Diplomazia pontificia, l’incontro di Papa Francesco sulla crisi venezuelana

L’ex presidente cileno Bachelet è stata in udienza da Papa Francesco nel suo nuovo ruolo di Alto Commissario ONU per i diritti umani. Hanno parlato di Venezuela

Papa Francesco e l'Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Bachelet, Palazzo Apostolico Vaticano, 12 agosto 2020
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Dopo le vacanze di luglio, Papa Francesco riprende anche alcuni degli incontri ufficiali. In attesa della visita del presidente polacco Duda, che dovrebbe essere prevista a dicembre, il Papa ha incontrato in questa settimana Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu per i diritti umani. Papa Francesco sta anche valutando la bozza del messaggio che indirizzerà alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il suo 75esimo anniversario. L’assemblea, che si apre tradizionalmente a settembre, quest’anno avrà luogo in video conferenza.

Aggiornamenti arrivano anche dal Nicaragua e dalla Bolivia, mentre la Chiesa si mantiene cauta sulla decisione di Israele ed Emirati Arabi Uniti di stringere relazioni diplomatiche: sarà da vedere, in fondo, in che modo impatterà il conflitto israelo-palestinese.

                                                FOCUS PAPA FRANCESCO

Papa Francesco e Michelle Bachelet, un incontro per parlare di Venezuela

Lo scorso 12 agosto, Papa Francesco ha incontrato Michelle Bachelet, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani. Bachelet è stata presidente del Cile, e in quell’incarico ha incontrato Papa Francesco nel gennaio 2018, durante il viaggio del Papa in Cile. Fu un viaggio difficile per il Papa, in un clima di proteste cui non era estranea nemmeno la campagna politica anticlericale, e in una situazione complicata che portò poi il Papa a due incontri con i vescovi del Cile sul tema degli abusi e alle dimissioni in blocco di tutto l’episcopato cileno.

Nonostante queste passate frizioni, l’ex presidente Bachelet ha chiesto la possibilità di incontrare Papa Francesco, riallacciando così dei rapporti che sembravano usurati in nome di un comune interesse per i fatti dell’America Latina.

L’incontro, è stato riportato, è durato poco più di mezzora. Si è trattata dalle prima riunione di lavoro che Papa Francesco ha tenuto fuori dalla sua residenza in Casa Santa Marta dalla crisi del coronavirus.

Nel guardare in generale alla situazione dell’America Latina, Papa Francesco e Bachelet si sarebbero soffermati in particolare sulla violazione di diritti umani in Venezuela. La Santa Sede ha insistito sulla preoccupazione di quella che viene considerata “una crisi” nel Paese sudamericano.

Papa Francesco ha anche mandato, negli scorsi anni, l’arcivescovo Claudio Maria Celli come inviato in Venezuela, ma l’incarico è presto caduto di fronte all’evidenza che nessuna delle parti volesse davvero intrattenersi in un dialogo.

Da parte sua, il Papa si tiene costantemente informato sul Venezuela, ha convocato i suoi vescovi in Vaticano già due volte, e ne ha parlato in molteplici appelli, e in particolare nell’Urbi et Orbi di Pasqua in cui ha chiesto “soluzioni pratiche e immediate in Venezuela orientate a facilitare gli aiuti internazionali alla popolazione che soffre a causa della grave congiuntura politica, socioeconomica e sanitaria”.

L’incontro si è soffermato anche su altre situazioni regionali, nonché sull’avanzamento del coronavirus nel mondo.

Verso un messaggio di Papa Francesco all’ONU

È in preparazione un messaggio di Papa Francesco per l’assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre, che celebrerà il 75esimo anniversario dell’organizzazione. La plenaria si terrà da remoto, e non a New York, per ragioni sanitarie dovute alla pandemia del coronavirus, ma la Santa Sede parteciperà con un messaggio di Papa Francesco che è da tempo in preparazione in Segreteria di Stato vaticana.

Il messaggio del Papa è una novità: generalmente, la Santa Sede partecipa all’assemblea generale ai più alti livelli, con la presenza, alternativamente, del Segretario di Stato o del ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati.

Papa Francesco, che ha visitato le Nazioni Unite nel 2015, dovrebbe rilanciare il ruolo della diplomazia multilaterale, come già ha fatto nel discorso di inizio anno al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Tema centrale del discorso sarà la pandemia del Covid 19, e di come poter uscire dalla crisi, con una sottolineatura sulla necessità di uscire da questa crisi senza ripetere gli stessi modelli socioeconomici di un anno fa, e nemmeno di aggiustarli solo un poco, perché “questo sarebbe un uscirne peggiori”.

Lo scorso 20 dicembre, Papa Francesco ha ricevuto Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, e i due hanno registrato anche un video congiunto in cui hanno chiesto la fine alla corsa alle armi.

Papa Francesco ha anche appoggiato la richiesta di Guterres di un cessate il fuoco globale per permettere le cure della pandemia.

                                                FOUCS MEDIO ORIENTE

Iraq, il nuovo nunzio è stato ordinato vescovo

Si è tenuta lo scorso 1 agosto nella cattedrale di Lubiana l’ordinazione episcopale di monsignor Mitja Leskovar, nominato da Papa Francesco nunzio apostolico in Iraq. Succede all’arcivescovo Alberto Ortega Martìn, che il Papa ha inviato nunzio in Cile. Leskovar non è stato nominato anche nunzio in Giordania, e la cosa lascia pensare che la Santa Sede possa nominare un “ambasciatore del Papa” esclusivamente per Amman. Fino ad ora, la nunziatura di Amman è sempre stata legata a quella di Baghdad.

L’ordinazione episcopale è stata celebrata dal Cardinale Franc Rodé, il quale ha sottolineato che il vescovo è chiamato ad essere “sale che purifica, conserva e dà sapore, lampada che brilla, posta sul candelabro per fare luce alla casa”, ma anche buon pastore.

"Il Santo Padre – ha detto il Cardinale Rodé, rivolgendosi a Leskovar - ti invia ad essere il Suo Rappresentante presso un popolo che ha un posto molto particolare nel suo cuore, che soffre la persecuzione e la guerra, un popolo e una terra che egli desiderava visitare quest’anno".

Il nuovo nunzio in Iraq giunge nel Paese in un periodo particolarmente complicato per la regione. Il desiderio di Papa Francesco di viaggiare verso Baghdad, per un viaggio di cinque giorni che lo avrebbe portato fino a portare sollievo ai rifugiati di Erbil, è stato prima ritardato dalle proteste, e poi cancellato per via della pandemia di coronavirus.

Barnham Salih, presidente dell’Iraq, ha fatto visita a Papa Francesco due volte nell’ultimo anno e mezzo, la prima il 24 novembre 2018 e la seconda il 25 gennaio 2020. In entrambi i casi, ha parlato del ruolo dei cristiani nella regione. Cristiani la cui presenza si è profondamente decimata dalla Seconda Guerra del Golfo e messa ancora più profondamente in crisi dalla penetrazione del sedicente Stato Islamico nella Piana di Ninive.

Domenica 2 agosto, Mustafa al-Kazemi, Primo Ministro di Iraq, ha ricevuto il Cardinale Raphael Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, e un numero di vescovi a Baghdad. In una nota del governo, si mette in luce che al-Kazemi ha sottolineato che “l’Iraq è una nazione per tutti, e i cristiani sono i figli originali della nazione. Non c’è differenza tra le persone della stessa città, dato che tutti sono cooperatori nel costruire il futuro dell’Iraq.

Al-Kazemi ha anche affermato che il governo fa sul serio quando dice di “fornire assistenza alle nostre famiglie cristiane e risolvere i loro problemi. Siamo lieti che i cristiani torneranno in Iraq e contribuiranno alla sua ricostruzione. Gli iracheni sognano un nuovo Iraq che crede nella pace e rifiuta la violenza”.

Il Cardinale Sako si è detto speranzoso che l’approccio del Primo Ministro continui ad incontrare le aspirazioni della popolazione e che questo gli permetta di affrontare molte delle sfide che oggi affronta la nazione. Il Cardinale Sako ha quindi sottolineato che la Chiesa “supporta i passi di al-Kazemi per la sicurezza e la stabilità in tutto l’Iraq”.

I cristiani, ha continuato il patriarca, sono “orgogliosi della sua identità irachena, e si sentono più rassicurati alla luce di come il governo al-Kazemi sta affrontato la questione cristiana”.

Accordo Israele – Emirati Arabi Uniti, la cautela della Chiesa

Per il momento, il posto di nunzio negli Emirati Arabi Uniti è vacante, mentre quello di nunzio in Israele è occupato dall’arcivescovo Leopoldo Girelli. Ma le nunziature non hanno rilasciato commenti sulla decisione di Emirati Arabi Uniti e Israele di allacciare relazioni diplomatiche. La decisione è stata annunciata dal presidente USA Donald Trump, che ha fatto da mediatore.

Se non ci sono state parole ufficiali da parte della Santa Sede, la preoccupazione dei cattolici in Terrasanta è stata concretizzata da padre David Neuhaus, superiore della Comunità Gesuita del Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme.

Parlando con EWTN il 14 agosto, padre Neuhaus ha voluto sottolineare che Emirati Arabi e Israele non hanno stipulato un accordo di pace, come viene presentato, perché questi hanno rapporti cordiali già dal 2003, ma che piuttosto quella che sta avvenendo è una normalizzazione dei rapporti. Ha denunciato che il modo in cui questa normalizzazione viene presentata fa pensare ad un pacchetto di pace già prestabilito.

Va ricordato che gli Stati Uniti hanno deciso lo scorso anno di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, creando un vasto conflitto e anche le proteste vaticane: anche Papa Francesco ha chiesto di rispettare lo status quo della Città Santa e di farne una città internazionale.

La Chiesa si è espressa criticamente anche sul piano di annessione di parte dei territori occupati in Cisgiordania da parte di Israele, ed è anche questo parte dell’accordo tra Emirati Arabi e Israele. Ma, mentre il presidente israeliano parla di una annessione sospesa, ritardata ma non cancellata, dagli Emirati Arabi si parla di una totale cancellazione dell’operazione israeliana. Anche questa dissonanza di dichiarazioni invita la Santa Sede alla prudenza.

Gli Emirati Arabi Uniti diventeranno, dunque, il terzo Paese arabo a stringere relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’Egitto nel 1980 e la Giordania nel 1994.

Presentato da Donald Trump come un successo della sua politica estera, l’accordo fa parte della strategia messa in atto con il cosiddetto “Piano del Secolo”, con il quale Trump intende rompere il fronte arabo e una serie di accordi economici.

Infatti, Emirati Arabi e Israele firmeranno anche una serie di accordi commerciali nel campo del turismo, del trasporto aereo, della sicurezza, delle telecomunicazioni, della tecnologia e della sanità, con un particolare focus sulla ricerca del vaccino anti-Covid.

L’accordo però lascia i palestinesi delusi, perché ci vedono un tradimento e l’indebolimento della costituzione di uno Stato Autonomo Palestinese. Per questo, l’Autorità Palestinese ha richiamato l’ambasciatore ad Abu Dhabi.

Ma di certo era tempo che Israele ed Emirati lavoravano insieme, specialmente in contrasto all’Iran, considerato negli Emirati come un nemico per aver fomentato la minoranza sciita nel loro Paese per destabilizzare la regione.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

L’impegno della Chiesa cattolica per abbassare le tensioni in Bolivia

Lo scorso 11 agosto, Chiesa Cattolica, Unione Europea e Nazioni Unite hanno cominciato un dialogo per abbassare le tensioni in Bolivia, dopo otto giorni di blocchi stradali che hanno impedito i trasporti di ausili medici nel mezzo della pandemia. Il dialogo ha portato ad una nuova legge elettorale che fissa a non oltre il 18 ottobre la data delle elezioni, ben accolta da tutti i mediatori.

“Si stanno facendo consultazioni, si fanno alcuni avvicinamenti con una parte e con l’altra”, aveva detto l’arcivescovo Ricardo Centellas di Sucre, presidente della Conferenza Episcopale Boliviana.

L’arcivescovo Centellas non aveva nascosto le speranze di un dialogo fruttuoso, considerato “urgente per abbassare la tensione sociale, per affrontare meglio il problema della pandemia e soprattutto per regolare le cose tra i boliviano”.

La Chiesa lavora al dialogo insieme a funzionari dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite sotto espresso interesse del governo ad interim guidato da Jeanine Anez, del Supremo Tribunale Elettorale e del Congresso.

Il dialogo cerca di risolvere uno stallo politico e sociale di fronte alle proteste contro il posponimento delle elezioni generali dal 6 settembre al 18 di ottobre.

Secondo l’arcivescovo Centellas, il tema centrale del dialogo è come affrontare “tutti uniti la pandemia”. In Bolivia, al momento, la pandemia ha fatto circa 91600 contagi e 3172 decessi, su una popolazione di 11 milioni di persone.

Antonio Murillo, ministro dell’Interno, ha sottolineato che l’esecutivo “sta trattando per evitare una guerra civile in questo Paese”.

Dalla prima settimana di agosto, ci sono stati blocchi stradali in tutto il Paese da parte di campesinos e indigeni vicini all’ex presidente Evo Morales, in carica dal 2006 al 2019, che protestavano contro la posticipazione delle elezioni per la terza volta, cosa che – a loro dire – va a colpire le aspirazioni presidenziali del candidato Luis Arce, delfino di Morales.

I blocchi hanno causato anche scontri tra gruppi rivali, e il tutto nel mezzo della pandemia da Coronavirus. Il governo ha ordinato, da parte sua, di proteggere con i militari i servizi pubblici e i siti strategici.

Nicaragua, il nunzio apostolico riceve le lettere dei prigionieri politici

L’arcivescovo Waldemar Sommertag, nunzio apostolico in Nicaragua, ha ricevuto nella scorsa settimana una lettera inviatagli dai famigliari di prigionieri politici nel Paese. In questa lettera, viene chiesto al nunzio un incontro per poter parlare della situazione di quanti sono stati privati della libertà.

La lettera è stata portata al nunzio da Miguel Mora, membro della commissione della Coalizione Nazionale che sostiene le madri dei prigionieri politici. La lettera, ha spiegato Mora, “chiede al rappresentante del Papa in Vaticano di far sapere a Papa Francesco la reale situazione dei prigionieri politici sotto la dittatura militare sandinista in Nicaragua”.

Il nunzio, da parte sua, ha detto che avrebbe fatto arrivare immediatamente il messaggio della lettera al governo del Nicaragua, perché ponesse attenzione ai familiari delle vittime.

Nella lettera, i famigliari dei prigionieri politici spiegano di essere attualmente oggetto di un numero inumano di maltrattamenti fisici e psicologici, e denunciano che i loro famigliari “sono stati sequestrati in maniera illegale della polizia, che li detiene con la scusa di delitti comuni per poi lasciare al procuratore accusarli in nome dello Stato o del regime di Ortega Murillo”.

I famigliari hanno anche chiesto una riunione dell’arcivescovo Sommertag con l’Associazione dei Famigliari dei prigionieri comuni” perché questi possano presentare personalmente la loro preoccupazione e chiedere di intercedere in questo progetto di libertà dei sequestrati politici che permetterà al Paese di crescere.

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