Diplomazia pontificia, quanti sono i cristiani perseguitati nel mondo?

Papa Francesco con Thorbjørn Jagland, Segretario Generale del Consiglio d’Europa, 17 gennaio 2019
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Oltre al rapporto biennale sulla libertà religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, c’è un altro rapporto da guardare con attenzione: è il World Watch list di Open Doors, una missione senza denominazione religiosa che supporta i cristiani perseguitati nel mondo, è attiva in più di 70 nazioni ed è stata fondata nel 1955. Ogni anno, il World Watch List fa un punto sulla persecuzione dei cristiani nel mondo. L’ultimo rapporto è uscito il 16 gennaio.

È una settimana di ripresa di lavori, per la diplomazia pontificia. Il 14 gennaio, gli arcivescovi Bernardito Auza e Ivan Jurkovic sono stati in udienza da Papa Francesco, all’inizio di una settimana che li ha visti incontrarsi con i superiori della Segreteria di Stato: si pongono in questi incontri le basi dell’attività multilaterale della Santa Sede nel corso dell’anno. E, a proposito di multilaterale, Papa Francesco ha ricevuto il 17 gennaio Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa.

La World Watch List di Open Doors

Il rapporto di Open Doors si riferisce al 2018. I dati segnalano un aumento delle persecuzioni contro i cristiani sia per numero di Paesi che per numero di cristiani colpiti. Secondo il rapporto, 1 cristiano su 9 ha subito livelli elevati di persecuzione, per un totale di 245 milioni di persone. Sono 4136 i cristiani uccisi, secondo un trend in forte crescita: nel 2016, c’erano stati 1207 cristiani uccisi, nel 2017 erano stati 3066.

Sono 73 i Paesi in cui la persecuzione è considerata molto alta, su 150 Paesi monitorati. Nel 2018, ci sono stati 1847 casi di edifici religiosi danneggiati.

Il rapporto fa anche una lista di Paesi dove la persecuzione è “estrema”, “molto elevata” ed “elevata”. Ci sono 11 Stati in cui la persecuzione è estrema, 29 in cui è molto elevata e 10 in cui è semplicemente elevata.

Il Paese a più estrema persecuzione religiosa è la Corea del Nord, dove persino possedere una Bibbia è illegale e dove si ritiene ci siano dai 50 mila ai 70 mila cristiani sono rinchiusi nei campi di lavoro. Nella “top ten nera”, seguono Afghanistan, Somalia, Libia, Pakistan, Sudan, Eritrea, Yemen, Iran, India e Siria. La Russia entra nel gruppo delle prime 50, al 41esimo posto, a causa dell’intensificarsi delle violenze da parte di gruppi di estremisti islamici nel Caucaso, nelle repubbliche del Daghestan e della Cecenia.

Se la situazione dei cristiani è peggiorata in Nord Africa, è diventata addirittura critica in Asia, e specialmente in Cina, dove la persecuzione è la peggiore da un decennio, in Laos, in Vietnam. L’aumento del nazionalismo minaccia i cristiani in India, tra le situazioni più critiche, ma anche in Nepal, in Bhutan e Myanmar.

Il fondamentalismo islamico, molto presente, colpisce soprattutto in Nigeria, e un dato lo mette in luce: dai 4136 cristiani uccisi nel 2018, 3731 sono nigeriani, il 90 per cento, mentre nel 2018 si sono moltiplicati villaggi e attentati nel Nord Est della Nigeria. Critica la situazione in Repubblica Centrafricana, vittima di una guerra civile dal 2013, e il Kenya, colpito a gennaio 2018 da un attentato a Nairobi del gruppo jihadista somalo al Sahaab.

Il prefetto per la comunicazione incontra i giornalisti

Nell’ambito degli incontri HOMs (Head of Missions), gli ambasciatori dell’Unione Europea accreditati presso la Santa Sede hanno avuto il 16 gennaio un incontro con Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero della Comunicazione vaticano. L’incontro era stato organizzato da Jan Tombinsky, ambasciatore dell’Unione Europea presso la Santa Sede.

L’incontro si è tenuto nella sede del Dicastero, e hanno partecipato anche monsignor Lucio Adrian Ruiz, numero 2 del dicastero, e Natasa Govekar, a capo della direzione pastorale del dicastero.

Durante l’incontro – durato circa una ora – Ruffini ha parlato a larghe linee della riforma della comunicazione vaticana. Ha spiegato che il progetto è quello di accorpare sotto una unica struttura ben nove enti riguardanti la comunicazione vaticana, secondo un piano quinquennale. A domanda precisa, ha risposto che non c’è l’intenzione di chiudere alcuna delle sezioni linguistiche, sebbene il budget sia stato ridotto, come noto. L’obiettivo è quello di ripensare i media del Vaticano con una comunicazione in sinergia tra tutti gli enti, e il direttore editoriale è chiamato proprio a coordinare i contenuti giornalistici. Il prefetto ha anche parlato della volontà di creare maggiore sinergia con le Chiese locali in occasione delle visite ad limina, mentre L’Osservatore Romano sarà sempre più destinato ad approfondimenti, nonostante la comunicazione moderna è molto veloce. Si è parlato anche del tema degli abusi.

Gli Osservatori Permanenti presso le Nazioni Unite visitano Papa Francesco

Il 14 gennaio, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di New York, e l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, sono stati in udienza da Papa Francesco.

Gli incontri sono parte del regolare incontro annuale con i superiori. In particolare, l’arcivescovo Auza ha illustrato il progetto di stagisti provenienti dall’Istituto Toniolo. Il programma è destinato a studenti dell’ultimo anno accademico o negli studi post-laurea, e prevede una borsa di studio per uno stage presso la Missione della Santa Sede a New York.

Si congeda l’ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede

Mehmet Pacaci, ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede, è stato il 14 gennaio in visita di congedo da Papa Francesco. Pacaci, studioso molto conosciuto in patria, è stato colui che ha gestito la crisi tra Turchia e Santa Sede dopo le dichiarazioni di Papa Francesco sul genocidio armeno. La distensione dei rapporti rese più facile il viaggio del Papa in Armenia. Dal 24 al 26 giugno 2016.

Il successore di Pacaci è stato già nominato: è il consulente stampa del presidente Recep Tayip Erdogan, Luftulla Gotkas

Il Segretario Generale del Consiglio d’Europa da Papa Fransceco

Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa, è stato in visita da Papa Francesco lo scorso 17 gennaio. Dopo l’incontro con Papa Francesco, c’è stato un incontro in Segreteria di Stato con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per le relazioni degli Stati. Il viaggio di Jagland ha incluso anche l’incontro con altri membri della Curia, nonché un colloquio con padre Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori e del Comitato che sta preparando l’incontro vaticano sulla protezione dei minori del prossimo 21-24 febbraio.

“Scopo della visita – si legge in una nota del Consiglio d’Europa – è fare il punto sulla cooperazione di vecchia data tra Santa Sede e Consiglio d’Europa, e di discutere aree e prospettive di futura collaborazione”.

La Santa Sede è osservatore del Consiglio d’Europa dal 1970, e ha ratificato nove convenzioni del Consiglio d’Europa. In più, la Santa Sede è membro del comitato MONEYVAL, delle rotte culturali del Consiglio d’Europa, della Commissione Venezia, di Lisbona Nord – Sud – Centro e della Banca dello Sviluppo del Consiglio d’Europa. Partecipa anche come osservatore a diversi comitati, inclusa la Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza.

Papa Francesco aveva già ricevuto Jagland in udienza privata il 20 settembre 2014, e aveva visitato il Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 novembre 2014. Non era il primo Papa ad andare al Consiglio d’Europa: Giovanni Paolo II era stato a Strasburgo nell’ottobre 1988, alla vigilia del 40esimo anniversario dell’organizzazione.

Parlando con Vatican News, Jagland ha detto che lui e il Papa hanno parlato “delle sfide comuni che l’umanità si trova ad affrontare”, tra cui quella di “proteggere le persone contro l’uso arbitrario della forza da parte di qualsiasi autorità, ma anche a livello umano”.

Jagland ha anche notato con il Papa che c’è, per la questione abusi, uno strumento giudiziale sotto forma di Trattato Internazionale “che si occupa della tutela delle vittime, ma anche della prevenzione”, e ha dato l’idea che la Santa Sede aderisca alla Convenzione.

Incontro tra il ministro degli Esteri italiano e il Cardinale Parolin

Lo scorso 12 gennaio, il Cardinale Pietro Parolin ha ricevuto il ministro degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi. La nota della Farnesina non chiarisce quali siano stati i temi che sono stati toccati nell’incontro.

Italia e Santa Sede festeggiano quest’anno i 90 anni dei Patti Lateranensi, citati da Papa Francesco nel suo discorso di inizio anno agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, ma anche i 35 anni dalla revisione del Concordato. Come di consueto, si terrà un incontro bilaterale presso Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata di Italia presso la Santa Sede, che dovrebbe avere luogo il 14 febbraio.

Italia e Santa Sede avevano anche inaugurato una serie di incontri periodici bilaterali a livello di ministero degli Esteri, raccontati però pubblicamente solo il 24 novembre 2016 in una conferenza stampa congiunta dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati, e l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni

Papa Francesco riceve i consiglier di Pax Christi

Sempre il 12 febbraio, Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata i consiglieri di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace fondato nel 1945. I temi dell’incontro sono stati l’educazione alla pace nelle scuole e nelle carceri, soprattutto minorile, il tema del disarmo, i contesti della guerra in Siria e Palestina. Monsignor Giovanni Ricchiuti, presdente del Movimento, ha raccontato a Vatican News che il Papa ha detto loro di “insegnare l’arte della mediazione: i conflitti si superano solo attraverso itinerari di mediazione”.

Papa Francesco incontra un gruppo di parlamentari coreani

Lo scorso 16 gennaio, in una saletta dell’Aula Paolo VI, Papa Francesco ha incontrato un gruppo di parlamentari coreani. Ne ha dato notizia l’Osservatore Romano. Il gruppo di parlamentari era in Italia per partecipare al convegno internazionale “Co-governance: corresponsabilità nelle città”, promosso dal Movimento dei Focolari, che si tiene dal 17 al 20 gennaio a Castelgandolfo.

La delegazione era composta da dieci persone, alcuni attualmente parlamentari e altri che hanno fatto parte del Parlamento. Tra questi, alcuni aderiscono al Movimento Politico per l’Unità.

Secondo la stampa sudcoreana, Papa Francesco avrebbe “incoraggiato i presenti al dialogo e alla ricerca di consensi che favoriscano e rinforzino e il bene comune”, e sottolineato la necessità di “riconciliazione e unità”.

La Santa Sede è stata molto impegnata per il dialogo nella penisola coreana. Il 24 maggio 2017, fu una delegazione dalla Corea del Sud a chiedere a Papa Francesco di favorire un dialogo tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, perché si rompesse l’isolamento. Quindi, il presidente Moon ha portato a Papa Francesco il 18 ottobre 2018 l’invito del leader Kim a visitare la Corea del Nord.

Più volte, Papa Francesco ha fatto appelli di pace per la penisola coreana.

Costa d’Avorio, la Chiesa si mette al servizio della riconciliazione

Dopo il conflitto che ha colpito la Costa d’Avorio, alla vigilia delle elezioni presidenziali, la Chiesa si mette al servizio della comunione e della riconciliazione nel Paese, ha dichiarato il vescovo Ignace Bessi Dogbo di Katiola, presidente della Conferenza Episcopale della Costa d’Avorio.

Le parole del presule giungono all’apertura della 111esima assemblea plenaria della Conferenza episcopale. Il vescovo ha parlato nel giorno in cui la Corte Penale Internazionale (CPI) ha assolto l’ex Presidente ivoriano Gbagbo dall’accusa di crimini contro l’umanità e ne ha ordinato l’immediata scarcerazione. Insieme all’ex Capo dello Stato è stato assolto Charles Blé Goudé (ex-leader del movimento dei Giovani Patrioti fedeli a Gbagbo).
Gbagbo non aveva riconosciuto la vittoria elettorale di Alassane-Ouattara, dando inizio ad una crisi costata oltre 3 mila morti, che ha avuto il solo merito di porre fine alla guerra civile scoppiata il 19 settembre 2002.

Nell’agosto 2018, il presidente Ouattara ha annunciato una amnistia per 800 prigionieri politici, ed è stato un primo passo per la riconciliazione nazionale. Il Paese si prepara ad affrontare elezioni presidenziali e politiche nel 2020, e il vescovo Bessi ha chiesto che affinché il voto sia veramente libero e pacifico occorre che gli organi di garanzia (Commissione Elettorale, Corte Suprema, Consiglio Costituzionale) rimangano strettamente neutrali”.

Papa Francesco incontra il Primo Ministro di Etiopia

Il prossimo 21 gennaio, Abiy Ahmed Ali, Primo Ministro di Etiopia, farà visita a Papa Francesco. La visita viene dopo lo storico accordo tra Eritrea ed Etiopia, che ha posto fine a un conflitto durato venti anni e segnalato tra le luci dell’anno diplomatico da Papa Francesco nel discorso di inizio anno agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, e dopo le elezioni presidenziali di novembre, che hanno visto per la prima volta eleggere alla guida della nazione una donna, Sahle-Work Zewde

Papa Francesco aveva mostrato particolare attenzione all’Etiopia anche creando cardinale Berbaneyesus Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba, nel concistoro del 14 febbraio 2015.

Fu Paolo VI ad accogliere il primo ambasciatore di Etiopia presso la Santa Sede, nel 1969, 40 anni fa. Nel suo discorso, Paolo VI ricordò gli antichi legami tra Santa Sede in Vaticano, segnalati anche dalla presenza nella Città Leonina della Chiesa di Santo Stefano dei Mori o degli Abissini e del Pontificio Collegio Etiopico,

La storia diplomatica di Santa Sede ed Etiopia comincia con il breve Spectat ad Romanum Pontificem di Pio X del marzo 1937, con cui il Papa erigeva la delegazione apostolica dell’Africa Orientale Italiana, staccandola dalla delegazione apostolica di Egitto, Arabia, Eritrea ed Etiopia.

Nel 1946, al termine del periodo coloniale italiano, la delegazione divenne delegazione apostolica d’Etiopia, mentre Santa Sede e governo etiope stabilirono relazioni diplomatiche il 20 marzo 1957, e cinque giorni dopo fu eretta l’internunziatura apostolica di Etiopia. L’8 marzo 1969, Paolo VI promosse l’internunziatura a nunziatura con il breve Ex Quo tempore. La nunziatura aveva competenze su Etiopia ed Eritrea, e dal 2000 su Gibuti. Nel 1995, Santa Sede ed Eritrea stabilirono relazioni diplomatiche, e il nunzio in Etiopia rappresentava anche la Santa Sede in Eritrea. Dal 2003, ci sono due nunzi differenti. Dal gennaio 2004, il nunzio in Etiopia ha anche la carica di delegato apostolico di Somalia e rappresentante della Santa Sede presso l’Unione Africana.

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