Diplomazia pontificia, verso l’Urbi et Orbi di Natale

Gli occhi del mondo sono puntati all’Urbi et Orbi del giorno di Natale, durante il quale Papa Francesco affronterà le grandi crisi mondiali

Papa Francesco durante l'Urbi et Orbi di Pasqua 2020. La stessa scena dovrebbe ripetersi a Natale 2020
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Di cosa parlerà Papa Francesco all’urbi et orbi di Natale? Come a Pasqua, Papa Francesco non si affaccerà dalla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro, ma pronuncerà il suo tradizionale messaggio alla città e al mondo dall’altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro. Per rispettare le restrizioni per il coronavirus, non ci sono ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, come invece succede di solito. Ma i temi del messaggio saranno centrali.

In questa settimana, intanto, l’attività diplomatica della Santa Sede prosegue: l’arcivescovo Claudio Gugerotti, nunzio a Londra, è stato in Bielorussia come inviato del Papa ad incontrare il presidente Lukashenko; si comincia a preparare il viaggio di Papa Francesco in Iraq, e va considerato un incontro tra il ministro delle Migrazioni e il nunzio Leskovar avvenuto la scorsa settimana; la presidente slovacca Caputova è stata in visita da Papa Francesco lo scorso 14 dicembre. Ed ha presentato le sue credenziali il nuovo ambasciatore di Corea presso la Santa Sede.

                                                FOCUS INTERNAZIONALE

Verso l’Urbi et Orbi di Natale

Generalmente, il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace è una linea guida fondamentale dell’urbi et orbi di Natale. Ma quest’anno c’è anche una enciclica, la Fratelli Tutti, che il Cardinale Pietro Parolin non ha mancato di definire uno “strumento di pace”.

Papa Francesco farà probabilmente riferimento ai temi della fraternità universale e della cultura della cura, e chiederà ancora una volta che il denaro destinato all’acquisto di armi sia destinato ad aiutare i Paesi poveri. In tempo di pandemia, l’appello per una maggiore giustizia sociale dovrebbe essere accompagnato dalla richiesta che il vaccino sia accessibile per tutti, soprattutto per i più poveri.

Il Papa farà anche una panoramica sulle zone calde del mondo, come di consueto. Due sono i poli di attenzione principali: la Bielorussia, dove Papa Francesco ha inviato l’arcivescovo Claudio Gugerotti a parlare con il presidente Lukashenko il 17 dicembre; e il conflitto in Nagorno Karabakh, conclusosi con un accordo doloroso per l’Armenia che rischia di tramutarsi in un genocidio culturale delle vestigia cristiane della regione conquistata dall’Azerbaijan.

Basta fare una panoramica degli appelli del Papa al termine degli Angelus e delle udienze generali per comprendere quali sono i temi di maggiore interesse: recentemente, Papa Francesco ha guardato alla Costa d’Avorio sconvolta da “tensioni sociali e politiche” dopo il voto che ha riconfermato il presidente Ouattara, una rielezione contestata dall’opposizione; quindi, il tema dei migranti, e specialmente quello dei campi profughi, devastati dalla pandemia e a volte dagli incendi, come è successo a Moria, sull’isola di Lesbo, lo scorso settembre.

Da non sottovalutare la situazione in Etiopia, con il corollario della situazione in Eritrea dove la Chiesa vive una persecuzione durissima; lo sguardo al Sud Sudan, dove Papa Francesco sarebbe voluto andare quest’anno (lo scorso anno, inviò anche un messaggio di Natale ai leader della Nazione insieme al primate anglicano Justin Welby e l’ex moderatore della Chiesa di Scozia John Chalmers); la situazione in Libia; il pericolo che vivono quotidianamente i cristiani in Nigeria, anche recentemente vittime di attacchi; la crisi anglofona in Camerun, che ha portato anche al rapimento dimostrativo di un cardinale, e per cui la Chiesa si impegna come forza di mediazione.  

Non può mancare un riferimento alla situazione in America Centrale, dove ci sono diversi problemi sociali da monitorare: dal Venezuela al Nicaragua, passando per San Salvador.

Papa Francesco mettere in luce alcuni segnali positivi, come per esempio gli accordi di Abramo in Medio Oriente, salutati con speranza anche dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati, e la decisione dell’Iraq di proclamare il Natale festività, quasi un dono anticipato prima del viaggio del Papa.

Ci sarà probabilmente uno sguardo sul Libano: Papa Francesco ha incontrato il cardinale Bechara Boutros Rai prima del concistoro del 28 novembre, e questi gli ha spiegato il suo progetto di neutralità attiva del Libano. Il Libano vive una difficile situazione sociale, resa ancora più complicata dall’esplosione nel porto di Beirut dello scorso 4 agosto.

L’arcivescovo Gugerotti in Bielorussia

Lo scorso 17 dicembre, l’arcivescovo Claudio Gugerotti, nunzio apostolico in Gran Bretagna, ha incontrato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko come inviato speciale del Papa. Gugerotti è stato nunzio in Bielorussia dal 2011 al 2015, ha molti contatti nel Paese ed è considerato un esperto di Paesi russofoni. In più, ha mantenuto un ottimo rapporto con il presidente Lukashenko

Gugerotti è il secondo inviato speciale del Papa in Bielorussia, dopo che lo scorso settembre era andato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. Sul tavolo dei colloqui, anche l’esilio dell’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz di Minsk, impossibilitato a rientrare nel Paese dal 31 agosto perché il suo passaporto è stato dichiarato non valido.

Pur mantenendo sempre la linea di voler rafforzare le relazioni con la Santa Sede, Lukashenko ha a più riprese chiesto una Chiesa nazionale bielorussa, considerando l’attuale gerarchia come permeabile ad infiltrazioni esterne che la avrebbero portata a simpatizzare con le proteste.

Dallo scorso agosto, a seguito delle elezioni che hanno sancito la riconferma di Lukashenko come presidente, la Bielorussia è scossa da proteste continue che mettono in discussione il voto. La repressione governativa è stata particolarmente dura, e la scorsa settimana sono stati arrestati anche tre sacerdoti.

È in questa situazione che l’arcivescovo Ante Jozic, nunzio in Bielorussia, ha dovuto cominciare la sua missione, la prima come “ambasciatore del Papa”. Durante la vacanza, era stato in Bielorussia anche l’arcivescovo Antonio Mennini, ex nunzio in Russia ora in pensione e tornato alla fine della carriera in Segreteria di Stato vaticana come arcivescovo a disposizione.

Non sono trapelati dettagli dell’incontro tra l’arcivescovo Gugerotti e il presidente Lukashenko. Tuttavia, l’agenzia BeITA, governativa, ha riportato scampoli della conversazione.

Secondo l’agenzia bielorussa, Lukashenko avrebbe detto a Gugerotti: “Ci fa piacere accoglierla in Bielorussia come una persona che ha lasciato un buon ricordo dopo il suo servizio. Sono molto contento che Papa Francesco la abbia inviata in Bielorussia. Ho sempre detto che Papa Francesco è una persona del popolo”.

Il presidente ha quindi chiesto all’arcivescovo Gugerotti di inoltrare al Papa i suoi auguri di Natale e di mantenersi in buona salute, aggiungendo che “se si ammala, non si deve preoccupare: può venire in Belarus per le cure”.

Lukashenko ha anche sottolineato che la visita di Gugerotti è un buon segno, perché “ci sono molti temi di cui parlare. Alcune questioni rimangono irrisolte, c’è bisogno di più tempo. Ma abbiamo fatto dei progressi”.

Sempre il 17 dicembre, l’arcivescovo Gugerotti ha anche incontrato Vladimir Makei, ministro degli Affari Esteri. Secondo un comunicato del ministero, le due parti hanno discusso “l’attuale situazione internazionale, questioni di comune interesse nell’agenda bilaterale e multilaterale, lo Stato delle relazioni tra Bielorussia e Santa Sede”.

Il ministero degli Esteri ha anche fatto sapere che “le parti hanno riaffermato il loro mutuo intendimento di intensificare le relazioni tra Bielorussia e Vaticano, in modo da assicurare ulteriori dinamiche positive di cooperazione bilaterale, e allo stesso tempo rafforzare dialogo tra le fedi, la pace e l’amicizia”.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede per un mondo libero da armi nucleari

Il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha sottolineato “l’impatto catastrofico” di strategie come la deterrenza nucleare, la mutua distruzione assicurata e la corsa alle armi” durante un webinar organizzato dal Vaticano sul rapporto “Un mondo libero da armi nucleari”.

Il volume include studi e discorsi del simposio sul tema che si è tenuto in Vaticano nel 2017. Il cardinale Turkson ha sottolineato che il pericolo “è posto oggi anche da attori non-statali e gruppi terroristici, che stanno diventando sempre più violente, specialmente se consideriamo il percolo posto dalle armi biochimiche e nucleari che a volte cadono nelle loro mani.

Secondo il Cardinale Turkson, il possesso delle armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non sono la risposta ai più profondi desideri dell’uomo, che sono “la pace e la stabilità”.

“Le armi – ha sottolineato il Cardinale – usano preziose risorse che potrebbero meglio essere usate per dare un beneficio allo sviluppo umano integrale e nel proteggere l’ambiente naturale”.

Dal canto suo, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, intervenendo al webinar ha notato che le questioni del disarmo nucleare vanno affrontate da due prospettive diverse: da una parte, la preoccupazione dovuta al fatto che i poteri nucleari sembrano allontanarsi dall’impegno multilaterale”, dall’altra la necessità a “rimanere motivati” nel perseguire il disarmo nucleare di pace”.

“La pace internazionale e la sicurezza non possono avere le radici nella mutua distruzione o nel totale annichilamento o mantenimento di un bilanciamento dei poteri”, perché “la pace e la sicurezza devono essere costruiti sulla giustizia, lo sviluppo umano integrale, il rispetto per i diritti umani fondamentali, la protezione del creato, la costruzione di fiducia tra i popoli”.

Anche la comunità internazionale – ha aggiunto il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, è “chiamata ad adottare strategie volte al futuro che promuovano la pace e la sicurezza e allo stesso tempo evitino approcci di corte vedute”. Il libro “A World Free from Nuclear Weapons” è stato pubblicato per commemorare il settantacinquesimo anniversario di Hiroshima e Nagasaki, con l’obiettivo è quello di promuovere  il dialogo interculturale e una maggiore comprensione dello sviluppo umano integrale come immaginato da Papa Francesco nella enciclica "Laudato si'".

La Santa Sede a New York, sulla risoluzione della Salute Globale

Sono stati diversi gli interventi della Missione della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York a metà dicembre. Il 14 dicembre, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione “Salute globale e politica esterna: rafforzare la resilienza del sistema sanitario attraverso un sistema sanitario accessibile a tutti”.

Il commento della Santa Sede è stato affidato all’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore della Santa Sede a New York. Nel suo discorso, il nunzio ha notato che la risoluzione ricorda che “condividiamo il dovere di curarci l’un l’altro”, e che i primi a dover essere curati sono “i più poveri e quelli con meno aiuto”.

Da parte sua, la Santa Sede ha “fortemente supportato l’accesso universale alla salute”, e lo ha fatto anche attraverso le 100 mila istituzioni sanitarie cattoliche diffuse in tutto il mondo.

L’arcivescovo Caccia ha anche criticato la risoluzione, che – come ormai tutti i documenti delle Nazioni Unite – ha incluso il “divisivo e profondamente problematico riferimento ai diritti sessuali e riproduttivi”, cosa che indebolisce la risoluzione stessa.

La Santa Sede a New York, un fondo di emergenza per tutti

L’8 dicembre, c’è stato un incontro di impegno di alto livello virtuale intitolato “Un fondo per tutti, da tutti”. Nel suo intervento, l’arcivescovo Caccia ha messo in luce che c’è stata una solidarietà della comunità internazionale per i più deboli e vulnerabili, e che questo è ancora più urgente in vista della drammatica situazione umanitaria che viene dalla pandemia. Come esempio, l’arcivescovo Caccia ha citato la task force vaticana anti-COVID, che sta cercando di dare una risposta concreta a partire dalla cura pastorale per i più vulnerabili.

La Santa Sede a New York, le operazioni per lo Sviluppo

Ogni quattro anni, le Nazioni Unite rivedono le loro politiche operative per lo sviluppo, e una riunione per la revisione si è tenuta lo scorso 8 dicembre. L’arcivescovo Caccia, parlando a nome della Santa Sede, ha messo in luce come il piano quadriennale è “di importanza cruciale per gli sforzi delle Nazioni Unite per terminare la povertà”, ha lodato che lo sradicamento della povertà sia stato incluso nell’agenda di sviluppo sostenibile, il focus su nazioni con situazioni particolari, e il fatto che il piano sia connesso all’agenda di azione di Addis Abeba e il Sendai Framework.

Allo stesso tempo, l’arcivescovo Caccia ha espresso disappunto per i vari paragrafi introdotti successivamente che vanno oltre il focus allo sviluppo e anche allo scopo stesso del piano.

La Santa Sede dona 25 mila dollari all’IFAD

La Santa Sede ha deciso di donare 25 mila dollari l’IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo. L’IFAD è una delle agenzie delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione, che hanno sede a Roma, Papa Francesco le ha visitate tutte: due volte alla FAO (nel 2014 e 2017), una al Programma Alimentare Mondiale (nel 2016), e una all’IFAD (nel 2019).

Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha motivato la donazione con una lettera in cui scrive che “la comunità internazionale deve unire le forze per un futuro sostenibile e giusto per tutti”.

Il contributo della santa Sede è avvenuto nell’ambito del nuovo processo di raccolta fondi per l’Ifad da parte dei Paesi membri. A tal proposito, il presidente dell’Ifad, Gilbert F. Houngbo, ha detto che "è essenziale lavorare insieme per trasformare i nostri sistemi alimentari e aumentare la prosperità e il benessere delle popolazioni rurali più vulnerabili del mondo".

                                                FOCUS EUROPA

Chiesa in Europa, COMECE vs. Commissione UE su strategia anti-Covid

La COMECE (Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea) ha criticato la Commissione Europea per non aver tenuto conto delle Chiese nell’ambito della strategia anti-COVID.

In un comunicato diffuso il 18 dicembre, la COMECE ha fatto sapere di aver mandato i suoi rilievi alla commissione lo scorso 15 dicembre. “Sebbene apprezziamo – si legge nel comunicato – gli sforzi per un approccio coordinato e sostenibile contro l’attuale pandemia, la COMECE sollecita le istituzioni europee a consultarsi con le Chiese e le comunità religiose, specialmente quando si considera di fare raccomandazioni che hanno un impatto su questioni religiose”.

La commissione ha pubblicato lo scorso 2 dicembre la strategia “Rimanere sicuri dal Covid 19 durante l’inverno”, ma le Chiese non sono state consultate. La COMECE ricorda, dunque, alla Commissione UE l’impegno scritto nell’articolo 17 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che appunto definisce “cruciali” le consultazioni con le comunità religiose.

La strategia della Commissione chiede di considerare di “evitare servizi con grande partecipazione e usare una diffusione online, tv e radio”, misura che può essere compresa, ma che la COMECE non può supportare specialmente per quanto riguarda le funzioni religiose, tanto più che l’articolo 17 del Trattato definisce “l’esclusiva competenza nazionale nel determinare le relazioni Chiesa – Stato e la non interferenza dell’Unione su questi temi.”

Padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della COMECE, commenta che la mancanza di una competenza EU “potrebbe essere una ragione in più per le istituzioni europee di coinvolgere le autorità religiose mentre vengono considerate raccomandazioni non vincolanti su temi riguardanti le celebrazioni religiose, in pieno rispetto della libertà religiosa”.

La COMECE fa notare che le raccomandazioni UE non vincolanti sul tema, specialmente se prese senza essersi consultate con le Chiese e le comunità religiose, possono “mettere a rischio gli sforzi fatti nei mesi recenti dagli Stati UE con Chiese e comunità religiose per assicurarsi che le misure sanitarie siano garantite durante le funzioni religiose, ma non a discapito della libertà religiosa”.

La COMECE sul patto UE sulle migrazioni e l’Asilo

Nel corso della settimana, la COMECE ha anche chiesto all’UE e ai suoi stati membri di “mettere la dignità umana e il bene comune al centro dei futuri negoziati sul recentemente proposto Patto UE su migrazioni e asilo.

La COMECE ha diffuso il 16 dicembre una serie di raccomandazioni elaborate dal suo Gruppo di Lavoro su Migrazioni ed Asilo, sollevando “preoccupazione” che il Patto non sia abbastanza per “alleviare la situazione difficile (peggiorata dal COVID 19) in cui si trovano migranti e rifugiati”.

Non mancando di apprezzare il lavoro svolto, la COMECE chiede agli attori in negoziato di “trovare un approccio giusto verso quanti hanno bisogno”, e propone un meccanismo di “solidarietà multilivello”, nonché “relazioni estere basate su reciprocità e collaborazioni chiare” e una “gestione integrata dei confini, che possa porteggere e promuovere i diritti umani radicati nella dignità umana di ciascuna persona e famiglia che arrivano negli Stati dell’Unione. Sono tutti temi ancora più importanti nel contesto della pandemia, che ha esacerbato il divario.

La COMECE aveva contribuito alla consultazione pubblica su integrazione e inclusione già il 16 ottobre 2020.

La visita del presidente Caputova da Papa Francesco

Zuzana Caputova, presidente della Slovacchia, ha visitato Papa Francesco lo scorso 14 dicembre. Con lei c’erano il Ministro degli Affari Esteri ed Europei della Repubblica Slovacca Ivan Korčok e da una delegazione.

Tra i doni presentati dalla presidente Caputova, un dipinto della Vergine Maria Addolorata, patrona di Slovacchia; e quattro candele dell’Avvento, create nel laboratorio sociale di Voštinári, e realizzate da lavoratori provenienti da contesti socialmente svantaggiati.

La presidente ha portato anche un dono umanitario fornito dall'azienda slovacca MultiplexDX, rappresentata dallo scienziato e biochimico Pavol Čekan: si tratta di 10.000 test PCR a beneficio dei gruppi più vulnerabili, migranti e malati. Il dono è stato consegnato al Cardinale Konrad Krajewski, Elemosiniere pontificio, il giorno successivo alla visita.

Papa Francesco, un invito a visitare Avila

Non si è fatto in tempo ad annunciare il viaggio in Iraq, che ci sono altri inviti per papa Francesco. Il 17 dicembre, Papa Francesco ha ricevuto il vescovo José Maria gil Tamayo di Avila in udienza privata, insieme al sindaco Jesus Manuel Sanchez Cabrera e Carlos Garcia, presidente della deputazione provinciale.

La delegazione è stata dal Papa per invitarlo a visitare Avila nel corso del 2021, anno in cui si celebrerà il 60esimo della proclamazione di Santa Teresa a dottore della Chiesa.

Papa Francesco avrebbe dato una risposta interlocutoria, lasciando sapere che dà sempre precedenza a Paesi mai visitati da un Papa, o piccoli e poveri.

                                                FOCUS AMERICA CENTRALE

L’appello al dialogo dei vescovi di Haiti

Lo scorso 15 dicembre, padre Ludger Mazile, segretario della Conferenza Episcopale di Haiti, ha fatto un appello al dialogo, sottolineando che si sono già fatti avanti alcuni leader interessati ad avviare il processo di dialogo interhaitiano.

Il segretario della Conferenza Episcopale Haitiana si è appellato alla sincerità di tutte le parti in causa per trovare una via d’uscita alla crisi che paralizza il Paese, e deplorato che i protagonisti della crisi, personaggi politici e membri impegnati della società civile, sono meno propensi a partecipare al dialogo.

Haiti sta vivendo una durissima crisi socio politica: l’economia non riparte dopo la crisi del COVID 19, e la Chiesa sta mettendo in campo tutto il suo impegno per i più deboli.

                                                FOCUS AMBASCIATE

Il nuovo ambasciatore di Corea presso la Santa Sede presenta le sue credenziali

Il 17 dicembre, Papa Francesco ha ricevuto le credenziali di Kyu Ho Choo, ambasciatore di Corea presso la Santa Sede. Il nuovo ambasciatore ha preso il posto di Baek Man Lee, che si è congedato dopo due anni.

L’ambasciatore Ho Choo, laureato in giurisprudenza e specializzato negli Stati Uniti, è un diplomatico di carriera. Dal 1981, ha servito in Venezuela, Italia, Stati Uniti, Giappone. Ha avuto vari incarichi al ministero, mentre è stato per la prima volta ambasciatore nel 2010, nel Regno Unito, e poi vicepresidente del Consiglio per le Relazioni Estere e presidente del futuro Forum Corea Giappone.

Le credenziali del nuovo ambasciatore della Macedonia del Nord presso la Santa Sede

Quando Papa Francesco è stato in Macedonia del Nord, il posto di ambasciatore presso la Santa Sede era vacante. Ora, è finalmente arrivato il nuovo ambasciatore: Marija Efremova, che ha presentato le sue lettere credenziali il 19 dicembre.

Classe 1960, laureata in legge che ha cominciato come giurista e lavoratrice nei tribunali (tra i suoi titoli di studio, un Master preso in Italia)., e che ha cominciato la carriera diplomatica nel 1998, prima come sottosegretario al governo, poi come ministro di diritto internazionale e affari consolari e quindi come ministro consigliere dell’’ambasciata di Macedonia in Italia dal 2000 al 2002.

Quini, è stata ambasciatore presso il Regno Unito (2008-2012) e ambasciatore non-residente presso l’Irlanda e l’Islanda (2009-2012). Esercita tuttora come avvocato ed è vice-Presidente di HBO International Association for Cooperation and Cultural Diplomacy,AICDC, Trieste, Italia (dal 2018).

L’Honduras ha un nuovo ambasciatore presso la Santa Sede

È Carlos Antonio Cordero Suarez il nuovo ambasciatore di Honduras presso la Santa Sede: ha presentato le sue lettere credenziali a Papa Francesco il 19 dicembre.

Cordero Suarez non viene dalla carriera diplomatica: laureato in Chimica e Fantasia, generale dei vigili del Fuoco, ha una serie di incarichi che riguardano soprattutto la gestione delle emergenze. È alla sua prima nomina da ambasciatore.                                                                               

                                                         FOCUS NUNZI

Il nunzio in Iraq incontra il ministro dell’Iraq per l’immigrazione e i rifugiati

L’arcivescovo Mitja Leskovar, nunzio in Iraq, ha incontrato Evan Faeq Yakoub Yabro, ministro per l’Immigrazione e i Rifugiati, per discutere dell’andamento del piano di emergenza che punta a incoraggiare le famiglie sfollate a tornare nelle loro terre d’origine dai campi profughi.

Il piano del governo di Baghdad prevede la chiusura entro il prossimo marzo di tutti i campi profughi sul territorio nazionale – ne sono stati già chiusi 18 e solo 3 sono rimasti attivi.

Secondo l’agenzia INA, il ministro ha osservato che "il terrorismo ha lasciato tangibili effetti negativi in Iraq, compresa la distruzione delle aree che erano sotto il suo controllo e ha accentuato la diminuzione delle minoranze nel Paese a seguito dell'immigrazione forzata negli ultimi anni".

Il nunzio e il ministro hanno parlato anche del recupero psicologico di sfollati, mentre la direzione del ministero ha già annunciato che intende monitorare le condizioni degli stranieri che già alloggiano in Germania, Belgio, Austria Finlandia, in modo da incoraggiarli volontariamente a tornare in Iraq.

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