Diplomazia pontificia, un italiano inviato speciale UE per la libertà religiosa?

Circola il nome di Mario Mauro come prossimo inviato dell’Unione Europea per la libertà religiosa. Si discute del ruolo delle religioni nello sviluppo. Si parla anche del Papa a Kiev

Una veduta della Commissione Europea
Foto: CCO
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Potrebbe essere l’italiano Mario Mauro il prossimo inviato speciale dell’Unione Europea per la libertà religiosa. La nomina andrebbe a coprire una vacanza di circa sei mesi, e darebbe nuova linfa all’impegno dell’Unione Europea per la libertà religiosa.

Intanto, Anna Zaborska, che ricopre il ruolo per la Slovacchia, spiega ad ACI Stampa quali sono le sfide di chi si occupa di libertà religiosa.

Sul fronte della politica internazionale, prosegue il dibattito su un possibile viaggio di Papa Francesco a Kyiv, mentre dall’Arabia Saudita si fa circolare l’ipotesi di un eventuale viaggio del Papa lì. Solo speculazioni, per ora.

                                   FOCUS LIBERTÀ RELIGIOSA IN EUROPA

Verso un nuovo inviato speciale dell’Unione Europea sulla libertà religiosa?

Secondo indiscrezioni, l’ex senatore italiano Mario Mauro sarà designato come inviato speciale dell’Unione Europea per la libertà religiosa. Se così fosse, Mauro succederà a Jan Figel, il primo inviato, che ebbe un ruolo cruciale nella liberazione di Asia Bibi, e anche al brevissimo mandato di Christos Styliades, che dopo meno di un anno ha preso un incarico nel governo greco.

Mauro, classe 1961, ha servito come vicepresidente del Parlamento Europeo dal 2004 al 2013. Ministro della Difesa del governo Letta ra il 2013 e il 2014, è senatore tra il 2013 e il 2018 e attualmente serve come consulente di società del settore di difesa e spaziali.

L’incarico di inviato speciale per la libertà religiosa è stato delineato dall’Unione Europea nel 2016, dopo il conferimento del Premio Carlo Magno a Papa Francesco. Recentemente, anche l’Italia si è dotata di un inviato speciale per la libertà religiosa, nella persona di Andrea Benzo.

Dopo l’esperienza di Sam Brownback nel corso dell’amministrazione Trump, il presidente Biden negli USA ha nominato Rashad Hussain come ambassador-at-large per la libertà religiosa, mentre da tempo il Canada aveva abolito la posizione. Ce lo ha invece la Slovacchia, che lo ha nominato poco prima dell’arrivo di Papa Francesco in visita lo scorso settembre nella persona di Anna Záborská, mostrando una particolare sensibilità al tema.

In Slovacchia, l'Ufficio del Rappresentante Plenipotenziario funziona in Slovacchia all'interno della struttura dell'Ufficio del Governo della Repubblica Slovacca. Ha la Sua sede e la Sua struttura, e un direttore dell’ufficio. Il suo funzionamento è simile a quello del sottosegretariato per i cristiani perseguitati in Ungheria, esempi unici nel loro genere. Secondo lo statuto, l’ufficio del rappresentante Plenipotenziario slovacco ha lo status di organo consultivo del governo di cui è responsabile. Anna Záborská dovrebbe svolgere compiti nel campo della protezione della libertà di religione o di credo e attuare misure sistemiche per aiutare a rispettare la libertà di religione o di credo in patria e all'estero, con particolare attenzione al contributo delle chiese e delle società religiose alla vita civile e sociale.Il nuovo ufficio dovrebbe anche rispondere alla necessità del dialogo interreligioso e della prevenzione dell'estremismo religioso.

Gli incontri di Anna Záborská in Vaticano

Záborská ha poi potuto avere una serie di incontri istituzionali in Vaticano ad inizio maggio, a margine del pellegrinaggio di restituzione della visita degli slovacchi a Roma. In quei giorni, Záborská ha incontrato i rappresentanti del Dicastero per l'Unità dei cristiani e della Pontificia Accademia per la Vita.

“Con il cardinale Kurt Koch , che presiede il dicastero ecumenico –ha detto Zaborska - ho affrontato i temi come libertà di religione, ecumenismo, convivenza delle singole Chiese, denominazioni cristiane, ma anche ulteriori rapporti con le Chiese orientali, ortodossia. Esteriormente può non sembrare che serva un dialogo oppure un mediatore, ma a volte un monitoraggio accurato o un intervento precoce riesce eliminare i problemi all’inizio. È necessario, dunque, essere ancora più vigili e cercare di rivelare alcune discrepanze”.

Durante colloquio con l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sono stati affrontati i temi della protezione della vita, dell’ordine e del diritto naturale, argomenti – spiega Záborská “sui quali ho lavorato durante tutta la mia carriera politica per più di 30 anni e su cui si poggia l’intera società”. Secondo Záborská, dal colloqui con Paglia è emersa la consapevolezza che la vita va trattata nella sua interezza, non trattando solo periodi più vulnerabili come la nascita e la morte, ma anche altri aspetti della politica della vita e della salute, alla politica ambientale.

Záborská ha sottolineato che “pubblica opinione e media riescono ogni tanto a manipolare queste politiche” perché dicono che “i politici credenti hanno solo lo scopo de divieto di aborto o eutanasia. Ma questo non è vero e deve essere portato all’attenzione della società”.

Záborská ha anche raccontato che l’ufficio per l’inviato della libertà religiosa in Slovacchia è cominciata da tempo, già dalla precedente legislatura, mentre era in corso “una grande persecuzione di cristiani, yazidi e persone di altre confessioni religiose” in luoghi come “l’Egitto, l’Iraq, la Siria” e il Parlamento ha adottato una risoluzione che condannava la persecuzione dei cristiani e invitava il governo a creare l’ufficio.

Il governo slovacco ha inserito questa richiesta nel suo programma e si è impegnato a creare questo ufficio, cosa che ha necessitato una ampia preparazione. L’ufficio è stato poi annunciato appena prima della visita del Papa in Slovacchia.

“Sicuramente – ammette Záborská – il momento di istituzione dell’ufficio portava con sé un simbolismo. L'Ufficio ha iniziato a lavorare il 15 febbraio quest'anno . Lo scorso settembre scorso, sono stata nominata il rappresentante Plenipotenziario, il che è per me un grande onore. Questo argomento mi sta molto vicino, l'ho già affrontato come deputato al Parlamento europeo, sono stata membro del gruppo di lavoro per il dialogo interreligioso e culturale, ho visitato diversi paesi, con i miei colleghi abbiamo preparato diversi risoluzioni da parte del Parlamento europeo, quindi in qualche modo sono arrivata naturalmente a questa posizione”.

Per quanto riguarda i futuri programmi, “l'ufficio della rappresentante Plenipotenziaria si vuole concentrarsi su due aree. La maggior parte delle persone pensa che l'ufficio dovrebbe monitorare la persecuzione per fede solo all'estero e monitorare la situazione solo all'estero, in Nigeria, Iraq, Siria o Asia. Ovviamente è il nostro ruolo, la Slovacchia è membro della International Religious Freedom or Belief Alliance e ci occupiamo principalmente della questione della persecuzioni per la fede nel mondo, ma quando preparavamo il programma, ci siamo resi conto che ogni Stato dovrebbe portare il proprio popolo a rispettare un'opinione e una religione diversa, e che molte volte succede che mancanza di rispetto per questa libertà, questi diritti possono portare a conflitti e quindi abbiamo deciso di creare un programma indirizzato la libertà della religione o del credo anche da noi, a casa”.

L’idea è quella di cominciare con i giovani nelle scuole, per creare una vera e propria comunicazione, ma anche di cooperare con le confessioni religiose nel Paese.

                                    FOCUS POLITICA E RELIGIONE

Un dialogo a Roma sull’impatto della religione sugli obiettivi di sviluppo sostenibileIl tema della libertà religiosa è entrato anche nel dialogo organizzato dall’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI) e della Scuola degli Affari Globali Keough dell’Università statunitense di Notre Dame, in collaborazione con il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e della Partnership Internazionale sulla Religione e sullo Sviluppo Sostenibile.

Al dialogo hanno partecipato anche gli ambasciatori Chiara Porro e Chris Trott, che rappresentano rispettivamente Australia e Regno Unito presso la Santa Sede, e Paul Gibbard, rappresentante del Canada presso la Santa Sede, nonché Andrea Benzo, inviato speciale dell’Italia per la libertà religiosa.

Al termine del loro dialogo, il professor Fabio Petito, dell’Università del Sussex, ha notato che “in realtà gli ambasciatori presso la Santa Sede diventano, nel corso del loro incarico, loro stessi ambasciatori del coinvolgimento delle religioni nei temi di politica”. Affermazione corroborata in fondo dal fatto che Franziska Honsowitz-Friessnigg, ambasciatore uscente di Austria presso la Santa Sede, andrà proprio ad occupare il ruolo di inviato per la libertà religiosa in patria.

Il dialogo si è sviluppato in due giorni, il 23 e 24 giugno. Il primo, aperto, era parte del programma di COOPERA, mentre il secondo, a porte chiuse, aveva come scopo quello di comprendere in che modo le religioni hanno un impatto sul raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030.

“La religione – si legge nel concept dell’evento – è politicamente ambivalente: può essere parte del problema e parte della soluzione alle sfide globali, dal cambiamento climatico alla crescente inotlleranza, dai conflitti settari alle violazioni dei diritti umani”.

La comunità internazionale ha comunque riconosciuto “il positivo ruolo che la religione può avere nel supportare lo sviluppo sostenibile e società pacifiche e inclusive, cercando sempre più partnership con le comunità religiose”.

Lo scopo del dialogo era quello di arrivare a “una comprensione più sfumata di cosa gli attori religiosi possono mettere sul tavolo come partner nello sviluppo”, con uno speciale focus nella considerazione delle dinamiche dello stesso impegno religioso.

Tra gli eventi considerati dirompenti, c’è la firma del documento sulla Fraternità Umana, firmato nel 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di al Azhar.

                                                FOCUS UCRAINA

Papa Francesco a Kyiv?

L’Ucraina continua ad essere al centro delle preoccupazioni della diplomazia pontificia. Papa Francesco ne ha parlato all’udienza concessa alla Riunione Opere di Aiuto delle Chiese Orientali, e queste hanno ospitato una intera sessione sulla questione ucraina, dove sono intervenuti l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina Sviatoslav Shevchuk e l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico.

Papa Francesco aveva detto di voler andare a Kyiv a un gruppo di bambini dell’iniziativa del Treno dei Bambini, e poi ha incontrato, su iniziativa di un suo amico argentino, tre interlocutori ucraini proprio per cercare di comprendere in che modo alleviare l’opinione degli ucraini nei suoi confronti – opinione particolarmente compromessa sia per le dichiarazioni del Papa, che sembrano accettare solo la prospettiva russa, sia per la decisione alla Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo di far portare la croce ad una donna russa e ad una donna ucraina, in un tentativo di spingere alla riconciliazione.

Tutte queste vicende hanno creato una situazione complessa, tanto che in una intervista ad Avvenire, il vescovo Vitaliy Krivitskiy di Kyiv-Zytomyr ha sottolineato che “sarebbe una gioia straordinaria poter accogliere Papa Francesco a Kyiv. Ma al momento ritengo che non ci siano le condizioni per la visita”.

Nell’intervista, il vescovo di Kiev si sofferma anche sull’appoggio dato alla guerra del Patriarca Kirill, sottolineando che non solo le comunità cristiane in Ucraina ma anche tutte le realtà religiose hanno condannato le dichiarazioni di Kirill. La guerra non è mai giusta. E qualsiasi leader religioso favorevole all’aggressione di un Paese dovrebbe farsi un serio esame di coscienza”.

Consiglio Pan Ucraino delle Chiese contro la convenzione di Istanbul

In un tempo di guerra, il Parlamento Ucraino comunque continua la sua attività, e il 20 giugno ha calendarizzato anche una discussione per la ratifica della Convenzione di Istanbul. La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, è stata fortemente avversata perché, al di là dell’obiettivo condivisibile, introduceva temi di ideologia gender.

Sulla questione ha parlato anche il Consiglio Pan Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose, una Onlus che mette insieme tutte le confessioni religiose ucraine e che ha un grande peso nella nazione.

Nella dichiarazione resa prima del votto, il Consiglio ha sottolineato che “i tentativi di ratificare la convenzione di Istanbul in tempo di guerra e la presenza di vedute opposte nella società riguardo queste iniziative provocherà solo una nuova ondata di pubbliche proteste, scontento e criticismo della leadership ucraina, in un tempo in cui il nostro Stato ha bisogno di unità, coesione e consolidamento degli sforzi di tutte le istituzioni pubbliche per vincere la guerra contro l’aggressore russo”.

L’appello è stato inviato il 16 giugno alla presidente del Parlamento Ucraino (Verkhovna Rada) e ai capi delle fazioni parlamentari”.

“Dati i pericoli dell’ideologia gender – continua la dichiarazione – invece di ratificare la Convenzione di Istanbul, il Consiglio delle Chiese chiede di mettere in atto tutte le misure pratiche e di sviluppare la legislazione nazionale ucraina per contrastare la violenza domestica contro le donne, come fanno altre nazioni europee che rifiutano di firmare la convenzione”, e cioè Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Armenia e Turchia.

I leader religiosi hanno chiesto ai leader del Parlamento di “prevenire una escalation di tensione e una divisione nella società ucraina”, e dunque di “smettere di considerare la questione della ratifica della Convenzione di Istanbul come quella che ha bisogno di maggiore discussione pubblica ed è in cerca di consenso pubblico.

Dopo la ratifica, il Consiglio pan-ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni religiose ha rilasciato un’altra dichiarazione in cui “giudica allarmante per la democrazia in Ucraina il frettoloso voto del Parlamento e la firma da parte del Presidente della legge che ratifica la Convenzione di Istanbul”.

Il Consiglio ha notato che “al posto di una discussione civile, nei giorni scorsi nei vari media le figure religiose e i credenti che avevano mosso osservazioni motivate sul contenuto della Convenzione, hanno visto numerose manifestazioni di odio e ostilità da parte di alcuni sostenitori della ratifica del documento”.

Nella dichiarazione si legge anche che “durante gli incontri con il presidente Volodymyr Zelensky il 17 dicembre 2021 e con il presidente di Verkhovna Rada Ruslan Stefanchuk il 4 febbraio dell’anno in corso, i leader religiosi hanno ricevuto assicurazioni di ulteriori consultazioni e di un'adeguata discussione pubblica sul tema delle divergenze di opinioni legate alla Convenzione di Istanbul”.

I religiosi accusano che “la società non ha ancora ricevuto una spiegazione esauriente di come la Convenzione di Istanbul possa migliorare l'attuale legislazione dell'Ucraina nel campo della lotta contro la violenza domestica, quali sarebbero i cambiamenti pratici, e se è possibile raggiungere questi cambiamenti senza la ratifica della Convenzione di Istanbul”.

Inoltre, concludono, “i genitori credenti di diverse confessioni sono preoccupati per il contenuto dell'articolo 14 della Convenzione di Istanbul riguardo ai ‘materiali didattici su temi quali … i ruoli di genere non stereotipati’ e se questo contenuto si applicherà alla promozione delle relazioni omosessuali tra gli studenti come norma di comportamento sessuale”.

L’auspicio è che “il Presidente e il Parlamento ucraino non ripetano simili errori quando si ignora l'opinione di gran parte della società ucraina costituita dai cittadini credenti”, notando come “l'intolleranza verso l'opinione della comunità religiosa, la riluttanza a dialogare e la negazione del diritto delle associazioni religiose a partecipare alla vita pubblica del Paese, dovrebbero essere un segnale allarmante per la società ucraina”.

Va ricordato che negli ultimi anni in Ucraina più di 100 consigli locali di tutti i livelli (regione, città, villaggio) hanno votato contro la ratifica della Convenzione di Istanbul e hanno protestato a nome dei loro elettori contro i tentativi di integrare l'ideologia di genere nella legislazione e nella vita pubblica in Ucraina.

                                                FOCUS PAPA FRANCESCO

Papa Francesco in Arabia Saudita?

Ha annullato il viaggio in Repubblica Democratica del Congo, ma sembra sia ancora possibile che il Papa viaggi verso il Canada (il programma è stato diffuso il 23 giugno, anche se non è vincolante), e continuano comunque ad arrivare inviti o idee per viaggi del Papa. Dopo il Kazakhstan, e l’idea Libano ancora non del tutto tramontata, si è arrivati (lo ha fatto la rivista Salon) a parlare anche di un possibile, storico viaggio del Papa in Arabia Saudita.

La visita verrebbe a seguito di una conferenza sulla crisi globale del clima che ha messo insieme persone di diversi riferimenti religiosi (da musulmani, ad Ebrei, a cattolici, ortodossi e protestanti, fino ad hindu e buddhisti).

La Conferenza era sponsorizzata dalla Lega Musulmana Mondiale, che è stata tra l’altro in Vaticano per incontrare Papa Francesco nel 2017. La Lega, il cui segretario generale è Mohammad all Issa – è nata 60 anni, largamente sponsorizzata dal governo saudita, e propone una forma di Islam moderato e “dialogo interreligioso, tolleranza religiosa e coesistenza pacifica con le autorità religiose globali”.

Tra le cose degne di nota, il fatto che Brahmeshanand Acharya Swami, un leader religioso indù di Goa, ha tenuto il discorso di apertura, mentre è anche presente un buddista, il primo a viaggiare dello Sri Lanka all’Arabia Saudita.

Molto interessante la presenza al summit sia della Chiesa ortodossa di Ucraina e del Patriarca di Mosca, nonché di altri leader. Mentre è stata molto lodata la posizione di Papa Francesco nei confronti dell’Islam, e si è guardato con interesse al viaggio di Papa Francesco nel 2019 negli Emirati Arabi Uniti.

Per l’Arabia Saudita, una visita del Papa sarebbe un enorme successo politico e diplomatico. Certo, ci sarebbe poi da creare una reciprocità, si deve permettere la costruzione di chiese in un territorio che per l’Islam si considera sacro, si deve permettere la celebrazione di una Messa (ci riuscì il Cardinale Jean Louis Tauran, durante la sua ultima missione). Tutto questo, tuttavia, non appare impossibile nemmeno in Arabia Saudita. Così, la voce di una visita del Papa viene fatta circolare, in attesa che si concretizzi.

                                                FOCUS PRESPA FORUM

L’arcivescovo Gallagher in Macedonia

Oltre alla partecipazione al Prespa Forum, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha avuto vari incontri bilaterali nel suo viaggio del 16 – 19 giugno in Macedonia del Nord, ed ha anche celebrato Messa nella cattedrale di Skopje il 19 giugno.

Nell’omelia in cattedrale, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che la sua presenza “vuole essere un segno della sollecitudine del Papa per tutte le Chiese, e specialmente oggi per la Chiesa della Macedonia del Nord.

Parlando della rivelazione di Cristo, il “ministro degli Esteri” vaticano nota che “tutti i guerrieri conquistatori portarono nuove sofferenze all’umanità, fecero versare fiumi di sangue e lacrime, insultarono innumerevoli innocenti, resero sempre infelici gli altri e, alla fine, si ingannarono anche”, mentre Gesù “mostrerà che l’uomo e deve essere felice in un modo diverso”, perché lui salva il mondo, ma “non toglie la vita agli altri, ma sacrifica la propria per tutti, per la salvezza del mondo”.

Ricordando che San Paolo passò dalla Macedonia, Gallagher sottolinea che “il vostro Paese sta assistendo all’accoglienza della fede di molti secoli fa”. E mette in luce poi il passaggio di San Cirillo in quelle terre, “apostolo dei popoli slavi”, il quale “ha lasciato una testimonianza eterna dell’evangelizzazione che oggi, a causa delle mutate condizioni, dovrebbe essere sempre più una nuova evangelizzazione”.

Gallagher incontra il presidente della Macedonia del Nord

Il 18 giugno, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato il presidente della Macedonia del Nord Stevo Pendarovski nel Palazzo presidenziale di Vodno. Nel corso dell’incontro – si legge in una nota della presidenza – “gli interlocutori si sono scambiati opinioni sui rapporti complessivi tra Macedonia e Santa Sede, legati da profondi legami storici e comprensione reciproca, ed hanno espresso soddisfazione per l'accresciuta dinamica degli incontri e delle visite ad alto livello”.

Sono state anche “discusse anche le iniziative in corso volte a promuovere la cooperazione reciproca”, e il presidente Pendarovski “ha sottolineato che la comunità cattolica nella Macedonia del Nord, sebbene in numero esiguo, è molto rispettata ed è una parte importante della società multiculturale e multiconfessionale macedone”.

Gallagher incontra il ministro degli Esteri della Macedonia del Nord

Sempre il 18 giugno, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Bujar Osmani, ministro degli Affari Esteri della Macedonia del Nord. Nel corso dell’incontro, si legge in un comunicato del ministero di Skopje, “è stata espressa reciproca soddisfazione per il successo dello sviluppo delle relazioni bilaterali tra i due paesi, basate su importanti legami storici, valori culturali condivisi e tradizioni spirituali comuni.

Osmani ha dichiarato che “si stanno sviluppando relazioni strette, amichevoli e oneste tra il Vaticano e Skopje. Si basano sulla nostra tradizionale connessione, incarnata in Gonxhe Bojaxhiu, nata qui a Skopje, la nostra Madre Teresa, che con la sua umanità e misericordia, è profondamente radicata come santa nel sistema di valori cattolico romano”.

 Il ministro degli Esteri ha poi affermato che “tornando indietro, raggiungeremo i santi apostoli Cirillo e Metodio, che sono anche pilastri del modello culturale europeo, e un solido ponte che collega la Macedonia del Nord e il Vaticano”.

Ringraziando per la partecipazione dell'arcivescovo Gallagher al nuovo Prespa Forum Dialogue tenutosi a Ohrid, il ministro Osmani ha informato il suo omologo sulle ultime condizioni e sfide nel processo di integrazione della Macedonia del Nord nell'Unione europea.

"Penso – ha dichiarato Osmani - che abbiamo avuto una discussione fruttuosa, con argomenti davvero importanti, in particolare il fatto che ha dominato l'intero forum, che i Balcani occidentali, inequivocabilmente appartengono all'Unione europea, e la Macedonia del Nord ha ricevuto il sostegno di quasi tutti i partecipanti all'apertura dei negoziati con l'Unione durante "della presidenza francese".

L'arcivescovo Gallagher ha ribadito il sostegno della Santa Sede all’adesione della Macedonia del Nord nell’Unione Europea, e sottolineato che “l'integrazione del Paese nella famiglia europea andrà a beneficio non solo della Regione ma dell'intero continente”.

Altre informazioni sul viaggio di Gallagher in Macedonia

L’arcivescovo era arrivato il 16 giugno, ed aveva preso parte alla seconda edizione del Prespa Forum Dialogue il 16 e 17 giugno. Tema del Prespa Forum era “Shaping Western Balkans Future in the Contemporary European Society Architecture”, e il “ministro degli Esteri” della Santat Sede ha partecipato a due panel: “Costruire una sicurezza europea resiliente insieme”, e “la prossima generazione dei Balcani occidentali”.

Il tema dei Balcani occidentali è ricorso nei vari colloqui, e l’arcivescovo Gallagher – spiega L’Osservatore Romano nella sua edizione del 24 giugno – “ha anche auspicato che si trovino soluzioni convincenti per alcuni ulteriori ostacoli all’avvio dei relativi negoziati riconfermando al contempo, che i problemi storici e quelli attuali della Regione si possono risolvere unicamente con la reciproca collaborazione”.

Nel pomeriggio del 18 giugno, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Sua Beatitudine Stefan, capo della Chiesa ortodossa della Macedonia del Nord, portando i saluti di Papa Francesco.

Gallagher sulla guerra in Ucraina

Parlando a margine del Prespa Forum, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che la guerra in Ucraina è una “sveglia all’umanità” e un invito pressante a mettere il mondo in un percorso costruttivo che aiuterà ad evitare altri conflitti.

L’arcivescovo Gallagher ha detto che “molti cittadini europei pensavano che nessuna guerra avrebbe mai avuto luogo nel vecchio continente dopo la Seconda Guerra Mondiale, che ha portato terribile perdite e danni”. Eppure – ha aggiunto – “questo è accaduto di nuovo, e perciò è un richiamo al resto del mondo”.

L’arcivescovo Gallagher ha detto che per evitare la guerra si deve “prima di tuttto pregare e sperare che questo terribile conflitto giungerà presto ad una fine”, e che ci aiuti “ad evitare altri conflitti”, perché è vero che nel mondo Romano si diceva che “se vuoi mantenere la pace, devi preparare la guerra”, ma piuttosto “se vogliamo evitare la guerra, dobbiamo consolidare la pace”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha detto che, se vogliamo evitare l’espansione di questa guerra, dobbiamo “ascoltare e affrontare le questioni di ingiustizia, ineguaglianza e ascoltare alla voce di chi non ha voce, rendendoci conto dei loro problemi”.

L’arcivescovo Gallagher ha spiegato che “la maggioranza della comunità internazionale sta lavorando per assistere l’Ucraina nei suoi sforzi per difendere il suo territorio e risolvere questa terribile aggressione cui è stata soggetta”. Allo stesso tempo, la comunità internazionale “è anche impegnata ad evitare l’espansione della guerra, che sarebbe terribile. Dobbiamo provare e lavorare per questo”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha messo in luce “tre cose che crede siano necessaria, forse in quasi tutte le società, se vogliamo evitare conflitti”, e sono il dialogo tra le generazioni, l’educazione come fattore chiave e il bisogno di lavorare per la libertà, la responsabilità e lo sviluppo”.

“Se lavoriamo su questi fronti – ha detto – faremo già un percorso importante per evitare situazioni che possono portare alla guerra. L’altra faccia della medaglia è che consoliderà e garantirà la pace”.

L’arcivescovo Gallagher nota infine che il Papa chiede di “rispettare la dignità umana”, una richiesta “davvero alla base dell’insegnamento cattolico sulle relazioni, su come le nazioni si riferiscono l’una all’altra, su come le società lavorano insieme e come raggiungiamo la giustizia tra le persone”. Perché, ha aggiunto, “in questo terribile conflitto, con centinaia di migliaia di morti in Ucraina, la dignità umana è ciò che non viene rispettato”.

                                                FOCUS PAROLIN

Il Cardinale Pietro Parolin: “Non usare il grano come arma militare”

Intervenendo il 23 giugno a Coopera, la seconda conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha sottolineato che “la guerra aggrava la fame” e invitato a non “usare il grano come arma militare”.

Il Cardinale ha notato che “la guerra è alle nostre porte, il conflitto in Ucraina, come gli altri conflitti, ci mostra come la guerra aggrava la tragedia della fame e produce sottosviluppo”.

Il segretario di Stato vaticano ha anche sottolineato che “con le armi non si costruisce la pace”, e che la prospettiva di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea è “motivo di incoraggiamento e sostegno”. Ad ogni modo, ha detto il Cardinale, “la soluzione immediata è solo una soluzione diplomatica”.

Parlando della crisi del grano, il capo della diplomazia della Santa Sede ha chiesto di “sbloccare la partenza di questo grano e distribuirlo alle popolazioni che ne hanno bisogno”. Ci vuole – ha aggiunto – “veramente una grande volontà politica da parte di tutti, e soprattutto direi che è importante non collegare le cose, cioè di non usare il grano come arma politica e militare”.

Riguardo l’invio delle armi, il segretario di Stato vaticano ha ribadito che “con le armi non si costruisce la pace”, ma ha messo in luce come questo discorso vada “inquadrato nel contesto di quel tema della legittima difesa e delle condizioni con cui questa legittima difesa può realizzarsi”.

“Mi dispiace – ha detto il Cardinale - dire ogni volta che non c’è niente di nuovo sotto il sole. Noi siamo sempre aperti e fiduciosi che qualcosa si possa muovere però finora non ci sono segnali”.

Per quanto riguarda la posizione della Chiesa cattolica, questa, “senza scendere in un terreno politico, partitico, di schieramento, ha la libertà anzi il dovere di toccare argomenti che sono fondamentali per quanto riguarda l’uomo, la sua dignità, la difesa dei suoi diritti e la sua difesa antropologica. Il discorso dell’esprimersi è valido”.

Nel suo discorso a Coopera, il Cardinale Parolin ha indicato cinque P, cinque parole per il futuro del mondo: People, peace, planet, prosperity, partnership (persone, pace, pianeta, prosperità, partenariato). Sono strade che servono a “progredire verso un ordine sociale e politico la cui anima sia la carità sociale” e per avviare un “dialogo nell’orizzonte della fraternità universale”, obiettivo per cui “è necessaria una migliore politica al servizio del bene comune”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Santa Sede all’OSA, la questione dell’insicurezza alimentare

In un intervento presso l’Organizzazione degli Stati Americani, monsignor Juan Antonio Cruz Serrano, osservatore permanente della Santa Sede, ha messo in luce i rischi connessi con l’insicurezza alimentare che ha fatto seguito alla pandemia.

L’occasione era il dibattito, lo scorso 21 giugno, della sessione congiunta del Consiglio Permanente e del Consiglio Americano per lo Sviluppo Integrale sul tema “Come affrontare l’insicurezza alimentare nelle Americhe: pratiche ottime e lezioni apprese durante la pandemia di COVID 19”.

Nel suo intervento, monsignor Cruz Serrano ha parlato delle “gravi sfide globali” previste dello scenario mondiale, a partire dalla crisi climatica fino al conflitto militare in Ucraina, che portano ad una insicurezza alimentare. Questa potrebbe mettere “milioni di persone nel rischio terribile di soffrire fame acuta”, e, come per ogni crisi, “i primi a soffrirne saranno milioni di bambini”.

Lasciando da parte le difficoltà, la pandemia del COVID 19 ha “fatto rivivere la sensazione di appartenenza ad una grande famiglia, in cui tutti siamo interconessi”, e così “la barriera sollevata dal virus è stata superata grazie all’unità della comunità internazionale”, che hanno promosso “politiche a favore dell’investigazione, creazione e distribuzione dei mezzi sanitari necessari”.

Questa unità è un esempio, da cui “imparare per affrontare la questione della sicurezza alimentare”, per la quale “è necessario, i primo luogo, un impegno comune che abbracci tutte le Americhe”, dato che “il messaggio di unità è il più ascoltato e ripetuto durante la recente Cumbre de Las Americas celebrata a Los Angeles”.

Nel suo intervento, il rappresentante della Santa Sede ha notato che “il multilateralismo è il migliore antidoto a qualsiasi forma di esclusione, e in più si basa sulla confidenza reciproca e la volontà di dialogo”. Infatti, è “difficile incontrare soluzioni locali per i principali problemi globali”.

La priorità è la coordinazione di politiche multilaterali per il commercio agricolo nella prospettiva del diritto all’alimentazione, in modo che “i paesi con insicurezza alimentare possano trovare una combinazione delle politiche di recupero che soddisfi le necessità locali di produzione e il consumo di alimenti”.

A questo fine, sarebbe “utile elaborare una discussione per una rotta commerciale che contribuisce alle negoziazioni multilaterali “, ma anche al “corrispondente numero crescente di accordi commerciali a livello regionale e internazionale, per favorire la somministrazione di alimenti, senza dimenticare la protezione dell’ambiente”.

Monsignor Cruz Serrano affronta anche il tema del blocco delle “esportazioni di cereali dell’Ucraina, da cui dipende la vita di milioni di persone specialmente nei Paesi più poveri”, sottolineando che “il diritto umano universale all’alimentazione deve essere garantito, come anche difeso”.

La Santa Sede a Ginevra, proteggere i diritti umani nel contesto del cambiamento climatico

Il 23 giugno, si è tenuta a Ginevra la discussione sul primo Rapporto sulla promozione e protezione dei diritti umani nel contesto del cambiamento climatico. Il panel era parte della 50esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani.

Per la Santa Sede, è intervenuto l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra.

Il nunzio ha notato che “oggi più che mai il cambiamento climatico pone seri rischi che possono colpire in maniera negativa la promozione e protezione dei diritti umani e della dignità umana”.

Non si può – aggiunge l’arcivescovo – “sottostimare l’importanza di affrontare le conseguenze negative delle emissioni di carbonio e dello sconsiderato sfruttamento delle risorse della nostra casa comune”.

Il cambiamento climatico – dice l’arcivescovo Nwachukwu – ha “un volto umano” e i suoi effetti “sono già realtà per una moltitudine di gente nel mondo”. Le conseguenze del cambiamento climatico “colpiscono l’intera famiglia umana” e hanno un effetto sproporzionato sui poveri e su quanti sono in situazioni vulnerabili”, dice l’arcivescovo.

Il problema riguarda anche la questione della distribuzione delle responsabilità. Le nazioni meno sviluppate, o altre in via di sviluppo, “hanno contribuito – nota la Santa Sede – a una minima frazione della crescita dei gas serra”, eppure “sono troppo spesso le prime ad essere colpite con le loro devastanti conseguenze, inclusi i disastri naturali, le alluvioni e siccità”, e questo è “specialmente il caos per piccoli Stati-isola in via di sviluppo che sono spesso forzati a spendere significative risorse per ricostruire dopo tali disastri che diventano sempre più frequenti”.

La Santa Sede sottolinea che “solo attraverso sforzi concertati a tutti i livelli, in uno spirito di solidarietà internazionale, potremo adeguatamente implementare soluzioni durevoli alla crisi climatica”.

La Santa Sede a Ginevra, il diritto all’educazione

Il 23 giugno, il Consiglio dei Diritti Umani ha anche discusso del diritto all’educazione, e in particolare di un rapporto appena presentato che considera l’impatto della digitalizzazione dell’educazione sul diritto all’educazione.

L’arcivescovo Nwachukwu sottolinea che “come è stato dimostrato nel corso della pandemia, le tecnologie digitali hanno avuto un sempre più crescente ruolo nell’educazione dei bambini”.

Queste tecnologie, ha aggiunto, hanno sì permesso a milioni di bambini in tutto il mondo di continuare la loro educazione, ma non ovunque, perché ci sono “innumerevoli altri bambini, specialmente nelle nazioni meno sviluppate, che non hanno accesso a questa possibilità, facendo sì che l’impatto concreto del ‘digital divide’ sul godimento del diritto all’educazione sia solo un rigido sollievo”.

L’arcivescovo Nwachukwu ha anche sottolineato che “l’educazione a distanza non dovrebbe mai diventare una soluzione a lungo termine, e men che meno una sostituzione totale dell’educazione faccia a faccia”. L’educazione, infatti, “non può essere ridotta alla mera acquisizione della conoscenza, ma deve essere vista nel contesto del pieno sviluppo integrale della persona umana”.

Anche il rapporto spiega che gli ambienti educativi “forniscono ai bambini una essenziale interazione umana, fondamentale per lo sviluppo emozionale, morale e psicosociale della persona”.

La Santa Sede ci tiene a sottolineare anche il “fondamentale ruolo dei genitori” nella “educazione e formazione dei loro figli, incluse le prerogative di scegliere scuole per i loro bambini secondo le loro convinzioni o credi morali”.

L’arcivescovo Nwachukwu ricorda infine che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 il global compact sull’educazione per “dare impulso a un rinnovato impegno all’educazione dei bambini e dei giovani non solo in classe, ma anche nelle famiglie e comunità”.

La Sana Sede a Ginevra, i diritti umani dei migranti

Il 24 giugno, il Consiglio dei Diritti Umani ha discusso il rapporto sui diritti umani dei migranti.

La Santa Sede ha sottolineato di “condividere la preoccupazione” del rapporto riguardo la “spiacevole tendenza verso la legittimazione delle pratiche di respingimento in diverse nazioni”, pratiche che “spesso ignorano anche una considerazione basica della persona umana, fallendo nel considerare la sicurezza e dignità dei migranti”.

La Santa Sede ha dunque appoggiato la raccomandazione di “considerare l’assistenza salva vita come un elemento fondamentale delle strategie di governance del confine nazionale”, perché “la protezione della vita umana e la dignità devono essere al centro di ogni decisione e devono andare oltre ogni considerazione politica”.

Ad ogni modo, la Santa Sede ha ricordato che “oltre e al di sopra del diritto di spostarsi, esiste un diritto di vivere in pace e sicurezza nella propria nazione di origine”, anche perché sono “diverse e gravi ragioni a porre le basi per la decisione dei migranti di lasciare la loro nazione”.

I migranti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – “non sono solo numeri, ma sono fratelli e sorelle che non possono essere lasciati indietro”, e “l’accettazione e l’appropriata integrazione dei migranti è una opportunità per una nuova comprensione e orizzonti più ampi”.

L’approccio di Papa Francesco alle sfide poste dalla migrazione contemporanea è riassunta nei quattro verbi accogliere, proteggere, promuovere e integrare, e la Santa Sede ha ricordato che l’integrazione “è un processo a doppio senso, dove i migranti hanno la responsabilità di rispettare valori, tradizioni e leggi della comunità che li accoglie”, mentre le comunità che ospitano “sono chiamate a riconoscere il benefico contributo che ogni immigrato può portare alla comunità intera”.

La Santa Sede ha sottolineato che “lo scopo finale degli sforzi internazionali nel contesto della migrazione dovrebbe essere assicurare che la migrazione sia sicura, legale e ordinata”, e per questo ha enfatizzato “l’importanza di espandere il numero e quantità di percorsi alternativi per migrazioni sicure, regolari e volontarie, in pieno rispetto del non-refoulement”.

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