Diplomazia pontificia, il viaggio del Cardinale Parolin in Croazia

Il Segretario di Stato vaticano è stato in Croazia per l’ordinazione del nunzio in Bielorussia. Ha parlato anche della canonizzazione di Stepinac

Il cardinale Parolin ordina vescovo monsignor Ante Jozic, Spalato, 16 settembre 2020
Foto: da Twitter
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Il segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, è stato in Croazia, dove a Spalato ha ordinato vescovo Ante Jozic, nominato il 21 giugno scorso come “ambasciatore del Papa” presso la Bielorussia. Jozic partirà presto per Minsk, dove troverà una situazione molto complessa, con la Chiesa che si sente sotto persecuzione e l’arcivescovo di Minsk impossibilitato a rientrare.

Della situazione in Bielorussia ha parlato anche una sessione del Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra lo scorso 18 settembre. Sei gli interventi della Santa Sede nei consessi internazionali questa settimana. Importante l’incontro dei vescovi con il presidente del Sudan Salva Kiir. Si attende la visita del segretario di Stato USA Mike Pompeo in Vaticano per fine ottobre.

                                                    FOCUS SANTA SEDE

Il bilaterale tra il Cardinale Parolin e Conte

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha incontrato lo scorso 14 settembre il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, a margine della conferenza “A 45 anni dagli Accordi di Helsinki, il Cardinale Silvestrini e la Ostpolitik vaticana” organizzata dall’Ambasciata di Italia presso la Santa Sede.

Il Cardinale ha detto che l’incontro con il presidente del Consiglio italiano ha incluso “la critica situazione del Libano”, dove il Segretario di Stato è stato il 3 e 4 settembre. “Non abbiamo parlato solo di aiuti economici, ma di tutta la necessaria ricostruzione del Paese”, ha detto il Cardinale Parolin.

Il Cardinale Pietro Parolin in Croazia

Non solo l’ordinazione episcopale di monsignor Ante Jozic, che presto prenderà il suo posto come nunzio in Bielorussia, in uno scenario difficile. In Croazia il 15 e i l6 settembre, il Cardinale Parolin ha anche incontrato il Primo Ministro croato Andrej Plenkovic. Era il quarto incontro tra i due.

In una dichiarazione successiva, il premier Plenkovic ha affermato che durante l’incontro si è parlato delle "relazioni tra la Repubblica di Croazia e la Santa Sede, la situazione nel nostro vicinato, le questioni europee, le questioni globali, tutto ciò che di solito fa parte dell'ordine del giorno" .

"Abbiamo affermato – ha aggiunto Plenkovic - che i nostri rapporti sono estremamente buoni, pieni di rispetto e collaborazione reciproci. Naturalmente abbiamo accennato anche agli ottimi rapporti con la Conferenza episcopale croata. Siamo lieti che domani l'ordinazione di monsignor Jozic abbia luogo nella chiesa di recente costruzione della Sacra Famiglia a Solin".

Plenkovic ha anche parlato della situazione dei cattolici croati in Bosnia Erzegovina, e ha sottolineato che la Santa Sede attribuisce grande rilievo alla presenza cattolica in quella nazione. Più volte, la Chiesa cattolica in Bosnia ha lanciato l’allarme di un esodo nascosto dei cattolici dalla Bosnia, per via di una situazione politica vissuta come una persecuzione silenziosa.

All’incontro con il Cardinale Parolin ha partecipato anche il ministro per gli affari Esteri Gordan Grlic Radman. Questi ha sottolineato che i frequenti incontri tra Santa Sede e Croazia “rendono testimonianza al rafforzamento delle relazioni diplomatiche tra Zagabria e la Santa Sede.

Durante la sua visita, il Cardinale Parolin ha anche concesso una intervista a Glas Koncila (la voce del Concilio), un settimanale cattolico croato, in cui ha toccato la relazione tra Chiesa universale e particolare con riferimento al Sino della Chiesa di Germania, il crescente secolarismo in Europa e la canonizzazione del beato Cardinale Aloizije Stepinac.

Parlando delle Chiese particolari, il Cardinale Parolin ha detto che queste “posso avere certo delle richieste peculiari”, ma queste “devono essere incluse nella cornice della Chiesa universale”, cosa che include “l’accettazione del fatto che il corso della Chiesa particolare possa essere più lento, ma realizzato in comunione”.

Il Cardinale Parolin ha poi notato il crescente secolarismo, anche in Europa orientale, e sottolineato che la chiesa ha qualcosa da dire nella vita pubblica, un contributo non solo confessionale, ma anche di umanizzazione. La Chiesa – ha detto il Cardinale – è “all’autentico servizio della persona umana. Può servire la società e il genere umano di oggi”.

Più spinoso il tema della beatificazione del Cardinale Stepinac, la cui canonizzazione è per ora sospesa nonostante ci sia un miracolo riconosciuto per via dell’opposizione della Chiesa ortodossa serba. Papa Francesco aveva stabilito una commissione cattolico-ortodossa sul tema, che non aveva raggiunto conclusioni univoche.

Secondo il Cardinale Parolin, “il Papa vuole che la canonizzazione del Cardinale Stepinac sia un momento d unità per la Chiesa, e non una ragione di conflitto e opposizione. Questo richiede anche pazienza da parte della Chiesa in Croazia, che naturalmente attende questa canonizzazione con grande desiderio”.

Il segretario di Stato USA Mike Pompeo atteso in Vaticano

Un anno dopo, il segretario di Stato USA Mike Pompeo torna in Italia, e ha inserito nell’agenda degli incontri una visita in Vaticano, per dei colloqui con il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.

L’incontro è in preparazione dallo scorso giugno. Gli Stati Uniti considerano il Vaticano un partner importante, con il quale collaborare su temi di interesse comune come la libertà religiosa (gli Stati Uniti hanno organizzato un ministeriale sulla libertà religiosa nel 2019 cui ha partecipato anche la Santa Sede) o il traffico di esseri umani.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti vedono con preoccupazione l’avvicinamento tra Santa Sede e Cina, in particolare con l’accordo sulla nomina dei vescovi che sembra mettere da parte i problemi di libertà religiosa nel Paese. Altro tema di comune interesse, la situazione dell’Ucraina.

                                                FOCUS EUROPA

Ante Jozic pronto a partire per la Bielorussia

Resta difficile la situazione in Bielorussa, anche dopo il viaggio dell’arcivescovo Gallagher. Durante la Messa di ordinazione, monsignor Jozic ha rivolto parole di saluto al clero e ai fedeli della Chiesa in Bielorussia, che, come ha osservato, "sta attraversando un momento difficile". Il nuovo nunzio in Bielorussia ha promesso la sua "cooperazione orante" per risolvere tutti i problemi del Paese "attraverso la pace, il dialogo e la solidarietà, evitando ogni violenza".

L’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz di Minsk, presidente della Conferenza Episcopale Bielorussia, ha inviato un messaggio di auguri al nuovo “ambasciatore del Papa”, che faceva anche un punto della situazione nel Paese.

“Molte persone – ha scritto l’arcivescovo Kondrusiewicz - sono rimaste ferite, migliaia sono state arrestate. Ciò ha portato a una profonda divisione nella nostra società che potrebbe provocare una guerra civile ".

L’arcivescovo ha anche osservato che l'attuale crisi socio-politica nel paese ha dato “impulso al rafforzamento delle buone relazioni tra i rappresentanti di diverse denominazioni e religioni in spirito di fratellanza e solidarietà” e ha aggiunto che fin dall'inizio della crisi, la Chiesa cattolica invita le parti in conflitto a un dialogo sincero nella verità per risolverlo pacificamente.

L’arcivescovo di Minsk ha detto che la Chiesa locale “attende con impazienza” l’arrivo di monsignor Jozic, perché “per lo sviluppo delle nostre attività pastorali e sociali, nonché per i rapporti con lo Stato in questo momento di svolta della nostra storia, abbiamo bisogno del vostro sostegno come rappresentante della Santa Sede”.

Attualmente, l’arcivescovo Kondrusiewicz si trova in Lituania, dopo che il suo passaporto è stato dichiarato non valido dalle autorità bielorusse.
Tra gli interventi in suo favore, uno del ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, che era stato in Vaticano lo scorso 3 settembre per un incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati. I due si erano intrattenuti in una ora di conversazione, molto cordiale.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, il diritto allo sviluppo

Durante la sessione del Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra il 16 settembre, la Santa Sede ha sottolineato che gli Stati hanno “la primaria responsabilità per la creazione di condizioni nazionali o internazionali favorevoli alla realizzazione del diritto allo sviluppo”.

La sessione discuteva dal Rapporto sul Diritto allo sviluppo, e a rappresentare la Santa Sede c’era l’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso le organizzazioni internazionali di Ginevra.

L’arcivescovo Jurkovic, parlando del rapporto, ha sottolineato che la Santa Sede condivide la preoccupazione per “il calo dei livelli di assistenza menzionato nel rapporto, nonché per la tendenza alla privatizzazione nel contesto di partnership pubbliche e private”, e sostenuto la necessità di misure di vigilanza per “prevenire e affrontare gli abusi in cui vengono coinvolti gli attori privati”.

La Santa Sede condivide il fatto che le politiche fiscali abbiano un ruolo non indifferente nel finanziare lo sviluppo, e chiede un approccio globale, con il coinvolgimento delle “più vulnerabili popolazioni e comunità”, considerando che la situazione creata dalla pandemia può “anche essere un tempo opportuno per rafforzare la solidarietà e la collaborazione tra gli Stati e l’amicizia tra i popoli”.

La Santa Sede a Ginevra, il diritto all’acqua

Sempre il 16 settembre, la 45esima sessione dei diritti umani a Ginevra ha avuto un dialogo con l’estensore del Rapporto su Acqua e Igiene.

L’arcivescovo Jurkovic ha ricordato che è il 100esimo anniversario da quando “l’Assemblea Generale di Ginevra ha specificamente riconosciuto il diritto ad acqua potabile e sicura e all’igiene come un diritto umano”. Un diritto più volte ribadito e reiterato negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2015.

Da parte sua, la Santa Sede “ha continuamente enfatizzato che c’è ancora bisogno di fare di più per rafforzare l’affermazione universale di questo diritto fondamentale”, un diritto la cui piena realizzazione non può “essere lasciato solo agli Stati”, ma è parte di responsabilità comune di “sviluppare le nostre società in un modo più integrale e sostenibile”.

L’accesso all’acqua e all’igiene – ha affermato la Santa Sede – “non è solo un basico diritto umano, ma anche un elemento cruciale per la salute della terra e di quelli che la vivono”.

La Santa Sede ha chiesto che la comunità internazionale “affronti l’urgente dovere morale di una nuova solidarietà riguardo le risorse naturali.

La Santa Sede a Ginevra, sulla situazione dei diritti umani in Bielorussia

Il 18 settembre, il Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra ha discusso della situazione dei diritti umani in Bielorussia. Come è noto, l’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewcz di Minsk è impossibilitato a rientrare nel Paese perché il suo passaporto è stato dichiarato non valido, mentre le proteste in piazza dopo il risultato elettorale del 6 agosto si sono moltiplicate e hanno causato reazioni di polizia oggetto anche di proteste da parte della Chiesa cattolica. La Santa Sede ha inviato anche l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, per un viaggio di quattro giorni durante i quali ha incontrato anche il ministro degli Esteri bielorusso Vladimir Makei.

Intervenendo al dibattito a Ginevra, l’arcivescovo Ivan Jurkovic ha rimarcato l’attenzione della Santa Sede nel seguire la situazione in Belarus, e rinnovato l’appello per una “risoluzione giusta e pacifica alle tensioni attraverso il dialogo sincero, il rifiuto della violenza e il rispetto per la giustizia e i diritti fondamentali”.

Papa Francesco – ha proseguito Jurkovic- con il suo recente appello e con l’invio dell’arcivescovo Gallagher “ha dimostrato una particolare e tangibile sollecitudine per l’intera nazione, e in particolar modo per la Chiesa cattolica locale”, e si spera che “i vari incontri e discussioni possano portare ad un maggiore comprensione della missione ecclesiale della Chiesa e del ruolo strumentale che essa gioca nello sviluppare riconciliazione sociale e coesione nazionale”.

L’arcivescovo Jurkovic ha aggiunto che per la Santa Sede è necessario che “i protestanti presentino le loro richieste in maniera pacifica”, e allo stesso tempo che “le autorità governative esercitino moderazione e ascoltino alle voci dei loro cittadini, rimanendo aperti alle loro giuste aspirazioni e assicurando pieno rispetto dei loro diritti civili e umani”.

La Santa Sede, ha concluso il nunzio, “rimane aperta a qualunque futura connessione”.

La Santa Sede a Vienna, alla Conferenza Contro il Terrorismo

Tra il 14 e il 15 settembre, si è tenuta a Vienna la “Conferenza Antiterrorismo su efficaci partnership contro il terrorismo e l’estremismo violento e la radicalizzazione che porta al terrorismo”.

Monsignor Janusz Urbanczyk, osservatore della Santa Sede all’OSCE di Vienna, ha preso la parola in tre differenti sessioni.

La sessione 1 della conferenza era dedicata a “Cooperazione Internazionale nell’affrontare il terrorismo, l’estremismo violento e la radicalizzazione che porta al terrorismo”.

La Santa Sede – ha detto monsignor Urbanczyk – “condanna fermamente e inequivocabilmente il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni”. “Dovremmo riconoscere – ha detto il rappresentante della Santa Sede – che il terrorismo e l’estremismo sono una minaccia molto diffusa da cui nessuno è escluso, e per questo siamo tutti chiamati a rispondervi”.

La Santa Sede chiede “misure efficaci per prevenire la radicalizzazione e l’auto-radicalizzazione dei giovani”, e il reclutamento dei terroristi, ma sottolinea anche che il rafforzamento della legge o delle misure di sicurezza non basta per una “risposta duratura”, e che c’è anche bisogno di “far crescere una cultura dell’incontro che sviluppa mutuo rispetto e promuove il dialogo, che porta a società pacifiche e inclusive”.

Insomma, conclude la Santa Sede, il successo delle azioni anti-terrorismo dipende soprattutto dalle iniziative locali, mentre “la cooperazione internazionale deve supportare le capacità degli attori locali”.

La Santa Sede afferma anche che “è vitale rispettare il diritto di assemblea e di parola dei giovani”, perché questa “incanala la loro rabbia attraverso processi democratici, mettendo così fuori gioco ogni impulso verso la violenza”.

La Santa Sede sottolinea infine di essere particolarmente impegnata con i leader di altre religioni e con le loro comunità di fede nel “prevenire l’estremismo e la violenza favorendo un sincero dialogo interculturale e religioso e una cooperazione fruttuosa.

La Santa Sede sull’anti-terrorismo: costruire network

La seconda sessione cui è intervenuta la Santa Sede era dedicata a “Costruire una più ampia rete di comunità per sostenere la prevenzione dell’estremismo violento e la radicalizzazione che porta al terrorismo”.

Monsignor Urbanczyk ha notato che “la crescente incidenza del terrorismo in molte regioni” chiede un maggiore sforzo nell’affrontare le cause alla radici del terrorismo, e per questo “gli sforzi antiterrorism devono coinvolgere le comunità locali, I governi locali e le organizzazioni sul territorio, incluse le organizzazioni religiose”.

Secondo la Santa Sede, la “tolleranza e l’inclusività sono raggiunti attraverso una forte promozione del diritto alla libertà di coscienza, religione e credo, come è custodito nelal Dichiarazione dei Diritti Umani e nell’Atto Finale di Helsinki”.

La Santa Sede chiede una distinzione “positive e rispettosa” tra sfera politica e religiosa, anche perché se manca il rispetto della libertà di coscienza, religion o credo “crea una atmosfera prona alla violenza e al terrorismo”, come sottolinea anche l’OSCE.

È dunque indispensabile assicurarsi che le misure per prevenire il terrorismo “rispettino scrupolosamente il diritto alla libertà di religione e di credo”.

Monsignor Urbanczyk ha ricordato anche che gli Stati dell’area OSCE “chiaramente e fermamente rifiutano l’identificazione del terrorismo con qualsiasi religioni”, ma che allo stesso tempo è importante che “i leader religiosi rifiutino le distorsioni e manipolazioni della religion”, come richiesto anche nel documento sulla Fraternità Umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e il Grande Imam di al Azhar il 4 febbraio 2019. Si tratta di un approccio, ha detto Urbanczyk, che “contribuirà grandemente ad affrontare le cause alla base del terrorismo e dell’estremismo e dell’estremismo violento e radicalizzazione che porta al terrorismo

La Santa Sede e l’antiterrorismo, come bloccare il supporto finanziario al terrorismo

La terza sessione su cui è intervenuta la Santa Sede è quella su “Accrescere le partnership pubbliche-private per restringere il support logistico e finanziario ai terroristi e proteggere gli obiettivi vulnerabili”.

La Santa Sede ha messo in luce che in questi ultimi anni “luoghi di culto sono stati presi di mira dai terroristi” sia nella regione OSCE che oltre, e che “il fatto che molti di questi atti di violenza siano stati perpetrati contro credenti mentre si riuniscono per pregare nei loro luoghi di culto li rende particolarmente atroci”.

Eppure, ha denunciato la Santa Sede, “per troppo tempo, molti di questi attacchi sono rimasti sconosciuti”, e frequentemente “i leader nazionali e i giornali hanno ignorato gli attacchi contro i cristiani o usato nuovi eufemismi per evitare di menzionare la natura specificamente anti-cristiana della violenza”.

Solo recentemente, ha aggiunto monsignor Urbanczyk, “molti di questi attacchi stanno finalmente ricevendo l’attenzione, la condanna e la risposta impegnata che meritano”.

Se questo è un passo importante nella direzione giusta, ci vuole comunque – ha affermato la Santa Sede – un “maggiore focus degli Stati nel proteggere tutti i loro cittadini allo stesso modo e per sviluppare quei fattori culturali che promuovono tolleranza e inclusività verso la religione e le minoranze nazionali”.

La Santa Sede si è richiamata al fatto che l’ultimo Consiglio Ministeriale OSCE ha impegnato gli Stati dell’area a lavorare “per prevenire e proteggere contro attacchi diretti a persone o gruppi basati sul pensiero, la coscienza, la religion e il credo”, e di adottare politiche conseguenze.

Sono misure che vanno comunque implementate dopo una ampia consultazione, che coinvolga anche le comunità religiose. La Santa Sede ha concluso lodando le guide pratiche sull’antisemitismo appen pubblicte dall’ODIHR (l’ufficio OSCE per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani) e auspicato ci sarà qualcosa di simile anche per la protezione delle comunità cristiane.

La Santa Sede alle Nazioni Unite sulla risoluzione COVID

È cominciata, in forma virtuale, la 75esima assemblea generale delle Nazioni Unite, e Papa Francesco terrà un intervento (inviato in video e registrato) durante la Settimana dell’Alto Livello, il prossimo 22 settembre.

L’11 settembre, l’Assemblea ha adottato una risoluzione omnibus riguardo la pandemia COVID 19, in cui si afferma – si legge nel sito delle Nazioni Unite – che “la cooperazione internazionale, multilateralismo e solidarietà sono l’unica strada possibile da intraprendere per rispondere efficacemente alla pandemia”.

La risoluzione, però, è stata criticata da molti: Stati Uniti e Israele hanno votato contro, Ungheria e Ucraina la hanno respinta.

Per parte sua, la Santa Sede si è “rammaricata che una risoluzione generale fosse stata adottata senza che ci fosse consenso” e anche del fatto che le organizzazioni religiose “siano state escluse dall’elenco dei gruppi coinvolti contro la pandemia”. La Santa Sede ha anche insistito sul fare riferimento agli anziani, i più colpiti dalla pandemia, e ha chiesto di enfatizzare il diritto alla vita, esprimendo opposizione all’aborto e all’uso di madri surrogate. La Santa Sede ha notato che sarebbe bene che la risoluzione avesse un “formulazione più decisa sulla necessità di riformare l’architettura finanziaria internazionale”.

La risoluzione consta di 50 paragrafi, e invita gli Stati membri a “progettare strategie di ripresa basate su politiche di finanziamento sostenibile”, tenendo conto del clima e dell’ambiente e accelerare il ruolo catalizzatore delle tecnologie digitali”.

                                                FOCUS CINA

Verso la definizione del rinnovo dell’accordo Cina – Santa Sede

Non ci sarà bisogno di nuovi incontri, nè di una nuova firma: l’accordo confidenziale tra Cina e Santa Sede per la nomina dei vescovi dovrebbe rimanere così come è, e dunque essere prolungato ad experimentum per un altro anno o due, a seconda delle fonti.

L’accordo è stato firmato il 18 settembre 2018, e aveva la durata di due anni, ma scadrà ufficialmente solo dal 22 ottobre, data in cui è effettivamente entrato in vigore.

Tra i più attenti osservatori dell’accordo c’è Taiwan. Anche se l’accordo non tocca le relazioni diplomatiche, c’è sempre l’idea che Cina e Santa Sede possano avere un avvicinamento anche in quell senso. Questo, però, costringerebbe la Santa Sede a rompere le relazioni diplomatiche con Taipei, precondizione che la Cina dà a tutte le nazioni che vogliono entrare in relazioni con Pechino.

La rivista dei gesuiti America ha messo in luce come la Santa Sede abbia cercato di aprire un ufficio di rappresentanza a Pechino, e avrebbe ricevuto il netto diniego delle autorità di Pechino.

Per ora, il canale di comunicazione più utilizzato è quello dell’ambasciata di Cina in Italia, mentre delegazioni ufficiali a livello di viceministro degli Esteri si incontrano una volta o due l’anno a Roma o a Pechino. C’è anche un gruppo misto che si inontra periodicamente, e l’ultima volta è successo nel 2019.

Da parte sua, il ministero degli Affari Esteri di Taiwan ha sottolineato che “monitorerà da vicino gli svilupi e continuerà a promuovere la cooperazione con il Vaticano e con la Chiesa cattolica.

D’altronde, per Taiwan la Santa Sede è cruciale, essendo l’unico Stato in Europa che la riconosce.

Il 15 settembre, Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha parlato dell’accordo in una regolare conferenza stampa. Wenbin ha sottolineato che “negli ultimi anni, sotto gli sforzi fatti da entrambe le parti, le relazioni sino-vaticane sono fortemente migliorate. L’accordo tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi è un risultato importante che è stato portato avanti negli ultimi due anni. Cina e il Vaticano si sono supportati l’un l’altro nel combattere il virus, salvaguardare la sicurezza sanitaria globale e approfondire fiducia e comprensione reciproca”.

Wenbin ha aggiunto che la Cina “è pronta a mantenersi in stretta comunicazione con il Vaticano per continuare ad implementare l’accordo e migliorare le relazioni tra le due parti”.

La Santa Sede avrebbe comunque rassicurato Taiwan della sua non intenzione a rompere le relazioni con Taipei.

La Santa Sede, da parte sua, ha mostrato in vari modi la sua non volontà di rompere i rapporti con l’isola: dalla nomina dell’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu a nunzio in Belize, separando così il Belize dalla nunziatura del Salvador che aveva rotto i rapporti con Taiwan, ai molti eventi organizzati dalla Santa Sede a Taiwan, tra cui un congresso sul traffico di esseri umani nella pesca organizzato dall’Apostolato del Mare del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

La scorsa settimana, Joanne Ou, portavoce del ministero degli Esteri di Taiwan, ha notato che “la nostra parte ha continuato a ricevere assicurazioni dal vaticano che l’accordo con la Cina sui vescovi e religioso e non riguarda le relazioni diplomatiche”.                                   

                                                FOCUS AFRICA

Due vescovi del Sud Sudan incontrano il presidente Salva Kiir

Il vescovo Barani Eduardo Hilboro Kusala di Tombura Yambio e l’arcivescovo Stephan Amenyu di Juba hanno incontrato lo scorso 14 settembre il presidente della Repubblica del Sud Sudan Salva Kiir. Si è trattato, nelle parole del vescovo Hilboro, di “un incontro molto produttivo”, durante il quale hanno assicurato al presidente “la vicinanza come leader della Chiesa e come rappresentanti della Conferenza Episcopale”, ma si sono anche congratulati con il presidente per l’accordo di pace raggiunto il 31 agosto tra governo sudanese e una serie di gruppi di ribelli, per la formazione del governo nazionale di unità e per la decisione di ridurre i 32 Stati dalla federazione 10, come era originariamente quando ne fu proclamata l’indipendenza.

Il vescovo Hilboro ha incoraggiato a continuare a portare avanti l’accordo di pace, e ricevuto la rassicurazione del presidente che non porterà mai di nuovo la guerra in Sud Sudan.

Papa Francesco ha più volte espresso il desiderio di visitare il Paese. Sarebbe stato un viaggio ecumenico insieme al Primate anglicano Justin Welby e all’ex moderatore della Chiesa Metodista Scozzese John Chalmers. Il Papa ha anche inviato ai leader del Sud Sudan un inusuale messaggio lo scorso Natale per chiedere pace e riconciliazione.

La Santa Sede ha aperto un ufficio a Juba, dove c’è un delegato della nunziatura di Nairobi. La nunziatura del Sud Sudan è infatti storicamente legata alla nunziatura del Kenya.

Molti i passi fatti dalla Santa Sede nei confronti del Sud Sudan nel corso del 2019. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli esteri” vaticano è stato in Sud Sudan dal 21 al 25 marzo. La visita era stato il primo compito ufficiale per l’arcivescovo Hubertus Matheus von Megen, che quest’anno ha preso l’incarico di nunzio in Kenya e Sud Sudan. Tra coloro che avevano ricevuto l’arcivescovo Gallagher, anche l’arcivescovo Paulino Luduko Loro di Juba e monsignor Mark Kadima, consigliere di nunziatura ed incaricato d’affari residente nel Paese.

Tra il 9 e l’11 aprile, Papa Francesco aveva promosso un ritiro di preghiera dei leader del Sud Sudan in Vaticano, che si era concluso con Papa Francesco in ginocchio che baciava loro i piedi. All’incontro partecipavano il presidente del Sud Sudan Salva Kiir, il leader dell’opposizione Rick Machar, e i membri delle Chiese cristiane. L’incontro era stato proposto dall’arcivescovo Justin Welby, primate anglicano, e subito accettato da Papa Francesco, che aveva visto anche la partecipazione del reverendo John Chalmers, già moderatore della Chiesa Presbiteriana di Scozia, anche lui con all’attivo delle visite nel Paese africano.

Papa Francesco aveva ribadito la sua volontà di visitare il Paese al presidente Kiir in visita in Vaticano il 16 marzo.

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