del Beato Cardinale Aloizije Stepinac, e di aver apposto una targa nella Chiesa di San Paolo alla Regola per ricordare questo martire della Chiesa del silenzio. Il Cardinale Stepinac, nonostante un miracolo riconosciuto, non è stato ancora canonizzato per via delle proteste dei serbo ortodossi, che hanno portato il Papa a nominare una commissione mista cattolico ortodossa. La commissione non ha raggiunto un punto di incontro. Il neo patriarca ortodosso di Serbia, Porfirije, ha mantenuto una linea critica sul Cardinale Stepinac, suscitando la pronta risposta di monsignor Batleja, postulatore della causa di canonizzazione.

                                                FOCUS EUROPA

Il vescovo di Nanterre sulla legge sul separatismo e una possibile visita del Papa Francia

Il vescovo Matthieu Rougé di Nanterre, parlando alla trasmissione 4 Verités di France 2 lo scorso 2 aprile, ha affrontato il tema della legge sul separatismo in Francia, che ha destato diverse preoccupazioni tra le confessioni religiose.

La legge prevede che tutte le associazioni rispettino i “valori repubblicani”, dichiarino specificamente cosa fanno con trasferimenti di denaro superiore ai 10 mila euro. E poi, c’è una serie di sovvenzioni, obblighi di dichiarazione delle associazioni religiose, la facoltà di chiusura amministrativa dei luoghi di culto per motivi di ordine pubblico.

“Dobbiamo stare molto attenti – ha detto il vescovo di Nanterre – a non sospettare di affiliazione religiosa in quanto tale. Alcune disposizioni sembrano sollevare interrogativi in termini di libertà di espressione, associazione ed educazione”. E ha aggiunto che è importante “che l’intera società, pacificamente, nel rispetto reciproco, credenti o non credenti, si attenga alle regole della vita comune”.

Sempre lunedì, il vescovo di Nanterre ha parlato a Radio Classique di Le Figaro, dicendo che si sta trattando una possibile visita del Papa in Francia. “Sono certo che, se avverrà, genererà un grande entusiasmo da parte di tutti”, ha detto il presule.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Nicaragua, il vescovo Baez denuncia che il Paese viene distrutto da poteri tirannici

Il vescovo nicaraguense Silvio Baez, ausiliare di Managua richiamato da Papa Francesco a Roma nel 2019 per salvargli la vita, ha sottolineato nell’omelia di Pasqua che il governo di Daniel Ortega è una “dittatura”, e ha detto che deve arrivare il cambiamento che i nicaraguensi aspettano, ma non succederà “miracolosamente”, ma piuttosto “attraverso la nostra perseveranza”.

In un messaggio diretto ai politici, il vescovo ha chiesto di “non accaparrarsi posti e privilegi”, e sottolineato che “nella società è urgente superare gli egoismi sterili e i confronti inutili che fanno della convivenza sociale una grottesca competenza”.

Le prossime elezioni in Nicaragua sono previste per il 7 novembre 2021, e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, partito di maggioranza dal 2007, vuole conservare il potere per un mandato di altri cinque anni.

                                                FOCUS USA

Il nunzio negli USA Pierre: “La pandemia ci ha insegnato la realtà delle cose”

In una intervista al Sussidiario, l’arcivescovo Christophe Pierre, nunzio negli Stati Uniti dal 2016, ha parlato di pandemia, società USA, impegno pastorale, ruolo della Chiesa. Non mancando di criticare la Chiesa.

“Noi – ha detto - dopo la chiusura dei nostri luoghi di culto, per motivi evidenti, non abbiamo potuto rispondere rapidamente ed efficacemente alle esigenze della nostra missione e cioè annunciare il Vangelo, qualsiasi fosse il contesto e le circostanze”.

Durante la pandemia, ha spiegato l’arcivescovo Pierre, “siamo diventati migliori facendo esperienza di nuovi gesti di solidarietà, di mutuo aiuto e dono di sé”.

Parlando del mondo scosso dalla pandemia, l’arcivescovo Pierre ha detto che “il mondo che pensavamo di costruire era diventato individualista e materialista, secolarizzato; e per proteggerci dall’altro facevamo di tutto per escluderlo ed isolarci”, mentre “la presenza del Figlio del Padre in mezzo a noi ci aiuta a riscoprire che siamo fratelli. Certo, l’operazione è difficile, perché si tratta di invertire la tendenza, di ripartire da un reale che avevamo eliminato dalle nostre prospettive: tutti fratelli perché Dio è nostro Padre”.

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