Diplomazia Pontificia, i temi diplomatici del viaggio in Thailandia e Giappone

Settimana caratterizzata dal viaggio di Papa Francesco in Thailandia e Giappone. Gli interventi dei vescovi del Sahel

Papa Francesco al suo arrivo in Thailandia, 20 novembre 2019
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Il viaggio di Papa Francesco in Thailandia celebra anche i cinquanta anni di relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e il Paese, mentre sono 77 anni che Giappone e Santa Sede hanno legami bilaterali. Il viaggio si inserisce in un quadro diplomatico ben definito, con temi importanti.

Tra le altre novità della settimana: il nuovo responsabile ad interim dell’Ufficio Informazioni e Documentazione della Segreteria di Stato vaticana, gli interventi del Cardinale Parolin e dell’arcivescovo Gallagher, i dibattiti in corso all’ONU di Ginevra e di New York.

            I TEMI DIPLOMATICI DEL VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO

Thailandia e Santa Sede, le relazioni diplomatiche

Non c’è solo l’anniversario della costituzione della regione apostolica del Siam, che fa 350 anni. Papa Francesco ha avuto un altro anniversario da festeggiare durante il suo viaggio in Thailandia: i cinquanta anni delle piene relazioni diplomatiche tra Thailandia e Santa Sede.

La nunziatura apostolica in Thailandia era stata infatti istituita il 25 aprile 1969 con il breve “Instans Illa” di Papa Paolo VI. Il breve portò anche alla modifica del nome della delegazione apostolica di Thailandia, Laos, Malacca e Singapore, che è diventata delegazione di Laos, Malacca e Singapore.

La delegazione apostolica di Thailandia era stata istituita il 24 agosto 1957 con il breve Expedit et Romanorum di Pio XII. Papa Pacelli decise di ricavare il territorio della nuova delegazione aposotolica da quello della delegazione dell’Indocina. La delegazione ha avuto diversi nomi. Già qualche mese dopo diventa “delegazione apostolica della Thailandia e della penisola malacca”, mentre il 13 novembre 1967 estende la sua giurisdizione su Laos prima e Singapore poi, e diventa così delegazione apostolica di Laos, Malacca e Singapore.

Diversi i temi di comune interesse tra Santa Sede e Thailandia. Papa Francesco, nel suo discorso alle autorità, si è focalizzato particolarmente sul tema delle migrazioni, cruciale in un Paese che accoglie migliaia di rifugiati, spesso provenienti dal Myanmar. Importante anche il lavoro sull’armonia tra i popoli, che risponde molto all’obiettivo del “poliedro” (Unità nella diversità) delineato più volte da Papa Francesco.

Giappone e Santa Sede, le relazioni diplomatiche

Due anni fa, Giappone e Santa Sede hanno festeggiato i 75 anni di relazioni diplomatiche. Ma in Giappone ci tengono a sottolineare che il rapporto con la Santa Sede risale a prima del 1942, e lo fanno risalire addirittura alla missione di San Francesco Saverio, che arrivò nel 1549, e che portò alle conversioni di Daymio. La missione arrivò a Nagasaki nel 1582, i Papi mandarono missionari in Giappone, fino al momento del “silenzio” ovvero alla persecuzione dei cristiani che portò i cristiani stessi a nascondersi e rimanere nell’ombra per secoli. Il cattolicesimo fu bandito in Giappone per 250 anni, ma non scomparve. Nel 1865, quando questa persecuzione finì, i cristiani ricomparvero come per magia, e all’apertura del Giappone molti missionari poterono giungere sul suolo giapponese, dedicandosi a cure mediche ed istruzione, contribuendo alla modernizzazione del Paese.

I rapporti tra Santa Sede e Giappone sono ottimi. Nel 2013, il primo ministro Mori Mori è stato delegato del governo per la messa inaugurale di Papa Francesco, mentre il Cardinale Renato Raffaele Farina, archivista emerito della Santa Sede, ha partecipato come inviato speciale del Papa alla cerimonia del centenario dell’università Sophia, che è stata fondata dai padri gesuiti.

Secondo l’ambasciata del Giappone presso la Santa Sede, Giappone e Vaticano condividono i valori del perseguimento della pace, dei diritti umani e delle questioni ambientali e dello sviluppo economico.

                                    SEGRETERIA DI STATO VATICANA

Segreteria di Stato, ancora cambi nei ranghi

Dopo la sospensione di monsignor Mauro Carlino, da poco nominato coordinatore dell’Ufficio Informazione e Documentazione della Segreteria di Stato, è monsignor Paolo Scevola ad aver assunto ad interim la responsabilità del coordinamento dell’ufficio. Si tratta di un ufficio che fa da coordinamento nei rapporti tra Segreteria di Stato e dicastero della comunicazione. Monsignor Carlino aveva preso il posto di monsignor Carlo Polvani, divenuto sottosegretario del Pontificio Consiglio della Cultura, mentre monsignor Rolandas Mackrickas aveva preso il posto di monsignor Alberto Perlasca alla guida della sezione amministrativa.

È uscito dai ranghi della Segreteria di Stato anche monsignor Mark Miles, divenuto l’Osservatore della Santa Sede presso l’Organizzazione degli Stati Americani: si tratta di un ufficio nuovo, perché dal 2012 l’incarico era destinato all’Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e prima ancora al nunzio a Washington.

Anche il capo giuridico della Segreteria di Stato, monsignor Aumenta, è uscito dai ranghi del Palazzo Apostolico, per fare ritorno nella diocesi di Asti. I monsignori Robert Murphy e Carlo Dallagiovanna, collaboratori del Cardinale Parolin, sono stati destinati alle nunziature di India e Olanda. Prima ancora, monsignor Christophe el-Kassis era stato nominato nunzio apostolico in Pakistan. Si tratta di un forte cambiamento dei ranghi della Segreteria di Stato, che coincide anche con un nuovo assetto previsto dalla riforma della Curia. Nel nuovo assetto, è previsto anche un secondo sottosegretario alla Sezione per i Rapporti con gli Stati, destinato proprio a curare i rapporti multilaterali.

                        DIALOGO E DIPLOMAZIA DEI VALORI

Il Cardinale Parolin sul Documento della Fraternità Umana

Il documento di Abu Dhabi suscita molto dibattito. Per Papa Francesco, è uno strumento diplomatico, tanto che ne regala una copia ad ogni capo di Stato che lo va a visitare. L’ambasciata argentina presso la Santa Sede, con il patrocinio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e in collaborazione con l’Istituto di Dialogo Interreligioso di Argentina ha organizzato un incontro sul tema, cui lo scorso 15 novembre è intervenuto il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano.

Ne suo intervento, il capo della diplomazia vaticana ha notato con piacere che il documento di Abu Dhabi si sta diffondendo anche in America Latina, e ha sottolineato che il documento è “audace e profetico perché affronta alcuni dei problemi più urgenti del nostro tempo”.

“Senza ambiguità – ha detto il cardinale – il Papa e il Grande Imam avvertono che nessuno è mai autorizzato ad usare il nome di Dio per giustificare la guerra, il terrorismo o qualunque altra forma di violenza”.

Il Cardinale si è soffermato anche sulla “necessità essenziale” definita dal documento del riconoscimento delle donne “all’educazione, al lavoro e all’esercizio dei loro diritti politici”. Soprattutto, è importante la condanna alle adesioni forzate ad una “particolare religione e cultura, uno stile di civiltà che altri non accettano”.

Il diritto alla libertà religiosa – ha proseguito il cardinale – “è incardinato nella stessa dignità della persona umana”, e “la libertà religiosa, tradotta in comportamenti coerenti, dovrebbe essere alla base dello sviluppo delle relazioni di mutuo rispetto tra le diverse religioni e di una sana collaborazione dello Stato e la società política, senza confusione di funzioni e senza antagonismo”.

Il Cardinale, poi, ha notato che “nonostante il diritto internazionale stabilisca che gli Stati abbiano il dovere primario di proteggere i propri cittadini”, è importante riconoscere anche “l’importante responsabilità dei leader religiosi nel promuovere la coesistenza pacifica a seguito del dialogo e della mutua comprensione”.

La dichiarazione contiene anche un accenno alla pace – che il Cardinale Parolin considera “un bene prezioso – e poi sottolinea la questione della cittadinanza, cruciale per i Paesi islamici, dove i non musulmani sono spesso considerati cittadini di serie B.

Il Cardinale Parolin ha affermato, al propósito, che implementare il concetto di cittadinanza permette di “passare dalla semplice tolleranza ad una convivenza fraterna”, e questo è imporatntissimo per i cristiani che vivono in Medio Oriente o in Paesi a maggioranza musulmana.

L’arcivescovo Gallagher e la diplomazia dei valori della Santa Sede

Il 14 e 15 novembre, l’Associazione Internazionale Carità Politica ha organizzato un simposio su “La diplomazia dei valori e la fratellanza umana”, al termine del quale è stata approvata una “Traccia per l’impegno comune tra Carità Politica e le Accademie Diplomatiche”. All’incontro ha partecipato anche l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.

Nel suo intervento, il “ministro degli Esteri” vaticano ha sottolineato che la diplomazia della Santa Sede è “essenzialmente finalizzata a perseguiré i valori che sono propri della rivelazione cristiana, e che coincidono con le aspirazioni più profonde di giustizia, di verità e di pace”.

Per l’arcivescovo Gallagher, il rapporto tra diplomazia e valori è “complesso e poliedrico”, ed è una particolarità della diplomazia della Santa Sede, che non è una “diplomazia strumentale”.

L’arcivescovo Gallagher ha notato come la diplomazia pontificia non è solo “uno strumento rispetto ai fini di politica estera del Papa”, ma è piuttosto “caratterizzata e permeata dai fini”, perché ha sì la ragione principale di “fare il bene della Chiesa cattolica”, ma si tratta di una finalità “mai intesa come disgiunta, separata o indipendente dal bene della famiglia umana nel suo complesso e dal bene dell’uomo in generale”.

La connessione tra bene dell’uomo e bene della Chiesa rappresenta, ha detto l’arcivescovo, “un limite all’arbitrio” per la diplomazia pontificia, limite che dà credibilità all’azione diplomatica della Santa sede. Al centro dell’azione diplomatica della Santa Sede è la fratellanza tra gli uomini.

                                                MULTILATERALE

La Santa Sede all’ONU di Ginevra: la gestione del debito

Lo scorso 18 novembre, si è tenuta a Ginevra la Conferenza di Gestione del Debito dell’UNCTAD, l’agenzia ONU su commercio e sviluppo. La Santa Sede ha preso parte all’incontro con un intervento dell’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente presso la Santa Sede e altre organizzazioni internazionali.

L’arcivescovo Jurkovic ha ricordato come l’UNCTAD sia stato tra le poche organizzazioni internazionali a presentare dubbi sui termini e le condizioni della finanza in via di sviluppo, sia pubblica e privata, nell’agenda degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Tra le iniziative recenti, la Santa Sede enfatizza i Principi per la Promuovere un prestito sovrano responsabile e la “Guida su come funzionano i debiti sovrani”, nonché la pubblicazione annuale su commercio e sviluppo.

La Santa Sede ha sottolineato che il “Boom” del “business del debito”, che si quantifica in 217 trilioni nel 2017, mentre ci si aspetta che l’intero ammontare del debito sarà di 255 trilioni alla fine dell’anno.

L’esplosione del debito – ha notato la Santa Sede – è dovuta prima di tutta al fatto che si è accumulato debito privato, riflettendo decenni della “creazione, da parte del credito privato, di mercati finanziari senza regolamentazione che sta adesso anche colpendo le nazioni in via di sviluppo”.

Dal settore privato, il business del debito si è mosso verso “aeree che di solito erano le riserve delle autorità pubbliche per ragioni di eguaglianza, giustizia e solidarietà”, come “pensioni, la fornitura di servizi finanziari ai poveri e la gestione del debito sovrano”.

La Santa Sede ha anche messo in luce il fenomeno della “iperglobalizzazione”, ovvero “la deregolamentazione combinata e continua dei mercati finanziari, del lavoro e dei beni in tutto il mondo”, che ha portato a un cambiamento strutturale nelle relazioni tra gli Stati nazione e le grandi compagnie, al punto che mercati e lobby arrivano a “influenzare le politiche di regolamentazioni nazionali e regionali in un numero di area cruciali per lo sviluppo, come i diritti della proprietà intellettuale, le politiche di investimento, le questioni della tassazioni e quello delle finanze in via di sviluppo.

La Santa Sede ha quindi denunciato come “una pratica inaccettabile” la soggezione di debiti sovrani a pratiche finanziarie immorali.

Sono problemi profondamente radicati, cui la Santa Sede ha proposto contromisure. La prima, una regolamentazione degli strumenti finanziari, per “governare nell’intenzione speculativa e contrastare il crescente e pervasivo controllo di partiti potenti e network finanziari molto vasti.

Quindi, sempre prendendo dal documento “Oeconomicae et Pecuniaria Quaestiones”, la Santa Sede propone una “certificazione per ogni prodotto generato da innovazione finanziaria”, in modo da preservare la salute del sistema”; azioni di politiche pubblica coordinata per dare il massimo di informazione possibile; iniziative internazionali per la ristrutturazione del debito sovrano, perché “gli Stati in via di sviluppo spesso non possono affrontare la sostenibilità finanziaria e allo stesso tempo mettere in atto le vaste richieste di investimenti da parte loro”.

La Santa Sede ha poi sottolineato che è “essenziale trovare il modo di tornare a un sistema finanziario globale costruito su fermi principi etici, accompagnato da giustizia, verità, chiarezza e solidarietà”, soprattutto alla luce della massività e pervasività dei sistemi economici odierni.

La Santa Sede all’ONU di Ginevra: il diritto all’educazione

Il 19 novembre, si è tenuto al Palazzo delle Nazioni di Ginevra un evento organizzato dalla Missione della Santa Sede alle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali, come la Missione Permanente dell’Ordine di Malta alle Nazioni Unite di Ginevra e la Fondazione Caritas in Veritate. L’evento era dedicato a “Il diritto all’educazione. Verso un rinnovato impegno all’educazione”.

L’evento si include nelle manifestazioni che preparano al patto globale sull’educazione lanciato da Papa Francesco. Il discorso principale è stato tenuto dal Cardinale Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione della Educazione Cattolica. Questi ha sottolineato che il Patto Globale per l’Educazione chiede un impegno degli Stati nel promuovere e proteggere i diritti dei minori, e che è di grandissima importanza assicurare l’accesso all’educazione e rispettare il diritto per una libera ed eguale educazione. Secondo il Cardinale Versaldi, l’educazione è una delle chiavi per accedere a tutti i diritti umani. Il prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica ha anche sottolineato che la Chiesa si è sempre impegnata per garantire educazione inclusive e di qualità, e ha quindi chiesto un cambio di paradigma nei processi educazionali, perché – ha detto – “la trasmissione della conoscenza deve essere compresa come uno strumento relazionale, in cui uno scambio fruttuoso, didattico, personale ed emozionale permetta la crescita degli studenti nella loro capaci di relazionarsi con gli altri in un modo costruttivo”.

Si tratta di un approccio trasformativo che punta a “promuovere un modello di coesistenza capace di rispondere alla frammentazione della società attraverso una educazione umanizzata, integrale e trascendente”. È da qui che nasce, appunto, lo sforzo per una “nuova alleanza globale per l’educazione”.

Durante l’evento, ha preso la parola anche Dawit Mexzmur, membro del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Questi ha detto che, nel trentesimo anniversario della Convenzione dei diritti del fanciullo che per la prima volta ha considerato il bambino come essere umano con i suoi diritti, ci si deve chiedere se questi diritti stabiliti nella convenzione siano ancora pienamente rispettati.

La Santa Sede all’ONU di New York: il ruolo della riconciliazione nel mantenere la pace

Il 19 novembre, la Santa Sede ha preso parte al Dibattito Aperto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York, in un dibattito su “Peacebuilding e sostegno alla pace: il ruolo della riconciliazione”.

La Santa Sede ha sottolineato come, in tutta la sua storia, la Chiesa cattolica ha cercato di essere un segno e un agente di pace e di costruire unità tra i popoli. È stata anche sottolineata l’importanza del lavoro di riconciliazione portato avanti nella Repubblica Centrafricana. La Santa Sede ha quindi osservato che, per assicurare una pace duratura, è “imperativo lavorare a livello base ed è qui che le comunità di Chiesa e i leaders religiosi hanno un ruolo indispensabile nel formare culture di pace”.

In particolare, la Santa Sede ha messo in luce la speranza generata dal Documento sulla Fraternità Umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di al Azhar lo scorso febbraio, che sarà “un potente stimolo per il dialogo interreligioso e un importante esempio di come i leaders religiosi possono mettere le persone insieme, specialmente dove i conflitti imperversano”.

La Santa Sede all’ONU di New York: la Convenzione sui Diritti del Fanciullo

I trenta anni della Convenzione sui Diritti del Fanciullo sono stati celebrati in un incontro di alto livello alle Nazioni Unite di New York, che ha avuto luogo il 21 novembre.

Nel suo intervento, la Santa Sede ha reiterato il supporto alla convenzione “in un contesto in cui la dignità e i diritti di molti bambini nel mondo non sono ancora rispettati”.

La Santa Sede ha ricordato che l’anniversario è stato celebrato in Vaticano con un seminario sulla protezione dell’infanzia nel mondo digitale, che ha avuto tra l’altro come corollario un incontro di Papa Francesco con il Grande Imam di al Azhar.

La Santa Sede ha quindi enfatizzato tre punti cruciali per una corretta implementazione della Convenzione: portare avanti e proteggere la dignità e i diritti dei bambini, a partire dal diritto alla vita; rimanere sugli obblighi che sono stati segnalati dalla Convenzione, secondo le osservazioni dei vari Stati; e riconoscere che non si possono realizzare i diritti dei bambini a meno che la famiglia e i suoi diritti non sono rispettati.

La Santa Sede ratifica la Convenzione di Addis Abeba sugli studi superiori

Dal prossimo 15 dicembre 2020, entrerà in vigore la convenzione di Addis Abeba sugli studi superiori, adottata il 12 dicembre 2014. Si tratta di un riconoscimento giuridico anche alle Università cattoliche che permetterà agli studenti di terminare i loro studi all’estero e di trovare un lavoro in un altro Paese, in questo caso africano.

Lo strumento di ratifica della Santa Sede è stato depositato il 15 novembre all’UNESCO da monsignor Francesco Follo, capo della delegazione della Santa Sede presso l’agenzia ONU sulla cultura.

La convenzione entrerà in vigore perché vi hanno aderito, come richiesto, dieci Stati, ed ha una particolare importanza per la Santa Sede, che ha istituzioni accademiche ed universitarie in tutti i Paesi di tutti i continenti. La Santa Sede è infatti l’unico soggetto sovrano di diritto internazionale che ha ratificato tutte le quattro convenzioni continentali del genere dell’UNESCO (Europa/America del Nord//Australia, Asia/Pacifico, Africa, America Latina), ed è anche l’unico che ha sempre collaborato alla redazione dei testi.

La convenzione di Addis Abeba riconosce la presenza educativa della Chiesa cattolica in Africa, e assegna alla Santa Sede gli stessi diritti degli Stati africani membri dell’UNESCO.

Ha partecipato alla cerimonia del 15 novembre anche padre Friedrich Bechina, sottosegretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica e membro della Delegazione della Santa Sede alla 40esima sessione della Conferenza generale. Padre Bechina aveva curato con una commissione di esperti l’ultima redazione del testo, e poi fu lui stesso a firmare la convenzione a nome della Santa Sede. Ci sono rappresentanti della Santa Sede in tutte le Convenzioni Continentali recentemente aggiornate, anche nella Convenzione globale.

La Santa Sede alla 40esima sessione generale dell’UNESCO

La Santa Sede ha anche preso parte al dibattito della 40esima sessione generale dell’UNESCO . Monsignor Francesco Follo, osservatore della Santa Sede presso l’organizzazione, ha tenuto un discorso sulle sfide dell’educazione in un mondo globale.

Monsignor Follo ha ammonito che “il domani arriverà rapidamente”, anzi “bussa già alla nostra porta, ed è con urgenza che dobbiamo risolvere i nostri problemi fondamentali”.

A partire dalla cura del creato, perché “l’ecologia, come discorso e come lavoro è opera dell’uomo”, dato che gli animali si occupano istintivamente dell’ambiente, un istinto che manca spesso all’uomo che “lascia il dominio del fare a quello del dovere”.

La Santa Sede è anche entrata nel dibattito dell’intelligenza artificiale, tema tra l’altro che ha affrontato anche Papa Francesco nel suo incontro con Audrey Auzoulay, segretario generale dell’organizzazione. Monsignor Follo ha affermato che la Santa Sede sostiene il dibattito sul documento 40 C / 67, riguardante “Uno studio preliminare su un possibile strumento normativo sull’etica dell’intelligenza artificiale”.

Monsignor Follo ha notato che “le reazioni irrazionali di coloro che idolatrano le macchine sono un nuovo antropomorfismo”, dato che molti li vedono come “superuomini”, ed è dunque il momento di “demitizzare: le macchine non sono altro che macchine”.

Il discorso di monsignor Follo ha anche toccato il tema della religiosità di Europa, notando come “sia sull’acropoli delle città greche o sul luogo del villaggio europeo, c’è un luogo d’onore per questa realtà visibile”.

FOCUS MEDIO ORIENTE

L’intervento della Santa Sede sulle colonie israeliane

Con una dichiarazione pubblicata sul bollettino della Sala Stampa della Santa Sede lo scorso 20 novembre, la Santa Sede ha ribadito il suo appoggio alla soluzione “due popoli, due Stati” per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, sottolineando che va tutelato il diritto dello Stato d’Israele a vivere in pace e sicurezza entro i confini riconosciutigli dalla comunità internazionale”, e lanalogo diritto del popolo palestinese, che deve essere “riconosciuto, rispettato e attuato”.

La nota della Santa Sede faceva “a recenti decisioni che rischiano di minare ulteriormente il conflitto israeliano palestinese”. Il riferimento è alle dichiarazioni del Segretario di Stato USA Mike Pompeo, che ha affermato di non considerare più illegali gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati”. S

Dichiarazione che monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, ha definito in una intervista al SIR “una dichiarazione da condannare”.

L’affermazione di Pompeo, ha notato monsignor Marcuzzo, di fatto ripudia il Memorandum Hansell del 1978 con il quale gli Usa giudicavano l’occupazione dei Territori “incompatibile con il diritto internazionale”. Anche una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2016 definì una “flagrante violazione” delle leggi internazionali le colonie israeliane in Cisgiordania.

Non è la prima volta che la Santa Sede si pronuncia sulla situazione israelo-palestinese. Anche la decisione degli Stati Uniti di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme è stata oggetto di dichiarazioni, e anche di vari incontri bilaterali di Papa Francesco, tra cui quello con il presidente turco Erdogan.

Secondo B’Tselem, ong israeliana che si definisce “Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati”, dal 1967 (guerra dei Sei Giorni) alla fine del 2017, più di 200 insediamenti israeliani sono stati stabiliti in Cisgiordania: 131 insediamenti ufficialmente riconosciuti dal Ministero degli Interni israeliano; circa 110 insediamenti costruiti senza autorizzazione ufficiale ma con supporto e assistenza governativi (noti come “avamposti illegali”); numerose enclave all’interno della città di Hebron; 11 quartieri nelle aree della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusalemme nel 1967 e diverse enclave all’interno dei quartieri palestinesi a Gerusalemme est. Altri 16 insediamenti stabiliti nella Striscia di Gaza e 4 nella Cisgiordania settentrionale, furono smantellati nel 2005 come parte del Piano di disimpegno.

Negli insediamenti, ci sono ancora 620 mila cittadini israeliani residenti, e di questi circa 209.270 vivono nelle parti della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusaleme, e 413.400 vivono in tutto il resto della Cisgiordania.

                                                FOCUS ARABIA

Emirati Arabi Uniti, la festa della giornata della Tolleranza alla presenza del nunzio

Lo scorso 19 novembre, la chiesa cattolica Saint Mary di Dubai ha organizzato un evento come “Omaggio alla Tolleranza negli Emirati Arabi Uniti”. L’evento ha visto la partecipazione dell’arcivescovo Francisco Padilla, ambasciatore della Santa Sede negli Emirati Arabi Uniti, e del vescovo Paul Hinder, vicario del vicariato dell’Arabia del Sud. Per parte governativa, è stato presente il ministro della Tolleranza in persona, lo sceicco Nahyan bin Mubarak al Nahyan.

Nel suo intervento, lo sceicco ha ricordato con orgoglio la visita negli Emirati Arabi Uniti di Papa Francesco e del Grande Imam di al Azhar, e ha stigmatizzto il comportamento intollerante spesso sperimentato nel mondo, che “minaccia di indebolire il lavoro del vivere insieme, così essenziale”.

L’arcivescovo Padilla ha ringraziato gli Emirati Arabi per il loro lavoro sulla tolleranza, e ha sottolineato come la visita di Papa Francesco abbia mostrato al mondo l’impegno degli Emirati, mentre il vescovo Paul Hinder ha chiesto di eliminare ogni forma di esclusione, con il coraggio “di oltrepassare le barriere mentali, incontrare popoli di altre fedi e culture, apprezzarli e lavorare in campi comuni di azione.

Il tributo all’Anno della Tolleranza è stato il culmine di una serie di eventi organizzati dalla Chiesa St. Mary di Dubai durante l’anno della tolleranza.

                                                FOCUS AFRICA

Sud Sudan, il lavoro di mediazione di Sant’Egidio

Si sono tenuti a Sant’Egidio una serie di colloqui con la South Sudan Opposition Movement Alliance, la coalizione di movimenti di opposizione che non hanno aderito all’accordo di pace di Addis Abeba del settembre 2018.

Al termine dei colloqui, i delegati si sono impegnati a sostenere il processo di pace, anche prendendo le mosse dall’incoraggiamento di Papa Francesco perché si arrivi presto ad una soluzione pacifica e ad un governo di unita nazionale.

I movimenti hanno chiesto a Sant’Egidio di accompagnarli nel processo verso il governo di unità nazionale. Papa Francesco, al termine di un incontro con il Primate Anglicano Justin Welby lo scorso 13 novembre, ha ribadito il suo desiderio di un viaggio ecumenico in Sud Sudan con lo stesso primate anglicano se si verificassero le condizioni politiche e di sicurezza e se si arrivasse a un governo di unità nazionale.

I vescovi del Sahel denunciano gli abusi nel territorio africano

I vescovi di Burkina Faso, Niger, Ghana, Mali e Costa d’Avorio si sono riuniti il 18 novembre a Ouagadougou, e hanno rilasciato al termine dell’incontro un comunicato in cui si denuncia che “nel Sahel vengono violati quotidianamente i diritti fondamentali dell’uomo: diritto alla vita, alla libertà religiosa, all’educazione, alla proprietà e alla sicurezza”.

La regione vive una crisi anche per via di forze armate jihadiste che colpiscono i Paesi. In particolare, il Burkina Faso ha registrato dal 2015 ad oggi più di 700 morti e 500 mila sfollati interni e rifugiati provocati dalle incursioni dei gruppi armati. Il Burkina Faso è così diventato l’epicentro dell’insicurezza, che si è spostato dal vicino Mali.

I vescovi hanno parlato al termine del Quarto Congresso di Africa e Madagascar sulla divina misericordia, che aveva come tema “La misericordia divina: una grazia per il nostro tempo.                                         

Santa Sede – Angola, ratificato l’accordo

Il 21 novembre, la Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto che, attraverso comunicazione ufficiale dell’Ambasciata della Repubblica di Angola presso la Santa Sede, si è perfezionata la procedura di scambio degli Strumenti di Ratifica dell’Accordo Quadro tra la Santa Sede e la Repubblica di Angola, firmato in Vaticano il 13 settembre 2019.

L’Accordo – si legge nel comunicato – “garantisce alla Chiesa cattolica la possibilità di svolgere la propria missione in Angola. In particolare, viene riconosciuta la personalità giuridica della Chiesa cattolica e delle sue Istituzioni. Le due Parti, salvaguardando l’indipendenza e l’autonomia che sono loro proprie, si impegnano a collaborare per il benessere spirituale e materiale dell’uomo e a favore del bene comune, nel rispetto della dignità e dei diritti della persona umana”.

Il presidente angolano Joao Lourenco era stato in visita da Papa Francesco lo scorso 12 novembre.

Angola e Santa Sede hanno firmato un accordo lo scorso settembre. I colloqui sull’accordo  erano ripresi da più di un anno, dopo che già nel 2007, nunzio l'attuale cardinale Angelo Becciu, si sarebbe arrivati a concluderlo, magari durante il viaggio di Benedetto XVI nel Paese. Tutto saltò, poi, per un cavillo. L’accordo include il riconoscimento della personalità giuridica della Chiesa cattolica in Angola e ne delinea le proprietà

Angola e Santa Sede hanno relazioni diplomatiche dal 1608, quando Antonio Manuel Nyunda fu nominato primo ambasciatore a Roma dell’allora Regno del Congo.

 

 

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