Diplomazia Pontificia, l’attenzione per i cristiani perseguitati, la protezione della vita

Nella settimana diplomatica, anche la discussione della questione del Nicaragua a Ginevra, il pronunciamento dei vescovi dell’Ecuador sull’eutansia

La Basilica di San Pietro e la bandiera del Vaticano
Foto: Bohumil Petrik / CNA
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Veniva da un incontro di legislatori cattolici il sottosegretariato di Stato sui cristiani perseguitati lanciato dall’Ungheria nel 2016. E un incontro di comunicatori cristiani sponsorizzati dal ministero degli Esteri ungherese, cui partecipava anche l’ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede Eduard Habsburg, è stato l’occasione per fare il bilancio del programma Hungary Helps, che tocca anche tanti temi di interesse della diplomazia pontificia.

È ufficiale il viaggio di Papa Francesco in Thailandia e Giappone. Due Paesi dal particolare interesse diplomatico, specialmente in Giappone, dove i vescovi stanno anche lavorando ad una riconciliazione con la Corea.

Nella settimana, anche degli interventi della Santa Sede presso le Nazioni Unite e l’OSCE, mentre va analizzato il discorso che il Cardinale Pietro Parolin ha tenuto all’incontro dei vescovi di rito orientale di Europa, organizzato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e dalla Chiesa Greco Cattolica Ucraina.

L’Ungheria per i cristiani perseguitati

Si è tenuto dal 4 al 6 settembre, a Budapest, un forum di comunicatori cattolici intitolato “Christianity connects”. L’idea del forum, sponsorizzato dal ministero degli Esteri ungherese, era quella di lanciare un giornalismo intriso di valori cristiani. Tra le relazioni, quella di Tristan Azbej, segretario di Stato, particolarmente impegnato nel programma Hungary Helps.

Il programma è stato lanciato tempo fa, ed è parte delle iniziative del governo Orban sulla persecuzione dei cristiani. Il governo Orban ha anche lanciato un ufficio dedicato solo ai cristiani perseguitati, a seguito di un incontro del network internazionale di legislatori cristiani che era stato appunto tutto dedicato agli incontri con patriarchi e arcivescovi delle zone del Medio Oriente in cui si sperimentava di più la persecuzione cristiana.

Lo scorso 26 febbraio, è stato presentato il rapporto Budapest sulla persecuzione religiosa, pubblicato attraverso la cooperazione dell’Università Nazionale di Pubblico Servizio e l’ufficio del Primo Ministro. Nel rapporto, si legge che più di 245 milioni di cristiani sono perseguitati nel mondo, e che 4 persone su 5 perseguitate a causa della fede sono cristiani, mentre ogni giorno vengono uccisi 11 cristiani in media.

L’Ungheria ha stabilito un atto del Parlamento che ha riconosciuto “il genocidio contro i cristiani perseguitati in Medio Oriente e Africa del Nord” e ha stabilito il programma Hungary Helps, sponsorizzando diversi “side events” alle nazioni unite e presentando lo scorso 22 agosto al Consiglio di Europa una mozione per “iniziare una dichiarazione che condanna le persecuzione dei cristiani”.

Tra le altre attività, la prima conferenza internazionale sulla persecuzione dei cristiani, che si è tenuta a Budapest dall’11 al 13 ottobre 2017 e ha portato alla dichiarazione di Budapest, in cui si afferma l’impegno a compiere “azioni comuni a nome dei governi del mondo e delle organizzazioni internazionali per terminare le atrocità contro i cristiani e altre minoranze religiosa, e per implementare immediate e crete misure”. I partecipanti hanno anche ritenuto importante che le atrocità fossero espressamente riconosciute come genocidio e crimine contro l’umanità, incluse le atrocità del sedicente Stato Islamico contro le minoranze in Medio Oriente.

Il governo ungherese ha anche organizzato diverse visite da parte di cardinali e arcivescovi dall’Africa e del Medio Oriente che hanno visitato l’Ungheria, e ha contribuito con 32 milioni di euro ad aiutare i cristiani perseguitati, aiutando più di 50 mial persone a livello locale.

In particolare, sono stati destinati 1 milione di al Patriarcato siro ortodosso di Antiochia, un altro milione al centro oftalmologico St. Rapahel a Mbuji Mayi in Congo, 1,8 milioni di euro alla città di Telsqof in Iraq, dove 1300 famiglie sono potute tornare, 1,5 milioni di euro al campo rifugiati Mai Aini e 0,5 milioni all’ospedale Migbare Senay in Etiopia.

La prossima conferenza internazionale sulla persecuzione dei cristiani si terrà a Budapest dal 25 al 28 novembre.

Ufficiale il viaggio di Papa Francesco in Giappone

È ufficiale: Papa Francesco visiterà la Thailandia dal 20 al 23 novembre e il Giappone dal 23 al 26 novembre.

Papa Francesco aveva già parlato del suo viaggio in Giappone, c’erano già dei comitati preparatori nel Paese e l’annuncio era atteso. Ma a questo viaggio in Giappone se ne aggiunge uno in Tailandia.

Il viaggio in Giappone ha come motto “proteggere tutte le vite”. Tre sono le città giapponesi che saranno toccate: Tokyo, Hiroshima e Nagasaki. Qualche indiscrezione sul programma è già trapelata nella stampa giapponese. Papa Francesco dovrebbe incontrare il nuovo imperatore Naruhito il 25 novembre, e sarà uno dei primi incontri dell’imperatore nella sua era, la Hiro.

Papa Francesco dovrebbe arrivare a Tokyo il 23 novembre e spostarsi a Hiroshima e Nagasaki il 24 novembre. Ad Hiroshima, è previsto che Papa Francesco visiti il Museo della Bomba Atomica, riaperto lo scorso aprile, e ricorderà le vittime. È previsto un appello di Papa Francesco contro le armi nucleari.

A Nagasaki, Papa Francesco potrebbe anche ricordare il periodo del “silenzio”, durante il quale i cattolici giapponesi rimasero nascosti, celebrato in un recente film di Martin Scorsese. I cattolici furono soppressi ovunque ma resistettero a Nagasaki. Ha raccontato ad ACI Stampa l’arcivescovo Joseph Mitsuaki Takami di Nagasaki che “da quando il cristianesimo fu dichiarato una Legge malvagia nel 1614, i cristiani che vivevano in quasi tutto il Paese avevano uno dopo l’altro abbandonato la fede a causa della persecuzione sistematica, eccetto in Nagasaki. E questo è un mistero.”

Si tratta di una storia che ha sempre affascinato Papa Francesco. Il quale, come molti gesuiti, voleva anche andare in Giappone, dove a Tokyo c’è un istituto universitario della Compagnia del Gesù molto rinomato, l’Istituto Sophia, dove hanno servito anche i precedenti generali della congregazione Pedro Arrupe e Adolfo Nicolas.

Il 25 novembre, Papa Francesco sarà a Tokyo, dove ci sarà l’incontro con l’imperatore e l’incontro con il Primo Ministro Abe. Ci sarà anche una Messa, che per ora si prevede nella cattedrale di Tokyo.

Papa Francesco sarà in Giappone 38 anni dopo la breve visita di San Giovanni Paolo II nel 1981.

Che il Papa sarebbe andato in Giappone lo aveva detto lui stesso ad una giornalista giapponese, nel volo verso Panama. Novembre era la data prescelta da sempre, anche perché solo allora sarebbero finite le complesse procedure per l’intronizzazione del nuovo imperatore del Giappone.

Lo scorso 24 novembre, è stato in Vaticano il ministro degli Esteri giapponese Taro Kano e si è incontrato con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati. Era la sua prima visita da quando ha preso l’incarico di ministro degli Esteri nell’agosto 2017. I media giapponesi hanno parlato di un incontro di circa 40 minuti, durante i quali il ministro degli esteri del Sol Levante aveva accolto con favore l’intenzione di Papa Francesco di visitare il Giappone e detto che “il Giappone non avrebbe lesinato alcuno sforzo”.

Papa Francesco arriverà in Giappone mentre c’è una disputa tra la nazione del Sol Levante e la Corea del Sud.

Tokyo e Seoul hanno una disputa commerciale che riguarda un vecchio risentimento tra i coreani per le azioni di guerra dei giapponesi. La Corte Suprema della Corea del Sud ha emesso una serie di sentenze dall’ottobre 2018 che ordinano alle compagnie giapponesi di risarcire i coreani usati nei lavori forzati durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo il governo giapponese, la questione dei risarcimenti sarebbe invece stata risolta con un accordo delle due nazioni del 1965.

Sul tema, è intervenuto anche il vescovo Katsuya, chiedendo riconciliazione.

Il viaggio in Tailandia non è del tutto una sorpresa, dato che già a luglio i media tailandesi avevano annunciato che il Papa sarebbe stato nel Paese dal 20 al 23 novembre, come “ospite del governo tailandese e di Re Rama X”.

Il re Rama si è intronizzato lo scorso maggio, e il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, era stato nominato da Papa Francesco legato pontificio. Il Cardinale non aveva più partecipato alla cerimonia, per una scelta della Tailandia di non avere delegazioni straniere, ed era stato così membro del seguito papale durante il viaggio in Bulgaria e Macedonia del Nord.

C’era, comunque, una buona disposizione da parte del governo tailandese e un canale diplomatico già aperto per la visita. Papa Francesco risponde a un invito del 2013, quando incontrò l’allora primo ministro tailandese Yingluck Shinawatra.

L’ultimo Papa in visita in Tailandia è stato Giovanni Paolo II nel 1984, il quale trascorse due giorni nel Paese, incontrando il re Bhumibol Adulyadei e la Regina Sikrit, visitò il campo rifugiati del distretto di Panat Nikhom e disse messa nella cattedrale dell’Assunzione di Bangkok, di fronte la quale c’è una statua del Papa santo.

Mentre l’invito da parte dei vescovi è arrivato a Papa Francesco nel maggio 2018, durante la visita ad limina.

cattolici in Thailandia rappresentano meno dello 0,5 per cento della popolazione. Evangelizzata da francescani e gesuiti nel XVI secolo, la Chiesa thailandese ha vissuto grande vitalità nel XX secolo, con lo stabilimento di una Caritas locale per aiutare i rifugiati provenienti dall’Indocina, ma soprattutto con la visita di San Giovanni Paolo II nel 1984.

Grande lavoro è fatto nel campo dell’istruzione, attraverso una rete di 350 scuole. Il 90% degli oltre 150.000 studenti di questi istituti sono buddisti. I rapporti interreligiosi con la maggioranza buddista sono buoni.

Papa Francesco ha mostrato attenzione per la Tailandia creando cardinale, nel concistoro del 2015, l’arcivescovo di Bangkok, Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, che ha origini cinesi. Il suo predecessore alla guida dell’arcidiocesi di Bangkok, Michael Michai Kitbunchi, è anche lui un cardinale.

Nel 2015, la Tailandia ha festeggiato i 350 anni di evangelizzazione. Fu con il sinodo Ayuthaya, nell'allora regno del Siam che i missionari francesi hanno gettato le basi della moderna Chiesa cattolica thai. Quest’anno, si sono celebrati i 350 anni dalla creazione del vicariato apostolico del Siam, alla presenza del Cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

Il modello di evangelizzazione, spiegò l’arcivescovo di Bangkok durante il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione del 2012, è quello delle “piccole comunità”.

“Si tratta – spiegò - di un nuovo modo di essere Chiesa. Le piccole comunità sono formate da varie famiglie, di varie professioni di fede. Ovviamente, queste non sono inserite all’interno di un movimento, anche se ci possono essere persone dei movimenti. Ma le piccole comunità sono qualcosa di più ampio. Si radunano intorno a quel piccolo fuoco che è la Parola di Dio. E loro vivono questa parola, e la diffondono attraverso l’esempio. Perché dopo averne parlato nelle piccole comunità, loro devono vivere questa parola di Dio nei loro ambienti di lavoro, nei luoghi che frequentano abitualmente. Così queste piccole comunità diventano un esempio di testimonianza della vita cristiana, e in questo modo non sono solo un veicolo di evangelizzazione all’interno degli stessi gruppi, di un arricchimento personale. Diventano anche strumenti di missione ad gentes, di diffusione della vita cristiana nel mondo”.

Tailandia e Giappone saranno rispettivamente il 13esimo e 14esimo Paese asiatico visitati da Papa Francesco.

La Santa Sede a Ginevra, la questione del Nicaragua

Si è discusso anche di Nicaragua alla 42esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani che si è tenuta negli scorsi giorni a Ginevra. Il 10 settembre, l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso le organizzazioni internazionali a Ginevra, ha sottolineato che “la Santa Sede ha seguito con grande attenzione la situazione sociopolitica in Nicaragua e ritiene che le dispute in sospeso debbano essere risolte il prima possibile, sempre rispettando i fondamentali diritti umani e i principi che sono inclusi nella costituzione nella nazione”.

La Santa Sede, ha proseguito l’arcivescovo Jurkovic, raccomanda che tutti gli attori politici e sociali “con un rinnovato spirito di responsabilità e riconciliazione”, si impegnino a trovare insieme una soluzione, e ritiene “essenziale” implementare gli accordi raggiunti lo scorso marzo”.

In particolare, la Santa Sede chiede di procedere quanto prima alle “riforme elettorali per tenere una elezione libera e trasparente con la presenza degli osservatori internazionali”.

Si tratta, in pratica, del rilancio del dialogo nazionale, cui la Santa Sede ha partecipato all’inizio, e da cui poi è stata estromessa dal governo Ortega, con l’accusa di appoggiare i golpisti. In seguito, l’arcivescovo Waldemar Sommertag, nunzio in Nicaragua, ha partecipato come osservatore ad alcuni colloqui. I vescovi sono stati anche oggetto di attacchi.

La situazione in Nicaragua è scoppiata lo scorso aprile, con le proteste che hanno fatto seguito all’annuncio di una riforma delle pensioni.

La Santa Sede, il diritto all’acqua e all’igiene

Il 9 settembre, il Consiglio dei Diritti Umani ha invece parlato di diritto all’acqua e all’igiene, discutendo un rapporto sul tema focalizzato sul tema del “Diritto umano all’acqua”.

La Santa Sede ha sottolineato che “l’accesso all’acqua” è “un elemento essenziale per essenziale per il totale godimento della vita e dei diritti umani”, mentre il commento generale numero 15 del Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti Economici, Sociali e Culturali” osserva che l’acqua “è una risorsa naturale limitata e un bene pubblico fondamentale per la vita e la salute”, ed è indispensabile per vivere la vita in dignità umana”.

Ci sono, sottolinea la Santa Sede, tre tipi di “obblighi che gli Stati sono chiamati ad implementare” perché sia garantito un continuo accesso all’acqua, che vengono riassunti nei verbi: rispettare, proteggere e adempiere. Si tratta di evitare di mettere in campo ogni pratica o attività che nega o limiti l’eguale accesso ad acqua adeguata, di evitare che chiunque possa interferire nel godere lo sviluppo del diritto all’acqua, e di adottare le misure necessarie perché sia pienamente realizzato all’acqua.

La delegazione della Santa Sede ha in particolare condiviso la preoccupazione del rapporto che “la legislazione e la politica riguardo l’acqua e l’igiene sono, più spesso che no, focalizzate solo nel migliorare l’accesso a livello casalingo, mentre raramente si considerano altri livello oltre quelli casalinghi.

Eppure, “l’accesso all’acqua in quantità sufficiente è alla base della possibilità di ogni nazione di assicurare il potenziale del suo sviluppo economico”, mentre “la continua contaminazione, esaurimento e ineguale distribuzione di acqua va ad esacerbare i livelli esistenti di povertà”.

C’è bisogno dunque di misure efficaci “per realizzare, senza discriminazioni, il diritto di accesso all’acqua, diritto che “si applica a tutti”. Insomma, l’accesso all’acqua è un diritto “fondamentale, inalienabile e universale”, e anche le migrazioni seguono sempre “risorse di acqua fresca”, perché “senza acqua non c’è vita”. Se non si arriverà a dare a tutti “eguale accesso all’acqua”, l’obiettivo di “non lasciare nessuno indietro” sarà fallito, conclude la Santa Sede.

La Santa Sede a Ginevra, il diritti delle persone anziane

L’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra, è intervenuto anche nel dibattito sul rapporto dell’esperto indipendente riguardo il godimento di tutti i diritti umani da parte delle persone anziane, che si è tenuto lo scorso 11 settembre nell’ambito della 42esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani..

Gli anziani, ha detto il rappresentante della Santa Sede, portano un peso più grandi degli altri in situazioni di crisi, dato che “sono maggiormente a rischio di essere derubati, marginalizzati o esclusi” e spesso” soffrono miseria, malattia e disabilità”, a volte senza neanche benessere sociale, e hanno bisogno di attenzione specializzata.

Sono molte le aree critiche, dalla protezione sociale alla mancanza di nutrizione, alla ricerca di una casa. La Santa Sede chiede con forza di “mettere la persona umana e i suoi bisogni al centro della legislazione e dell’azione di agenzie governative e intergovernative, perché questa è la chiave per lo sviluppo di strategie che rispettano pienamente i bisogni e i diritti di tutti, anche quando rispondono ad emergenze complesse”.

Il rapporto, nota la Santa Sede, mette in luce come la perdita in protezione sociale produce “terribili conseguenze per la salute fisica e mentale dei più anziani”, e dunque le società devono sempre considerare le relazioni famigliari, perché “sia nelle situazioni di emergenza che in quelle regolari, la famiglia la migliore sicurezza per le persone anziane”, che lì possono trovare “una protezione, cura e ambiente in cui possono continuare ad essere attivi e contribuire alla società”.

Per questo motivo, “ogni iniziativa, protocollo o piano di azione promosso dalle agenzie internazionali o organizzazioni non governative” dovrebbe “rispettare e includere il ruolo della famiglia”, sia nei servizi di assistenza che nella protezione della persona in ogni parte della vita.

Questo anche perché ci sono intere comunità che “rischiano di perdere la loro identità culturale, la loro tradizione e i linguaggi nativi che legano le persone insieme”, e gli anziani “rappresentano un elemento essenziale per ricostruire quelle comunità che hanno vissuto tali terribili situazioni, e dovrebbero essere riconosciute come attori vitali per recuperare queste comunità”

La Santa Sede a New York, la giornata internazionale contro i test nucleari

Presso le Nazioni Unite a New York, lo scorso 9 settembre, si è tenuta un incontro di alto livello sulla Giornata Internazionale contro i Test Nucleari. Intervenuto a nome della Santa Sede, l’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, ha sottolineato che la giornata “accresce la consapevolezza pubblica e l’educazione sull’impatto umanitario delle esplosioni dei test nucleari, così come sottolinea il bisogno di terminare i test nucleari per poter avere un mondo libero dalle armi nucleari.

La Santa Sede ha sempre “espresso preoccupazione sull’uso violento dell’energia atomica” sin dal primo esperimento di armi nucleari nel 1945. Per questo, la Santa Sede ha chiesto agli Stati che ancora non hanno ratificato il Trattato globale di bando dei test nucleari di ratificarlo, in attesa che questo trattato entri in vigore. La Santa Sede, in maniera eccezionale, ha votato come Stato all’Assemblea Generale per l’adozione del Trattato. C’è da dire che la Santa Sede ha sempre contrastato l’uso delle armi nucleari, ma ha sempre favorito l’utilizzo pacifico dell’energia nucleare, ed è stato uno dei membri fondatori dell’Agenzia Internazionale di Energia Atomica

La Santa Sede a New York, per una cultura di pace

Si è tenuto l’11 settembre, presso le Nazioni Unite a New York, un evento su “Essere pace. Percorsi verso una cultura di pace”, sponsorizzato dal Movimento Globale per la Cultura di Pace e Pax Christi International. Ha partecipato all’incontro anche l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Auza ha commemorato il 18esimo anniversario dell’attacco alle torri gemelle di New York, ricordato che sia Benedetto XVI nel 2008 che Francesco nel 2015 si erano recati in preghiera a Ground Zero, sul luogo degli attacchi, e ha detto che “per costruire una cultura di pace, si devono ricostruire i cori dell’uomo”. E ha aggiunto che il cuore dell’uomo deve essere educato alla pace.

Eritrea, i vescovi protestano contro la nazionalizzazione degli ospedali

Si attende ancora un nunzio in Eritrea, dopo il trasferimento di Hubertus van Megen in Kenya, e nel frattempo il governo eritreo continua con il suo piano di espropriazione e nazionalizzazione delle proprietà della Chiesa. Tanto che i vescovi di Eritrea hanno inviato, lo scorso 4 settembre, una lettera di protesta al ministro dell’Istruzione pubblica Semere Re’som..

Nella lettera, i vescovi hanno lamentato “l’arbitrario e unilaterale provvedimento assunto di recente dal governo della nazione con la statalizzazione delle nostre cliniche (si tratta di 29 ospedali e centri sanitari) e delle nostre scuole.”

Lo scorso 3 settembre, il governo ha requisito la scuola elementare e media inferiore San Giuseppe dei Fratelli Lasalliani a Cheren, la scuola media superiore dei Frati Cappuccini a Addi-Ugri e la scuola media inferiore e superiore San Francesco dei Frati Cappuccini a Massawa. Si è trattato dell’ultimo di una serie di provvedimenti che sono andati a colpire le proprietà della Chiesa cattolica.

“Se questo non è odio contro la fede e contro la religione cos’altro può essere?” hanno scritto i vescovi. Che poi hanno sottolineato che formulano la loro “doverosa e legittima protesta” su tutti i provvedimenti che hanno colpito l’eritrea.

Il processo di nazionalizzazione è cominciato da tempo, e già due anni fa era stata chiusa la scuola secondaria del Santissimo Redentore al Seminario di Asmara.

Nella lettera, i quattro eparchi cattolici del Paese ribadiscono che “scuole e ospedali” sono parte “dell’essere e della missione della Chiesa” e “nessun altro scopo, aperto o coperto, si propone la Chiesa nella gestione delle sue istituzioni educative, se non l’onesto, corretto e appassionato contributo alla promozione integrale dell’uomo oggi come ieri”.

I vescovi hanno notato che “dove la libertà e il diritto sono negati, non c’è più spazio né per la pace, né per la libertà, né per il diritto” e per questo chiedono “come eritrei e come cattolici” di rivedere le recenti risoluzioni” e di concedere alle istituzioni educative della Chiesa di “continuare i loro preziosi e altamente apprezzati servizi al popolo”. I vescovi si dicono anche aperti ad un “costruttivo dialogo” in caso ci sia bisogno di “correzioni e di aggiustamenti”.

I vescovi dell’Ecuador contro l’eutanasia

È in discussione, in Ecuador, una legge che va a depenalizzare l’aborto in caso di stupro, incesto, inseminazione non consentita e malformazioni del feto. Lo scorso 6 settembre, la presidenza della Conferenza Episcopale Ecuadoriana ha inviato una nota e affermato che il tema è “molto delicato e complesso” ed “esige la nostra partecipazione cosciente e attiva per ciascuna delle causali”, perché “l’indifferenza e la complicità, per i cristiani, sono peccati molto gravi”.

I vescovi hanno quindi invitato “tutti gli uomini e le donne che amano la vita a unirsi in una giornata di preghiera, riflessione e azione”, e chiesto che “in tutte le parrocchie, le comunità religiose e le aggregazioni laicali promuovano una giornata di preghiera in favore della vita dei nascituri e dei loro genitori”.

I vescovi hanno anche chiesto che si continuino a “organizzare dibattiti e incontri” in un clima di rispetto, per “promuovere una riflessione serena e obiettiva”, con l’obiettivo di pronunciarsi “a favore della vita in modo chiaro e diretto”.

Camerun, una conferenza nazionale per superare la crisi anglofona

Il presidente camerunense Paul Biya ha annunciato ufficialmente l’apertura di un dialogo nazionale inclusivo alla fine di settembre 2019 per superare la crisi anglofona. Ancora non ci sono luogo e data esatti, ma i dibattiti saranno coordinati dal primo ministro Joseph Dion Ngute.

La cosiddetta “crisi anglofona” ha colpito il Camerun negli ultimi due anni. Tutto è cominciato con uno sciopero organizzato da insegnanti e avvocati anglo parlanti, che si è poi trasformato in una rivolta contro l’emarginazione delle regioni di lingua inglese del Paese, con un dibattito che ha assunto toni fortissimi e vere e proprie spinte secessioniste. La Chiesa Cattolica ha lavorato come fonte di mediazione, e il Cardinale Christian Tumi è stato tra i principali promotori di una Conferenza generale sulla questione anglofona del Camerun.

L’annuncio del presidente è venuto dopo che, lo scorso 4 settembre, il primo ministro ha incontrato i promotori della conferenza generale inglese, invitati a presentare al capo del governo il documento di lavoro di 400 pagine che hanno redatto per rintracciare le cause della crisi.

Isola Mauritius, la questione del Chagos

La questione dell’arcipelago di Chagos è stata il centro diplomatico del viaggio di Papa Francesco nell’Isola Mauritius. Al termine della Messa celebrata di fronte ad una folla di 100 mila persone, Papa Francesco si è riferito proprio all’arcipelago, in un modo che fonti governative hanno considerato “un importante passo avanti nel riconoscere la sovranità di Mauritius sull’arcipelago di Chagos.

L’arcipelago è stato distaccato dalla Gran Bretagna prima che questa restituisse la sovranità a Mauritius. Londra ha poi espulso la popolazione dell’isola per costruire una base aerea, attualmente utilizzata dagli Stati Uniti.

Il Regno Unito aveva concesso le Chagos agli Stati Uniti, i quali, nel 1958, con lo Strategic Island Concept (Concetto di Isola Strategica) avevano individuato un certo numero di isole di cui avevano bisogno per controllare gli oceani e contenere l’URSS (containment). La base “Camp Justice”, costata 3 miliardi di dollari, ospita una prigione segreta per la CIA, e ospita un migliaio di militari e circa 2500 contrattisti.

Lo scorso 22 maggio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva ingiunto al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord di lasciare entro sei mesi l’arcipelago delle Chagos, occupato illegalmente, e di restituirlo alla Repubblica di Maurizio.

La Corte Internazionale di Giustizia, cui il 22 giugno 2017 l’Assemblea Generale aveva chiesto di dirimere il litigio fra Repubblica di Maurizio e Regno Unito, ha stabilito che questi aveva camuffato l’indipendenza di Maurizio, smembrandone illegalmente il territorio.

La risoluzione delle Nazioni Unite è stata adottata con 116 voti a favore, 6 contrari (Australia, Stati Uniti, Ungheria, Israele, Maldive, Regno Unito) e 56 astensioni (fra cui Germania e Francia).

La questione è particolarmente sensibile. Se, infatti, il Regno Unito dovesse decolonizzare l’arcipelago delle Chagos, la locazione concessa fino al 2036 agli Stati Uniti per installare una gigantesca base militare sull’isola di Diego Garcia è da ritenere nulla e non avvenuta.

Nel volo di ritorno dal viaggio in Africa, parlando della questione delle Chagos, Papa Francesco ha detto che ci si deve sempre riferire ai trattati internazionali.

Sia il presidente che il primo ministro, nei loro indirizzi di saluto durante l’incontro di Papa Francesco con il corpo diplomatico di Mauritius, hanno ringraziato il Papa per il suo interesse sulla vicenda.

Un nuovo ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede

C’è finalmente un nuovo ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede, dopo il congedo di Tamara Grzedlidze lo scorso dicembre. Il nuovo ambasciatore è di nuovo una donna, Sua Altezza Khetevan Bagration de Moukhrani, che prende servizio come ambasciatore della Georgia presso la Santa Sede per la seconda volta.

Sposata dal 1978 con il principe romano Raimondo Umberto Maria Orsini d’Aragona, di nazionalità francese e georgiana, dal 1991 ha diretto diversi progetti di cooperazione per la Georgia che in quel tempo si era liberata dal dominio sovietico. Fu tra gli organizzatori della visita di Papa Giovanni Paolo II in Georgia nel 1999, la prima di un Papa nel Paese. È stata dal 2005 al 2014 ambasciatore di Georgia presso la Santa Sede, incarico che riprende ora.

Santa Sede, un accordo quadro con l'Angola 

Era in lavorazione da più di un anno, l’accordo quadro della Santa Sede con l’Angola. I lavori erano ripresi dopo che già nel 2007, nunzio l'attuale cardinale Angelo Becciu, si sarebbe arrivati a concluderlo, magari durante il viaggio di Benedetto XVI nel Paese. Tutto saltò, poi, per un cavillo. 

In questa settimana, Manuel Domingos Augusto, ministro degli Esteri dell’Angola, ha viaggiato in Italia, in una visita che ha avuto il suo culmine in Vaticano il 13 settembre, dove è stato per firmare l’accordo.

L’accordo include il riconoscimento della personalità giuridica della Chiesa cattolica in Angola e ne delinea le proprietà. I negoziati sono attivi dal 2018, e il presidente Joao Lourrenco aveva creato, già nel marzo 2018, una commissione interministeriale per gestire i negoziati .

Angola e Santa Sede hanno relazioni diplomatiche dal 1608, quando Antonio Manuel Nyunda fu nominato primo ambasciatore a Roma dell’allora Regno del Congo. “L’Accordo Quadro – si legge in un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede - redatto in lingua italiana e portoghese e composto da un preambolo e 26 articoli, definisce il quadro giuridico delle relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato angolano”.

In particolare, “viene riconosciuta la personalità giuridica pubblica della Chiesa e delle sue Istituzioni, nonché il libero esercizio della sua missione apostolica e il suo contributo specifico nelle diverse aree della vita sociale”.

Infine, si stabilisce che le due Parti, pur salvaguardando l’indipendenza e l’autonomia che sono loro proprie, si impegnano a collaborare per il benessere spirituale e materiale della persona umana, così come per la promozione del bene comune”.

L’Accordo entrerà in vigore con lo scambio degli Strumenti di Ratifica.

La Santa Sede all’OSCE di Vienna

Si è tenuto a Praga, dall’11 al 13 settembre, un incontro del Forum Economico e Ambientale dell’Organizzazione della Cooperazione e Sicurezza in Europa (OSCE). La Santa Sede vi ha partecipato, e l’intervento è stato pronunciato dall’arcivescovo Charles Balvo, nunzio in Repubblica Ceca.

Il suo intervento ha parlato di due temi: le questioni ambientali all’interno dell’OSCE e una buona governance per la sicurezza regionale.

Per quanto riguarda il tema dell’ambiente, l’arcivescovo Balvo ha notato che già la dichiarazione di Helsinki del 1975 parlava di sviluppare una collaborazione sui temi ambientali, e che la Santa Sede considererebbe di valore il fatto che gli Stati che partecipano all’OSCE possano accrescere i loro sforzi nella sfera ambientale, pur “mantenendo un forte focus sulla sicurezza regionale che ha caratterizzato l’organizzazione”.

Parlando di governance, la Santa Sede sostiene che questa ha giustamente assunto “un ruolo chiave in ogni aspetto della dimensione economica e ambientale”, e che c’è una interconnessione tra buona governance, sicurezza energetica e dialogo sull’energia.

“Come la Santa Sede ha notato in passato – ha detto l’arcivescovo Balbo – una crescita economica giusta e corretta, incluso il più grande impegno da parte del settore economico sulla tecnologia digitale – è messa a rischio dall’assenza di una buona governance pubblica. Una minaccia ancora più grande è causata dalla corruzione”.

La Santa Sede apprezza lo sforzo anti-corruzione dell’OSCE, ma – osserva – “piuttosto che fornire semplicemente rimedio alla corruzione che ha avuto luogo, i nostri sforzi devono essere proattivi nel portare avanti una gestione finanziaria pubblica corretta”.

Una buona governance – osserva infine la Santa Sede – deve anche “creare una cornice in cui il bene comune e la dignità umana sono rispettati nei campi economici e ambientali”.

Un francobollo per i 25 anni di relazioni diplomatiche tra Israele e Santa Sede

Dopo averlo presentato al Papa al termine dell’udienza generale, l’ambasciata di Israele presso la Santa Sede ha tenuto un ricevimento nella residenza dell’ambasciatore per celebrare l’emissione del francobollo celebrativo dei 25 anni di relazioni diplomatiche tra Israele e Santa Sede. Il francobollo raffigura la città di Cafarnao, la città di Pietro.

Al ricevimento, ha partecipato, rappresentando la Segreteria di Stato, monsignor Antoine Camilleri, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, promosso al rango di nunzio con destinazione ancora da rivelare.

Nel suo breve discorso, monsignor Camilleri ha sottolineato che “il francobollo facilita le relazioni, testimonia un incontro e un rapporto che si sviluppa con il passare degli anni” e “può essere considerato un segno felice che assume un particolare simbolismo”.

Monsignor Camilleri ha voluto sottolineare che “ricordare Cafarnao, la città di Pietro, a Roma, altra città di Pietro e dei suoi successori” è un segno visibile di unità. “Come Santa Sede e Stato di Israele – ha terminato - dobbiamo dare un esempio per seminare pace e speranza per un mondo migliore. Memori delle radici della storia comune e dei grandi passi compiuti nei prossimi 25 anni auspico possiamo rafforzare le nostre relazioni”.

Anche Oren David, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, ha voluto ricordare come le relazioni e l’amicizia tra i due Paesi si sia rafforzata in questo quarto di secolo.

Slovacchia, l’ambasciata presso la Santa Sede organizza il XIV pellegrinaggio nazionale dell’Ordinariato delle Forze Armate

C’erano più di 250 membri delle Forze Armate, rappresentanti della Guardia d’Onore del presidente della Repubblica, della Polizia, dei vigili del Fuoco, della polizia penitenziaria e della Guardia di Finanza al XIV pellegrinaggio nazionale dell’Ordinariato delle Forze Armate e dei Corpi Armati di Slovacchia.

Il pellegrinaggio ha avuto inizio da Bratislava l’8 settembre. Culmine del pellegrinaggio, l’11 settembre, l’udienza generale con Papa Francesco. Il pellegrinaggio è stato guidato dal vescovo František Rábek, Ordinario Militare di Slovacchia, e dal ministro dell’interno Denisa Saková.

Papa Francesco ha rivolto un saluto ai pellegrini di Slovacchia al termine dell’udienza generale, e poi ha potuto salutare l’ordinario militare, il ministro dell’interno e Marek Lisansky, ambasciatore di Slovacchia presso la Santa Sede. Il vescovo Rabek ha regalato a Papa Francesco un quadro raffigurante l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci dipinto da Stano Laja.

Il giorno prima dell’udienza generale, il 10 settembre, i pellegrini hanno celebrato Messa in lingua slovacca San Pietro e poi hanno pregato sulla tomba di San Giovanni Paolo II, il primo Papa slavo. Tra gli altri appuntamenti del pellegrinaggio, la visita ai Musei Vaticani, alle Basiliche di San Paolo Fuori Le Mura Santa Maria Maggiore (dove furono approvati i testi liturgici in lingua slava) e San Giovanni in Laterano, alle Catacombe di San Sebastiano e alla Basilica di Santa Prassede, dove soggiornavano i Santi Cirillo e Metodio, e San Clemente, dove fu sepolto San Cirillo.

Nel contesto del pellegrinaggio nazionale ed in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica Slovacca in Italia si sono svolti altri due eventi dedicati al 100o anniversario della scomparsa del Generale Milan Rastislav Štefánik con la cerimonia della deposizione della corona d’alloro alla targa commemorativa sita a Roma in Piazza Venezia e con l’inaugurazione della mostra dedicata al Generale Štefánik, che fu proposta nei saloni di rappresentanza comuni delle due Rappresentanze Diplomatiche.

Il Cardinale Angelo Becciu celebra il trigesimo della morte del Cardinale Ortega y Alamino

Per celebrare il trigesimo della morte del Cardinale Ortega y Alamino, il Cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, è volato fino all’Avana, dove è stato nunzio prima di diventare sostituto della Segreteria di Stato.

Nell’omelia della Messa, che si è tenuta il 10 settembre, il Cardinale Becciu ha ricordato l’amicizia che lo legava al Cardinale Ortega e ha sottolineato che questi lascia una vita “ricca di segni evidenti del suo ardore di portare agli altri la gioia della salvezza”.

“Con il suo zelo – ha proseguito – il Cardinale Ortega ha rafforzato legami di amicizia con gli altri, anche con quelli di differenti vedute, ed ha avviato un dialogo costruttivo con le autorità di governo e con i paesi vicini. Citiamo soltanto il suo ruolo nei negoziati per avvicinare Cuba agli Stati Uniti d’America. La dedizione e l’amore per il suo popolo, la sua capacità di dialogo e lungimiranza, lo hanno posto in una posizione chiave perché le tensioni svanissero ed i nodi si allentassero”.

La celebrazione è stata anche l’occasione del congedo dell’arcivescovo Giorgio Lingua, che lascia la nunziatura di Cuba per andare a guidare la nunziatura in Croazia.

Ha detto il Cardinale Becciu: “In questa celebrazione, come vi è stato annunciato, vogliamo dare anche il saluto a Sua Eccellenza Monsignor Giorgio Lingua, Nunzio Apostolico tra di voi per 4 anni e che è stato nominato dal Santo Padre come suo Rappresentante nella Repubblica di Croazia, in Europa”.

Il cardinale e il nunzio, ha aggiunto il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, hanno “collaborato per l’edificazione della Chiesa e il progresso nel vostro Paese”.

Il Cardinale Becciu e l’arcivescovo Lingua hanno anche avuto una udienza con il presidente durante il viaggio.

Diplomazia ed ecumenismo: cosa ha detto il Cardinale Pietro Parolin all’incontro dei vescovi di rito orientale del CCEE

È stata una relazione articolata, quella che il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha tenuto davanti ai vescovi di rito orientale di Europa, riuniti come ogni anno dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee. Nella sua relazione, il capo della diplomazia pontificia ha sottolineato un “approccio tra pastorale e diplomazia”, mettendo in luce come la diplomazia della Santa Sede possa essere definita “una diplomazia dei valori”, che si basa sul “primato della giustizia e del diritto, la difesa dei più deboli, l’impegno per la pace tra i popoli e il ripensare al nostro destino come abitanti della stessa casa comune”.

Anche il cammino ecumenico ha lo scopo di “esaudire il profondo desiderio del Signore, ut unum sint, superando le dolorose vicende che nei secoli hanno portato a lacerare la tunica inconsutile di Cristo.

Diplomazia e cammino ecumenico hanno “comunanza di metodo”, a pratire dal dialogo. Sono piani distinti di dialogo, eppure non separati, perché “in entrambi i casi si tende a favorire la concordia e a sanare le ferite e le divisioni, siano esse di tipo ecclesiale, religioso e politico, ad adoperarsi per il bene spirituale, morale e sociale dei soggetti coinvolti nei conflitti o minacciati dalle conseguenze del peccato e dell’egoismo, che rappresentano la costante sfida di ogni cuore umano”.

Ma si tratta comunque – ha detto il Segretario di Stato vaticano – di piani distinti, perché confonderli “comporterebbe un esiziale intreccio tra politica e piano della fede”, e “utilizzare la religione come esca o pretesto per i raggiungere i propri fini politici è un uso spudorato dell’arte della diplomazia”.

Il dialogo, metodo comune, presuppone “una comune volontà di incontrarsi sul piano della verità nella carità”, altrimenti “tutto si riduce ad un uso distorto della parola con cui tendo a piegare la volontà dell’altro al fantasma di verosimiglianza che gli agito davanti”.

La virtù comune è invece quella della pazienza. Celebre è il libro “Il martirio della pazienza” del Cardinale Agostino Casaroli, in cui raccontava le sue memorie del dialogo nei Paesi comunisti. Titolo azzeccato, secondo il Cardinale Parolin, perché “la parola martirio ha i due sensi fondamentali e perfettamente adeguati alle circostanze, ossia quello di testimonianza e quello di sofferenza”. Sensi che si adattano anche al dialogo ecumenico, ai suoi “ripetuti, apparenti fallimenti” e ai “risultati minimi che si ottengono magari di fronte a un enorme volume di sforzi e risorse”.

Il Cardinale Parolin ricorda come l’importanza della diplomazia pontificia è stata riconosciuta da due ex ambasciatori di Romania presso la Santa Sede, Gheorghe Pancratiu Iuliu Gheorghiu e Teodor Baconski, rimarca che Papa Francesco ha lanciato due iniziative che possono essere da esempio, la giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero il 7 settembre del 2013 e l’incontro con il Patriarca ortodosso di Mosca Kirill all’aeroporto dell’Avana il 12 febbraio 2016. Due iniziative volte ad avviare processi.

Il Cardinale Parolin ha anche messo in luce come le Chiese cattoliche orientali svolgano un ruolo di ponte importante, sono “un avamposto di profezia”, sono “presenti dove oggi si registrano situazioni di conflitto e rischi per l’incolumità dei cristiani” (dal Medio Oriente all’Est europeo, fino all’India), e molti fedeli sono anche in diaspora.

Hanno una storia importante, che testimonia la loro scelta di rimanere unite a Roma, e “sono preziose nel dialogo ecumenico per il loro essere terra di mezzo, di incontro, con le Chiese ortodosse”. Sono, insomma, “abitanti alle frontiere della storia”. E che possono fare molto sia nella rinnovata vicinanza con la Chiesa assira, favorita dalla Chiesa caldea, sia nella relazione con la Chiesa ortodossa russa, che deve essere – secondo il Segretario di Stato vaticano – profonda e “prudentemente realistica”, per motivi “ecumenici”, ma anche “per il ruolo geopolitico della Federazione Russa sulla scena internazionale”.

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