Stati Uniti, Corea, India: quali gli obiettivi della diplomazia di Papa Francesco?

Il 29 ottobre, i presidenti di Corea del Sud e Stati Uniti incontreranno Papa Francesco. Il 30 sarà la volta del Primo Ministro indiano. Ecco i temi dei colloqui

Il Palazzo Apostolico Vaticano visto dal Cortile San Damaso
Foto: AG / ACI Group
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Quando il presidente USA Donald Trump fece la sua prima visita in Vaticano, arrivò pochi giorni prima una piccola delegazione dalla Corea del Sud guidata dal presidente della Conferenza Episcopale, con l’obiettivo di parlare con la Segreteria di Stato vaticana e convincere il Papa a mediare tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord. Un dialogo, sostenevano, avrebbe disteso la situazione nella regione. Qualche mese dopo, il presidente coreano Moon arrivava in Vaticano per la sua prima visita ufficiale con in tasca un invito per il Papa, informale e significativo, ad andare in Corea del Nord.

Quattro anni dopo, nello stesso giorno, i presidenti di Stati Uniti e Corea del Sud visitano Papa Francesco. Sarà il 29 ottobre, dunque, che i destini delle due nazioni si incroceranno. Il giorno dopo, Papa Francesco incontrerà il primo ministro indiano Modi. In due giornate, insomma, si andranno a giocare molti dei grandi temi della diplomazia pontificia: dalla relazione con gli Stati Uniti, la superpotenza mondiale, che anche con Biden alla guida non ha mancato di creare alla Santa Sede alcuni grattacapi; a quella con la Corea, perché sempre più insistentemente si parla di un passaggio del Papa in Corea del Nord; fino a quella con l’India, viaggio che il Papa sogna dal 2016 ma che non si è mai potuto fare, anche perché non c’è mai stato un invio formale del governo.

L’incontro con Biden

Certamente, i riflettori saranno tutti puntati sull’incontro tra Papa Francesco e il presidente Biden. L’incontro dovrebbe concentrarsi soprattutto su ambiente e risposta al COVID 19, temi non controversi e sui quali c’è una certa convergenza.

Di certo, Papa Francesco ha da subito voluto marcare una sorta di sintonia con l’amministrazione Biden, avendo una conversazione telefonica con lui già il 12 novembre, quando non era ancora entrato in carica come presidente.

Era una scelta non protocollare, perché generalmente il Papa invia i suoi auguri, attraverso un telegramma, il giorno dell’insediamento del nuovo presidente. Ma era una scelta che allo stesso tempo andava a marcare una discontinuità.

Si enfatizza molto il fatto che Biden sia un cattolico praticante, e che vada a Messa ogni domenica. Lo stesso Biden, però, ha sostenuto il diritto di scelta delle donne sul tema dell’aborto, includendosi in quella schiera di politici cattolici pro-aborto di cui è pieno il partito democratico.

La posizione di Papa Francesco sull’aborto è stata molto chiara, e tre volte nell’ultimo mese ha paragonato l’aborto all’affitto di un sicario, arrivando anche a chiedere l’obiezione di coscienza ai farmacisti ospedalieri sul tema. È evidente che su questo ci sono ampie divergenze.

Per appianarle, Biden ha nominato ambasciatore presso la Santa Sede Joseph Donnelly, 66 anni, della piattaforma cattolici per Biden. Subito la rivista dei gesuiti America ha voluto sottolineare che questi è un cattolico pro-life, in qualche modo appoggiando la presidenza e mostrando una volontà di dialogo.

Ma se l’amministrazione Trump aveva basato la sua piattaforma sui temi della vita (Trump è stato il primo presidente USA a tenere un discorso alla March for Life) e sulla convergenza con la Santa Sede sui temi della Libertà religiosa (l’ultima conferenza del Segretario di Stato Mike Pompeo a Roma, con la presenza dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, era su questo tema), la presidenza di Biden eviterà questi temi, semplicemente per evitare una divergenza.

Sulla lotta al coronavirus, l’amministrazione Biden ha vinto una battaglia elettorale con quella Trump, e i continui messaggi del Papa sul vaccino si sono posti sulla stessa linea. Sulla questione ecologica, la convergenza è massima, considerando la spinta all’agenda verde di Biden supportata anche da una visita di John Kerry in Vaticano lo scorso maggio come rappresentante dell’agenda sul clima, con tanto di incontro con Papa Francesco e intervista istituzionale a Vatican News.

Non si parlerà dei migranti, o se ne parlerà solo in termini positivi, considerando che l’amministrazione Biden si è resa subito protagonista di un infortunio diplomatico con l’appello della vicepresidente Kamala Harris a “non venire” negli Stati Uniti.

Di certo, il quarto incontro tra Biden e Papa Francesco si rivela avere più spine che possibilità, considerando che c’è una sfumatura in tutte le posizioni, e che la cattolicità di Biden è più spinta dalla propaganda che dalle azioni di governo. La Segreteria di Stato vaticano farà le sue distinzioni. Né si farà tirare per la giacca sui grandi temi, cercando sempre di mantenere una posizione diplomaticamente neutrale.

Il presidente Moon e la possibile visita del Papa in Corea del Nord

Quando era venuto la prima volta in visita da Papa Francesco, il presidente Moon aveva anche portato un invio a visitare la Corea del Nord. Era il 2018. Negli ultimi tempi, le voci di un viaggio si sono intensificate, e più fonti hanno raccontato di nuovi contatti, mentre l’arcivescovo Lazzaro You, nominato dal Papa prefetto della Congregazione del Clero, nella sua prima Messa da capo dicastero nella Basilica di San Pietro per l’anniversario della nascita del primo sacerdote coreano, ha pregato perché si concretizzi presto un viaggio del Papa in Corea del Nord.

Il Papa ha fatto recentemente sapere, in una intervista a Telam, di volersi recare in Papua Nuova Guinea (viaggio già pensato nel 2020) e nulla vieta, nella rotta verso l’Oceania, di pensare ad una sorta di scalo tecnico nell’aeroporto di Pyongyang. Niente di particolarmente ufficiale, ma un qualcosa di simbolico, breve, che dia un segnale, un po’ sulla scorta dello scalo di Paolo VI a Teheran. Non c’è niente di ufficiale, e tutto quello di cui si parla sono rumors, ma la possibilità c’è.

Anche perché, di fronte alle voci, lo scorso luglio ci aveva pensato Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, a dichiarare ufficialmente che il Papa non stava preparando un viaggio in Corea del Nord. Bruni rispondeva così ad una indiscrezione di Fides.

L’agenzia della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli aveva scritto, lo scorso 6 luglio, che il capo dell’intelligence della Corea del Sud era “all’opera per la visita di Papa Francesco in Corea del Nord”.

Fides riprendeva dichiarazioni dello stesso capo dell’intelligence, Park Jie-won, il quale avrebbe riferito di aver incontrato l'Arcivescovo Kim Hee-jung e il Nunzio Apostolico in Corea del Sud, l'Arcivescovo Alfred Xuereb, per parlare della visita di Papa Francesco a Pyongyang.

Park ha preso parte aduna Messa il 6 luglio, che festeggiava la chiesa cattolica di Sanjeong-dong, a Mokpo, elevata dalla Santa Sede al titolo di "Basilica minore", prima chiesa in Corea del Sud a ricevere tale titolo.

Park Jie-won in passato è stato eletto in Parlamento in rappresentanza del collegio elettorale di Mokpo. Ha assunto l'incarico di capo del National Intelligence Service lo scorso luglio. È stato Segretario presidenziale del presidente Kim Dae-jung (in carica dal 1998 al 2003, e Premio Nobel per la Pace nel 2000) e, durante la sua amministrazione, ha svolto un ruolo fondamentale nell'organizzare il primo vertice intercoreano tra i leader sudcoreani e nordcoreani nel giugno 2000.

Ma l’idea di un viaggio di Papa Francesco in Corea del Nord si era cominciata a diffondere nel 2018 dopo il clima creato da tre summit inter-coreani e uno storico incontro Washington-Pyongyang. Non ci sono stati ulteriori progressi da un incontro senza seguito ad Hanoi nel 2019.

Lo scorso 15 febbraio, Lee Baek Man, che è stato ambasciatore della Corea presso la Santa Sede dal 2018 a quest’anno, ha rivelato che nel 2019 ha incontrato diplomatici della Corea del Nord a Roma, in un periodo in cui Papa Francesco aveva mostrato un certo interesse nel visitare Pyongyang.

L’ambasciatore aveva rivelato il retroscena in Firenze’s Table, una pubblicazione Sud Coreana. L’incontro con l’ambasciatore nord coreano in Italia sarebbe avvenuto il 10 febbraio 2019, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, alla vigilia del secondo summit Stati Uniti – Corea del Nord che si teneva in Vietnam. L’incontro era anche una conseguenza della visita del presidente Moon Jae-in a Papa Francesco in Vaticano nel 2018.

Dopo quell’incontro, nel dicembre 2018, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, aveva visitato la Corea del Nord per un progetto di cooperazione umanitaria, e lì aveva incontrato Kim Yong Nam, pesidente del Presidio della Suprema Assemblea del Popolo. L’ambasciatore Lee ha descritto l’incontro come molto inusuale, e come un segno dell’interesse nordcoreano per il Vaticano.

L’ambasciatore Lee aveva anche parlato dei primi contatti tra il presidente Moon e il presidente Biden. Nella prima conversazione telefonica con Biden, si era parlato anche del Papa – aveva scritto Lee – perché “considerando che il summit G20 si terrà a Roma ad ottobre quest’anno, ci potrebbe essere una importante discussione riguardo il processo di pace nella penisola nordcoreana”. Il summit è arrivato, e – guarda caso – Biden e Moon incontrano il Papa nello stesso giorno.

Il primo ministro indiano Modi, e il problema dei cristiani perseguitati

È un incontro posto strategicamente alle 8.30 del mattino di sabato 30 ottobre, e dovrebbe durare solo una mezzora. Quello tra Papa Francesco e il Primo Ministro indiano Narendra Modi sarà, però, un incontro molo significativo.

Modi è il leader del partito nazionalista indù BJP, che include anche movimenti radicali che considerano i cristiani come una minaccia all’identità indiana. Addirittura, nel 2017 arrivò lo spettro delle leggi anti-conversione, mentre la casta dei dalit, cosiddetta degli intoccabili, è arrivata sì al vertice della scala sociale con il partito nazionalista, ma si trova ancora discriminata, tanto che periodicamente i vescovi indiani osservano una giornata di preghiera per i dalit cristiani perseguitati.

Modi è alla guida del governo dal 2014, e fino ad ora non aveva chiesto udienza in Vaticano. Da notare che nel 2017 sembrava tutto pronto per un viaggio del Papa in India. Lo stesso Papa Francesco lo aveva praticamente preannunciato nel suo viaggio di ritorno dalla Georgia nel 2016, e una delegazione di tre cardinali, incluso il Cardinale Oswald Gracias, si incontrò con Modi a Nuova Delhi il 7 febbraio 2017 per discutere la possibile visita. Il viaggio poi non avvenne anche perché non c’era un invito ufficiale del governo.

L’ultimo precedente di un incontro tra un capo del governo indiano e un Papa risale al 2000, quando il premier Atal Bihari Vajpayee, anche lui del BJP, aveva incontrato San Giovanni Paolo II. Nel 2016, quando arrivò una delegazione del governo di Nuova Delhi in occasione della canonizzazione di Madre Teresa, il governo indiano fu rappresentato dal ministro degli Esteri Sushma Swaraj.

Ci sono 30 milioni di cristiani in India, e il 60 per cento di questi è cattolico. Sarà da vedere se l’incontro di Modi con il Papa creerà ulteriori tensioni con gli estremisti indù. Ma per i membri del BJP, l’incontro di Modi con il Papa potrebbe aiutare anche alla riaffermazione del partito a Goa, dove ci saranno presto le elezioni, e dove ci sono 500 anni di tradizione cattolica.

Certo, la situazione dei cristiani in India non è buona: le preghiere sono continuamente disturbate, specialmente negli Stati di Haryana e di Uttar Pradesh, mentre recentemente padre Stan Swamy di Ranchi, un attivista gesuita di 84 anni, è morto di COVID in carcere dopo che gli era stato ripetutamente negato il rilascio su cauzione. Era accusato di cospirazione contro lo Stato, e il suo caso aveva suscitato grande attenzione internazionale.

In generale, il tema della libertà religiosa è centrale: secondo un recente rapporto, in 16 Stati indiani su 28 gli attacchi contro le minoranze religiose sono costanti. In effetti il tema è stato messo sul tavolo anche dal presidente USA Biden quando il Primo Ministro indiano è stato alle Nazioni Unite a New York lo scorso settembre.

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