Diplomazia pontificia, verso il viaggio di Papa Francesco in Iraq

Il viaggio di Papa Francesco in Iraq sarà il primo all’estero dall’inizio della pandemia, con molti significati diplomatici. La Bulgaria festeggia 30 anni di relazioni con la Santa Sede. Il Marocco riconosce Israele

Bandiera della Santa Sede
Foto: Andreas Dueren / CNA
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Dal 5 all’8 marzo 2021, Covid permettendo, Papa Francesco sarà in Iraq per un viaggio a lungo sognato da San Giovanni Paolo II e programmato da più di un anno. Sarà il primo viaggio di Papa Francesco dall’inizio della crisi della pandemia, e ha già suscitato la reazione diplomatica del Primo Ministro del Kurdistan Barzani.

Importante il riconoscimento dello Stato di Israele da parte del Marocco, che si aggiunge alla normalizzazione dei rapporti di Israele con Emirati Arabi e Bahrein, il cosiddetto “piano Abramo” cui la Santa Sede guarda con attenzione, come ha spiegato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher durante l’incontro con il Forum delle Organizzazioni Cattoliche sulla situazione in Siria e Iraq il 10 dicembre. Da notare che il re del Marocco, nel comunicare la decisione, ha citato anche la sua dichiarazione congiunta su Gerusalemme con Papa Francesco.

Sempre il 10 dicembre, l’Ambasciata di Bulgaria presso la Santa Sede ha organizzato un pranzo con il “ministro degli Esteri” vaticano Gallagher e una serie di ambasciatori dall’area balcanica e sud-Europea, nell’ambito delle celebrazioni per i 30 anni di relazioni diplomatiche con la Santa Sede.                                        

                                                FOCUS INTERNAZIONALE

Il Cardinale Parolin con lo sguardo agli accordi sul clima

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha fatto una analisi dello scenario internazionale maturato dopo gli Accordi di Parigi sul clima in un videomessaggio alla Tavola Rotonda online promossa dalle ambasciate di Regno Unito, Francia e Italia presso la Santa Sede sul tema “Affrontare il cambiamento climatico: da Parigi a Glasgow via Milano”.

Oggi c’è stato l’High Level Virtual Climate Ambition Summit, a cinque anni dagli accordi di Parigi, e il discorso del Papa, aveva preannunciato Parolin, aveva già uno sguardo al COP26 di Glasgow in programma nel novembre 2021 e preceduto dalla tappa intermedia di Milano in settembre.

A Glasgow, ha detto il Cardinale Parolin “non possiamo mancare l’opportunità di rendere manifesto questo momento di cambiamento e di presa di decisioni concrete e improcrastinabili”.

Il capo della diplomazia vaticana ha lamentato che, nonostante la sempre maggiore consapevolezza della società civile sul problema climatico, gli impegni degli Stati per il clima ““sono molto lontani da quelli effettivamente necessari” per raggiungere gli obiettivi fissati dall’intesa al COP21.

Il Cardinale Parolin ha anche sottolineato la necessità di “elaborare un nuovo modello culturale improntato sulla cultura della cura”, che faccia leva sui concetti di “coscienza, saggezza e volontà”. Il focus – che è poi quello del Papa – è su una “alleanza tra essere umano e ambiente”, che rispetti i più fragili e sulla necessità di soluzioni politiche o tecniche che sappiano anche educare a nuovi stili di vita.

Conclude il Cardinale Parolin: la COP26 “sarà un momento centrale per misurare e stimolare la volontà collettiva e il livello di ambizione dei singoli Stati”.

Il Cardinale Parolin ai giovani di Rondine

Il Cardinale Parolin è intervenuto il 10 dicembre ad un evento online sul tema “Disinnescando nuove tensioni. Il mondo del post-pandemia avrà bisogno di giovani leaders per la pace”, organizzato da Rondine Cittadella della Pace nell’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

L’intervento del Cardinale si è unito a molti altri interventi illustri, tra cui quello del Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I.

Nel suo videomessaggio, il Cardinale ha affermato che “siamo tutti consapevoli del fatto che il Covid-19 abbia rivelato delle vulnerabilità in diversi settori della nostra società, aggravando diverse malattie sociali che continuano a sfidare le nostre comunità”. Ma – ha aggiunto - “le nuove tensioni non debbano essere considerate insormontabili, ma l’occasione per diventare veri artigiani di pace, sia nelle società che nelle famiglie. Questo vale soprattutto per i leader. Un leader di pace deve essere in pace con se stesso, con Dio, deve riconoscere nell’altro una persona come lui, con una dignità inalienabile”.

Per il Cardinale, la vera via della pace è possibile “solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione”, partendo dal presupposto che ognuno di noi è chiamato a “promuovere una comprensione ed una amicizia comune con gli altri”, e che in questi tempi “è ancora più necessario vivere la nostra vocazione alla solidarietà, che deriva dal saperci responsabili della fragilità altrui, cercando un destino comune. C’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e rinnovati incontri, con ingegno ed audacia”.

Ha concluso il Cardinale Parolin: “Un leader di pace è chiamato a rinunce che rendono possibile l’incontro, e cerca la convergenza almeno su alcuni temi. Sa ascoltare l’altro, consentendo che tutti abbiano un loro spazio. Con pazienza un governante può favorire la creazione di quel poliedro dove tutti trovino un posto”.

Senza fraternità non ci sarà futuro

Rondine Cittadella della Pace è un’organizzazione che si impegna per la riduzione dei conflitti armati nel mondo. Il progetto che dà origine e ispirazione a Rondine è lo Studentato Internazionale - World House, che accoglie giovani provenienti da Paesi teatro di conflitti armati o post-conflitti.

Il Marocco riconosce lo Stato di Israele

Non deve passare inosservato il fatto che il re del Marocco Mohammed VI, nel comunicato che annuncia la normalizzazione dei rapporti di Rabat con Israele, abbia citato anche la dichiarazione congiunta con Papa Francesco sulla questione di Gerusalemme durante il viaggio del Papa nel Paese nel marzo 2019.

Non è una cosa di poco conto. Il Marocco strinse relazioni diplomatiche con la Santa Sede proprio intorno alla questione di Gerusalemme, e ribadire la dichiarazione serve al re del Marocco per continuare in un lavoro diplomatico importante senza però tradire la causa del popolo palestinese.

La stampa locale ha notato che Marocco e Israele hanno una lunga storia di amicizia, che il re Mohammed V è considerato “Giusto tra le Nazioni” proprio per la sua resistenza alle leggi razziste del regime nazista di Vichy, e notano che il defunto re Hassan II ha svolto un ruolo di mediazione nel processo di pace in Medio Oriente.

Nel comunicato stampa che annuncia la decisione di normalizzare i rapporti con Israele, il gabinetto reale ha ricordato "le posizioni costanti ed equilibrate del Regno del Marocco sul tema della questione palestinese, sottolineando che il Marocco sostiene una soluzione basata su due Stati che convivono fianco a fianco in pace e sicurezza ”, e il Re, come presidente del comitato al-Quds (il nome arabo per Gerusalemme) ha voluto sottolineare le necessità di preservare lo status speciale della Città Santa e ha “insistito sul rispetto della libertà di praticare riti religiosi per i seguaci delle tre religioni monoteiste , nonché sul rispetto del sigillo musulmano di Al-Quds Acharif e della Moschea di Al-Aqsa, in conformità con appello di Al-Quds / Gerusalemme firmato da Sua Maestà il Re, Comandante dei Credenti, e Sua Santità Papa Francesco, durante la visita di Sua Santità a Rabat il 30 marzo 2019”.

Verso il viaggio di Papa Francesco in Iraq

Dopo l’annuncio del prossimo viaggio di Papa Francesco in Iraq, Masrour Barzani, primo ministro della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno, ha espresso in un tweet la sua gioia per la decisione del Papa visitare anche la regione del Kurdistan. “Durante la mia visita in Vaticano a febbraio, ho parlato al Papa del Kurdistan e dei nostri valori di pace e tolleranza. Spero lo possa vedere di persona.

Barzani era stato ricevuto da Papa Francesco il 19 febbraio. prima dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI. Barzani ha scritto su twitter che i temi dell’incontro erano stati la riduzione della minaccia del terrorismo, le preoccupazioni regionali e globali, la fiducia nel dialogo tra fedi diverse per promuovere la tolleranza.

Barzani aveva incontrato anche, il 18 febbraio, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. I due avevano avuto anche un colloquio in Iraq, durante la visita di Natale 2018 del Segretario di Stato, durante la quale il Cardinale aveva ringraziato Barzani per aver gestito la crisi del 2014 e avere accolto tanti cristiani.

Nel colloquio in Vaticano del 18 febbraio, Barzani ha aggiornato il segretario di Stato sul supporto del governo del Kurdistan per la coesistenza religiosa nella regione, considerando che il Kurdistan è diventato un approdo per diverse minoranze.

Secondo un comunicato del governo, Barzani ha anche spiegato al cardinale la sua agenda amministrativa per la regione del Kurdistan, inclusi gli sforzi per fornire migliore tenore di vita alle persone, sviluppare settori economici e privati e sollevare il livello di sicurezza e stabilità.

Da parte sua, il Segretario di Stato vaticano ha confermato il supporto vaticano per la regione del Kurdistan in generale e per un rafforzamento degli incontri, e – sempre secondo il governo curdo – ha anche lodato la lotta dei Peshmerga curdi contro lo Stato Islamico per proteggere le minoranze a rischio e lo sforzo della Regione del Kurdistan per essere un modello di coesistenza religiosa.

Papa Francesco aveva incontrato anche il presidente iracheno Barham Salih lo scorso 25 gennaio. Era il secondo incontro tra i due, e si era concentrato in particolare sul tema del contributo dei cristiani alla costruzione della nazione.

                                            FOCUS EUROPA

Bulgaria, 30 anni di relazioni diplomatiche con la Santa Sede

Lo scorso 10 dicembre, in occasione dei 30 anni di relazioni diplomatiche con la Santa Sede, l’ambasciata di Bulgaria presso la Santa Sede ha offerto un colazione di lavoro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati, e gli ambasciatori dei Paesi vicini ai Balcani orientali.

L’incontro è stato il culmine di una serie di iniziative sviluppate dall’ambasciatore Bogdan Patashev per celebrare l’incontro. Il 2 dicembre, si è tenuto online un Simposio virtuale tra i giovani diplomatici del Ministero degli Esteri Bulgari e la Pontificia Accademia Ecclesiastica, la “scuola degli ambasciatori del Papa”. All’inizio del simposio, ci sono stati due videomessaggi: uno del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano; e uno di Ekaterina Zaharieva, vicepremier e ministro degli Esteri di Bulgaria. Al termine dell’incontro, si è auspicato che questo tipo di iniziative si tengano almeno annualmente, o perlomeno con una certa frequenza.

L’ambasciatore ha anche fatto omaggio al Papa alcune piante della famosa “Rosa Bulgara”, che provengono dalla Valle delle Rose nel cuore della Bulgaria. Queste, sono state installate nei giardini vaticani. Il microclima nella valle favorisce da secoli la crescita di rose che forniscono uno dei più pregiati estratti di olio di rose che, ricercato poi in tutto il mondo, ha portato un sopra nome alla Bulgaria quale Paese delle Rose.

Sempre per festeggiare l’anniversario, la Bulgaria ha anche restaurato il monumento bulgaro nei Giardini Vaticani posto a un anno dal viaggio di San Giovanni Paolo II in Bulgaria.

Bulgaria e Santa Sede hanno stabilito relazioni diplomatiche già nel 1990, poco dopo la caduta del comunismo. Le relazioni sono andate in crescendo: Giovanni Paolo II ha visitato il Paese nel 2002, nel 2005 fu il Cardinale Angelo Sodano, allora segretario di Stato, a recarvisi in visita ufficiale, e infine nel 2016 c’è stata la già menzionata visita del Cardinale Parolin.

Nel corso della storia, Santa Sede e Bulgaria hanno avuto relazioni distanti proprio a causa dello scisma ortodosso, e i contatti tra lo Stato Pontificio e la Bulgaria sono limitati. Nel 1925, monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, fu inviato da Papa Pio XI in Bulgaria come visitatore apostolico nel 1925, e poi fu nominato delegato apostolico nel 1931. Prima, non c’erano mai state relazioni diplomatiche formali tra il Regno di Bulgaria e la Santa Sede, ma il governo accettò la presenza e il lavoro della Chiesa nello Stato. Nel 1949, con l’arrivo del comunismo, la Repubblica Popolare Bulgara tolse ogni riconoscimento legale alla Santa Sede, dopo aver inizialmente mostrato una certa apertura alla presenza della Santa Sede allo scopo di mostrare i valori democratici.

Durante l’era comunista, la Santa Sede lavorò a lungo per mantenere le relazioni diplomatiche, grazie anche agli sforzi di monsignor Agostino Casaroli. Tendenzialmente chiusa, la Bulgaria non fu interessata al fenomeno della Ostpolitik. Tuttavia, negli Anni Settanta ci fu una apertura: durante l’incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi partecipanti alla Conferenza di Helsinki nel 1973, il ministro austriaco Rudolf Kirchschlager presentò il suo omologo bulgaro Peter Mladenov a monisgnor Casaroli, e questi ultimi concordarorono di migliorare i reciproci rapporti “senza fretta”. Nel 1975, monsignor Casaroli fu invitato in Bulgaria, e nello stesso anno il presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria, Todor Zhivkov, è ricevuto da Paolo VI.

Dopo la caduta del comunismo, le relazioni migliorarono: nel 1989, come parte del processo di democratizzazione, la Bulgaria riconobbe pari diritti sotto la legge nel 1989, e le relazioni diplomatiche furono stabilite nel 1990.

Bielorussia, una lettera al Papa dalla leader dell’opposizione in esilio

Svetlana Tikhanovskaja, la sfidante del presidente bielorusso Lukashenko finita sconfitta in elezioni che hanno causato moti popolari e oggi in esilio, ha scritto una lettera a Papa Francesco.

Nella lettera, Tikahnovskaja (che si autodefinisce “leader in esilio”) sottolinea che le proteste hanno preso sempre più una piega “cristiana”, e che non riguardano solo la questione politica, ma anche morale. Tikhanovskaja fa riferimento all’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz di Minsk, anche lui in esilio perché impossibilitato dal 31 agosto a rientrare nel Paese. Secondo la leader dell’opposizione, è l’arcivescovo Kondrusiewicz “il vero mediatore per la soluzione politica del Paese”, perché rappresenta “la Chiesa che si mette al servizio del popolo, che esce di casa e dalle mura delle proprie chiese e sacrestie, per accompagnare la vita della gente, sostenere la speranza, essere segno di unità, costruire ponti e distruggere le barriere, per far crescere i semi della riconciliazione”.

Non solo. C’è un gruppo di lavoro chiamato “Movimento cristiano” incluso nel Comitato di coordinamento dell’opposizione bielorussa, cui – nota Tikhanovskaja – partecipano “sacerdoti, teologi e semplici credenti ortodossi, cattolici e protestanti”.

La leader si rifà anche alla “Fratelli Tutti”, l’enciclica di Papa Francesco, e dice che il popolo bielorusso è stato per decenni nella condizione denunciata al numero 53 dell’enciclica, in cui si legge che “non c’è peggiore alienazione che sperimentare di non avere radici, di non appartenere a nessuno”.

Dopo aver enumerato gli interventi del clero e dei credenti a sostegno della protesta popolare, Tikhanovskaja si rivolge direttamente a Papa Francesco: “A nome del popolo bielorusso, chiediamo a Sua Santità di rinnovare le sue preghiere e continuare a rivolgere a tutti le sue parole di verità e giustizia, che sono per noi tutti la vera benedizione”.

                                                FOCUS NUNZIATURE

Un nuovo “ambasciatore del Papa” in Albania

L’arcivescovo Luigi Bonazzi è il nuovo nunzio apostolico in Albania. Bonazzi prende il posto dell’arcivescovo Charles J. Brown, destinato invece alla nunziatura delle Filippine.

Il nunzio Bonazzi ha una lunga carriera diplomatica alle spalle. Classe 1948, sacerdote dal 1973, licenziato in Teologia e laureato in Psicologia, dopo gli studi nella Pontificia Accademia Ecclesiastica (1977-83), è stato addetto alla Nunziatura in Camerun (1980-83), a Trinidad (1983-86) e a Malta (1986-89). Quindi è stato uditore nella Nunziatura di Spagna (1991-94) e consigliere in quella degli Stati Uniti (1994-96), in Italia (1996-99) e infine in Canada. Il 19 giugno 1999 è stato nominato arcivescovo titolare di Atella e Nunzio apostolico a Haiti.

Quindi, dal 2004 al 2009 è stato nunzio a Cuba, e dal 2009 al 2013 ha rappresentato il Papa in Lituania, Estonia e Lituania. Arriva dalla nunziatura del Canada, dove è stato ambasciatore del Papa dal 2013 ad oggi.

Armenia, il programma della visita del nunzio Bettencourt

Si è tenuta dal 5 al 9 dicembre la visita del nunzio apostolico Josè Bettencourt in Armenia. Una visita con la quale il nunzio, che risiede a Tbilisi, in Georgia, ha voluto portare il saluto e la solidarietà del Papa, specialmente ai rifugiati dal conflitto in Nagorno Karabakh.

Durante la visita, l’arcivescovo Bettencourt è stato Ashtotsk, al cosiddetto “Ospedale del Papa”, insieme a padre Mario Cuccarollo, che dirige l’ospedale. Esattamente alla vigilia del 32esimo anniversario del terremoto del 1988 che causò migliaia di vittime, il nunzio ha ricordato la generosità dei Religiosi Camilliani che costruirono l’ospedale nel 1991. L’ospedale oggi deve anche affrontare l’emergenza coronavirus.

L’arcivescovo Bettencourt ha fatto anche visita ai cimiteri locali per pregare sulle tombe dei soldati morti nel recente conflitto in Nagorno Karabakh. A Spitak, nella Casa delle Sorelle della Carità, ha potuto ascoltare molte esperienze di guerra dei soldati che ora hanno varie disabilità mentali e sono dunque assistiti dalle religiose.

L’ambasciatore del Papa ha avuto anche l’opportunità di incontrare Vincent Cayol, direttore delle operazioni della agenzia cattolica L’Oeuvre d’Orient, anche lui in visitta alla regione.

Domenica 6 dicembre, il nunzio ha partecipato alla Divina Liturgia alla Cattedrale Cattolica dei Santi Martiri a Gyumry, incontrando personalmente feriti, rifugiati e famiglie di sfollati dal Nagorno Karabakh.

L’arcivescovo Bettencourt è stato anche accompagnato da Gagik Tarasyan, direttore esecutivo di Caritas Armenia, con il quale si è discusso di vari progetti umanitari.

Nella capitale Yerevan, il nunzio si è incontrato con l’arcivescovo Raphael Minassian, ordinario dei Cattolici di Rito Armeno nell’Europa dell’Est, e con monsignor Mashdotts, rettore del Seminario degli Angeli e Cappellano delle Sorelle dell’Immacolata Concezione di Armenia. Con loro, ha discusso del lavoro umanitario fornito ai rifugiati dalla guerra del Nagorno Karabakh.

Nel pomeriggio del 7 dicembre, il nunzio si è incontrato con il Catholicos Karekin II, che ha inviato fraterni auguri e preghiere al Papa e ha apprezzato quelle ricevute del Pontefice. Karekin II ha parlato della situazione straordinariamente difficile che la nazione sta sperimentando.

L’arcivescovo Bettencourt ha celebrato la solennità dell’Immacolata nella casa delle Sorelle della Carità a Yerevan. Sempre l’8 dicembre, il nunzio ha incontrato il sottosegretario degli Affari Esteri Avel Adonts, con cui ha parlato di una gran quantità di argomenti, inclusa l’implementazione dell’accordo per il cessate il fuoco in Nagorno Karabakh, la situazione umanitaria nata dal conflitto, le questioni relative al ritorno dei prigionieri di guerra, il bisogno urgente di proteggere l’eredità culturale armena nella regione e le implicazioni geopolitiche del conflitto.

Nello stesso giorno, l’ambasciatore del Papa ha incontrato anche Armen Sargsyan, presidente della Repubblica, che gli ha chiesto di ringraziare il Papa per gli appelli e le preghiere che ha fatto per la pace nella regione. Si è trattato di un incontro di quasi un’ora, durante il quale si è parlato anche della situazione armena, oltre che del conflitto in Nagorno Karabakh e la necessità di costruire il futuro della nazione.

FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, il tema dei brevetti sulle questioni sanitarie

Il 7 dicembre si è tenuto a Ginevra l’incontro del Comitato dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO) sui brevetti. La Santa Sede è intervenuta in particolare sul tema “Brevetti e salute”, che è cruciale oggi, specialmente mentre si sta cominciando a distribuire il vaccino contro il COVID 19.

Intervendo a nome della Santa Sede, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore permanente a Ginevra presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni Internazionali, ha notato che la crisi da COVID 19, “unica e storica”, mette in luce la necessità di incoraggiare l’innovazione, e in particolare di sviluppare nuovi prodotti medici, perché per uscire dalla crisi è cruciale che tutti possano avere medicine, strumenti, vaccini, diagnosi e cure accessibili.

La Santa Sede nota che dall’inizio della pandemia si è chiesta collaborazione per sviluppare prodotti medici e condividere tecnologia, e questo può includere anche “il condividere ricerca, conoscenza, equipaggiamento medico e forniture”.

Il WIPO, ricorda la Santa Sede, si è subito messo in gioco con un database, il Patentscope, che “fornisce informazioni circa oltre 80 milioni di rivelazioni tecnologiche e ricerche particolarmente sviluppate sul COVID 19”, mentre ha stabilito un centro di Tecnologia e Innovazione che permette di accedere a brevetti e dati scientifici che ha dato una risposta veloce e sicura.

L’attività dei brevetti, tuttavia, è stata subito molto intensa, a segnalare diverse risposte pratiche ad una potenziale crisi sanitaria.

La Santa Sede sottolinea che l’invenzione da brevettare non “riguarda solo l’invenzione, ma anche le informazioni tecniche connesse a quella invenzione”, e che oggi, in tempo di pandemia, l’accesso ai vaccini “non solo rappresenta una sfida per le nazioni in via di sviluppo”, ma è un tema “sempre più urgente per le nazioni sviluppate”, e chiede che i diritti dei brevetti sia esercitati con il mutuo vantaggio di chi detiene i brevetti e di chi usa le medicine “al servizio della promozione del diritto umano integrale”.

Pertanto, la Santa Sede rimarca che “la proprietà intellettuale dovrebbe essere subordinata ai requisiti del bene comune”, e questo “implica il bisogno di un adeguato meccanismo di controllo per monitorare la logica del mercato”.

La Santa Sede a Ginevra, la preparazione alla conferenza UNCTAD

L’11 dicembre, si è tenuta a Ginevra la seconda sessione del Comitato Preparatorio della XV Conferenza Ministeriale dell’UNCTAD, l’agenzia ONU per il commercio e lo sviluppo.

L’arcivescovo Jurkovic ha notato che, nel corso della preparazione della conferenza, è emerso il collasso economico causato dalla pandemia, che “probabilmente avrà un impatto duraturo sugli sforzi futuri mentre le nazioni in via di sviluppo cercano di beneficiare dell’economica globale”.

La Santa Sede mette in luce come la prossima riunione dell’UNCTAD potrebbe essere la prima opportunità per le nazioni in via di sviluppo di allinearsi agli obiettivi della Agenda 2030. Ma, ammonisce, perché accada “dobbiamo trasformare gli approcci globali al commercio e lo sviluppo” in modo da arrivare a un migliore recupero”, in modo non solo da ricostruire meglio, ma da costruire proprio dal principio alcuni aspetti.

In fondo, sottolinea la Santa Sede, l’UNCTAD esiste “per far funzionare il sistema economico globale per tutti”, ma nello scenario attuale, e con il potenziale impatto del COVID, quell’obiettivo sembra “più lontano che mai”.

Per questo, aggiunge la Santa Sede, la comunità internazionale “non può permettere al sistea internazionale di continuare ad essere una fonte di instabilità economica globale”, ma deve “urgentemente prendere provvedimenti per prevenire altre possibili crisi finanziarie”.

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