Diplomazia pontificia, verso Papa Francesco in Ucraina?

Sia l’arcivescovo Gallagher che il Cardinale Parolin annunciano con forza l’intenzione del Papa di andare in Ucraina. Intanto c’è chi lavora per scongiurare un incontro con Kirill

Il Palazzo Apostolico Vaticano, dove la Segreteria di Stato ha sede in Terza Loggia
Foto: CC
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Sembra sempre più concreta la possibilità che Papa Francesco vada in Ucraina. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, lo ha ribadito con sicurezza, legando ovviamente la possibilità della visita alle condizioni del Papa dopo il viaggio in Canada del 24-30 luglio. Ma il “ministro degli Esteri” vaticano ha anche dichiarato il “fallimento della diplomazia”, che non è riuscita ad agire in maniera preventiva per fermare il conflitto, e anche un fallimento dell’Unione Europea.

Il ministro degli Esteri iraniano è stato in visita in Vaticano, e ha avuto un colloquio a tu per tu con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Papa Francesco ha avuto un colloquio telefonico con Mahmoud Abbas, presidente della Palestina, e si è parlato anche della situazione dei Luoghi Santi di Gerusalemme.

                                                FOCUS UCRAINA

Papa Francesco in Ucraina, molto più che possibile secondo Gallagher

Presentando il Meeting di Rimini 2022 lo scorso 12 luglio presso l’Ambasciata di Italia presso la Santa Sede, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, si è detto certo che il Papa andrà in Ucraina. Ma ha soprattutto, con le sue parole, certificato la preoccupazione della Santa Sede per il modo in cui ci si è mossi sullo scacchiere internazionale.

"Come diplomazia - ha detto l’arcivescovo Gallagher - dobbiamo riconoscere un fallimento. Non ha funzionato, non ha saputo evitare questo conflitto. Quando nel 2015 sono arrivato a Roma dall’Australia, il Papa mi disse che non voleva una diplomazia che reagisce ma che preveda le cose, una diplomazia preventiva. L’Ucraina ci dice che dobbiamo cercare di anticipare i conflitti, che la diplomazia deve avere la capacità di vedere la gravità di ciò che succede nel mondo. Deve ribadire i principi fondamentali del diritto internazionale. Tutto questo rappresenta il nostro fallimento. Forse non abbiamo detto niente di tutto ciò. Non possiamo tacere di fronte alla violenza".

Il “ministro degli Esteri vaticano” ha notato che comunque non c’è stata indifferenza, e che l’Europa ha accolto chi fuggiva dalla guerra, ma che “c’è sempre il pericolo della fatica, nostra e del popolo ucraino in guerra. Il governo svizzero ha rilanciato la rinascita spirituale e materiale dell’Ucraina. Penso, forse, che sia troppo presto per parlare di ricostruzione, però è bene avere un atteggiamento positivo. Bisogna però aiutare gli ucraini a ricostruire il tessuto sociale del Paese con persone traumatizzate bisognose di accompagnamento”.

L’arcivescovo ha poi sottolineato che "come sacerdote sento l’obbligo di ricordare che non possiamo tralasciare il messaggio di riconciliazione e perdono nonostante l’intensità delle sofferenze. In Europa abbiamo avuto il miracolo della pace. Come la riconciliazione tra Francia e Germania pochi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia dobbiamo rinnovare alcune istituzioni internazionali. L’Ocse, ad esempio, che dovrebbe essere l’organismo che ci protegge. Ma anche l’Unione Europea e l’Onu".

Infine, Gallagher ha chiesto di non dimenticare la crisi ucraina, e notato che invece oggi “le notizie della guerra sono dimenticate”.

“Oggi . ha detto - infatti l’umanità intera, più che mai, è chiamata a promuovere la mentalità della pace e della fratellanza umana: non possiamo abituarci a vivere come se la guerra fosse la normalità”.

L’ambasciatore ucraino chiede che non abbia luogo un incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill

Andryi Yurash, ambasciatore di Ucraina presso la Santa Sede, ha affermato in una intervista con Radio Liberty che sta facendo tutto il possibile per evitare l’incontro tra il Patriarca di Mosca Kirill e Papa Francesco.

L’incontro avrebbe dovuto avere luogo a Gerusalemme ad inizio giugno, al termine del viaggio in Libano di Papa Francesco, ma questo viaggio non è mai stato confermato. Ora, si parla insistentemente di un incontro che potrebbe aver luogo in Kazakhstan a settembre, dove sia Papa Francesco che il Patriarca Kirill prenderanno parte all’Incontro dei Leader Religiosi sponsorizzato da Nur-Sultan.

“Noi diplomatici – ha detto Yurash – stiamo facendo tutto il possibile per evitare che l’incontro abbia luogo. Non sarà di beneficio al dialogo ecumenico e non aumenterà l’autorità della sede apostolica, dato che stiamo parlando di un incontro con l’avvocato del diavolo”.

L’ambasciatore ha aggiunto che “il Papa non ha possibilità di convincere l’azienda degli avvocati del diavolo che la Chiesa Ortodossa è ora”.

Yurash invece ritiene che tutta la forza e l’amore debbano essere diretti all’Ucraina, e ci tiene a sottolineare che l’incontro in Kazakhstan non sarebbe secondo lui un bilaterale, perché parte di un evento con molti partecipanti.

Ucraina, l’impegno della Santa Sede alla Conferenza di Lugano

È stato monsignor Miroslav Wachowski, sottosegretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, a guidare la delegazione della Santa Sede alla Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina che si è tenuta a Lugano il 4 e 5 luglio. L’invito alla Santa Sede è arrivato da Ignacio Cassis, presidente della Confederazione Svizzera, e dal presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. Nella delegazione era presente anche l’arcivescovo Martin Krebs, nunzio apostolico in Svizzera.

Alla conferenza, a livello ministeriale, hanno partecipato più di 40 Paesi, tra cui la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che ha poi firmato una dichiarazione con i principi di Luhansk per la ricostruzione dell'Ucraina, accettando la necessità di un'ampia riforme per modernizzare il Paese.

Monsignor Wachowski, nel suo breve discorso a Lugano, ha espresso l'auspicio della Santa Sede che la guerra finisca al più presto e che gli sforzi congiunti della comunità internazionale possano portare a superare una grave crisi umanitaria e ricostruire il tessuto materiale e spirituale della società, con la quale è diventato un forte segno di speranza per il popolo ucraino.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Il ministro degli Esteri iraniano in Vaticano

Hossein Amir-Abdollahian, ministro degli Esteri dell’Iran, ha fatto una tappa in Vaticano durante il suo viaggio in Italia e si è incontrato il 13 luglio con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano.

Le informazioni sull’incontro sono arrivate da un tweet dello stesso ministro degli Esteri di Teheran, il quale ha detto che l’incontro è durato due ore. “Abbiamo la stessa opinione – ha twittato Abdollahian – sulla necessità di focalizzarsi sulle soluzioni politiche delle crisi del mondo e sulle cose in comune tra Islam e cristianità”. Il ministro ha aggiunto che il Segretario di Stato vaticano ha riferito che il Papa “ha molto rispetto per l’Iran”. Inoltre, ha sottolineato una comunanza di vedute sulla necessità di sospendere le sanzioni e raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina e Yemen.

Terrasanta, il presidente palestinese Mahmoud Abbas chiama Papa FrancescoIl Il 13 luglio, il presidente di Palestina Mahmoud Abbas (meglio conosciuto con il nome di battaglia di Abu Mazen) ha avuto una conversazione telefonica con Papa Francesco, durante la quale, si legge in un comunicato ripreso dall’agenzia WAFA, ha aggiornato il pontefice delle ultime misure di Israele contro i luoghi santi cristiani e musulmani a Gerusalemme, nonché degli ultimi sviluppi nei territori palestinesi”.

Il comunicato sottolinea che Mahmoud Abbas ha fatto al Papa di un resoconto degli attacchi, specialmente di quelli che sono avvenuti nella chiesa del Santo Sepolcro e nella moschea di Al Aqsa (che si trova al Muro del Pianto a Gerusalemme), nonché della espulsione forzata di palestinesi dalle loro case a Gerusalemme e del sabotaggio delle loro proprietà, nonché “delle uccisioni quotidiane, in particolare nel caso dell’uccisione della giornalista di al Jazeera Shireen Abu Akleh.”

Sempre secondo il comunicato palestinese, il Papa avrebbe “sottolineato che è importante che pace e tranquillità prevalgano in Terrasanta e Gerusalemme in particolare”. Inoltre, il Papa si sarebbe detto “molto preoccupato delle misure israeliane a Gerusalemme” e che “sente il dolore del popolo palestinese in Terrasanta”.

Durante la chiamata, Papa Francesco e Mahmoud Abbas hanno discusso anche gli ultimi sviluppi in vista della visita del presidente USA Joe Biden in Medioriente e in particolare dell’incontro che Mahmoud Abbas avrebbe avuto con lui (incontro che è poi avvenuto il 15 luglio).

Il Cardinale Rai sulla situazione in Libano

Nella costante crisi vissuta in Libano ormai da due anni, il Cardinale Bechara Boutros Rai, patriarca dei Maroniti, non ha mai mancato di far sentire la sua voce. Ora, nell’ennesimo stallo del governo, il Cardinale è tornato a far sentire la sua voce nell’omelia del 10 luglio, sottolineando che “non facilitare la formazione di un nuovo governo con pieni poteri costituzionali” è “un atto di sabotaggio”, perché questo andrebbe a “indebolire la natura rappresentativa dello Stato libanese nel negoziare con la comunità internazionale”. Per questo, il patriarca ha insistito nel chiedere il rispetto “della tempistica internazionale di questa giuntura, chiedendo l’elezione di un presidente con esperienza politica e che sia rispettabile, coraggioso e imparziale”, vale a dire “un uomo di Stato che è neutrale nella sua imparzialità e impegnato nel suo patriottismo”, e che sia capace di praticare il ruolo “di autorità nazionale, costituzionale ed etica e che sia capace di accogliere i rivali e cominciare con il porre la nazione su un percorso di salvezza reale e cambiamento positivo”.

Il Cardinale ha anche criticato, come ha già fatto, Hezbollah, senza farne mai il nome, dicendo che “lo Stato non può negoziare mentre altri mettono militarmente alla prova le negoziazioni”.

                                    FOCUS SEGRETERIA DI STATO

Cardinale Parolin, “ci vuole unità e non divisione di fronte alle emergenze mondiali”

A margine della presentazione del libro “Il senso della sete. L’acqua tra geopolitica, diritti, arte e spiritualità” di Fausta Speranza, il Cardinale Piero Parolin, Segretario di Stato vaticano, si è soffermato su diversi temi.

Prima di tutto, il Cardinale Parolin ha sottolineato che “il Papa vuole andare in Ucraina e appena possibile ci andrà”, anche se non ha specificato quando.

Il cardinale ha anche parlato delle instabilità nei governi europei, affermando che “nello scenario mondiale attuale più un governo è stabile più riesce a far fronte alle tante sfide che si pongono, si tratta di sfide epocali. Nessuno poteva immaginare che da questa guerra sarebbe derivata una crisi generalizzata, sia dal punto di vista alimentare, sia dal punto di vista energetico. Quindi evidentemente, quando c’è qualcuno che ha in mano le redini della situazione, questo facilita le soluzioni”.

Il Segretario di Stato vaticano ha ricordato anche il suo recente viaggio in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan, viaggio che avrebbe dovuto fare il Papa e che il pontefice ha posticipato “solo per le sue condizioni di salute”.

La nomina di tre donne membri del Dicastero dei vescovi, invece, rappresenta per il Cardinale, il segno della “apertura della Chiesa al mondo femminile”.

Il Cardinale Parolin sulla geopolitica dell’acqua

Nel suo intervento di presentazione del libro di Fausta Speranza “Il Senso della sete”, il Cardinale ha notato che Papa Francesco, nella Laudato Si, sottolinea che “l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità”.

Per il capo della diplomazia della Santa Sede, la gestione dell’acqua è “fondamentale nei rapporti tra popoli e Stati.

Nel mondo ci sono circa 2,2 miliardi di persone che non hanno accesso a fonti d’acqua sicure, mentre ci sono 17 Paesi con circa un quarto della popolazione mondiale in gravissima crisi idrica.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Processo di pace in Colombia, lanciato l’Informe Final della Commissione per il chiarimento della verità

Il gesuita Francisco de Roux, a capo della commissione colombiana per l’Acceramento della Verità (CEV) ha presentato il 28 giugno il cosiddetto Informe Final della commissione, che mette insieme le informazioni del conflitto armato che ha funestato la Colombia fino all’accordo di pace del 2015, sostenuto anche dalla Santa Sede.

“Alle nazioni amiche – ha detto padre de Roux – chiediamo di aiutarci a fare della Colombia un esempio di riconciliazione e di smettere di vederci come un paese che ha bisogno di armi per sopravvivere al conflitto. Non ci viene nulla dalla guerra”.

Parlando con Religion Digital il 3 luglio, padre de Roux ha spiegato che la CEV ha ascoltato 30 mila testimoni per fare luce su un conflitto armato che ha causato 9 milioni di vittime, 700 mila morti e migliaia di sfollati”.

De Roux ha affrontato anche le critiche al rapporto dell’ex presidente Ivan Duque, sostenendo che le critiche derivavano dal fatto che l’informe ha incluso anche diverse richieste di cambiamento al sistema di giustizia, e ha anche chiesto l’istituzione di un Ministero per la Pace, richiesta ribadita al neo eletto presidente Pero.

Padre De Roux ha anche sottolineato che il 29 giugno 2022, il nunzio Montemayor, nel suo ruolo di decano del Corpo diplomatico, ha convocato tutti gli ambasciatori presenti in Colombia per conversare con i membri della CEV.

                                                FOCUS EUROPA    

Arresto del Cardinale Zen, la risoluzione del Parlamento Europeo

Lo scorso 7 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione non vincolante che condanna l’arresto del Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, e di altri quattro membri del 612 Humanitarian Relief Fund. Secondo la risoluzione, l’arresto è stato “un attacco alle libertà garantite dalla Legge Fondamentale di Hong Kong, inclusa la libertà di religione o fede”.

Il Cardinale Zen è stato poi liberato su cauzione. Il fondo 612, del cui board era membro, era stato stabilito nel 2019 per fornire aiuto finanziario e legale e quanti erano coinvolti in attività pro-democratiche, e aveva cessato le attività nel 2021, mentre la polizia aveva cominciato ad indagare sulla sue attività.

Nell’approvare la risoluzione, il Parlamento europeo ha detto che l’arresto del Cardinale dimostra l’intenzione del nuovo Capo Esecutivo di Hong Kong John Lee Ka di mettere a tacere le voci critiche della regione.

La risoluzione sarà ora discussa dal Consiglio Europeo.

La risoluzione si riferisce all’arresto del Cardinale Zen lo scorso maggio. Secondo la Parlamentare europea Miriam Lexman della Slovacchia, sia Lee che Pechino sono intenzionati a distruggere gli ultimi residui dell’autonomia di Hong Kong, demoralizzando il Cardinale e minacciando le speranze della popolazione”.

Zhao Lijian, portavoce del ministro degli Esteri di Pechino, ha chiesto “alle forze esterne di smettere di portare avanti uno show politico riempito con pregiudizi ideologici”.

Il Cardinale Zen è stato uno dei più grandi critici dell’accordo sino-vaticano, che deve ora essere rinnovato. La Santa Sede ha criticato l’arresto di Zen, ma ha continuato i colloqui per il rinnovo dell’accordo. In una intervista ad ACI Stampa, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha detto che spera che l’accordo possa essere modificato. Sembra, invece, che da Pechino non ci sia particolare volontà nel cambiare l’accordo. Non si sa in quali termini l’accordo per la nomina dei vescovi possa essere modificato, perché il testo è rimasto confidenziale. Quello che si comprende è che la Santa Sede vorrebbe una definizione più precisa del rruolo del Papa nell’eleggere i nuovi vescovi.

Verso un viaggio di Papa Francesco in Serbia?

Si parla da tempo di un possibile viaggio di Papa Francesco in Serbia, ed era una possibilità già prima della pandemia. Nessun Papa è stato finora a Belgrado, e la Serbia sarebbe sicuramene una porta di accesso per il mondo ortodosso che fa capo al Patriarcato di Mosca.

Una rivista serba ora riprende la possibilità ricordando il viaggio più recente di un alto officiale vaticano nel Paese, quello dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher del novembre 2021. Fu proprio l’arcivescovo Gallagher, parlando con la stampa locale, a dire che “Papa Francesco è aperto a tutti gli inviti” e che il Papa “non può accettare tutti gli inviti immediatamente”, ma può accettare un invito importante per l’anno prossimo o per l’anno ancora successivo.

La visita dell’arcivescovo Gallagher è stata l’ultima di una serie di importanti incontri che negli ultimi venti anni hanno migliorato le relazioni tra Belgrado e la Santa Sede. I presidenti di Serbia hanno visitato il Vaticano nel 2005, nel 2009, nel 2015 e nel 2019. Poi ci sono le visite vaticane: il Cardinale Dominique Mamberti, nel suo ruolo di allora “ministro degli Esteri” vaticano, visitò la Serbia nel 2014; il suo successore Gallagher è andato nel 2015 e nel 2019, prima di ritornare lo scorso anno; il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è stato a Belgrado nel 2018.

Dal Vaticano è arrivato anche il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che nel 2015 si incontrò anche con rappresentanti di Subotica, una città nella pare nord della Serbia dove vive una significativa popolazione cattolica.

Fino ad ora, il Papa è stato invitato in Serbia da tutti i presidenti dal 2004 (Boris Tadic, Tomislav Nikolic e Aleksandr Vucic), ed è stato invitato diverse volte da Ivica Dacic quando questi era ministro degli Affari Esteri di Serbia tra il 2014 e il 2020.

L’ostacolo maggiore per la visita sembra essere la Chiesa Ortodossa Serba. Il 6 luglio 2018, in una intervista a Serbian Tv Pink, Dacic ha parlato di una visita papale del 2016 cancellata. La visita era prevista per il 21 – 22 maggio, e fu cancellata dopo che il presidente Nikolic parlò con l’allora patriarca Irenej, per il quale Papa Francesco ha comunque sempre avuto parole di stima.

Nel 2018, Irenej – che è morto nel 2020 per coronavirus – sottolineò che “non è tempo per una visita di Papa Francesco per via di tutto quello che è accaduto nel passato pe del gran numero di rifugiati serbi dalla Croazia”, e che comunque il Papa “avrebbe potuto visitare la Serbia come uomo di Stato, e la Chiesa Ortodossa Serba non avrebbe interferito”.

C’è anche la questione di un presunto genocidio ai danni degli ortodossi serbi da parte dei cattolici croati operato durante la Seconda Guerra Mondiale, per il quale – dicono da parte serba – il Papa dovrebbe chiedere perdono. E sui rapporti con la Chiesa Ortodossa Serba gravano anche i rapporti riguardo la questione della canonizzazione del Cardinale Aloizije Stepinac, cui Belgrado si oppone con forza.

Tuttavia, la Serbia resta uno dei possibili Paesi oggetto di una visita papale, considerando che quasi tutti i viaggi del Papa in Europa hanno avuto luogo in nazioni a maggioranza ortodossa (Cipro e la Grecia sono gli ultimi, prima ancora Bulgaria, Macedonia del Nord e Romania, e poi la Georgia). La Serbia, insomma, resta nella mappa dei luoghi che Papa Francesco potrebbe visitare in un prossimo futuro.

                                                FOCUS AFRICA

Sud Sudan, il presidente Salva Kiir promette l’implementazione degli accordi di pace

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit ha promesso lo scorso 7 luglio, durante la Messa conclusiva del viaggio del Cardinale Pietro Parolin nel Paese, che gli accordi di pace in Sud Sudano saranno implementati, sebbene questo rappresenti una sfida, e ha promesso che non ci saranno più guerre nella nazione.

Kiir ha parlato al termine della celebrazione, cui ha preso parte anche Rick Machar, primo vicepresidente. “Vogliamo – ha detto Salva Kiir rivolgendosi a Parolin – che riporti al Santo Padre il messaggio che il popolo che è venuto qui come quelli che statvano combatttendo in Sud Sudan si stanno sedendo insieme in armonia”.

Kiir ha ricordato di aver detto di non voler riportare il popolo del Sud Sudan alla guerra, e che “manterrà la sua parola”. Il presidente ha poi ricordato che si sta “implementando l’accordo di pace, e presto avremo un incontro di presidenza in cui fisseremo la data per inaugurare le forze unificate nel Centro di Addestramento.

Nella sua omelia, il Cardinale Parolin ha ricordato alle persone di “avere una grande missione, tutti voi a partire dai vostri leader politici, ed è quella di cambiare pagina per trovare nuovi percorsi, una nuova via di riconciliazione e perdono, di serena coesistenza e sviluppo”.

Il messaggio di Papa Francesco al Sud Sudan, insieme a quello di Welby e Iain

Da sempre, Papa Francesco aveva pensato che il viaggio in Sud Sudan sarebbe un viaggio ecumenico, da fare insieme al primate della Chiesa Anglicana, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, e il moderatore della Chiesa di Scozia Iain Greenshields.

Così, il giorno che sarebbe dovuto iniziare il viaggio del Papa in Sudan del Sud, sono stati diffusi dei messaggi dei tre.

Nel suo messaggio, Papa Francesco ha parlato del grido del popolo del Sud Sudan che invoca la pace aspettandosi risultati concreti dal processo di riconciliazione nazionale. Chiedendo di voltare pagine, Papa Francesco ha ribadito “l suo desiderio di contribuire al processo di pace, “non da solo, ma in pellegrinaggio ecumenico con due cari fratelli: l'Arcivescovo di Canterbury e il Moderatore dell'Assemblea generale della Chiesa di Scozia”.

Anche l'Arcivescovo Welby, nel suo messaggio, ha menzionato la vicinanza spirituale dei tre leader al popolo del Sud Sudan e la loro intenzione di recarsi in visita, e ha sollecitato i leader del Paese a lavorare insieme, anche con i loro nemici, al fine di "trasformare lo spirito di vendetta in spirito di riconciliazione". 

Infine, il Rev.do Iain Greenshields ha assicurato al popolo del Sud Sudan le sue preghiere e la ferma intenzione dei tre capi di Chiesa di effettuare una visita al Paese.

                                                FOCUS ASIA

Il primo ministro della Corea del Sud fa visita al presidente dei vescovi coreani

Il 13 luglio, Han Duk-soo, primo ministro della Corea del Sud, ha fatto visita alla sede della Conferenza Episcopale della Corea del Sud. Accolto dall’arcivescovo Igino Kim Hee-jong di Gwangiu, presidente dei vescovi, il primo ministro di Seoul era accompagnato da Jeon Byung-geuk, primo viceministro della Cultura, dello Sport e del Turismo.

La visita è parte di una serie di incontri che il Primo ministro sta avendo con i leader religiosi. Il 2 giugno, c’era stato un incontro con il leader buddista e quello protestante, cui però l’arcivescovo Kim non aveva potuto partecipare.

La stampa coreana riferisce che il primo ministro Han ha descritto la creazione a cardinale dell’arcivescovo You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, come “una grande gioia nei 240 anni di storia del cattolicesimo di Corea, qualcosa di cui sono molto orgoglioso come cittadino di questo Paese.

Il Primo Ministro ha anche ricordato il 100esimo anniversario delle nascita del cardinale Stephen Kim Sou-hwan (1922 - 2009) e ha poi parlato anche della crisi economica.

Infine, rivolgendosi all'arcivescovo Kim, ha detto: "Proprio come la comunità cattolica ha fornito conforto e speranza ogni volta che la nostra società si è trovata in difficoltà, le chiedo per favore di continuare a prendersi cura delle persone e a dedicarsi al ripristino del senso profondo della comunità". 

Anche in voi "cercherò saggezza e consigli ogni volta che potrò durante la gestione degli affari di stato", ha aggiunto il premier.

                                        FOCUS NUNZIATURE

Papa Francesco nomina il nunzio apostolico nei Paesi Bassi

Dopo la pensione dell’arcivescovo Aldo Cavalli, poi nominato visitatore apostolico a Medjugorje, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Paul Tschang In-Nam come nunzio nei Paesi Bassi.

Coreano, classe 1949, l’arcivescovo Tschang In-Nam era dal 2012 nunzio apostolico in Thailandia e Cambogia e delegato apostolico in Myanmar e Laos. Nel 2017, quando erano stabilite piene relazioni diplomatiche tra Naypiydaw e la Santa Sede, era diventato il primo nunzio apostolico in Myanmar.

Sacerdote dal 1976, è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel maggio 1985, e ha servito nella rappresentanze pontificie di El Salvador, Etiopia, Siria, Francia, Grecia e Belgio.

Nel 2002, fu nominato nunzio in Bangladesh, mentre dal 2007 al 2012 è stato nunzio in Uganda.

Papa Francesco nomina il nuovo nunzio in Liberia

Il nuovo nunzio in Liberia è monsignor Walter Erbì, che comincia così a Monrovia il suo lavoro da ambasciatore del Papa. Classe 1968, di Torino, sacerdote dal 1992, monsignor Erbì è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 2001, e ha servito nella nunziatura delle Filippine, nella Sezione per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e nelle Rappresentanze Pontificie in Italia, negli Stati Uniti d’America e in Turchia.

A Monrovia, prende il posto dell’arcivescovo Dagoberto Campos Salas, che è stato nominato nunzio a Panama lo scorso 14 maggio.

 

Ti potrebbe interessare