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Diplomazia Pontificia, Leone XIV e il discorso al corpo diplomatico

Il 9 gennaio, Leone XIV terrà il suo secondo discorso al corpo diplomatico. I temi che potrebbe affrontare. I numeri delle relazioni diplomatiche della Santa Sede

George Poulides | George Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede e decano del Corpo diplomatico | Vatican Media George Poulides | George Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede e decano del Corpo diplomatico | Vatican Media

Lo scorso anno, Papa Francesco teneva il suo ultimo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Non lesse l’intero discorso, già non riusciva a parlare a lungo, ma le sue parole delinearono la necessità di una diplomazia della speranza di fronte al sempre più concreto rischio di una guerra mondiale. La situazione in Ucraina e Terrasanta, ma soprattutto gli ultimi e più recenti sviluppi in Venezuela, con l'attacco USA e il trasferimento del presidente Maduro e la moglie, portano a pensare che il tema della pace sarà ancora una volta centrale. 

Leone XIV probabilmente ripartirà da qui. Nel suo primo discorso al corpo diplomatico, il 16 maggio, il Papa aveva delineato anche la necessità di una “diplomazia della verità”, sottolineando come la Chiesa non avrebbe esitato di parlare con schiettezza, anche a costo di generare incomprensioni.

In questi mesi di pontificato, Leone XIV ha incontrato per tre volte il presidente ucraino Volodymir Zelensky, offrendo anche la Santa Sede come luogo per i negoziati di pace – offerta che non è stata accolta, e che comunque è stata giudicata dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov “poco elegante”, considerando il fatto che la Russia è una nazione ortodossa. Il Papa ha più volte fatto appelli di pace, arrivando a chiedere una “tregua di Natale”. Nel suo primo urbi et orbi di Natale, ha delineato alcune delle grandi sfide, a partire proprio dalla guerra in Ucraina, ma anche dalla situazione in Terrasanta, che è una costante dei discorsi di tutti i Papi.

Leone XIV potrebbe decidere di fare un discorso di respiro geopolitico, o piuttosto di guardare ad un tema specifico. Papa Francesco ha alternato questo tipo di discorsi. In un’occasione (il 2020) ha descritto i suoi viaggi internazionali come strumenti diplomatici, in un’altra (nel 2018) ha guardato ai nuovi diritti nati con il movimento del Sessantotto.

Nell’urbi et orbi di Natale non sono state menzionate alcune situazioni complesse che la Santa Sede sta monitorando con attenzione. Prima di tutto, la situazione in Armenia, dove una pace dolorosa ha portato all’Azerbaijan il controllo dell’Artsakh e del patrimonio religioso e culturale del territorio. Quindi, la situazione a Cipro, dove si trova l’ultimo muro di Europa. In entrambi i casi, pesano anche i buoni rapporti con la Turchia, che Leone XIV ha visitato.

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Il primo viaggio internazionale di Leone, alla fine, ha incluso proprio la Turchia, dove, parlando al corpo diplomatico e alla società civile ad Ankara, Leone XIV ha riconosciuto l’importanza della Turchia nello scacchiere internazionale. Il Papa è stato anche in Libano, dove il cardinale Boutros Bechara Rai, patriarca maronita, da tempo chiede una “neutralità attiva” perché il Paese dei Cedri continui ad essere un “paese messaggio”.

Tra i grandi temi che Leone XIV dovrebbe affrontare nel suo discorso, quello della vita, salito prepotentemente alla ribalta dopo che il governatore dell’Illinois, Pritzker ha raccontato con dovizia di particolari una sua udienza con Leone XIV in modo che si pensasse che il Papa avesse accettato la decisione di firmare una legge che rafforzava l’accesso all’aborto. Leone XIV ha poi sottolineato personalmente di avere avuto una linea chiara sin dall’inizio con Pritzker.

Altro tema, quello delle migrazioni. Leone XIV ha parlato anche di un “diritto di restare” nel suo discorso al corpo diplomatico del Libano, e questo tema è un grande ritorno nell’agenda diplomatica della Santa Sede.  

Ma non mancherà probabilmente un accenno alla situazione in Venezuela, che si è drammaticamente sviluppato in queste ore. 

                                             FOCUS VENEZUELA

Leone XIV aveva parlato della situazone in Venezuela lo scorso 4 novembre, intrattenendosi con i giornalisti davanti a Castel Gandolfo. Il Papa diceva di guardare con preoccupazione alle “tensioni” di questi giorni al largo del Venezuela tra la lotta al narcotraffico e lo schieramento dei marines statunitensi nei Caraibi, con la minaccia latente di una “guerra fredda”. “Penso che con la violenza non vinciamo – aveva affermato il Papa, spiegando di aver letto pochi minuti prima una notizia su un maggiore avvicinamento delle navi da guerra alla costa di Venezuela  - La cosa è cercare il dialogo, cercare un modo giusto per trovare soluzioni ai problemi che possono esistere in qualche Paese”.

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Per lungo tempo, il Venezuela è rimasto senza nunzio, fino al 2024, quando Papa Francesco nominò come suo “ambasciatore” nel Paese l’arcivescovo Alberto Ortega Martin nunzio apostolico in Venezuela. Questi era stato prima nunzio in Iraq e poi nel Cile scosso dallo scandalo agli abusi, ed è era l’uomo di fiducia di Papa Francesco per le situazioni complesse.

Nonostante la nunziatura sia rimasta per lungo tempo vacante, nel 2022, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato e venezuelano, aveva fatto visita a Maduro mentre si trovava nel Paese per inaugurare il Museo sacro y Palacio Arzobispal e benedire il Centro Pastoral Cardenal Lebrun.

 La visita era stata resa nota da un post del presidente Maduro.

Il Venezuela era rimasto senza nunzio apostolico dopo il trasferimento dell’arcivescovo Aldo Giordano a nunzio nell’Unione Europea nel 2021 anche per la posizione che i vescovi avevano preso riguardo la presidenza Maduro.

Nonostante diversi Stati, come Stati Uniti, Canada e Unione Europea, aveva disconosciuto Maduro come presidente dal gennaio 2019 per aver ottenuto la rielezione in modo fraudolento e illegittimo secondo gli oppositori, la Santa Sede lo ha sempre riconosciuto come capo del Paese.

Tuttavia, i vescovi venezuelani avevano preso una posizione netta, sostenendo in prima battuta che il nuovo governo Maduro è illegittimo, quindi chiedendo di fare entrare aiuti umanitari nel Paese e infine chiedendo – lo aveva fatto il Cardinale Baltazar Porras in un'intervista – a Maduro di fare un passo indietro per evitare un bagno di sangue. 

La Santa Sede non aveva mandato il nunzio alla installazione del nuovo mandato presidenziale nel 2019 (al tempo, l’arcivescovo Aldo Giordano), ma uno chargée d’affairs, a segnalare che non stava sottovalutando l’allarme internazionale e che era preoccupata della situazione del Venezuela, ma che comunque aveva volontà a mantenere un dialogo. Di fatto, la Santa Sede non ritira mai una rappresentanza diplomatica, per un principio rimasto saldo nel corso dei secoli, ma cerca sempre un confronto con il governo, anche quando questo è ostile.

Dopo la tornata elettorale del 2024, i leader della Chiesa cattolica venezuelana avevano accusato il presidente Maduro di cercare di formare un totalitarismo nel Paese in un dialogo tra il Cardinale Diego Padròn con altri presuli della Chiesa cattolica nell’Accademia dei Leader cattolici, fondazione senza scopo di lucro.

Il cardinale Padron fu anche cofirmatario, con il cardinale Porras, arcivescovo emerito di Caracas, di una lettera pubblica che rifiuta la possibilità di dialogo con il regime di Maduro.

Il documento analizzava la situazione nel Paese, e sottolineava che “il processo elettorale venezuelano dello scorso 28 luglio non si è concluso a favore del leader del partito di governo, l’attuale presidente della Repubblica”, e che “in modo civile ed esemplare, il popolo si è espresso, con una maggioranza schiacciante, contro di lui e ha deciso un cambiamento nell’orientamento generale del regime di governo”.

La Santa Sede ha sempre seguito con attenzione l’evolversi della situazione in Venezuela, e nel 2016 è stata soggetto facilitatore insieme all’Unasur (Unione delle Nazioni del Sudamerica) al tavolo di mediazione tra governo e opposizione. La Santa sede aveva partecipato prima attraverso l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig, allora nunzio in Argentina, e poi con l’arcivescovo Claudio Maria Celli, nominato inviato speciale del Papa. La mediazione non ebbe esito positivo.

Papa Francesco aveva sottolineato più volte le quattro condizioni necessarie per risolvere la crisi venezuelana: alleviare la crisi della carenza alimentare e di medicine; definire tempi e modi certi per le elezioni; adottare mezzi per ripristinare l’Assemblea Nazionale; e decretare una liberazione dei prigionieri politici.

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Da vedere come Leone XIV deciderà di affrontare la questione.

                                             FOCUS SANTA SEDE

Gallagher affronta i temi diplomatici della Santa Sede

Uno scorcio sui temi che premono alla Santa Sede si trova in un’ampia intervista all’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che ha affrontato alcuni dei grandi temi diplomatici di oggi, a partire dal tema della deterrenza, pubblicata dall’agenzia dei vescovi italiani SIR l’1 gennaio.

“Nel periodo della Guerra fredda – ha detto Gallagher - la deterrenza nucleare veniva ammessa a volte come misura di equilibrio provvisoria, mentre ci si sforzava a lavorare, in modo concertato, in favore di un progressivo disarmo. Sono poi state siglate varie convenzioni internazionali mirate a limitare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, e in particolare delle armi nucleari. Tale sforzo è rimasto purtroppo incompiuto. Mi sembra degno di nota il fatto che, con il diminuire dell’impegno per il disarmo e la pace, si sia perso di vista anche la lotta alla fame, alla povertà, alle migrazioni forzate, nonché la promozione dei diritti fondamentali della persona umana”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha parlato di un “certo disordine internazionale” che provoca una mancanza di fiducia, ma ha chiesto anche di non rassegnarsi a “una logica puramente contrappositiva”, perché “la via del dialogo è sempre possibile”.

Parlando dello scenario attuale, Gallagher non esita a definirlo “instabile”, perché “non assistiamo a un ritorno ordinato ai blocchi del passato, ma a una frammentazione in cui le alleanze sono mobili, il diritto è spesso subordinato alla forza e la paura diventa criterio politico”, e questo si vede “chiaramente in Ucraina, in Medio Oriente, nel Mar Rosso, nello Sahel e in altre parti del mondo”.

In questo quadro, ha aggiunto il presule, “la Santa Sede non si propone come un attore geopolitico tra gli altri, ma come una coscienza critica del sistema internazionale, è la sentinella nella notte che vede già l’alba, che richiama alla responsabilità, al diritto e alla centralità della persona. La sua credibilità come mediatrice nasce dal rifiuto di accettare la guerra come normalità e dalla capacità di restare fermamente ancorata alla dignità delle persone e dei popoli coinvolti”.

L’arcivescovo Gallagher si è soffermato anche sul linguaggio, che oggi “non descrive semplicemente i conflitti: spesso li precede, li prepara e li alimenta. La semplificazione, la demonizzazione dell’avversario, l’uso sistematico della paura e la psicosi bellica rendono la pace impronunciabile prima ancora che impraticabile”.

Secondo Gallagher, “il rischio maggiore per il 2026 è quello di normalizzare l’emergenza. Penso in particolare a diverse aree dell’Africa subsahariana, alle popolazioni colpite da conflitti dimenticati, alle conseguenze umanitarie delle crisi climatiche, che aggravano tensioni già esistenti. Anche alcune situazioni in Medio Oriente rischiano di essere lette solo in chiave strategica, perdendo di vista l’impatto umano”.

C’è, poi, una “dinamica preoccupante”, spiega Gallagher. E cioè che “mentre crescono enormemente le spese per il riarmo, diminuisce la capacità di vedere le vittime. Quando la sicurezza viene pensata quasi esclusivamente in termini armati, ciò che non rientra in questa logica diventa invisibile”.

I passi da compiere sono “protezione dei civili, accesso agli aiuti umanitari, sostegno alle popolazioni più esposte, un rinnovato impegno nella prevenzione dei conflitti e il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali. Senza questo cambio di prospettiva, il rischio è che l’indifferenza diventi strutturale. Ciò tocca un altro aspetto preoccupante: i focolai di conflitto aperto si sono talmente moltiplicati e dilatati nel tempo, che non c’è più spazio quasi nell’attenzione dell’opinione pubblica per le ‘crisi minori’, come la povertà, la corruzione, la discriminazione e lo sfruttamento delle persone”.

Infine, Gallagher afferma che “la pace proviene da Dio. Giustificare le violenze in nome della religione insulta il Dio trinitario, che è amore. Educare alla pace, oggi, significa contrastare una cultura della chiusura e della contrapposizione, che attraversa non solo le relazioni internazionali ma anche le società interne agli Stati. Papa Leone XIV ha insistito sul legame tra pace e coesione sociale, ricordando che non può esserci pace tra le nazioni se prima non si ricostruisce la fiducia all’interno delle comunità”.

                                               FOCUS RELAZIONI DIPLOMATICHE

Quanti sono gli Stati che hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede?

L’ultimo arrivato è l’Oman. Il Paese del Golfo ha stabilito piene relazioni diplomatiche con la Santa nel 2023, portando a 184 le nazioni nel mondo con cui la Santa Sede ha piene relazioni diplomatiche.

Prima dell’ingresso dell’Oman, la lista non si aggiornava dal 2017, quando furono ripristinate le relazioni con il Myanmar, cosa che aprì anche al viaggio di Papa Francesco nella nazione. Sembrava un periodo di possibile rinascita democratica, si è trasformato in un incubo con il recente colpo di Stato. 

Restano così 12 le nazioni con cui la Santa Sede non ha piene relazioni diplomatiche, e in 8 di queste non ha nemmeno un rappresentante. Spicca, nella lista, la presenza dell’Afghanistan, dove dal ritorno dei talebani non c’è nemmeno una chiesa funzionante, considerando che quella che c’è era nell’ambasciata italiana poi evacuata e che anche i padri barnabiti che se ne prendevano cura hanno dovuto lasciare il Paese.

Quindi, l’Arabia Saudita, con cui però la Santa Sede ha stabilito alcuni rapporti informali, prima partecipando come Paese osservatore alla Costituzione del KAICIID (il centro per il dialogo interreligioso sponsorizzato dai sauditi, con sede a Vienna fino a quest’anno e ora a Lisbona) e poi con un viaggio, storico, del Cardinale Jean-Louis Tauran da presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che riuscì persino a celebrare una Messa in un territorio considerato sacro per l’Islam.

Altra nazione che non ha relazioni diplomatiche con la Santa Sede è la Cina. La nunziatura di Cina è a Taipei, in Taiwan, dove però dal 1979 non risiede più un nunzio, ma un incaricato d’affari da interim. C’è una missione diplomatica vaticana che risiede nella “missione di studio” ad Hong Kong, sebbene collegata formalmente alla missione della Santa Sede nelle Filippine. Nel 2016, l’Annuario pontificio recava per la prima volta, in nota, indirizzo e numero di telefono di questa missione ad Hong Kong. Dopo il rinnovo dell’accordo sino-vaticano, il Cardinale Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha fatto sapere che la Santa Sede sarebbe anche disposta a spostare la missione di studio a Pechino.

Non ci sono relazioni diplomatiche nemmeno con Corea del Nord, Bhutan, Maldive, Oman e Tuvalu.

La Santa Sede ha invece delegati apostolici nelle Comore e in Somalia in Africa, e in Brunei e Laos in Asia. In queste due ultime nazioni, Papa Francesco aveva anche avviato una particolare “diplomazia della porpora e dei martiri”: ha creato un cardinale in Brunei (deceduto improvvisamente lo scorso anno, senza mai vedersi imposta la porpora per l’impossibilità di viaggiare a causa della pandemia) e uno nel Laos, Paese da cui proviene anche uno dei gruppi di martiri beatificato nel corso del pontificato.

Il Vietnam è il Paese più vicino ad avere piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Il 23 dicembre 2023, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Marek Zalewski, nunzio a Singapore e finore rappresentante non residente della Santa Sede in Vietnam, come rappresentante residente, vale a dire con una sede ad Hanoi, e questo cambia molto il senso dei rapporti tra Vietnam e Santa Sede.

Non sono ancora piene relazioni diplomatiche, ma è il passo appena precedente.
Il Vietnam è uno degli Stati che non ha piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede. A partire da metà degli anni Novanta, però, si è operato un progressivo avvicinamento, anche con un accordo per la nomina dei vescovi che ha mostrato di funzionare, e poi con lo stabilimento di una commissione congiunta che si è riunita alternativamente in Vietnam e presso la Santa Sede. Si è arrivati così nel 2011 alla nomina di un rappresentante non residente della Santa Sede ad Hanoi, e poi, quest’anno, si è giunti finalmente all’accordo per la nomina di un rappresentante residente della Santa Sede.

Si tratta dell’ultimo gradino prima delle piene relazioni diplomatiche, che permette uno scambio e una presenza più costante della Santa Sede sul territorio del Vietnam, sei milioni di cattolici che hanno un peso e un ruolo nella nazione comunista.

Il Vietnam ha anche invitato il Papa ad un viaggio nel Paese, mentre si attendeva per il 2020 un visita nel Paese del Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, ma questa non c’è stata a causa della pandemia da COVID 19.

Le missioni diplomatiche della Santa Sede

La Santa Sede ha attualmente 180 missioni diplomatiche all’estero, e di queste 73 non sono residenti. Ci sono dunque 106 missioni, alcune delle quali non accreditate solamente nella nazione in cui sono situate, ma anche in uno o più altre nazioni o organizzazioni internazionali.

Il numero delle relazioni diplomatiche della Santa Sede è considerevolmente cresciuto negli ultimi anni. All’inizio del Pontificato di Giovanni Paolo II, la Santa Sede intratteneva relazioni diplomatiche con 84 Stati. Nel 2005, all’elezione di Benedetto XVI, erano 174.

Con Benedetto XVI si sono aggiunti il Montenegro (2006), gli Emirati Arabi Uniti (2007), il Botswana (2008), la Russia (2009), la Malesia (2011) e il Sud Sudan (2013). Con Papa Francesco, si sono aggiunte Palestina nel 2015Mauritania nel 2016, Myanmar nel 2017 e Oman nel 2023.

Per tradizione, il nunzio apostolico è decano del corpo degli ambasciatori accreditati presso una nazione, segno del credito dell’importanza che ha la diplomazia pontifica nel mondo. Basti pensare che dal 1871 al 1929, ovvero dall’annessione degli Stati pontifici fino al Trattato lateranense, nonostante il Vaticano non avesse più un vero e proprio territorio, il numero degli Stati con relazioni diplomatiche presso la Santa Sede comunque quasi raddoppiò, passando da 16 a 27, e questo nonostante alcuni Paesi avessero smesso di intrattenere rapporti diplomatici con la Santa Sede.

Per questo motivo, la decisione del Nicaragua di non avere più il nunzio apostolico come decano del Corpo diplomatico è stata considerata un segno di rottura con la Chiesa. Il nunzio non è decano nemmeno in Repubblica Democratica del Congo, con una scelta fatta dal governo Mobutu per segnare una distanza dalla Santa Sede.

Ambasciatori presso la Santa Sede

Gli ambasciatori presso la Santa Sede residenti a Roma sono 93, inclusi quelli dell’Unione Europea e del Sovrano Ordine Militare di Malta. Le ultime ambasciate stabilite sono l’ambasciata del Kazakhstan e l’ambasciata di Belarus (Bielorussia) presso la Santa Sede. Precedentemente, anche Svizzera e Azerbaijan avevano stabilito un ambasciatore residente.

L’ambasciata di Palestina presso la Santa Sede si è installata in seguito all’entrata in vigore dell’Accordo Globale tra la Santa Sede e dello Stato di Palestina del 26 giugno 2015, e nello stesso anno si erano aggiunte di Malesia e di Repubblica Democratica del Congo.

Tra le relazioni con sede a Roma, anche gli uffici della Lega degli Stati Arabi, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – la Santa Sede è stata membro dal 2011 - e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Nel 2024, è stato aperto un ufficio di liaison del Kosovo presso la Santa Sede, ufficio che non ha peso diplomatico, ma che alla fine ha un suo peso specifico, e il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha avuto due incontri con presidente e primo ministro del Kosovo partecipando all’assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2024.

Accordi e Concordati

Santa Sede e Repubblica Italiana hanno stipulato nel 2025 un accordo per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Ponte Galeria. È l’ultimo accordo conosciuto tra la Santa Sede e uno Stato.

Per quanto riguarda accordi e concordati, si contano 261 accordi bilaterali della Santa Sede. Tra questi, alcuni sono modifiche di accordi, mentre altri sono accordi ancora in vigore. In tutto, secondo una relazione, ci sono 214 concordati e accordi tra la Santa Sede e 74 nazioni, e di questi 154 accordi sono stipulati con 24 nazioni europee.

                                                           FOCUS AMBASCIATORI

Un nuovo ambasciatore di Uruguay presso la Santa Sede

Ha terminato il suo mandato come ambasciatore dell’Uruguay presso la Santa Sede Guzman Carriquiry, che era arrivato all’incarico diplomatico nel 2021 dopo una vita spesa al servizio della Santa Sede e vantando anche una amicizia con Papa Francesco. Carriquiry non ha nemmeno avuto una visita di congedo con Leone XIV.

Il 29 dicembre, il Papa ha ricevuto il nuovo ambasciatore Juan Raúl Ferreira Sienra, per la presentazione delle credenziali.

Sienra è anche lui più che settantenne, ha studi negli Stati Uniti e in Uruguay, ha un dottorato, è stato docente universitario, ed è stato senatore e deputato a Montevideo. Il primo incarico da ambasciatore risale al 1995, quando fu inviato in Argentina. Poi ha avuto un periodo come membro del consiglio dell’Istituzione dei Diritti Umani e Difesa del Popolo e Meccanismo Nazionale di Prevenzione, organismo di cui è stato anche presidente.

Un nuovo ambasciatore di Guatemala presso la Santa Sede

Il 29 dicembre, Leone XIV ha ricevuto anche le credenziali di Santiago Palomo Vila, ambasciatore di Guatemala presso la Santa Sede. È giovanissimo – classe 1994 – con un Master ad Harvard, ed ha una carriera politica rapidissima, che lo ha portato ad essere nell’ultimo anno segretario per la Comunicazione della Presidenza della Repubblica del Guatemala.