Diplomazia Pontificia, le restrizioni da coronavirus e gli attacchi alla libertà religiosa

Annullato il viaggio del Cardinale Parolin in Svizzera, come già era successo il viaggio a Bruxelles. Intanto, le restrizioni da coronavirus rischiano di nuovo di colpire la libertà religiosa

Papa Francesco a colloquio con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano
Foto: Marco Mancini / ACI Stampa
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La seconda ondata di COVID 19 sta colpendo l’Europa, e le nuove restrizioni in alcuni Paesi mettono di nuovo in luce il rischio per la libertà religiosa, come era già successo durante la prima ondata. Ad oggi, sono già intervenuti i vescovi francesi e i giuristi cattolici portoghesi.

È stato annullato il viaggio del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in Svizzera, come già era stato annullato il suo viaggio a Bruxelles. Il Segretario di Stato ha comunque potuto avere un “viaggio virtuale” nella capitale del Belgio, svolgendo in conferenza tutti gli incontri istituzionali europei previsti in presenza.

                                                FOCUS COVID 19

COVID 19, le nuove restrizioni, le reazioni, il rischio per la libertà religiosa

Con la seconda ondata della pandemia del COVID 19, sono tornati i provvedimenti di isolamento e di lockdown da parte degli Stati che vanno a toccare la libertà di culto, e, più in generale, la libertà religiosa.

Questa volta, però, le reazioni non si sono fatte attendere. Il 2 novembre, è stato annunciato che l’arcivescovo Eric de Moulins-Beaufort, di Reims, presidente della Conferenza Episcopale Francese, presenterà una memoria presso il Consiglio di Stato a nome dei vescovi di Francia.

La memoria sottolinea che il decreto n ° 2020-1310 del 29 ottobre 2020 sulle misure generali necessarie per fronteggiare l'epidemia di covid-19 nell'ambito dello stato di emergenza salute, mina la libertà di culto che è una delle libertà fondamentali nel nostro Paese. 

L’arcivescovo Eric de Moulins-Beaufort, infatti, dopo essersi consultato con tutti i vescovi di Francia riuniti in Assemblea plenaria, considera sproporzionato il divieto di celebrare le Messe altri sacramenti in comunità. “Per i fedeli – si legge nel comunicato della Conferenza Episcopale Francese - queste celebrazioni sono vitali perché sono un incontro con il Signore e con i loro fratelli”.

Conclude il comunicato: “I fedeli cattolici rimangono pienamente mobilitati contro l'epidemia e rispettano tutte le indicazioni sanitarie che sono state imposte fin dall'inizio sul Paese”.

In Portogallo, è stata l’Associazione dei Giuristi Cattolici (AJC) ad intervenire, sottolineando, in una dichiarazione del 30 ottobre, che “la libertà religiosa sia stata ingiustamente più limitata di altre libertà”.

“Per quanto riguarda le misure restrittive per combattere la pandemia – scrivono i giuristi portoghesi - in Portogallo, come in altri paesi, la libertà religiosa è stata ingiustificatamente più limitata rispetto ad altre libertà, con quelle relative all'attività politica, economica, culturale e ricreativa”.

L'Associazione degli avvocati cattolici spiega anche che le misure di sicurezza non devono “sacrificare i principi fondamentali dello Stato di diritto, della costituzione e dell’etica sociale”.

Il governo portoghese ha limitato la circolazione tra i comuni, dalla mezzanotte del 30 ottobre, alle 6:00 del 3 novembre, con alcune eccezioni, mettendo a rischio le sentitissime feste di Ognissanti dell’1 novembre e la commemorazione dei defunti del 2 novembre.

I giuristi cattolici segnalano la “incongruenza” della delibera del Consiglio dei ministri del 26 ottobre che, “senza appoggio in alcun intervento parlamentare”, stabilisce restrizioni alla libertà di movimento che impediscono la frequentazione dei cimiteri in atti legati al culto rispetto alla frequenza degli spettacoli ”.

Nel comunicato si rileva che diversi momenti di celebrazione religiosa, come "Natale, Pasqua e il giorno dei morti" sono "associati alle occasioni più preziose e significative della vita familiare", che meritano "la massima considerazione".

“Per i credenti di tutte le religioni, questa libertà è di maggiore importanza di qualsiasi altra libertà, coinvolge le loro convinzioni più intime, il significato più profondo della loro vita e le loro opzioni esistenziali più importanti. In tempi di forte sofferenza come quello che stiamo vivendo, assume anche una particolare rilevanza perché dà il massimo aiuto a chi li sta affrontando ”, si sviluppano.

AJC sottolinea che "la protezione della vita e della salute può giustificare restrizioni ai diritti e alle libertà fondamentali", ma sottolinea che queste restrizioni "richiedono un intervento parlamentare e sono soggette a criteri di necessità, adeguatezza e proporzionalità", con "le più gravi sono ammissibili solo in stato di assedio o di emergenza ”.

                                    FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Santa Sede ed Unione Europea, i frutti del viaggio virtuale del Cardinale Parolin

Il viaggio virtuale del Cardinale Pietro Parolin a Bruxelles è destinato a mettere le basi per un rapporto ancora più strutturato tra Santa Sede ed Unione Europea.

Mentre si festeggiano i cinquanta anni di relazioni diplomatiche tra Unione Europea e Santa Sede – che aveva creduto così tanto nel progetto unitario europeo da volere stabilire delle relazioni al rango di nunziatura apostolica in ragione della natura dell’Unione Europea, diversa dal Consiglio d’Europa, dove c’è un osservatore – la crisi del COVID 19 ha aperto nuovi fronti di dialogo. Così, a seguito dello stabilimento della Commissione Vaticana sul COVID 19, l’arcivescovo Alain Lebeaupin, nunzio in Europa, ha dato nuova linfa al dialogo con la nuova commissione europea guidata da Ursula Von der Leyen. E questo dialogo è stato rinsaldato da una serie di incontri del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, con i commissari, nonché con l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea.

Il Cardinale Parolin sarebbe dovuto essere a Bruxelles dal 27 al 30 ottobre, anche per partecipare alla plenaria della COMECE e festeggiarne il quarantesimo anniversario. La nuova ondata di COVID 19 e le misure restrittive in Belgio, hanno reso impossibile il viaggio, ma non gli incontri con gli esponenti europei, che si sono svolti tutti secondo programma, ma in video conferenza.

Gli incontri con i commissari europei sono stati preparati dalla nunziatura in Europa in maniera personalizzata. I temi sono stati approntati sulla base delle lettere di incarico che avevano ricevuto i commissari, mentre ai commissari è stata distribuita l’enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco, ma anche la lettera che il Papa ha inviato al Cardinale Parolin per i cinquanta anni di relazioni diplomatiche UE – Santa Sede, nella quale veniva delineato il sogno europeo del pontefice.

Tutti gli incontri hanno avuto una durata di almeno 45 minuti, e si sono svolti in un clima di particolare cordialità.

Il Cardinale Parolin ha potuto conversare con Josep Borrell Fontelles, Alto Rappresentante per la politica Estera dell’Unione Europea; con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea; con Frans Timmermans, vicepresidente della commissione europea per il Green Deal e commissario per l’azione climatica; con Dubravka Suica, commissario per la democrazia e la demografia; e Paolo Gentiloni, commissario europeo per l’Economia. Quest’ultimo ha una spiccata sensibilità per i rapporti con la Santa Sede, e nel suo periodo da ministro degli Esteri di Italia (2014 – 2016) aveva promosso una serie di incontri bilaterali con il suo omologo vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher.

Il segretario di Stato vaticano ha colloquiato anche con David Maria Sassoli, presidente del Parlamento Europeo, e con Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, il quale aveva avuto a maggio un colloquio con Papa Francesco sulla risposta europea alla pandemia.

Tra i temi trattati, ovviamente la “cura della casa comune”, sviluppata in particolare con il commissario Timmermans. Il commissario ha particolarmente apprezzato l’approccio della Santa Sede, che presenta una ecologia integrale, in cui l’essere umano è centrale. Anche l’incontro con la vicepresidente Suica si è sviluppato su una serie di temi, a partire dalla Conferenza per il Futuro dell’Europa, che ha l’obiettivo di raggiungere tutti i cittadini europei. Ma si è parlato anche di demografia, anche questo nel “portafoglio” della vicepresidente Suica, un tema che la Santa Sede guarda con interesse.

La demografia è un tema cruciale per la commissione, che cerca di riportare il tema al centro dell’agenda politica di fronte a un consistente aumento della popolazione e una riduzione della popolazione europea in contesto globale, come si può leggere nel primo Rapporto sulla Demografia pubblicato a giugno.

Sulla questione demografica, in particolare, non c’è alcuna azione concreta, perché si è ancora nella fase di pianificazione, ma il Cardinale Parolin è stato anche invitato a promuovere le due consultazioni che stanno per essere lanciate sulla strategia per i bambini che la visione di lungo periodo delle aree rurali.

Altri temi di discussione degli incontri del Cardinale Parolin sono stati le migrazioni, la conferenza sul Futuro dell’Europa, la cooperazione con l’Africa, e anche (lateralmente) le restrizioni alla libertà religiosa che si è verificata con alcune misure anti-pandemia.

L’idea è quella che questi colloqui siano piuttosto l’inizio di qualcosa di nuovo, e che a questi incontri ne succederanno altri, al livello dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ma anche con altri officiali vaticani che si occupano di temi di comune interesse tra Santa Sede e Unione Europea, che è una organizzazione che prende decisioni concrete.

Salta anche la visita del Cardinale Parolin in Svizzera

Era previsto che il Cardinale Parolin andasse in Svizzera tra il 7 e il 9 novembre, per una serie di incontri parte della celebrazione dei cento anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Svizzera che lo avrebbero portato fino al monastero di Einsielden. La visita, però, è stata rinviata per via della pandemia: lo ha annunciato lo scorso 3 novembre il Dipartimento Federale degli Affari Esteri Elvetico.

Parlando con Cath.ch, Ignazio Cassis, capo del Dipartimento degli Affari Esteri, ha raccontato la sua personale relazione con il Cardinale Parolin. “Si dice – ha detto - che i due migliori corpi diplomatici del mondo siano quelli della Svizzera e del Vaticano.
Quando parlo con il cardinale Parolin, sento questa tradizione diplomatica. Stiamo attenti, pesiamo ogni parola. Tendiamo a enfatizzare il positivo e ad abbellire un po' la realtà. In una piccola clausola subordinata, menzioniamo ciò che non è ancora perfetto. Questi colloqui sono condotti in modo diverso con altri capi di stato”.

Per i 100 anni di relazioni diplomatiche, ripristinate dopo il Kulturkampf svizzero, l’obiettivo è ora quello di collaborare più strettamente, e la Svizzera punta anche a stabilire un ambasciatore residente presso la Santa Sede – per ora l’ambasciatore presso la Santa Sede è quello contemporaneamente accreditato in Slovenia, dove risiede.

Cassis ha anche voluto sottolineare che la Svizzera, per quanto secolarizzata, si sente una nazione cristiana, che ha molto in comune con la Santa Sede, ma anche differenze, per esempio sui temi della famiglia. Ad ogni modo, la Guardia Svizzera garantisce una presenza visibile, che mostra l’importanza della relazione.

Il Primo Ministro del Kosovo in visita in Vaticano

Avdullah Hoti, primo ministro del Kosovo, è stato il 4 novembre in visita in Vaticano dove ha incontrato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Secondo un comunicato della presidenza del Consiglio kosovara, ripreso da Vatican News, “durante i cordiali colloqui si è parlato della situazione attuale nel Paese, della crisi causata dalla pandemia COVID 19, delle aspirazioni del Paese sulla Unione Europea e del dialogo e della stabilità nella regione”.

Inoltre, si è discusso anche del ruolo delle comunità religiose nel Paese, e in particolare del contributo che può dare la Chiesa cattolica nel territorio.

Il Cardinale Parolin ha affermato che la Santa Sede segue da vicino e con attenzione gli sviluppi della situazione nel Paese e ne apprezza i valori di unità e promozione della convivenza tra le diverse entità nel Paese.

Il Primo Ministro Hoti ha anche ringraziato il Cardinale Parolin per il sostegno della Santa Sede al Kosovo, e ha informato dell’andamento del dialogo con la Serbia.

Secondo il comunicato, si è anche parlato sulla liberalizzazione dei visti e sulla libera circolazione di cittadini, beni, servizi e capitali, sottolineando l'impegno istituzionale nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione. Si è parlato anche di possibili accordi di intesa tra Santa Sede e Kosovo.

Uno dei temi dell’incontro è stato anche il mancato riconoscimento della Repubblica del Kosovo da parte di cinque Stati membri dell’Unione Europea.

Il Kosovo ha proclamato la sua autonomia nel 2008, ma la Santa Sede ancora non lo ha riconosciuto come Stato sovrano e indipendente, un passo non considerato opportuno anche considerando i rapporti con la Chiesa Ortodossa Serba, che ritiene il Kosovo come suo territorio sorgivo.

La Santa Sede ha deciso per ora di non riconoscere lo Stato, pur mantenendo cordiali rapporti. Lo farà quando ci sarà un quadro di rapporti internazionali migliorata e un reale vantaggio per le persone.

In Kosovo, i cattolici sono il 3 per cento. Il 5 settembre 2018, Papa Francesco ha elevato l’amministrazione apostolica di Pristina a diocesi, direttamente soggetta alla Santa Sede. La diocesi è parte della Conferenza Episcopale dei Santi Cirillo e Metodio. Il 10 febbraio 2010, la Santa Sede aveva nominato delegato apostolico in Kosovo l’arcivescovo Juliusz Janusz, un incarico collegato a quello di nunzio in Slovenia. “La nomina di un delegato apostolico – spiegava la Santa Sede – “rientra tra le funzioni di organizzazione della struttura della Chiesa Cattolica e pertanto assume carattere prettamente intra-ecclesiale”.

Il Cardinale Pietro Parolin è stato in visita in Kosovo dall’8 al 10 giugno 2019.

La visita del Primo Ministro è avvenuta alla vigilia dell’arresto del presidente del Kosovo Hashim Thachi, accusato dal Tribunale Speciale dell’Aja per il Kosovo di crimini di guerra. Il presidente si è dimesso e si è consegnato volontariamente al tribunale.

Perù – Santa Sede, 40 anni di relazioni diplomatiche. La relazione di Gallagher

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, ha tenuto una relazione in occasione del 40esimo dell’accordo tra Santa Sede e Perù, sottoscritto il 19 luglio 1980. Nel suo intervento, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che “l’azione diplomatica della Santa Sede non si accontenta di osservare gli avvenimenti o di valutarne la portata, né può restare solo una sorta di voce critica della coscienza, spesso anche fuori dal coro”, ma è chiamata ad “agire per facilitare la convivenza tra le varie nazioni, per promuovere quella fraternità tra i Popoli, dove il termine fraternità è sinonimo di collaborazione fattiva, di vera cooperazione, concorde e ordinata, di una solidarietà strutturata a vantaggio del bene comune e di quello dei singoli”.

L’arcivescovo Gallagher sottolinea che Papa Francesco ha chiesto alla Santa Sede non solo “per garantire una idea di sicurezza”, ma piuttosto “per sostenere una idea di pace come frutto di giusti rapporti, cioè di rispetto delle norme internazionali di tutela dei diritti umani fondamentali, ad iniziare da quelli degli ultimi, i più vulnerabili”.

Nella sua relazione, l’arcivescovo Gallagher ha ricordato che la Santa Sede ha relazioni diplomatiche con 183 Stati, più l’Unione Europea e il Sovrano Ordine di Malta, ed è presente in varie organizzazioni multilaterali.

Una rete che serve a garantire una idea di pace diversa, portata soprattutto a “prevenire le cause che possono scatenare un conflitto bellico, come pure di rimuovere quelle situazioni culturali, sociali, etniche e religiose che possono riaprire guerre sanguinose appena concluse”, cosa per cui Gallagher invoca una serie di strumenti nel diritto internazionale, in quanto “il compito nel post-conflitto non si limita a riassettare i territori, a riconoscere nuove o mutate sovranità, o ancora a garantire con la forza armata i nuovi equilibri raggiunti. Esso deve piuttosto precisare la dimensione umana della pace, eliminando ogni possibile motivo che possa nuovamente compromettere la condizione di coloro che hanno vissuto gli orrori di una guerra e ora attendono e sperano, secondo giustizia, un diverso avvenire”.

L’arcivescovo Gallagher ha denunciato anche il dilagare dell’indifferenza che non riguarda solo le guerre, ma anche le “schiere di sofferenti” cui nessuno fa caso anche a causa del sovraccarico di informazioni.. Una indifferenza da spezzare “passando così dai teoremi sulla pace possibile, ad esperienze concrete di pace vissuta, anche se sofferta”, un obiettivo da raggiungere attraverso tre vie: la lotta contro la povertà sia spirituale che materiale, l’edificazione della pace, l’essere costruttori di ponti mediante il dialogo”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha quindi concluso: “La diplomazia della Santa Sede è una diplomazia in cammino: un cammino lungo, complesso e irto di difficoltà, ma con l’aiuto di Dio possibile”.

                                                FOCUS EUROPA

Bielorussia, il nunzio Jozic ha presentato le sue lettere credenziali

Il 3 novembre, l’arcivescovo Ante Jozic, nunzio apostolico in Bielorussia, ha presentato le sue lettere credenziali al presidente Aleksandr Lukashenko. L’incontro è avvenuto in un clima particolarmente teso, dato che da agosto si succedono le proteste contro il risultato elettorale. In più, dal 31 agosto l’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz di Minsk è impossibilitato a rientrare in patria, e il presidente Lukashenko non ha mancato di accusare l’arcivescovo di aver preso direttive dalla Polonia per distruggere la nazione e addirittura chiedere la formazione di un clero locale bielorusso, e per questo patriottico.

Nasce da qui anche una certa insofferenza della popolazione cattolica per l’incontro diplomatico. L’agenzia governativa BeITA ha comunicato che Lukashenko ha chiesto all’arcivescovo Jozic di “portare i più cari saluti al Papa. Lo rispetto moltissimo, mi sono incontrato con i suoi predecessori, ma considero lui il migliore”.

Lukashenko ha anche sottolineato che “Bielorussia e Vaticano hanno relazioni speciali. Sull’arena internazionale, promuoviamo entrambi importanti iniziative come la lotta al traffico di esseri umani, la lotta contro la violenza contro i bambini e la protezione dei valori della famiglia”.

Aleksandr Lukashenko ha rimarcato, inoltre che la pace tra le fedi è particolarmente importante nell’agenda bilaterale, e che conta di consolidare un ruolo costruttivo per la Chiesa Cattolica nella società bielorussa.

Da parte sua, il nunzio Jozic ha fatto sapere che Bielorussia e Vaticano continueranno a lavorare sul concordato, un lavoro che è iniziato già diverso tempo fa. In dichiarazioni rese ai giornalisti dopo la presentazione delle lettere credenziali, l’arcivescovo Jozic ha anche fatto sapere di essere aperto a continuare la cooperazione a vari livelli tra Vaticano e Bielorussia, e messo in luce come il suo “lavoro e presenza contribuiranno, prima di tutto, a rafforzare i valori morali e spirituali”.

Ante Jozic, che parla fluentemente dieci lingue, è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1999, ed ha servito precedentemente nelle nunziature di India, Russia e nella missione di studio ad Hong Kong. Questo è il suo primo incarico da nunzio.

L’arcivescovo Jozic si è anche incontrato il 5 novembre con il ministro per gli Affari Esteri bielorusso Vladimir Makei. Durante l’incontro, le due parti hanno discusso alcune questioni di comune interesse nell’agenda bilaterale e la cooperazione tra la Bielorussia e la Santa Sede nell’ambito delle organizzazioni internazionali. Le due parti hanno anche riaffermato l’interesse comune nel promuovere una più stretta cooperazione tra Santa Sede e Bielorussa.

Tra i temi di interesse bilaterale, certamente anche il caso dell’arcivescovo Kondrusiewicz. Questi è stato in Vaticano alla fine di ottobre, sottolineando come la Santa Sede ha fatto tutti i passi necessari per risolvere il suo caso. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati, è stato inviato da Papa Francesco a inizio ottobre a Minsk per una serie di incontri bilaterali, durante i quali si è discussa anche la situazione dell’arcivescovo in esilio.

Hilarion ha incontrato il nunzio apostolico in Russia

L’arcivescovo Giovanni D’Aniello, nuovo nunzio apostolico in Russia, appena arrivato a Mosca ha cominciato la trafila di incontri istituzionali. Il 29 ottobre, si è incontrato con il Metropolita Hilarion, capo del Dipartimento di Relazioni Esterne del Patriarcato di Mosca. Ne ha dato notizia il Patriarcato.

“Hilarion – si legge in una nota del Patriarcato – ha calorosamente accolto l’ospite nel dipartimento sinodale responsabile per le relazioni esterne della Chiesa ortodossa russa. Le due parti hanno discusso di temi di mutua preoccupazione”.

Nagorno Karabakh, la dichiarazione della COMECE

Di fronte al conflitto in Nagorno Karabakh, che ha già provocato migliaia di morti, la Commissione dei Vescovi dell’Unione Europea (COMECE) esprime “preoccupazioni per la situazione nella regione”, ringrazia l’assistenza umanitaria fornita dalla Commissione Europea, e chiede l’Unione Europea a “contribuire attivamente ai negoziati guidati dall’OSCE che coinvolgono tutte le parti in conflitto e gli stakeholders regionali”.

In quello che potrebbe diventare un genocidio culturale, Padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale COMECE, si è appellato all’Unione Europea perché garantisca la protezione di luoghi di culto e sicurezza di tutte le comunità locali, e ha incoraggiato la stessa Unione a coinvolgersi in un progetto a medio e lungo termine per “promuovere lo sviluppo umano integrale e una strategia di rafforzamento della popolazione, specialmente i più giovani, a tutti i i livelli di vita politica, sociale ed economica nella regione”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede alla Conferenza OSCE sul Mediterraneo

Il 3 novembre, la Santa Sede ha partecipato al segmento politico della Conferenza OSCE sul Mediterraneo, che aveva quest’anno come tema “Promuovere la sicurezza nella Regione Mediterranea dell’OSCE attraverso sviluppo sostenibile e crescita economica”.

Nel suo intervento, monsignor Janusz Urbanczyk, osservatore della Santa Sede presso l’OSCE, ha sottolineato che le “questioni di sicurezza dovrebbero sempre affrontate in maniera globale”, mentre “il livello di crescita economica di una nazione è l’unico fattore considerato nello sviluppo”.

Il fattore economico – ha notato la Santa Sede – non può essere il solo fattore per definire la crescita economica, che piuttosto “deve sviluppare lo sviluppo di ciascuna persona e dell’intera persona umana”. “Quello che conta per noi è la persona, ogni individuo, ogni umanità, e l’intera umanità”, ha chiosato monsignor Urbanczyk.

La Santa Sede ha messo in luce come “particolarmente in questo periodo, non possiamo omettere le nuove forme di povertà create dalla pandemia del COVID 19”, la quale “ha non solo esacerbato le povertà già esistenti, ma ne ha aggiunte di nuove”, che includono “non solo i limiti dei nostri sistemi sanitari, ma anche la mancanza di accesso a corretta informazione ed educazione”, mentre è chiaro che le donne sono quelle che soffrono di più, perché soffrono del carico di lavoro da remoto che si aggiunge alla cura dei lavori domestici, ma anche a lavori non pagati e alla perdita di lavoro.

Per questo – ha affermato la Santa Sede – “i governi portano la primaria responsabilità di proteggere la dignità della donna e di fornire salvaguardie sociali e strutture di compensazione”.

Monsignor Urbanczyk ha infine rimarcato che “la pandemia ha mostrato forti ineguaglianze nella società e probabilmente le aggraverà”, e per questo “gli strumenti e le politiche da mettere in atto per aiutare quelli che hanno più bisogno nell’emergenza sanitaria” devono essere basati sui due principi essenziali: includere tutti e proteggere la sacralità della vita umana.

La Santa Sede alle Nazioni Unite, il principio di giurisdizione universale

Il 3 novembre, durante la 75esima assemblea generale delle Nazioni Unite, si è discusso dello Scopo e dell’Applicazione del Principio di Giurisdizione Universale. L’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le organizzazioni internazionali a New York, ha voluto ricordare che i principi della Carta delle Nazioni Unite sono basate sullo stato di diritto, e questo è importante per l’applicazione della giurisdizione internazionale, in quanto “da una parte, tutti noi condividiamo il diritto di assicurare che i responsabili dei più seri crimini siano giudicati”, ma dall’altro “dobbiamo salvaguardare i principi alla base delle relazioni internazionale, come l’eguaglianza sovrana tra gli Stati, il principio di non interferenza e l’immunità degli officiali di Stato”.

Si tratta – ha notato la Santa Sede – di una tensione che necessita attenzione, e che per questo serve “delineare regole chiare per l’esercizio di questa giurisdizione, basata sul giusto processo, la sussidiarietà e il rispetto per i privilegi giurisdizionali degli Stati”, mentre “l’applicazione della giurisdizione universale dovrebbe essere limitata a crimini più gravi, come il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra”.

La Santa Sede chiede che ogni raccomandazione che si possa sviluppare per una giurisdizione universale “deve essere in linea con i principi fondamentali della giustizia penale (tra i quali, “Senza legge non c’è crimine di pena”, il diritto al processo giusto e la presunzione di innocenza).

La Santa Sede ha anche invocato il principio di sussidiarietà, per cui si dia agli Stati la prima opportunità di investigare e processare quei crimini, mentre la giurisdizione universale non dovrebbe arrivare a giustificare processi in contumacia o la non garantita interferenza negli affari interni di altri Stati.

Altre raccomandazioni della Santa Sede: non applicare le immunità di pubblichi ufficiali ai crimini più gravi, perché questi non si possono mai costituire come “atti di Stato; allo stesso tempo, preservare l’immunità dei più alti officiali di Stato mentre sono in carica”.

In conclusione, la Santa Sede ha affermato che “non ci può essere regola quando i crimini sono premiati con l’impunità”, e per questo “dobbiamo perseverare nel delicato e difficile compito di trovare un bilancio tra le preoccupazioni sovrane e la necessità di rendere perseguibili i perpetratori dei crimini più gravi”.

                                                FOCUS AFRICA

Cardinale Mosengwo presenta un promemoria al presidente del Congo

Lo scorso 2 novembre, il Cardinale Laurent Mosengwo Pasinya, arcivescovo emerito di Kinshasa, è stato ricevuto dal presidente della Repubblica Democratica del Congo Felix-Antoine Tshisekedi. Il Cardinale Mosengwo ha dichiarato di aver presentato al presidente “un promemoria in cui spieghiamo c’è bisogno di concentrarsi sull’economia per lo sviluppo del Paese, in modo che le persone possano avere abbastanza da mangiare”.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Papa Francesco riceverà la vicepresidente dell’Ecuador

Maria Alejandra Munoz, vicepresidente di Ecuador, sarà in Vaticano durante un viaggio in Europa che la porta prima in Spagna e poi in Italia, con una agenda di lavoraro che punta a migliorare l’accesso dei trapianti per minori con infermità quasi incurabili e l’assistenza tecnica per poterli realizzare in ospedali pediatrici pubblici nel Paese.

Nell’incontro con Papa Francesco, saranno discussi e rafforzati legami di collaborazione con la Santa Sede. La vicepresidente ha in programma anche un incontro con la Fondazione Pontificia Scholas Occurentes.

Venezuela, il nunzio si incontra con il Consiglio Elettorale Nazionale

L’arcivescovo Aldo Giordano, nunzio apostolico in Venezuela, si è incontrato il 4 novembre con Indira Alfonzo, presidente del Consiglio Elettorale Nazionale, in un incontro cui hanno assistito anche diplomatici europei.

La riunione è parte dello sforzo di incontro e cooperazione interistituzionale e di riconoscimento al potere elettorale Venezuelano.

La visita ha “concesso di rafforzare il Potere Elettorale” in vista delle elezioni parlamentari del prossimo 6 dicembre.

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