Diplomazia pontificia, l'impegno alle Nazioni Unite su anti-terrorismo e diritti umani

L'arcivescovo Gallagher parla alla 73esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Foto: Holy See Mission
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La visita alle Nazioni Unite dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti degli Stati, si è conclusa l’1 ottobre con un discorso in Assemblea Generale in cui ha chiesto all’ONU di dare importanza a tutte le nazioni. Ma il dibattito non è finito lì: nei giorni successivi, la Santa Sede ha pronunciato altri discorsi alle Nazioni Unite di New York, e ha preso la parola anche a Ginevra, di fronte all’Alto Commissario ONU per i Rifugiati.

Verso l’accordo globale sulle migrazioni e i rifugiati

Gli accordi globali per le migrazioni e per i rifugiati saranno discussi a Marrakech il 10 e 11 dicembre prossimi, e una udienza di Papa Francesco con l’arcivescovo Rallo, nunzio apostolico in Marocco, aveva fatto ventilare l’ipotesi che il Papa potesse parteciparvi nell’ambito di un più ampio viaggio in Marocco.

In realtà, già il 23 agosto, con una lettera indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, Papa Francesco declinava l’invito ad essere presente a Marrakech per la discussione dei Global Compacts, invito che gli era arrivato come risposta al Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2018, dedicato appunto ai Migranti “uomini e donne in cerca di pace”.

Nella lettera, Papa Francesco scrive a Guterres che, sebbene non gli sia possibile accettare il suo invito a partecipare alla conferenza intergovernativa di Marrakech, pregherà perché la conferenza abbia buon esito e affronti “in maniera efficace” questa “pressante questione politica morale” dei migranti e rifugiati e sia in grado di “alleviare le sofferenze dei migranti in tutto il mondo”.

Da Ginevra: la preoccupazione della Santa Sede per la Crisi dei Rifugiati

La Santa Sede è profondamente preoccupata per le “sempre più difficili sfide che si presentano con la prolungata crisi dei rifugiati in differenti parti del mondo”, e che ha portato nel 2017 oltre 68,5 milioni di persone ad essere “sfollati in maniera forza”, e tra questi 25,4 milioni di rifugiati: lo sottolinea l’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra, davanti al Comitato Esecutivo dell’Alto Commissario ONU per i Rifugiati, che si è tenuto a Ginevra lo scorso 3 ottobre.

Secondo l’arcivescovo Jurkovic, le statistiche mostrano sia “la violenza, persecuzione e conflitto che imperversano nella nostra era”, ma anche la “generosità e solidarietà delle nazioni che hanno accolto e ospitato persone sfollate”.

I rifugiati – sottolinea il rappresentante della Santa Sede – “non sono numeri da distrbuire e ricollocare, ma persone con un nome, una storia, e legittime aspirazioni di sviluppo umano”. Eppure, molti problemi dei rifugiati restano senza risposta, denuncia la Santa Sede, perché “vengono ridotte le quote di reinsediamento, mentre le procedure di asilo sono ulteriormente complicate”.

Così, il pieno godimento dei loro “diritti umani di base” resta “un obiettivo elusivo” per i minori non accompagnati, le famiglie, gli individui che sono colpiti” da alcuni problemi”.

La Santa Sede sottolinea che “se noi vogliamo davvero non lasciare nessuno indietro, è necessario che si investano risorse adeguate nell’educazione dei bambini rifugiati”, e per questo c’è molta preoccupazione per “la mancanza di fondi”, mentre è anhe importante mettere in piedi “politiche che permettano ai bambini rifugiati di accedere ad educazione di qualità a partire dai primi momenti del loro sfollamento in modo da proteggerli dal traffico di esseri umani, il lavoro forzato e altre forme di sfruttamento, o, ancora peggio, di schiavitù”.

In sintesi, “i bambini rifugiati meritano il diritto di rimanere bambini”, le scuole hanno un grande compito in questo, e la Santa Sede loda anche il lavoro sull’Accordo Globale sui rifugiati, cui hanno partecipato molte nazioni dimostrando che “non c’è solo la volontà di supportare un approccio standard, basata su protezione, assistenza e ricerca di soluzioni durevoli”, ma anche la volontà di cercare “soluzioni insieme come una famiglia universale”.

Nonostante tutto – sottolinea l’arcivescovo Jurkovic – “i diritti dei rifugiati continuano ad essere violati”, mentre i leader religiosi e le organizzazioni di fede “possono offrire un contributo” importante durante la fase di implementazione”.

Altra preoccupazione, il degrado ecologico, che è parte del fenomeno di migrazioni perché “colpisce i più poveri e vulnerabili”, costretti a lasciare le loro terre, motivo per cui ormai “il vero approccio ecologico è diventato un approccio sociale”.

Infine, la Santa Sede chiede di affrontare “le cause alla radici degli spostamenti forzati”, cosa che richiede “coraggio e volontà politica” per far terminare “conflitti che nutrono odio e violenza” e “impegnarsi per la pace, la riconciliazione e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.

Da New York: l’arcivescovo Gallagher all’Assemblea Generale ONU

Termina con il discorso alla 73 esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite la tappa di New York dell’Arcivescovo Gallagher per la settimana delle Nazioni Unite. Il “ministro degli Esteri” vaticano è intervenuto l’1 ottobre al dibattito generale sul tema “Fare le Nazioni Unite rilevanti per tutti: leadership globale e responsabilità condivise per società pacifiche, eque e sostenibili”.

Punto di partenza dell’intervento è stato il 70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sottolineando che l’anniversario è l’occasione per “rinnovare l’impegno a difendere questi diritti”.

L’arcivescovo Gallagher si è focalizzato sul “diritto alla vita, libertà e sicurezza” di ogni persona”, il diritto alla “realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali” nel contesto degli accordi globali su rifugiati e migrazioni”.

Quindi, l’arcivescovo Gallagher ha anche sottolineato che l’intimazione di “agire l’uno altro in spirito di fraternità” è la radice che porta alla fine delle guerre e dei conflitti armati, a promuovere la responsabilità di proteggere e a lavorare per il disarmo”.

Altri temi fondamentali per la Santa Sede sono “gli eguali diritti per uomo e donna”, la “protezione della famiglia” con speciale assistenza per la maternità e l’infanzia, e lo sviluppo libero e pieno delle persone umane”, che è alla base dello sviluppo umano integrale.

Infine, l’arcivescovo Gallagher ha parlato anche della “protezione dell’ambiente come parte di un approccio etico integrato per assicurare diritti umani e dignità”.

Ancora da New York: sviluppo sociale, prevenzione del crimine e terrorismo internazionale

Oltre al discorso dell’arcivescovo Gallagher, sono stati altri tre gli interventi della Santa Sede alle Nazioni Unite in questa settimana.

Il 3 ottobre, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York, a parlato di “Sviluppo Sociale” al dibattito dell’assemblea generale, notando che, sì, c’è stata “una significativa riduzione della povertà globale negli ultimi 30 anni”, ma che l’obiettivo di “sradicare la povertà in tutte le sue forme” dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite “resta ancora lontana”.

Sono cresciuti – sostiene il rappresentante della Santa Sede – il divario tra ricchi e poveri e l’ineguaglianza dei salari, mentre le cause di “povertà e ineguaglianza sono spesso ridotte allo sviluppo economico”, ma dovrebbero piuttosto essere affrontate “con un più fermo senso di responsabilità collettiva, solidarietà e sviluppo umano integrale”. Tra le altre cose, la Santa Sede sottolinea “l’importanza di investire nella gioventù e di prendersi cura di persone con disabilità e anziani”.

Il 4 ottobre, l’arcivescovo Auza è invece intervenuto su “Prevenzione del crimine e giustizia penale” e “Controllo internazionale delle droghe”.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Auza ha rimarcato che “terrorismo e crimine organizzato minacciano la dignità umana e il bene comune”, mentre “gli sviluppi tecnologici, che possono essere di beneficio, sono stati manipolati, rendendo ancora più pericolosi terrorismo e crimine organizzato con il cybercrimine, l’hackeraggio, la creazione di false notizie, la pedopornografia, le infrazioni del copyright, il traffico sessuale di adulti e bambini e altri abusi.”.

Per questo, la Santa Sede sottolinea la necessità “di far crescere la consapevolezza dei crimini, permettere alla legislazione di colpire gli abusi, identificare le vittime e denunciare i colpevoli”.

Per quanto riguarda il traffico e l’uso illecito di droghe, l’arcivescovo Auza ha riaffermato l’opposizione della Santa Sede alla legalizzazione delle droghe, e messo in luce l’importanza della famiglia nel lavoro di prevenzione, allo stesso tempo incoraggiando un maggiore impegno internazionale nel contrasto del traffico di droghe.

Il 5 ottobre, il dibattito alle Nazioni Unite ha riguardato invece “le Misure per Eliminare il Terrorismo internazionale”. La Santa Sede – ha detto l’Osservatore permanente – “esprime la sua inequivocabile condanna del terrorismo”, sottolinea che c’è bisogno di “misure efficaci per prevenire il reclutamento, la formazione e il finanziamento di potenziali terroristi” e affermato che “il terrorismo dovrebbe essere combattuto attraverso la legge penale e internazionale e con la cooperazione tra polizia e autorità giuridiche”, piuttosto che attraverso “mezzi di sicurezza e militari”, e che l’ufficio di Contro-Terrorismo delle Nazioni Unite ha una posizione unica per fornire leadership e coordinamento”.

L’arcivescovo Auza ha aggiunto che “combattere il terrorismo non giustifica politiche e misure che sacrifica lo stato di diritto, il giusto processo o la dignità dell’essere umano”, e che c’è bisogno di “rafforzata solidarietà internazionale e coordinamento per evitare che le organizzazioni di terrorismo usino internet per il reclutamento e la radicalizzazione”.

Chiavi per contrastare questa cultura che diffonde violenza sono “il dialogo interreligioso e interculturale”, ha concluso l’arcivescovo Auza.

Una conferenza sull’Europa dell’arcivescovo Gallagher

Il 2 ottobre, l’arcivescovo Gallagher ha tenuto una conferenza su “La Chiesa Cattolica nel Progetto Europeo” all’Eck Visitors Center, un incontro parte della “Keely Lecture” dell’Istituto Nanonic per gli Studi Europei.

L’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che è importante guardare indietro alla storia per comprendere l’attuale crisi europea, perché “senza tale comprensione, l’umanità perde il senso del significato delle sue attività e il suo progresso verso il futuro”.

Il “ministro degli Esteri vaticano” ha notato quindi che “c’è una perdita della memoria e dell’eredità cristiana in Europa, accompagnata da un tipo di agnosticismo pratico e indifferenza religiosa”, e che questa mentalità mette a rischio tutti gli aspetti della vita europea.

“Se non riconosce le sue radici – afferma l’arcivescovo Gallagher – l’Europa si riduce a pensare di possedere una vitalità, in questo modo riducendo la sua immensa eredità umana, artistica, tecnica, religiosa e politica a un mero pezzo da Museo, invece che nella linfa vitale del presente”.

L’arcivescovo Gallagher ha anche denunciato la tendenza a “reclamare sempre più ampi diritti individuali”, mettendo in luce un “concetto della persona umana come staccato da tutti i costrutti sociali e antropologici”, secondo una ideologia che causa “una frammentazione esistenziale” marcata da “solitudine e individualismo”, cosa che ha tra l’altro causato “un diffuso scetticismo riguardo l’Unione Europea e il ritorno del nazionalismo”.

“Quando manca la solidarietà, diventa difficile lavorare per costruire il bene comune nella società”, sottolinea. E aggiunge che “forse il più grande contributo che i cristiani possono fare all’Europa di oggi è ricordarle che il continente non è una massa di statistiche e istituzioni, ma è fatto di popolo”, e la Chiesa “dovrebbe riprendere il suo ruolo di guida nella politica europea e incoraggiare le nazioni a promuovere una attitudine di solidarietà le une con le altre.

Dalla FAO, la Santa Sede per migliorare le condizioni di quanti lavorano nella pesca

Lo scorso 2 ottobre, a Vigo, monsignor Fernando Arellano Chica, osservatore permanente della Santa Sede presso la FAO, ha sottolineato che la lotta per il rispetto dei diritti umani passa anche dal miglioramento delle condizioni di coloro che lavorano nelle condizioni della pesca.

L’intervento è parte di una strategia di lungo termine della Santa Sede, che sulle inumane condizioni dei lavoratori della pesca ha dedicato un incontro internazionale della Pastorale del Mare lo scorso anno a Taiwan.

Monsignore Arellano ha messo in luce le violazioni dei diritti fondamentali di quanti lavorano nel settore pesca, che “non solo incide negativamente sulle vittime, ma danneggia la reputazione dell’intero settore della pesca e dell’acquacultura”.

Si tratta – ha aggiunto l’Osservatore della Santa Sede alla FAO – di “una questione che sfida tutti (governi, organizzazioni internazionali, settore privato e società civile) e che richiede una risposta giusta, concordante ed immediata, che tenga conto dell’importanza della responsabilità sociale delle aziende impegnate nella pesca”, perché il guadagno commerciale “non può e non deve essere ottenuto diminuendo la dignità delle persone”.

Il vicepresidente di Taiwan il 14 ottobre in Vaticano

È stato annunciato la scorsa settimana che il vicepresidente di Taiwan sarà in visita in Vaticano per “approfondire i legami” con la Santa Sede dopo l’accordo riservato siglato tra Vaticano e Santa Sede. L’occasione sarà la canonizzazione di Paolo VI.

L’annuncio è arrivato dal ministero degli Esteri di Taiwan lo scorso 2 ottobre, due settimane dopo l’accordo tra Cina e Santa Sede per la nomina dei vescovi. In questione, per Taiwan, anche un possibile riavvicinamento diplomatico tra Santa Sede e Pechino, con conseguente taglio delle relazioni della Santa Sede con Taiwan, come è già avvenuto nello scorso mese quando El Salvador ha aperto relazioni con Pechino e chiuso quelle con Taipei.

Nonostante le rassicurazioni della Santa Sede, arrivate anche attraverso la scelta dell’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu come nunzio in Belize, il vicepreidente Chen Chien-jen ha annunciato che sarà in Vaticano il 14 ottobre per la canonizzazione di Paolo VI, e avrà anche un incontro con Papa Francesco, durante il quale Chen inviterà il Pontefice a Taiwan, come già hanno fatto i vescovi in visita ad limina lo scorso maggio.

L’ultima volta che un officiale di alto rango di Taiwan ha visitato il Vaticano è stato nel 2016, quando lo stesso Chen ha guidato una delegazione taiwanese alla canonizzazione di Madre Teresa.

L’accordo Cina – Santa Sede è stata anche oggetto di discussione al ricevimento dell’Amabsciata della Repubblica di Cina presso il Vaticano per la festa nazionale dell’isola.

Durante il ricevimento, l’ambasciatore Matthew S. M. Lee ha lodato l’intesa, significativa perché “per la prima volta, il Partito comunista cinese riconosce il Papa quale leader delle comunità cattoliche in Cina, venendo così meno ai suoi vecchi assiomi di ‘non ingerenza negli affari interni della Cina da parte dei Paesi stranieri’ e di ‘nessun rapporto di affiliazione tra le religioni cinesi e quelle straniere’”, ma allo stesso tempo ha denunciato il lavoro fatto da Pechino per allontanare Taiwan dall’attività internazionale.

Il ricevimento includeva anche una lotteria, e monsignor Antoine Camilleri, sottosegretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e firmatario dell’accordo con la Santa Sede, ha vinto un viaggio gratis a Taiwan.

Una delegazione della Colombia in visita alla COMECE

Una delegazione della Conferenza Episcopale Colombiana sarà alla sede COMECE la prossima settimana, in un incontro organizzato dal Commissione dei Vescovi dell’Unione Europea, il CIDSE, Caritas Geramnia, Brot für die Welt e Diakonie Katastrophenhilfe.

Si parlerà delle recenti elezioni colombiane. La delegazione sarà composta dall’arcivescovo Oscar Urbina Ortega di Villavicencio, presidente della Conferenza Episcopale Colombia, e da monsignor Hector Fabio Henao, presidente di Caritas Colombia.

Si prevede un dialogo sulla situazione della Colombia dopo l’accordo di pace, considerando che l’Unione Europea ha mostrato significativo supporto per il processo di pace in Colombia. In particolare, saranno affrontati l’implementazione dell’accordo di pace, i negoziati di pace, i diritti umani e la questione degli sfollati e l’influenza dei rifugiati dal Venezuela.

Santa Sede e San Marino scambiano gli strumenti di ratifica del loro accordo

Lo scorso 1 ottobre, Santa Sede e San Marino hanno scambiato gli strumenti di Ratifica dell’Accordo. Per parte Vaticana, gli strumenti di ratifica sono stati consegnati dall’arcivescovo Emil Paul Tscherrig, nunzio apostolico in Italia e San Marino, mentre San Marino era rappresentato da Nicola Renzi, segretario di Stato per gli affari esteri della Repubblica di San Marino.

L’accordo riguarda l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole pubbliche, ed è stato firmato a San Marino il 26 giugno 2018.

Allo scambio degli strumenti di ratifica hanno partecipato, da parte della Santa Sede: Mons. Giuseppe Laterza, Consigliere della Nunziatura Apostolica;
per parte della Repubblica di San Marino: S.E. la Sig.ra Maria Alessandra Albertini, Ambasciatore presso la Santa Sede.
L’Accordo, costituito da un preambolo e quattro articoli, ridefinisce lo statuto dell’Insegnamento della Religione cattolica all’interno del sistema educativo pubblico.

Il nunzio in Azerbaijan ha presentato le sue credenziali

Lo scorso 4 ottobre, l’arcivescovo Paul Fitzpatrick Russel ha presentato le sue credenziali da nunzio apostolico in Azerbaijan al presidente della repubblica Ilham Aliyev.

Anche nunzio in Turchia e Turkmenistan, l’incarico dato a Fitzpatrick Russell rompe la tradizione, che voleva un solo nunzio per i Paesi del Caucaso, Armenia, Georgia e Azerbaijan.

Si pensava, quindi, che l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nominato da poco nunzio in Armenia e Georgia, avrebbe assommato a sé anche l’incarico di nunzio in Azerbaijan.

Si era deciso, invece, di dare l’incarico al nunzio in Turchia, anche considerata la crescente tensione tra Azerbaijan e Armenia, ancora in conflitto per la regione del Nagorno Karabach, che è stato anche un tema dell’incontri diplomatici del presidente uscente di Armenia Sezh Sargsyan con la Segreteria di Stato vaticana lo scorso 5 aprile.

L'Azerbaigian e la Santa Sede intrattengono relazioni diplomatiche dal 24 maggio 1992, quando San Giovanni Paolo II pubblicò il breve Inter varia negotia di Papa Giovanni Paolo II.

Dopo la presentazione delle credenziali, il presidente Ilhan Aliyev si è intrattetnuto con il nunzio, sottolineando l’alto livello delle relazioni tra Azerbaijan e Vaticano, ricordando la visita di Papa Francesco in Azerbaijan come un “evento storico, e ringraziato per l’accoglienza riservata in Vaticano alla signora Mehribana Aliyeva, in una atmosfera molto amichevole che è un buon indicatore di cooperazione.

Il nunzio in Georgia incontra il ministro per la Riconciliazione e l’Uguaglianza

Lo scorso 1 ottobre, l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Georgia ed Armenia, ha avuto un incontro con Ketevan Tsikhelashvili, ministro per la riconciliazione e l’uguaglianza civica.

Secondo un comunicato del ministero, nel corso dell’incontro, il ministro Tsikhelashvil ha parlato della politica di pace e di impegno del Paese, e ha introdotto la questione dei territori occupati – il riferimento è alla questione dell’Ossezia del Sud.

Sempre secondo il comunicato del ministero, il nunzio “ha espresso un chiaro sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità del Paese”, e ha “affermato che la Santa Sede condivide la politica di mantenimento della pace della Georgia”.

Un nuovo ambasciatore di Germania presso la Santa Sede

Michael Koch ha presentato il 6 ottobre le sue credenziali da ambasciatore di Germania presso la Santa Sede.

Nato negli Stati Uniti il 30 settembre 1955, sposato con 3 figli, dopo aver studiato all'Istituto Diplomatico è stato funzionario presso il Ministero Federale degli Affari Esteri (1987-1988); Funzionario presso il Consolato Generale a San Francisco (1988-1991); Funzionario presso il Ministero Federale degli Affari Esteri (1990-1995); Rappresentante Permanente presso Ambasciata di Yangon, in Birmania (1995-1998); Capo Divisione presso il Ministero Federale degli Affari Esteri (1998-1999); Capo di un’unità di lavoro presso il Ministero Federale degli Affari Esteri (1999-2001); Ministro di Ambasciata a New Dehli (2001-2004); Capo Divisione presso il Ministero Federale degli Affari Esteri (2004-2008).

Nel 2008 è stato nominato Amabsciatore in Pakistan, incarico che ha mantenuto fino al 2012, quando è stato scelto come incaricato Speciale per l'Afghanista e il Pakistan presso il Ministero Federale degli Affari Esteri. Dal 2015 ad oggi è stato direttore Generale presso il Ministero Federale degli affari Esteri.

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