Diplomazia pontificia, Parolin a Dubai, Gallagher a Sarajevo

Il segretario di Stato è a Dubai per la giornata della Santa Sede all’Expo 2020, mentre il “ministro degli Esteri vaticano” è in Bosnia per un viaggio di tre giorni. Il bilaterale tra Santa Sede e Italia si focalizza sulla guerra in Ucraina

Il Cardinale Parolin celebra Messa nella chiesa di St. Mary, Dubai, 17 marzo 2022
Foto: Vicariato Apostolico dell'Arabia del Sud
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Il Cardinale Pietro Parolin è volato a Dubai, dove avrà vari incontri bilaterali e dove sarà presente alla giornata della Santa Sede all’Expo. È una occasione anche per parlare con il governo di Abu Dhabi di alcuni temi cruciali, come la crisi ucraina e il ruolo dei rifugiati ucraini nel Paese.

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher è invece in Bosnia, dove resterà fino a domani e dove è prevista una visita in tutte le diocesi.

Nel corso della settimana, si è tenuto anche il tradizionale bilaterale tra Italia e Santa Sede, anche questo focalizzato sulla crisi ucraina. Il Cardinale Czerny incontra il Primo Ministro slovaccco Eduard Heger.

                                    FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Il Cardinale Parolin a Dubai, anche la crisi ucraina in agenda

Dal 18 marzo, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è a Dubai. Non solo la visita al padiglione della Santa Sede all’Expo2020, ma anche una Messa celebrata nella Chiesa di Santa Maria.

La presenza del Cardinale Parolin sottolinea ancora una volta i buoni rapporti tra Santa Sede e Emirati Arabi Uniti, cementati con la Dichiarazione della Fraternità Umana firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di al Azhar Ahhmed al Tayyeb il 4 febbraio 2019. Lo scorso 2 febbraio, è stata anche aperta la nunziatura negli Emirati Arabi Uniti, un segno chiaro di quanto la Santa Sede valuti lo sviluppo delle relazioni con il Paese arabo, considerando che finora il nunzio ha risieduto in Kuwait, rappresentando la Santa Sede anche in Qatar, Bahrein e Emirati Arabi Uniti. Ancora non è stato nominato un nunzio ad Abu Dhabi, ma si pensa succederà presto.

Il padiglione della Santa Sede all’Expo è disegnato con una interpretazione della creazione di Adamo del tetto della Cappella Sistina, tre manoscritti arrivati dalla Biblioteca Vaticana, un affresco dell’incontro tra San Francesco di Assisi e il Sultano ottomano Malik al Kamil nel 1219, video che mostrano la bellezza dei Giardini Vaticani e una mostra dedicata proprio alla dichiarazione della Fraternità Umana.

Il Cardinale Parolin arriva negli Emirati anche in una delicata situazione internazionale, lì dove gli Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di condannare o sanzionare la Russia durante l’invasione dell’Ucraina, cosa che fa di Abu Dhabi uno dei pochi Paesi al mondo con una finestra diplomatica verso la Russia.

Tra l’altro, la chiesa di Santa Maria a Dubai è la casa per i cattolici ucraini, che sono arrivati in moltissimi nel Paese arabo e che dal 2014 si sono focalizzati nell’aiutare a raccogliere fondi per gli ucraini in ucraina, e la comunità greco cattolica è fiorita dall’arrivo nel Paese di padre George Yurchyk nel 2014.

I cattolici ucraini a Dubai hanno creato una scuola ucraina e un club ucraino, nonché tenuto diversi eventi per l’Ucraina.

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher in Bosnia

Durerà fino al 20 marzo la visita dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher in Bosnia, iniziata il 17 marzo.

In agenda, gli incontri con la signora Bisera Turković, vice presidente del Consiglio dei ministri bosniaco e ministro degli Affari esteri, con i membri della presidenza tripartita, con i parlamentari e con i vescovi. Il rappresentante vaticano visiterà diverse città (Sarajevo, Banja Luka, Usivak, Medjugorje e Mostar) dove presiederà alcune celebrazioni eucaristiche tra cui quella di Mostar, sabato, in occasione della festa di San Giuseppe, giorno in cui si ricorderà il 10mo anniversario dell'inizio del pontificato di Papa Francesco.

Il viaggio di Gallagher in Bosnia era stato preceduto, il 15 maggio, da una telefonata del ministro degli Esteri greco Nikos Dendias al “ministro degli Esteri” vaticano. Secondo un tweet dello stesso Dendias, i due hanno discusso “situazione in Ucraina e dei recenti sviluppi nei Balcani occidentali in vista della sua visita in Bosnia Erzegovina”.

Dendias ha fatto anche sapere di aver “espresso apprezzamento alla Santa Sede per l’assistenza umanitaria di Caritas Internationalis al console generale di Mariupol e dell’attivo interesse mostrato verso la diaspora greca in Ucraina”.

Durante il viaggio di Papa Francesco in Grecia, c’era stato anche un bilaterale tra Segreteria di Stato e ministero degli Esteri greco, in cui si era teorizzata anche una cabina di regia sui Balcani con la presenza della Santa Sede.

Si inserisce in questo contesto il viaggio in Bosnia dell’arcivescovo Gallagher. Arrivato a Sarajevo nel pomeriggio del 17 marzo, accompagnato dall’officiale della Segreteria di Stato Janusz Stanislaw Blachowiak, Gallagher è stato accolto all’aeroporto da Ljubo Grković, sottosegretario agli Affari Esteri; dall’arcivescovo Tomo Vukšić di Sarajevo, che è anche vicepresidente della conferenza episcopale locale: da monsignor Amaury Medina Blanco, incaricato d’affari della nunziatura aposotlica in Bosnia; e da monsignor Ivo Tomasević, segretario generale della Conferenza Episcopale.

L’arcivescovo Vukšić ha ricordato con l’arcivescovo Gallagher il viaggio di quest’ultimo a Sarajevo per la plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee del 2002, quando era osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa. Lo stesso attuale arcivescovo di Sarajevo fungeva da interprete.

Il primo incontro ufficiale in Bosnia dell’arcivescovo Gallagher, il 17 marzo, è stato con Bisera Turkovic, ministro degli Esteri.

Nella conferenza stampa successiva all'incontro al Ministero degli Affari Esteri, il Ministro Turkovic ha espresso soddisfazione per aver avuto l'opportunità di parlare con l' arcivescovo Gallagher in questo momento di crisi, per l'intera Europa, e ha rilevato che i rapporti tra la Santa Sede e La Bosnia ed Erzegovina sono continui e buoni”, come dimostrato dal 30esimo anniversario del riconoscimento dell’indipendenza della Bosnia da parte della Santa Sede, che cadrà il prossimo agosto.

Turkovic ha spiegato che “durante questo incontro, discutendo della crisi della sicurezza in Europa, abbiamo notato che condividiamo le stesse opinioni sull'immediata cessazione della guerra e sulla fine della crisi, che l'umanità non ha ricordato dalla seconda guerra mondiale, e abbiamo convenuto che la comunità internazionale deve siate uniti in questo momento".

Da parte sua, l’arcivescovo Gallagher ha espresso soddisfazione per la sua prima visita a Sarajevo come segretario per i Rapporti con gli Stati, e sottolineato che la sua presenza è un segno “delle proficue relazioni bilaterali che abbiamo avuto in passato, come dimostra il fatto che la Santa Sede è stata tra le prime a riconoscere la Bosnia indipendente il 18 agosto 1992, e poi ha aperto la Nunziatura a Sarajevo e ha nominato il primo rappresentante pontificio l'11 giugno 1993.”

I buoni rapporti – ha osservato Gallagher – si riflettono nell’accordo tra Bosnia e Santa Sede firmato il 19 aprile 2006, e il successivo protocollo aggiuntiva sulla restituzione dei beni razionalizzati, nonché nell’accordo sull’assistenza religiosa ai credenti nelle forze armate dell’8 aprile 2010.

L’arcivescovo Gallagher ha anche detto di aver discusso, con il ministro Turkovic,

“della posizione della comunità cattolica in Bosnia Erzegovina così come della situazione nell'intero Paese. Abbiamo sottolineato la necessità del dialogo per aiutare a risolvere l'attuale crisi istituzionale. Abbiamo toccato, ovviamente, la situazione nei Balcani occidentali, la cooperazione regionale, il futuro dell'Unione europea e soprattutto la crisi in Ucraina”.

Gallagher ha sottolineato che la Santa Sede sostiene il percorso della Bosnia verso l’adesione all’Unione Europea. La discussione è stata anche sulla situazione interna del Paese. È stata ribadita la necessità di promuovere l'uguaglianza sociale e giuridica di tutti i cittadini appartenenti a ciascun popolo costituente, nonché l'importanza del dialogo per superare l'attuale crisi istituzionale, imparando dai non lontano passato. È un tema cruciale per la situazione dei cristiani in Bosnia, sempre più portati a sperimentare un “esodo nascosto”, come più volte denunciato.

Sempre il 17 marzo, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato nella nunziatura apostolica Christian Schmidt, Alto Rappresentante ONU in Bosnia Erzegovina.

Durante la sua visita in Bosnia ed Erzegovina, oltre agli incontri con i rappresentanti delle autorità statali, l'arcivescovo Gallagher visiterà tutte le sedi diocesane e incontrerà i vescovi diocesani e celebrerà con loro l'Eucaristia nella cattedrale locale.

Durante la Messa celebrata a Sarajevo il 18 marzo, l’arcivescovo Gallagher ha anche incoraggiato i presenti a pregare per l’Ucraina e ha sottolineato che Sarajevo è una “Gerusalemme Europea.

Italia – Santa Sede, la guerra in Ucraina e la crisi in Libano tra i temi

Il 15 marzo, si è svolto il consueto incontro bilaterale tra Italia e Santa Sede in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi. È stato un evento di profilo più basso, cui non ha fatto seguito, per via delle restrizioni ancora presenti per la pandemia, il tradizionale ricevimento.

Da parte della Santa Sede, ovviamente c’era il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, ma anche il Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, e il vescovo Stefano Russo, segretario generale dei vescovi italiani.

Presenti, da parte italiana, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Si è trattato del primo bilaterale curato da Francesco Di Nitto, da poco nominato ambasciatore di Italia presso la Santa Sede.

L’incontro non ha visto una nota ufficiale della Farnesina, né un bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, ma solo una comunicazione in cui Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa, ha confermato che “nel corso dell’incontro di oggi pomeriggio, particolare attenzione è stata data alla situazione internazionale, con riferimento anzitutto alla guerra in Ucraina, fonte di estrema preoccupazione, e alla crisi in Libano”.

“In tal senso – ha aggiunto Bruni – si è sottolineata anche la necessità di uno sforzo condiviso condiviso per rendere più umane le condizioni di vita dei migranti, particolarmente di coloro che fuggono dalla guerra, anche tramite specifici interventi presso le nazioni di transito o che accolgono rifugiati”. 

Un altro dei temi di cui si è parlato è l’organizzazione del Giubileo 2025, con “l'attivazione di percorsi e servizi in tutta Italia, in collaborazione con la CEI e il Vicariato di Roma, per quanti da pellegrini vorranno raggiungere le basiliche papali nella Capitale."

                                                FOCUS PAPA FRANCESCO

La visita del ministro degli Esteri lettone a Papa Francesco

Secondo protocollo della Santa Sede, il Papa riceve capi di Stato, primi ministri e ambasciatori nella presentazione delle lettere credenziali o al momento del congedo. La possibilità di una udienza privata concessa ad un ministro degli Esteri è più rara, ma è prevista. Edgars Rinkēvičs, dal 2011 ministro degli Esteri della Lettonia, ha colto questa rara occasione di un tu per tu con Papa Francesco lo scorso 14 marzo, in un incontro che puntava anche a celebrare il centesimo anniversario del Concordato Lettonia – Santa Sede.
C’è bisogno di una parentesi storica: quando la Lettonia si costituì nel 1918, la Santa Sede fu tra i primissimi Stati a riconoscerne la sovranità, e il concordato avvenne già nel 1922. Durante l’occupazione sovietica, a partire dal 1941, i rapporti diplomatici furono interrotti. Ma non per la Santa Sede, che considerò sempre l’interruzione provvisoria e così facendo non legittimò l’occupazione sovietica.

I rapporti tra i due Stati sono tradizionalmente buoni. C’è un vescovo lettone, Boleslav Sloskans, che fu perseguitato da comunisti e nazisti, e morì in esilio in Belgio: la sua causa di beatificazione è stata anche toccata nell’incontro con il Papa.

Incontro su cui non c’è un bollettino. È stato lo stesso ministro Rinkēvičs a raccontare ad ACI Stampa i toni dell’incontro.

“Abbiamo discusso con il Papa del disastro umanitario in Ucraina. La Lettonia sta ricevendo rifugiati dall’Ucraina, sebbene non così tanti come quelli che stanno accogliendo i Paesi ai confini”

Con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ci si è concentrati sulla “cooperazioni nelle organizzazioni internazionali e naturalmente sull’attuale situazione della sicurezza in Europa”.

Parlando della situazione, ci si chiede se la Lettonia, inglobata nell’Unione Sovietica e di nuovo indipendente solo dal 1991, non abbia l’incubo del passato che torna. Rinkēvičs spiega che “dopo quello che è successo nel 2014, con l’occupazione russa e la conseguente annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio, tutte le nazioni del centro Europa si sono cominciate a chiedere se questa fosse una sorta di ripetizione della storia”.

Allo stesso tempo, il ministro ha sostenuto che “la situazione è razionalmente diversa da 80 anni fa, siamo membri della NATO, e – sebbene siamo una piccola nazione, non molta ricca – stiamo anche cercando di trovare un modo di supportare l’Ucraina. Anche alcuni russi comprendono che se non fermiamo la Russia in Ucraina, il problema diventerà tragica”.

Rinkēvičs affronta anche il ruolo della possibile mediazione della Santa Sede nel conflitto, spiega che finora non ci sono margini perché “la Russia pensa di poter raggiungere con la forza gli obiettivi che si è prefissata”, e che solo quando la guerra finirà, allora si potrà pensare anche ad un mediatore, e la Santa Sede ha una forte tradizione in quel senso.

Come detto, le relazioni tra Santa Sede e Lettonia sono ottime, come dimostrano le due recenti visite papali (Giovanni Paolo II nel 1993, Papa Francesco nel 2018), ma si pensa di svilupparle ulteriormente con il supporto degli edifici religiose, le battaglie comuni su temi come la stabilità e la pace in Europa, lo scambio di informazioni che si è rivelato molto proficuo, per esempio, durante la crisi bielorussa (l’arcivescovo Gallagher andò anche in Bielorussia per colloqui quando fu impedito il re-ingresso nel Paese all’allora arcivescovo di Minsk Tadeuszk Kondrusiewicz, ora in pensione).

Un percorso di collaborazione è anche quello di “calmare alcune emozioni, dato che questa guerra nel cuore nell’Europa mette in pericolo la stabilità dell’Europa stessa”.

Secondo il ministro, “stiamo assistendo ad un cambiamento fondamentale. Ero nel Consiglio d’Europa quando abbiamo deciso le sanzioni alla Russia e l’assistenza all’Ucraina in un modo che non avremmo mai immaginato prima. Vediamo che c’è una NATO più forte di quella che ci saremmo aspettati un anno fa. Ma vediamo anche che ci sono temi tornati di moda all’improvviso, come la nozione di rafforzarsi con le armi nucleari”.

Rinkēvičs ha sottolineato che “siamo in un mondo che vive in confusione. Quello che è importante, e su cui la Chiesa è ben equipaggiata, e di tenere la bussola morale per non perdere umanità, parlando con altre confessioni cristiane e altre religioni. Qui è dove dobbiamo lavorare”.

E un altro campo è quello dell’informazione, perché “c’è bisogno di diffondere informazioni oggettive. In qualche modo, stiamo vivendo nei libri di storia. Sono tempi interessanti e complessi, e richiedono grande responsabilità da parte nostra”.

Il 21 marzo il presidente libanese in visita da Papa Francesco

Il prossimo 21 marzo, il presidente libanese Michel Aoun sarà ricevuto in udienza da Papa Francesco: lo ha detto Farid Elias Khazen, Ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, all’agenzia libanese National News Agency.

Khazen ha ricordato che la visita del presidente libanese in Vaticano arriva dopo il viaggio in Libano dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher. Si pensa anche ad un viaggio di Papa Francesco nel Paese: il Papa ha già fatto sapere di voler visitare il Paese dei Cedri, e tutto è vincolato alla stabilità nel Paese. C’è anche la possibilità, appena ventilata da ambienti diplomatici, che il viaggio del Papa possa prolungarsi fino a Gerusalemme, dove magari si terrà il secondo incontro con il Patriarca di Mosca Kirill. Se così fosse, Israele si candiderebbe ad essere uno dei Paesi per la mediazione non solo nello scenario ucraino, ma anche nelle relazioni cattolico ortodosse, e anche quelle interne all’ortodossia.

Il Presidente Aoun era stato ricevuto in Vaticano da Papa Francesco già nel marzo 2017, pochi mesi dopo l’inizio del suo mandato presidenziale, che terminerà il prossimo 31 ottobre.

Il professor Khazen ha ricordato che il focus della Santa Sede e di tutto il mondo è “concentrato sulla guerra ucraina”, ma che resta costante anche l’attenzione del Papa per il Libano.

Il prossimo 15 maggio ci saranno le prossime elezioni parlamentari in Libano, che è alle prese con una crisi economica devastante. Ci sono 1043 candidati, tra cui 155 donne, e arrivano alle elezioni in un clima incandescente, con forti confronti tra le forze politiche. L’ambasciatore Khazen ha stigmatizzato i tentativi strumentali di chi cerca di manipolare la posizione della Santa Sede attribuendole posizioni in favore ora dell’una, ora dell’altra forza politica.

Il sistema istituzionale libanese prevede che la carica di Presidente della Repubblica sia affidata a un cristiano maronita, mentre il Capo di Governo deve appartenere alla comunità musulmana sunnita e il Presidente del Parlamento deve essere di fede musulmana sciita.

Secondo fonti diplomatiche occidentali, si l'arcivescovo Gallagher aveva raccomandato durante la sua visita in Libano la cancellazione di Hezbollah dall'elenco delle organizzazioni terroristiche stilato dagli Stati Uniti e approvato dai suoi alleati europei.

In realtà, l’arcivescovo Gallagher aveva semplicemente affermato che la Santa Sede è "pronta a svolgere il ruolo di facilitatore di un dialogo tra i partiti politici, qualora venga fatta richiesta di un comunicato ufficiale da tutte le formazioni interessate”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano aveva espresso preoccupazione durante la sua visita per il fatto che, data la situazione del Paese e della regione, “il futuro del Libano non è assicurato”, invitando alcuni Paesi a “smettere di usare il Libano e il Medio Oriente per servire interessi esterni”. “Qualsiasi indebolimento della presenza cristiana distruggerà l'equilibrio interno e l'identità del Libano”, aveva lamentato.

Lukashenko vuole incontrare Papa Francesco

Nel mezzo della crisi ucraina, nella quale si è schierato dalla parte di Vladimir Putin, Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia, ha inviato lo scorso 13 marzo un messaggio di congratulazioni al Papa per l’anniversario della sua elezione e ha espresso la speranza di poter avere un incontro personale con il Papa nel prossimo futuro. Lo ha comunicato l’ufficio stampa della presidenza bielorussa.

Lukashensko, secondo il comunicato, ha scritto al Papa: “Ricordiamo con orgoglio il passato e guardiamo al futuro con speranza. La Bielorussia condivide la vostra chiamata a costruire una fratellanza, nel rispetto della cultura e delle tradizioni dei popoli. Sono d'accordo con voi che una barriera contro l'odio e l'ingiustizia, le minacce e l'imposizione può essere la sola giuridicamente esistente. Spero che discuteremo personalmente di queste e altre questioni nel prossimo futuro".

Il leader bielorusso ha anche augurato a papa Francesco salute, longevità e misericordia di Dio nell'adempimento della sua missione apostolica, e ha sottolineato che “la storia dell'interazione tra Minsk e il Vaticano conferma che qualsiasi questione può essere risolta attraverso il dialogo, il rispetto e la fiducia, rafforzando e ampliando i legami bilaterali”.

Nel 2020, nel mezzo della crisi bielorussa con le proteste di piazza che avevano fatto seguito alla sua elezione, Lukashenko aveva prima sottolineato la necessità di una Chiesa bielorussa e poi aveva accettato di negoziare il rientro dell’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, cui era stato impedito l’ingresso in Bielorussia dalla Polonia dove era stato per una celebrazione e da dove aveva espresso forti critiche alla presidenza. Al termine di questi negoziati (la Santa Sede inviò prima l’arcivescovo Gallagher e poi l’arcivescovo Claudio Gugerotti, nunzio a Londra e conoscitore della realtà russa, nonché l’arcivescovo Antonio Mennini, già nunzio a Mosca, come consulente speciale della nunziatura), Lukashenko arrivò anche a formulare un invito per la visita di Papa Francesco nel Paese.

                                    FOCUS UCRAINA

Il Cardinale Czrerny incontra il primo ministro slovacco Eduard Heger

In un viaggio già previsto in Slovacchia per partecipare alla Giornate Sociali Europee, il Cardinale Michael Czerny, prefetto ad interim del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è stato fino al confine orientale slovacco, ha visionato gli hot spots e il lavoro della Chiesa per l’arrivo e l’accoglienza dei profughi dall’Ucraina, ed è poi stato il 18 marzo in un incontrro bilaterale con il primo ministro slovacco Eduard Heger, che il 14 marzo aveva fatto invece visita a Papa Francesco.

La delegazione vaticana era completata dall’arcivescovo Stanislav Zvolensky di Bratislava, don Ivan Ružička, segretario generale della Conferenza Episcopale Slovacca, monsignor Andriy Yevchuk, incaricato di affari della nunziaura a Bratislava, e Yuriy Tykhovlis, officiale della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

I colloqui si sono concentrati anche su alcuni aiuti concreti che può dare il governo alle strutture cattoliche operanti al confine, dove ogni giorno i volontari arrivano per organizzare gli aiuti e far entrare gli ucraini nel Paese.

Fino ad ora, la prima ondata di emigrazione è stata soprattutto quella di professionisti che potevano lasciare il Paese, ma, se la guerra continuerà, ci sarà una seconda ondata molto difficile da gestire.

Papa Francesco in Ucraina?

Parlando con EWTN lo scorso 17 marzo, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina, ha sottolineato che una visita di Papa Francesco a Kiev è logicamente possibile, anche se va valutata bene. Il nunzio rispondeva anche all’invio del sindaco ucraino a Papa Francesco, resa nota da organi stampa, e cui era stata una risposta interlocutoria.

L’arcivescovo Kulbokas ha notato che già tre primi ministri (quelli di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia) sono stati a Kiev, il che fa comprendere che è possibile dal punto di vista logistico. Il nunzio ha detto che il Papa “vuole fare tutto il possibile per contribuire alla pace, e so per certo che sta valutando tutte le possibilità”.

Allo stesso tempo, “la speranza di una visita del Papa potrebbe coinvolgere più di una semplice discussione, perché i cattolici e i leader della Chiesa vorrebbero pregare con lui, così come i leader della Chiesa Ortodossa e di altre fedi, e la situazione è attualmente “troppo pericolosa per Kiev”.

FOCUS AMBASCIATORI

L’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede presenta le lettere credenziali

Il 18 marzo, Maria Isabel Celaà Dieguez, ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali a Papa Francesco.

Classe 1949, ha avuto vari incarichi governative ed è stata anche ministro per l’Educazione del governo socialista di Pedro Sanchez dal 2018 al 2021.

Arriva in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra Spagna e Santa Sede caratterizzato da una legge per l’eutanasia fortemente avversata dai vescovi spagnoli, la volontà di cambiare il concordato tra Spagna e Santa Sede del governo Sanchez e la questione dell’esumazione di Francisco Franco e della cacciata dei benedettini dalla Valle de los Caidos.

Celaà è una cattolica praticante ed è stata vicina al leader socialista e premier Pedro Sanchez sin dai tempi in cui questi era segretario generale del Partito Socialista.                                            FOCUS AMERICA LATINA

Il Cardinale Brenes saluta il nunzio Sommertag

Ha destato scalpore l’espulsione dal Nicaragua dell’arcivescovo Waldemar Sommertag, nunzio apostolico, cui è stato tolto l’agreament del governo di Managua e prima ancora era stato tolto il titolo di decano del corpo diplomatico (Managua ha del tutto eliminato il titolo, dunque non c’è decano oggi nel Corpo Diplomatico in Nicaragua).

Sommertag si era molto distinto nella mediazione per la liberazione dei prigionieri politici e anche nel tavolo nazionale, e il suo lavoro era molto apprezzato. Tanto che il Cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, lo scorso 13 marzo ha voluto dare personale apprezzamento del lavoro del nunzio, un lavoro “a volte silenzioso, a volte pubblico, però sempre fatto a partire dal Vangelo e per aiutare il Nicaragua ad accompagnarsi ai nostri vescovi”.

Sommertag era nunzio in Nicaragua dal 2018, lo stesso anno delle proteste in Nicaragua nate a seguito di una riforma delle pensioni. Proteste che furono inizialmente represse con le armi dalla presidenza di Daniel Ortega. La Chiesa Cattolica si impegnò in un dialogo nazionale, e poi fu essa stessa oggetto di violenze, dovendo quindi prendere un ruolo più defilato.

Il Cardinale Brenes ha ricordato che tra il 2018 e il 2019, tra le 80 e le 90 “persone innocenti morirono”.

Messico, i vescovi sul referendum sulla revoca del mandato del presidente

In Messico ci sarà il prossimo 10 aprile un referendum sulla revoca del mandato residenziale ad Andrés Manuel Lopez Obrador, con una consultazione popolare che ha raccolto 2,7 milioni di firme. L’Istituto Nazionale Elettorale ha comunicato la domanda del referendum: "Sei d'accordo che il mandato di Andrés Manuel López Obrador, presidente del Messico, sia revocato per perdita di fiducia (nel suo operato) o desideri che rimanga alla presidenza della Repubblica fino alla scadenza del suo mandato?".
I Vescovi messicani, rivolgendosi “a tutti i membri della Chiesa in Messico e a tutte le persone di buona volontà”, ricordano che i battezzati sono anche membri della comunità umana e, secondo la fede, accettano i loro obblighi per il bene comune e hanno il diritto-dovere di partecipare alla vita politica. “Ecco perché, in ogni processo elettorale per eleggere i nostri governanti, i Vescovi del Messico hanno sempre esortato i cattolici ad esprimere il loro voto andando alle urne, come diritto-dovere civico e in coerenza con la nostra fede”, scrivono i vescovi.
I vescovi rilevano che è la prima volta che si svolge un referendum del genere, e dunque invitano i cittadini “a discernere in un clima di preghiera, davanti a Dio, affinché ciascuno possa decidere se partecipare o meno e, in caso affermativo, in che senso debba esprimere il proprio voto. Questa è una decisione di grande responsabilità. Cerchiamo tutti ciò che è meglio per il Messico”.
I Vescovi ringraziano Dio “per la maturazione democratica in Messico, che ci permette di contare sull'Istituto Elettorale Nazionale come arbitro responsabile di ogni processo elettivo”, pregano per coloro che lo guidano, come pure per i governanti “che devono governare per tutti, al di là dei partiti politici o degli interessi particolari, cercando sempre l'unità della Nazione, di ogni Stato e Città, e il bene di tutti, specialmente dei più bisognosi”. Infine ribadiscono che “i messicani sono un popolo che deve rimanere unito, e tutti i battezzati devono contribuire a questa unità… non dobbiamo permettere a niente e a nessuno di dividerci”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, il diritto al cibo

Il 14 marzo, si è tenuto al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra un dialogo sul diritto al cibo.

Nel suo intervento la Santa Sede ha sottolineato l’importanza di contadini e popoli indigeni, che è enfatizzata anche nel rapporto speciale sul tema.

In particolare – ha detto la Santa Sede – i contadini “rispondono alla responsabilità (della ecologia integrale) attraverso la promozione del continuo rinnovo della biodiversità”. La Santa Sede ha ricordato che, durante la pandemia, “almeno altre venti milioni di persone sono finite nel vortice dell’insicurezza alimentare, mentre il prezzo del cibo è cresciuto consistentemente”.

La Santa Sede trova anche preoccupante che “la biodiversità ha diminuita per circa un secolo”, e così si è indebolita la resilienza dei sistemi alimentari contro il cambiamento climatico”. Si punta il dito anche su un sistema “individuale e autocentrato” in cui “confliggenti, ma potenti, interessi economici ci impediscono di concepire un sistema che risponda ai valori del bene comune, della solidarietà e della cultura dell’incontro”.

La Santa Sede sottolinea che va praticata la sussidiarietà, in modo che i contadini abbiano “accesso ai servizi necessari per le produzioni, la commercializzazione e l’uso di risorse agricole”.

La Santa Sede a Ginevra, l’accesso ai vaccini

Il 16 marzo, si è tenuta, durante la 49esima sessione del Consiglio Generale dei Diritti Umani, un dibattito sull’accesso equo ai vaccini per il COVID 19. La Santa Sede ha notato che “in questi tempi difficili, le principali barriere che impediscono l’accesso equo e la distribuzione dei vaccini e delle tecnologie sanitarie connessi ad essi sono profondamente connesse agli effetti dei diritti di proprietà intellettuale”.

La Santa Sede non rigetta il sistema dei brevetti, ma sottolinea che “questi diritti dovrebbero incoraggia e facilitare prima di tutto il raggiungimento del bene comune”.

Per la Santa Sede, la salute non dovrebbe mai essere soggiogata ad interessi privati, mentre le politiche e le leggi dovrebbero “focalizzarsi sulla solidarietà e la promozione della dignità umana, e allo stesso tempo promuovere un coordinamento efficace tra le nazioni”.

Questo implica “la condivisione della ricerca, la conoscenza e dei materiali, con una visione inoltre sulla promozione dello sviluppo umano integrale”.

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