Cardinale Koch: “L’ecumenismo più importante è quello del sangue”

Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, ritratto nel suo studio
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Papa Francesco ha parlato di tre tipi di ecumenismo: l’ecumenismo del sangue, l’ecumenismo dei poveri, l’ecumenismo della missione. Ma tra questi “il più importante è l’ecumenismo del sangue, perché oggi c’è una persecuzione dei cristiani come mai c’è stata, nemmeno nei primi secoli”.

Il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, traccia con ACI Stampa un bilancio degli ultimi tre viaggi di Papa Francesco, tutti avvenuti in luoghi a maggioranza ortodossa. Nella conversazione, il suo sguardo si allarga a tutto il movimento ecumenico. Con una certezza: gli uomini non possono fare l’unità, la può fare Dio. E dunque “il mezzo più credibile di arrivare all’unità è la preghiera”.

Eminenza, Papa Francesco è stato in Bulgaria, Macedonia del Nord e Romania. Tre viaggi in posti a maggioranza ortodossi. Quanto è stato importante per il dialogo ecumenico?

Ci sono tre motivi per questi viaggi. Il motivo territoriale, ovvero la volontà di fare visita in questi paesi; la volontà di incontrare la minoranza cattolica; e la volontà di incontrare la maggioranza ortodossa, per approfondire le relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa in questi Paesi.

In Bulgaria, sembravano esserci resistenze alla visita di Papa Francesco da parte del mondo ortodosso. Eppure, dopo la visita, il metropolita Antonio, responsabile per l’Europa occidentale, ha difeso e lodato la visita di Papa Francesco. Cosa è successo nel frattempo?

Ci sono differenti opinioni in Bulgaria. Ci sono vescovi aperti. Soprattutto, il patriarca Neofit è molto aperto e molto cordiale, il Santo Padre lo ha sottolineato nel volo di ritorno dal viaggio. Ci sono altri vescovi che hanno problemi con l’ecumenismo. Io faccio sempre esperienza di una realtà: c’è un prima della visita del Papa e un dopo la visita del Papa. Prima della visita ci possono essere problemi e reazioni un po’ forti, ma dopo la visita tutto cambia. Questo significa che la presenza del Papa aiuta molto ad aprire al dialogo.

La Chiesa Ortodossa Bulgara non partecipa alla Commissione Teologica Internazionale Cattolica Ortodossa. Crede che ora sia tempo anche per la Chiesa ortodossa bulgara di partecipare?

Non abbiamo parlato di questo. È chiaro che la Chiesa Ortodossa Bulgara non ha mai partecipato a questa grande commissione internazionale mista in cui ci sono 14 Chiese ortodosse presenti, con l’eccezione, appunto, della Chiesa bulgara. Sarebbe bello partecipassero a questo dialogo.

In Macedonia del Nord c’è una Chiesa Ortodossa autocefala, non riconosciuta però dalla comunione ortodossa. Con questa Chiesa, comunque, i rapporti sono buoni. Quanto è difficile mantenere buoni rapporti quando una delle Chiese è considerata scismatica?

È chiaro che in linea di principio abbiamo rapporti ufficiali soltanto con le Chiese canoniche. In Macedonia del Nord c’è una situazione difficile: la Chiesa ortodossa si è dichiarata autocefala, ma c’è anche una arcidiocesi della Chiesa Ortodossa Serba. Proprio a motivo di questo e del fatto che abbiamo contatti ufficiali solo con le Chiese canoniche, non c’è stato un incontro ufficiale del Papa con la Chiesa Ortodossa Autocefalala durante la visita in Macedonia del Nord.

Sembra che i rapporti con la Chiesa Ortodossa Romena siano molto buoni. È anche vero, però, che la preghiera del Padre Nostro nella Cattedrale Nazionale non è stata pronunciata insieme, ma consecutivamente. Ancora c’è strada fare ?

Ci sono buoni rapporti, che sono stati approfonditi con la visita di Papa Francesco. Il problema della preghiera comune è differente: non soltanto la Chiesa Ortodossa Romena, ma anche altre Chiese ortodosse, fanno riferimento a un canone della Chiesa antica per il quale non si può pregare insieme se non c’è comunità ecclesiale. Era già molto importante, però, la possibilità di poter essere presenti nella cattedrale e pregare il Padre Nostro in latino e romeno. Non dobbiamo vedere il bicchiere mezzo vuoto, ma mezzo pieno, e i passi che vengono fatti.

Quale di questi tre viaggi è stato più difficile da organizzare dal punto di vista ecumenico?

Non direi “difficile”. Ci sono dei problemi da superare. Ma l’ecumenismo ha due virtù: la passione per l’unità e la pazienza. Passione e pazienza: queste le virtù su cui lavorare.

E le visite del Papa contribuiscono a buttare già dei muri?

Non parlerei di muri, ci sono problemi del passato. Dobbiamo essere consapevoli che abbiamo una divisione di mille anni e non è facile superare questi problemi. Soprattutto nel secondo millennio ci sono stati sviluppi molto diversi nell’Est e nell’Ovest. Ritrovare l’unità non è facile, proprio per questo motivo.

Papa Francesco è stato in tre Paesi che erano al di là della Cortina di Ferro, proprio lì dove il comunismo ha avuto un ruolo importante anche nella religione, spesso costringendo le confessioni cristiane ad essere assorbite dalla Chiesa ortodossa. Quanto sono forti le sfide del passato?

Si tratta di una pesante eredità del tempo sovietico. Soprattutto a partire da Stalin, la Chiesa Greco Cattolica, in maniera speciale in Ucraina, Romania e nella Transcarpazia, è stata proibita e i vescovi greco cattolici hanno dovuto diventare ortodossi o affrontare il martirio. Ma la Chiesa Greco Cattolica ha affidato molto bene questo periodo ed è riuscita ad arrivare al cambiamento del 1989, quando è riemersa. La sua presenza ha creato nuove accuse di uniatismo e proselitismo. È chiaro che ci sia un dolore, una ferita. Una indicazione chiara è venuta dalla dichiarazione di Balamand del 1993, su “L’uniatismo. Metodo di unione del passato e ricerca attuale della piena comunione”. La dichiarazione dice due cose: che l’uniatismo (il processo di unificazione di alcune Chiese con Roma, ndr) non è più un metodo per ritrovare l’unità oggi, ma è un metodo del passato; e che le Chiese cattoliche di rito orientale hanno il diritto di esistere e di essere dotate dei loro strumenti pastorali. Sono indicazioni che si ritrovano anche nella dichiarazione comune di Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill all’Avana del 12 febbraio 2016. E questo è molto importante.

A proposito di Chiese cattoliche di rito orientale, queste possono essere davvero un ponte con il mondo ortodosso?

Per gli ortodossi le Chiese cattoliche di rito orientale sono sempre una ferita e un problema per via della questione dell’uniatismo di cui ho appena parlato. D’altra parte, però ,potrebbero essere un ponte: hanno l’unità con Roma e la tradizione bizantina. Il decreto del Concilio Vaticano II “Orientalium Ecclesiarum” sulle Chiese cattoliche orientali sottolinea che queste Chiese hanno una responsabilità particolare nella ricerca di una ritrovata unità tra le Chiese cattoliche e le Chiese ortodosse. Per noi, le Chiese cattoliche di rito orientale sono una ricchezza: mostrano che la Chiesa cattolica non è uniforme, che ci sono diverse tradizioni nella nostra Chiesa, ci sono anche diverse modalità di giurisdizione per l’elezione di un vescovo. Anche questo può aiutare.

Parlando di dialogo teologico, sembra che dalla dichiarazione di Ravenna del 2003, in cui si ammetteva un primato dato alla Chiesa di Roma, il dibattito sia rimasto fermo. A che punto siamo?

In realtà, dal documento di Ravenna abbiamo potuto fare passi importanti. Dopo Ravenna, la tematica principale era il rapporto tra sinodalità e primato. Questo ha portato nel 2016 a pubblicare un documento sul rapporto tra sinodalità e primato nel primo millennio dopo la riunione di Chieti della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse. Ora stiamo lavorando a un documento sul rapporto tra sinodalità e primato nel secondo millennio ed oggi. Il tema cruciale è quale ruolo avrebbe il vescovo di Roma nell’unità futura. Per tutti gli ortodossi è chiaro: hanno una taxis (un ordine) e questa taxis è “Roma – Costantinopoli – Alessandria – Antiochia – Gerusalemme. È chiaro che Roma è la prima sede, si deve definire quale responsabilità avrà in futuro.

Quanto influisce in questo dialogo la situazione in Ucraina, dopo la proclamazione dell’autocefalia?

La Santa Sede ha sulla situazione in Ucraina una posizione neutrale. Neutrale, però, non vuol dire indifferente. Se prendiamo sul serio l’immagine di San Paolo, secondo cui quando un membro del corpo di Cristo soffre, tutti i membri soffrono, anche noi soffriamo di questa situazione e preghiamo. È una situazione che ci colpisce, perché il Patriarcato di Mosca, a seguito della proclamazione dell’autocefalia, ha deciso di non partecipare a tavoli di dialogo quando questi sono presieduti da un rappresentante di Costantinopoli. Per questo ha ritirato la partecipazione della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico, che è presieduta da me e dall’arcivescovo Job di Telmessos, rappresentante del Patriarcato di Costantinopoli.

Questa particolare situazione che si è creata in Ucraina potrebbe portare gl ortodossi ad appellarsi a Roma e così facendo a riconoscere il primato della sede di Roma?

Spetta agli ortodossi decidere su questa eventualità. La Chiesa Cattolica non può e non vuole intervenire in questa questione intraortodossa. Il processo dell’autocefalia in Ucraina, tuttavia, non è ancora definito. Il nuovo metropolita deve scrivere lettere pacifiche a tutte le Chiese ortodosse, le quali a loro volta devono rispondere se vogliono accettare e riconoscere questa Chiesa. Al momento, secondo le mie informazioni, nessuna Chiesa ha risposto positivamente.

La situazione in Ucraina può essere la chiave di volta per altri rapporti ecumenici?

Si tratta di una situazione particolare, proprio a causa del conflitto tra Costantinopoli e Mosca. Noi continuiamo a sviluppare i dialoghi bilaterali. Con Costantinopoli abbiamo un rapporto molto stretto, specialmente con lo scambio di visite che ha luogo in occasione delle feste dei Patroni. Con Mosca, abbiamo deciso di fare ogni anno un incontro nel giorno dell’anniversario dell’incontro tra Papa Francesco e Patriarca Kirill. Il primo anno, l’anniversario si è tenuto a Friburgo e il secondo anno a Vienna, sul tema della situazione dei cristiani in Medio Oriente. Il terzo anniversario, lo scorso marzo, si è tenuto a Mosca sul tema cruciale dell’eutanasia.

I rapporti con Mosca sono abbastanza buoni per aspettarci un viaggio del Papa a Mosca?

Il metropolita Hilarion, capo delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha dichiarato recentemente che il tempo non è ancora maturo per una visita del Papa. Un passo molto importante nei nostri rapporti è rappresentato dall’ecumenismo dei Santi, che in questo caso si è sviluppato con la traslazione delle reliquie di San Nicola in Russia nel 2017. È stato un evento molto importante e ha dato l’opportunità di includere i credenti nel movimento ecumenico. L’ecumenismo non può, infatti, essere soltanto appannaggio dei vescovi e dei teologi. Deve piuttosto essere un movimento di tutta la Chiesa. L’ecumenismo dei santi ha aiutato molto.

Prima dell’incontro tra Papa Francesco e Kirill, più volte si era tentato, fallendo, di organizzare un incontro tra un Papa e il Patriarca di Mosca. Perché i tempi erano maturi?

L’Havana è stato un passo coraggioso sia da parte di Papa Francesco e il Patriarca Kirill: era la prima volta nella storia che un Papa e un patriarca di Mosca si incontravano ed è stato un passo importante, che ha portato frutti. Io mi ricordo che, la prima volta che incontrai il patriarca come presidente di questo dicastero e gli chiesi di un possibile incontro, questi rispose che ancora non era tempo. Poi, quando il tempo è venuto, è stato il Patriarcato a prendere l’iniziativa, indicando la ragione nella situazione dei cristiani del Medio Oriente e nella necessità di avere una voce in comune sulla questione.

Ecumenismo del sangue, ecumenismo della santità, ecumenismo dei poveri, ecumenismo della preghiera… sono molti i modi di fare ecumenismo oggi. Quale è il più importante?

Parlando al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Bulgara, Papa Francesco ha descritto tre forme di ecumenismo: l’ecumenismo del sangue, l’ecumenismo dei poveri, l’ecumenismo delle missioni. Per me, l’ecumenismo più importante è l’ecumenismo del sangue. Oggi c’è una persecuzione dei cristiani che non ha pari, nemmeno nei primi secoli. L’80 per cento delle persone perseguitate in nome della fede sono cristiani, che non sono perseguitati in quanto luterani, ortodossi, cattolici, riformati, ma perché sono cristiani. Il sangue di questi martiri non divide, ma unisce. Un detto della Chiesa antica sostiene che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani. Io sono convinto che il sangue di così tanti martiri sarà il seme dell´unità del corpo di Cristo. Papa Francesco ha dichiarato una volta che i persecutori dei cristiani abbiano una visione più chiara dell´ecumenismo di quella dei cristiani stessi, perché i persecutori sanno che noi cristiani siamo una cosa sola.

Di tutti i viaggi “ecumenici” di Papa Francesco, quale è quello che ritiene più importante? Quale ha dato più frutto?

Tutti i viaggi sono importanti. I frutti vengono, poi, dall’opera dello Spirito Santo…

Ci sarà unità quando i teologi si metteranno d’accordo o quando le persone cominceranno a parlare?

Noi uomini non possiamo fare l’unità. Possiamo fare le divisioni, come dimostra la storia e il presente. L’unità è dono dello Spirito Santo. La maniera più credibile di ricevere questo dono è la preghiera. In questo senso, il fondamento dell´ecumenismo è la preghiera sacerdotale di Gesù, nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni. Gesù, in fondo, non comanda ai discepoli l’unità. Lui prega per l’unità. E se lui ha pregato non possiamo fare altro che pregare anche noi.

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