Diplomazia pontificia, il focus sul golfo, lo sguardo alla Cina

Papa Francesco e Ali Bin Samikh al Marri, Ministro di Stato e Presidente del Comitato Nazione dei Diritti Umani del Qatar, Vaticano, 31 gennaio 2019
Foto: Vatican Media / ACI Group
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L’incontro di Papa Francesco con il presidente del Comitato dei Diritti Umani del Qatar è arrivato non a caso alla vigilia di un viaggio importante per Papa Francesco. In questa settimana, infatti, Papa Francesco parte per un breve viaggio negli Emirati Arabi Uniti, che hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede da appena 11 anni, e che hanno attivo un embargo con il Qatar.

Altri fatti della diplomazia pontificia di questa settimana: a Ginevra si è discusso di salute per tutti e in particolare per i migranti e nella Repubblica Democratica del Congo i vescovi hanno cominciato a prendere le misure con la nuova presidenza Tshikendi.

Tra le visite diplomatiche da segnalare, quella dell’arcivescovo Buendia, nunzio apostolico in Romania, il 31 gennaio; e quella di Josip Gelo, ambasciatore di Bosnia presso la Santa Sede, in visita di congedo dopo appena tre mesi.

Inoltre, si è cominciato a rumoreggiare che sarebbe persino possibile un incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e Papa Francesco, durante il viaggio in Italia del primo. Si tratta solo di un rumor, ma che testimonia come sia Pechino che la Santa Sede hanno tutto l’interesse a mantenere i contatti.

Papa Francesco incontra il presidente del Comitato Nazionale dei Diritti Umani in Qatar

Il 31 gennaio, Papa Francesco ha ricevuto Ali Bin Samikh al-Marri, presidente del Comitato Nazionale dei Diritti Umani del Qatar. In dono, ha portato un libro sui diritti umani. Fatta praticamente alla vigilia del viaggio di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti, la visita aveva anche lo scopo di chiedere alla Santa Sede una mediazione con emiratini, Egitto e Arabia Saudita, che hanno imposto sul Paese un embargo per via di quelli che sono definiti rapporti ambigui con l’Iran e il sostegno a svariate organizzazioni jihadiste.

“Questo embargo – ha dichiarato al-Marri dopo l’incontro – ha portato alla violazione di diritti umani. La nostra gente soffre”. Papa Francesco è stato anche invitato a Doha. Ma c’è anche, per Papa Francesco, un invito aperto per visitare il Bahreindove si sta costruendo la cattedrale Nostra Signora di Arabia. Al-Marri ha anche sottolineato che “la visita del pontefice nella regione è molto importante: speriamo che possa portare davvero una parola di concordia, visto che l’embargo ha messo a dura prova tante famiglie ancora impossibilitate a riunirsi”.

Che relazioni ha la Santa Sede con gli Emirati Arabi Uniti?

Santa Sede ed Emirati Arabi Uniti hanno stabilito rapporti diplomatici nel 2007, con lo scopo di sviluppare “reciproca amicizia” e di approfondire la “cooperazione internazionale”.

Prima dello stabilimento delle relazioni diplomatiche con la confederazione dei sette emirati, c’erano stati vari contatti tra Santa Sede ed Emirati. Il primo di questi contatti fu la visita non ufficiale dello sceicco Zayed bin Sultan al Nahyan a Giovanni Paolo II negli Anni Ottanta.

I legami sono profondamente influenzati e simboleggiati dalle storiche relazioni cristiano-musulmane. La Santa Sede ha stabilito relazioni diplomatiche anche in virtù della libertà religiosa che si dice si viva nella nazione.

La più alta delegazione degli Emirati Arabi Uniti mai spedita in Vaticano è quella guidata da Abdul Aziz al Ghurair nel 2008. Già in quell’occasione, al Ghurair sottolineò che gli Emirati Arabi Uniti volevano stabilire una forte relazioni con il Vaticano, migliorando contatti civili e religiosi.

Tra le varie iniziative in Abu Dhabi, una volta è stato organizzato dal centro degli Affari di Informazione un simposio dal tema “Il ruolo del Vaticano nel diffondere i principi della coesistenza nel mondo e la tolleranza religiosa negli Emirati Arabi Uniti”. Furono invitati a parlare al forum Paul-Mounged el Hachem e il vescovo Paul Hinder, che guida il vicariato dall’Arabia Settentrionale dal 2004.

Nel 2010, gli Emirati Arabi Uniti hanno anche nominato la prima donna ambasciatore in Vaticano, Hissa Abdulla Ahmed al-Otaiba. Nunzio negli Emirati Arabi Uniti è, dal 2016, l’arcivescovo Francisco Montecillo Padilla.

Papa Franecsco riceverà Xi Jinping in Vaticano?

A fine gennaio, Wang Yi, ministro degli Esteri della Repubblica Popolare cinese, è stato in Italia per preparare la visita del presidente Xi Jinping, che sarà in Italia tra il 19 e il 21 marzo. Tra gli incontri in programma, quello alla FAO ed uno a Milano. Ma sembra anche che il presidente Xi Jinping potrebbe fare una tappa in Vaticano, per il primo, storico incontro di un presidente cinese con un Papa.

Eletto quasi in concomitanza con l’elezione di Papa Francesco, il presidente Xi ha subito risposto al messaggio di auguri che gli era stato inviato dal Pontefice nel 2013, e ha aperto per la prima volta lo spazio aereo cinese a dei voli vaticani, che lo hanno sorvolato per i viaggi papali in Corea del Sud, nelle Filippine e in Bangladesh e Myanmar.

Segnali di disgelo che sono stati propedeutici ad una ripresa del dialogo, su temi più scottanti. Da una parte, le croci cristiane abbattute, dall’altra il lavoro dietro le quinte, portato avanti, tra gli altri, da monsignor Francesco Rota Graziosi, nominato come consultore della Segreteria di Stato al termine di una carriera per buona parte dedicata alla questione cinese. Contatti che hanno portato alla firma dell’accordo provvisorio e confidenziale sulla nomina dei vescovi, nonostante siano molti i problemi ancora sul tavolo, e nonostante la discussione sia aperta su molti fronti.

Papa Francesco avrebbe comunque intenzione di intavolare un dialogo. Nella sua visita al Quirinale il 10 giugno 2017, chiacchierando con il presidente Sergio Mattarella, Papa Francesco parlò del dialogo con la Cina, scherzando sui “tempi cinesi”.

Oltre all’accordo confidenziale sulla nomina dei vescovi, Papa Francesco ha inviato il 26 settembre 2018 una lettera ai cattolici cinesi, sottolineando che i cinesi sono chiamati ad essere “buoni cittadini” e ad amare “pienamente la loro patria”, servendo “il proprio Paese con impegno ed onestà”. Parole che sembrano una risposta alle preoccupazioni del governo cinese, che considera comunque la Santa Sede come una potenza straniera. Senza considerare la forte spinta per la “sinizzazione” delle religioni sperimentata sotto Xi Jinping.

Papa Francesco aveva parlato anche della necessità di “un nuovo stile di collaborazione semplice e quotidiana tra le Autorità locali e quelle ecclesiastiche – Vescovi, sacerdoti, anziani delle comunità –, in maniera tale da garantire l’ordinato svolgimento delle attività pastorali, in armonia tra le legittime attese dei fedeli e le decisioni che competono alle Autorità”.

Tra Santa Sede e Pechino non ci sono rapporti diplomatici, ma questo non sarebbe un ostacolo all’incontro. Per fare un esempio, non ci sono rapporti diplomatici nemmeno tra Santa Sede e Vietnam, ma è stato proprio attraverso le visite dei dirigenti vietnamiti in Vaticano che si è aperta la via del dialogo che dovrebbe presto portare ad avere un nunzio ad Hanoi. Di fatto, però, gli incontri non sono mai stati a livello così elevato.

D’altronde, anche i presidenti degli Stati Uniti visitarono il Papa anche quando non c’erano pieni rapporti diplomatici, avviati ufficialmente solo 35 anni fa.

La Santa Sede a Ginevra: in agenda, la sanità per tutti

Si è tenuto a Ginevra lo scorso 28 gennaio il 144esimo incontro del Consiglio di Amministrazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si discuteva, in particolare, della copertura sanitaria universale. L’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ONU di Ginevra ed altre organizzazioni internazionali, ha sottolineato l’apprezzamento della Santa Sede per la Conferenza Globale sulla Cura Sanitaria primaria, organizzata nell’ottobre 2018 dall’OMS, il governo del Kazakhstan e l’UNCEF. Questa conferenza ha portato alla dichiarazione di Astana, che chiedeva un rinnovamento della cura sanitaria primaria, che già era contenuta nella dichiarazione di quaranta anni prima di Alma-Ata.

L’arcivescovo Jurkovic ha dunque sottolineato che “la Santa Sede riafferma la necessità di chiamare tutti gli stakeholders a fare una azione condivisa per costruire una cura sanitaria primaria e sostenibile e raggiungere una copertura sanitaria universale”.

La Santa Sede ha messo a disposizione la sua rete di ospedali cattolici. Nei numeri forniti dall’arcivescovo Jurkovic, ci sono 5287 ospedali cattolici nel mondo e 15397 dispensari, mentre istituzioni di Chiesa gestiscono anche 15722 programmi residenziali per gli anziani e per le persone che vivono con malattie debilitanti croniche ed altre disabilità, in ogni parte del mondo.

La maggioranza di queste istituzioni – ha aggiunto l’arcivescovo Jurkovic – fornisce “cura primaria, integrale e centrata sulla persona tutti quanti hanno bisogno, con uno speciale impegno per quanti sono tra i più poveri ed emarginati. Una cura fatta con il dovuto riconoscimento alla sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e che aiuta le comunità locali fino alle basi”.

La Santa Sede a Ginevra: salute per i migranti

Il board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha discusso il 30 gennaio di “Promuovere la salute di rifugiati e migranti”. Intervenendo nel dibattito, l’arcivescovo Jurkovic ha messo in luce gli sviluppi della Bozza di Piano di Azione Globale 2019-2023 destinato a promuovere la salute di rifugiati e migranti. La Santa Sede ha chiesto di porre particolare attenzione all’urgenza delle necessità sanitarie di migranti e rifugiati, specialmente considerando che, stando alle cifre, la migrazione internazionale è cresciuta del 49 per cento tra il 200 e il 2017, con una particolare vulnerabilità registrata sugli sfollati forzati, che sono 68,5 milioni, e gli apolidi, 10 milioni”.

La Santa Sede ha sottolineato che c’è bisogno di migliorare la comunicazione generale con i migranti e i rifugiati, e di contrastare la xenofobia, cosa che richiederà una “attenzione focalizzata e concertata”, considerando che questi temi esercitano correntemente un forte impatto sul benessere generale, e chiede che il Piano di Azione riconosca la necessità di coinvolgere un ampia gamma di “stakehlders”.

La Santa Sede ha però espresso “profonda preoccupazione” per l’inclusione dei cosiddetti “diritti riproduttivi”, e ribadito che né l’aborto né i servizi abortivi possono essere considerati “una dimensione della salute riproduttiva”, e che non supporta “alcuna forma di legislazione che dia riconoscimento legale e l’aborto”, spiegando che il tema “salute sessuale e riproduttiva” va considerato come “servizi di salute sessuale e riproduttiva”, con un concetto olistico di salute che non include né l’aborto, né l’accesso all’aborto né l’uso degli abortifacenti”.

Proprio per questo, la Santa Sede chiede di cancellare dal Piano di Azione il cosiddetto “Pacchetto di Azioni Minime di Servizio”, perché questi pacchetti includono abortifacenti e strumenti per procurare l’aborto. Sono, in fondo, le stesse critiche rivolte dalla Santa Sede all’Accordo Globale sui Migranti.

La situazione in Congo

Dopo le elezioni in Congo, una delegazione della Conferenza Episcopale locale è stata presente alla nomina di Felix Tshisekedi come nuovo presidente. È stato padre Georges Kalenga, secondo vice segretario generale della Conferenza Episcopale, ha partecipato alla cerimonia inaugurale del presidente il 24 gennaio. Non si è trattato di una mossa per delegittimare il nuovo governo. Lo stesso sito della Conferenza Episcopale ha fatto notare che l’arcivescovo Marcel Utembi, presidente della Conferenza Episcopale, avrebbe partecipato se la cerimonia avesse avuto luogo il 18 gennaio, come inizialmente previsto.

La Conferenza Episcopale del Congo ha voluto chiarire la sua posizione perché molti media hanno speculato sulla posizione della Chiesa riguardo la nuova presidenza. È una situazione difficile. Sono state anche enfatizzate dichiarazioni dell’arcivescovo Fridolin Ambongo, da poco alla guida della diocesi di Kinshasa, che ha dichiarato che il nuovo presidente non deve dimenticare di “venire dal popolo”.

La situazione del Venezuela

Papa Francesco ha parlato del Venezuela in due occasioni durante il suo viaggio a Panama. Durante l’Angelus della domenica, chiedendo “una soluzione giusta e pacifica, nel rispetto dei diritti umani”. E quindi nella conferenza stampa in aereo, quando ha sottolineato di appoggiare tutto il popolo venezuelano, si è detto atterrito dal problema della violenza, e ha detto che “se hanno bisogno di aiuto, che si mettano d’accordo e lo chiedano”.

La Santa Sede aveva inizialmente operato una mediazione tra Maduro e l’opposizione, e Papa Francesco aveva inviato l’arcivescovo Claudio Maria Celli come suo inviato speciale. Ma la mediazione non funzionò. Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in più occasioni ha incontrato esponenti dell’opposizione venezuelana in Segreteria di Stato, mentre la Conferenza Episcopale Venezuelana è venuta due volte da Papa Francesco a portare i problemi della gente.

La diplomazia pontificia tiene, in questi casi, una posizione di prudenza, mantenendo comunque aperti i canali diplomatici. Per questo motivo, monsignor Kovakook, chargé d’affairs della nunziatura di Caracas, ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione di Nicolas Maduro. Non per legittimare un governo che i vescovi hanno dichiarato illegittimo, ma per tenere aperti tutti i canali di dialogo.

Dialogo UE – Chiese Europee: una delegazione si incontra con la presidenza di Romania

Una delegazione di Chiese in Europa si è incontrata a Bucarest lo scorso 28 maggio con Teodor-Viorel Melescanu, ministro degli Affari Esteri di Romania, in occasione della presidenza romena del Consiglio d’Europa. Tra i delegati, c’era anche padre Oliver Poquillon, segretario generale della COMECE; la commissione di vescovi europei delegati che monitora le attività del Parlamento Europeo.

Oltre a lui, c’erano rappresentanti della Conferenza delle Chiese Europee (CEC), che non va confusa con il Consiglio Mondiale delle Chiese, e il CROCEU, il Comitato di Rappresentanti delle Chiese Ortodosse nell’Unione Europee.

Le quattro priorità della presidenza romena sono state delineate come: Europa di convergenza; Europa più sicura; Europa come attore globale più forte; Europa di valori comuni.

Secondo un comunicato della COMECE, la “delegazione ha apprezzato il dialogo con la presidenza romena riguardo l’importanza di mettere la persona umana al centro di società umane sempre più secolarizzate. Ha anche enfatizzato l’importanza di una visione globale sulla sicurezza, i temi ambientali, e del miglioramento dell’educazione religiosa attraverso l’educazione”.

La delegazione ha anche incontrato il Patriarca Daniel, della Chiesa ortodossa romena, e scambiato vedute sul ruolo delle Chiese nell’Unione Europea con Victor Opaschi, segretario di Stato per gli Affari religiosi.

Il nunzio in Romania incontra Papa Francesco

L’arcivescovo Miguel Maury Buendia, nunzio in Romania, ha incontrato Papa Francesco il 31 gennaio. L’incontro è parte dei regolari incontri dei nunzi con Papa Francesco, ma questo acquista particolare interesse perché la Romania sarà destinazione di uno dei prossimi viaggi di Papa Francesco, in programma dal 30 maggio al 2 giugno.

Sarà il secondo viaggio di un Papa nel Paese, dopo quello di San Giovanni Paolo II nel 1999, e il lavoro diplomatico per prepararlo è stato intenso. Alla fine, il programma del viaggio prevede tappe a Bucharest, Iasi, Blaj, Miercurea Ciuc, per incontrare tutte le comunità principali del Paese – ortodossa, cattolica, greco cattolica e minoranza ungherese.

Santa Sede e Romania hanno cominciato relazioni sin dal Medio Evo, come testimonia la corrispondenza tra la Sede Apostolica i governanti dei principati romeni dei secoli XIV e XV, grazie anche all’obiettivo comune di porre un freno all’espansione ottomana.

L’ambasciata romena presso la Santa Sede è stata stabilita nel 1920, e c’è stato uno sviluppo significativo delle relazioni tra le due guerre, ma furono interrotte brutalmente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’instaurazione del regime comunista, fino ad interrompersi ufficialmente il 4 luglio 1950.

I rapporti si sono ripristinati solo dopo la caduta del regime Ceausescu del dicembre 1989, e le relazioni diplomatiche sono riprese nel maggio 1990, mentre dal gennaio del 1998 il nunzio apostolico viene riconosciuto come decano del Corpo Diplomatico, come tradizione.

L’ambasciatore Josip Gelo in visita di congedo

Aveva presentato le sue lettere credenziali a Papa Francesco a novembre del 2018, ma è già richiamato in patria. Josip Gelo, ambasciatore di Bosnia presso la Santa Sede, ha avuto l’incarico per pochissimo tempo, travolto dallo tsunami elettorale che ha colpito la Bosnia Erzegovina.

Le elezioni hanno avuto luogo il 7 ottobre. La Bosnia Erzegovina ha tre presidenti membri della presidenza dello Stato, uno per ciascuna delle tre etnie principali: quella bosgnacco (musulmana), quella serba (ortodossa) e quella croata (catolica). Tra i serbi è stato eletto con il 55% dei voti Milorad Dodik, tra i musulmani ha prevalso Šerif Džaferovic, mentre tra i croati è stato eletto Željko Komšic, che però non è stato eletto con il voto dei croati, bensì da quello dei musulmani, grazie ad uno stratagemma permesso dalla legge elettorale e organizzato dalla dirigenza dell’SDA, dimostratosi vincente già nel 2006 e nel 2010.

In pratica, i croati non hanno il loro rappresentante, e questo crea sicuramente delle tensioni. Anche perché i cattolici, che sono tutti di etnia croata, stanno vivendo un esodo silenzioso, più volte denunciato dal Cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, che ha chiesto anche “eguale cittadinanza” per tutti.

Di questa situazione politica, a farne le spese è stato l’ambasciatore Gelo, non un diplomatico di carriera, che però già veniva dalla rappresentanza della Bosnia in Italia.

È morto il principe degli Yazidi, il popolo perseguitato di Iraq

È morto il principe Tahsin Said Ali, principe degli yazidi, che aveva anche portato in una udienza generale la sofferenza del suo popolo a Papa Francesco. Il principe aveva 85 anni, ed è morto dopo una lunga malattia. Era capo religioso degli yazidi dal 1944, quando aveva 11 anni, e si era stabilito prima in Germania, e poi in Iraq.

Gli yazidi sono di lingua curda, e seguaci di una religione esoterica monoteista che si basa su un libro sacro ed è organizzato in caste. Dal 2014, quando l’ISIS ha cominciato a imperversare per l’Iraq, gli yazidi sono stati, insieme ai cristiani, la religione più perseguitata, e nel loro caso si è parlato persino di un “genocidio potenziale”. Secondo il ministero degli Affari Religiosi della Regione Autonoma del Kurdistan, più di 6400 yazidi sono scomparsi, e di questi solo la sorte ella metà è conosciuta. Su 550 mila yazidi in Iraq prima della persecuzione jihadista, 100 mila hanno lasciato il Paese.

Tra loro, Nadia Murad, premio Nobel della pace 2018, che è stata rapita per un lungo periodo dall’ISIS., che è stata il 22 dicembre 2018 da Papa Francesco, in una udienza privata, dopo averlo incontrato a maggio 2017 in piazza San Pietro. La giovane ha regalato al Papa la sua autobiografia L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis (Mondadori).

Nata nel 1993, la giovane yazida nel 2014 era stata resa schiava dai militanti

Il 24 gennaio 2018, Papa Francesco ha ricevuto una rappresentanza della popolazione yazida di Germania. Nell’occasione, il Papa aveva denunciato “le indicibili violazioni dei diritti fondamentali della persona umana: rapimenti, schiavitù, torture, conversioni forzate e uccisioni”, ma anche la distruzione di santuari e luoghi di culto, mentre i più fortunati sono potuti fuggire, lasciando alle spalle “anche le cose più care e più sacre”. Papa Francesco aveva anche messo in luce che la Santa Sede “non si stanca di intervenire” per denunciare le situazioni di persecuzione di minoranze religiose ed etniche.”

Gli yazidi sono perseguitati dall’Islam wahabita che li considera apostati, mentre i sunniti li chiamano “adoratori del diavolo”, interpretando in maniera sbagliata la figura di Melek Taus, che confondono con Iblis, l’angelo ribelle della popolazione islamica. Gli yazidi, che parlano curdo, sono così ditribuiti: 650 circa sono in Iraq, 50 mila son in Siria, 40 mila in Germania, 40568 in Russia, 35272 in Armenia, 20843 in Georgia e circa 4 mila in Svezia.

Ante Jozic è il nuovo nunzio in Costa d’Avoria

Monsignor Ante Jozic è nunzio apostolico in Costa d’Avorio. L’annuncio è stato fatto dal governo ivoriano dopo il Consiglio dei ministri dello scorso 30 gennaio, mentre la nomina di Papa Francesco è stata ufficializzata il 2 febbraio . Monsignor Jozic era dal 15 settembre capo della Missione di Studio della Santa Sede ad Hong Kong, dopo una esperienza come consigliere di nunziatura a Mosca. In pratica, monsignor Jozic era il collegamento tra la Santa Sede e le diocesi nelle 33 province di Cina.

Ante Jozic sostituisce l’arcivescovo Joseph Spiteri, che il 7 marzo 2018 era stato nominato nunzio apostolico in Libano da Papa Francesco. L’arcivescovo Spiteri era stato scelto a marzo 2013 come nunzio in Costa d’Avorio, per sostituire l’arcivescovo Ambrose Madtha, morto in un tragico incidente stradale. Il nuovo nunzio risiederà ad Abidjan.

Un nunzio di prima nomina per lo Zambia

La prima destinazione da "ambasciatore" del Papa per monsignor Gianfranco Gallone è quella nella nunziatura dello Zambia. Prende il posto dell'arcivescovo Julio Murat, che era stato destinato il 24 marzo all'incarico di nunzio apostolico in Camerun.  

Classe 1963, pugliese, monsignor Gallone è entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 19 giugno 2000, ha prestato la propria opera presso le Nunziature Apostoliche in Mozambico, Israele, Slovacchia, India, Svezia e nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Conosce lo spagnolo, l’inglese, il portoghese e lo slovacco.

Zambia e Santa Sede hanno rapporti diplomatici dal 1965.

L’inizio dell’anno diplomatico alla Commissione Europea

Il nunzio apostolico è, per tradizione, decano del Corpo Diplomatico. E non fa eccezione l’Unione Europea, presso cui è nunzio l’arcivescovo Alain Paul Lebeaupin. In qualità di decano, è spettato dunque al nunzio leggere gli auguri all’inizio dell’anno, in una cerimonia che si è tenuta il 29 gennaio.

Nel suo discorso, l’arcivescovo ha sottolineato che la presenza degli ambasciatori “testimonia l’interesse che la comunità internazionale ha verso il continente europeo”, e in particolare a quello che rappresenta l’Unione Europea nel concerto delle nazioni, perché “l’Unione Europea è una realtà internazionale speciale a tutti gli effetti”.

Il senso della presenza del corpo diplomatico, ha aggiunto l’arcivescovo Lebeaupin, è dato proprio dai valori dell’Unione Europea, e in particolare dal valore della democrazia, dei diritti della persona umana e di una società più giusta.

Rivolgendosi ai commissari, l’arcivescovo Lebeaupin ha poi messo in luce che il loro mandato “può terminare, ma non può fermarsi”, e che il corpo diplomatico è certo che loro vogliono continuare a far sì che l’Europa “resti un esempio invidiabile per tanti altri popoli del mondo”.

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