Diplomazia Pontificia, la transizione dal 2020 al 2021

Cosa è successo nella diplomazia pontificia in questo anno. Ecco alcune cifre, numeri e statistiche che permettono di comprendere il lavoro della diplomazia della Santa Sede nel mondo

La bandiera della Santa Sede
Foto: Archivio CNA
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La pandemia ha in qualche modo rallentato l’attività, ed è stato un anno forse meno produttivo di altri anni. Ma la diplomazia pontificia è stata attiva e viva, è intervenuta nel multilaterale, ha viaggiato quando è stato possibile, ha continuato a portare avanti il suo impegno nei grandi temi.

C’è stato anche un consistente ricambio generazionale nelle nunziature, e si può attendere un ricambio ancora maggiore nel corso del prossimo anno, quando molti nunzi supereranno i 75 anni.

                                    FOCUS RAPPRESENTANZE PONTIFICIE

Nunziature

Nel corso del 2020, Papa Francesco ha nominato cinque nunzi di prima nomina, e questo è un trend in linea con gli anni precedenti. Ma le nomine saranno ancora più, perché mentre nel 2020 solo 2 nunzi hanno superato la soglia dei 75 anni, nel 2021 ce ne sono otto. A loro si aggiunge l’arcivescovo Thomas Gullickson, che ha lasciato il suo posto da nunzio in Svizzera all’età di 70 anni lo scorso 31 dicembre. L’arcivescovo Gullickson ha colto al volo la possibilità, per i nunzi, di andare in pensione a 70 anni. Tornerà nel suo paese natale, a Sioux Falls, negli Stati Uniti. Nella sua carriera diplomatica, anche la posizione di nunzio in Ucraina, dove era ai tempi del Maidan e dove ha fatto bene nel lavoro di mediazione.

Guardando al 2021, la vera partita sarà l’eventuale sostituzione dell’arcivescovo Christophe Pierre, francese, nunzio negli Stati Uniti, che compirà 75 anni. La nunziatura negli Stati Uniti è importante e delicata. Farà 75 anni anche il Cardinale Mario Zenari, nunzio in Siria, che potrebbe essere prorogato anche per la particolare situazione del Paese. E poi, si dovrà provvedere a sei nunziature europee, prestigiose e generalmente destinate ai nunzi apostolici sulla soglia dei 70 anni come ultimo incarico nella loro carriera. Ma andiamo con ordine.

Come detto, i nuovi nunzi sono stati cinque. Per quest’anno, il compito più importante sarà quello di far fronte alla cronica carenza di nunzi apostolici. s, ha un nuovo presidente dall’ottobre 2019, l’arcivescovo Joseph Marino, e c’è un nuovo regolamento che prevede che, prima di intraprendere la carriera diplomatica, si debba andare per un anno in missione.

Oltre al reclutamento dell’Accademia Ecclesiastica, sarà la Terza Sezione della Segreteria di Stato a doversi occupare dei rappresentanti pontifici, ed è stata infatti recentemente riorganizzata con un segretario, l’arcivescovo Jan Pawlowski, e un sotto-segretario, monsignor Mauricio Rueda Beltz richiamato dal Portogallo dove era arrivato solo lo scorso luglio.

Durante il 2020, la rotazione dei nunzi ha coinvolto anche Paesi importanti come Francia, Brasile, Russia, Filippine e Regno Unito. Per il 2021, ci sono due sedi vacanti di peso cui si dovrà provvedere: India e Giappone.

Una curiosità: solo uno dei 5 nuovi nunzi è italiano.

Guardiamo nel dettaglio, cronologicamente. L’arcivescovo Pierre Nguyen Van Tot, nunzio apostolico in Sri Lanka, si è dimesso il 2 gennaio, al compimento dei 70 anni. L’11 gennaio, l’arcivescovo Celestino Migliore viene nominato nunzio in Francia, arrivando dalla nunziatura di Mosca per sostituire l’arcivescovo Luigi Ventura, che ha lasciato ai 75 anni di età e travolto da uno scandalo che ha portato ad una condanna in primo grado per molestie.

Il 25 gennaio, l’arcivescovo Paolo Rudelli viene nominato nunzio apostolico in Zimbabwe, mentre il 31 gennaio l’arcivescovo Edward Joseph Adams, nunzio apostolico nel Regno Unito, si ritira.

L’1 febbraio, il primo nunzio di prima nomina: è l’irlandese Francis Crotty, chiamato a rappresentare il Papa in Burkina Faso e Niger. Il 22 febbraio, l’arcivescovo Miroslaw Adamczyk è nominato nunzio in Argentina, trasferito dalla nunziatura di Panama.

Il 31 marzo, il secondo nunzio di prima nomina dell’anno: è lo spagnolo Luis Miguel Munoz Cardaba, che va a rappresentare il Papa in Sudan Erirtea. Il 17 aprile, l’arcivescovo Francisco Montecillo Padila viene nominato nunzio apostolico in Guatemala, e lascia così vacante la posizione di nunzio nella penisola arabica.

L’1 maggio, un altro nunzio di prima nomina: è don Mitja Leskovar, slovena, che viene nominato nunzio apostolico in Iraq. Si trova, quest’anno, a dover organizzare e gestire un difficile viaggio del Papa.

Il 3 maggio, don Henryk Jagodzinski viene nominato nunzio apostolico in Ghana: anche per lui, si tratta del primo incarico da ambasciatore del Papa. Il 21 maggio arriva la nomina dell’arcivescovo Ante Jozic a nunzio apostolico in Bielorussia: arriverà nel Paese a settembre, e dovrà gestire la difficile situazione che si è creata con le proteste e con l’esilio dell’arcivescovo di Minsk Tadesuz Kondrusiewicz, rientrato nel suo Paese solo per Natale e alla vigilia del compimento dei 75 anni di età.

L’1 giugno, l’arcivescovo Giovanni D’Aniello viene chiamato dalla nunziatura del Brasile per rappresentare il Papa in Russia, mentre l’arcivescovo Brian Udaigwe viene inviato nunzio in Sri Lanka il 13 giugno, a rimpiazzare l’arcivescovo Van Tot.

Il 4 luglio, Papa Francesco chiama il nunzio in Ucraina, l’arcivescovo Claudio Gugerotti, a sostituire Adams alla guida della nunziatura di Londra. Profondo conoscitore dell’Est europeo, Gugerotti sarà anche inviato del Papa in Bielorussia per sbloccare la situazione dell’arcivescovo Kondrusiewicz.

Il 22 luglio, l’arcivescovo Luciano Russo viene nominato nunzio apostolico a Panama, trasferito dalla nunziatura di Algeria / Tunisia. Il suo successore è stata la prima nomina del 2021: la scelta del Papa è ricaduta sull’arcivescovo Kurian Mathew finora Nunzio Apostolico in Papua Nuova Guinea e nelle Isole Salomone.

Resta vacante anche la nunziatura di India / Nepal, perché l’arcivescovo Giambattista Diquattro è stato nominato il 29 agosto nunzio apostolico in Brasile.

L’arcivescovo Joseph Chennoth, nunzio apostolico in Giappone, muore l’8 settembre all’età di 76 anni: Tokyo era comunque già una sede in cerca di un successore, e sarà una delle priorità per questo 2021.

Il quinto nunzio di prima nomina dell’anno è don Giovanni Gaspari, scelto per rappresentare la Santa Sede in Angola / Sao Tomé e Principe il 21 settembre. Il 28 settembre, l’arcivescovo Charles Brown viene trasferito dalla nunziatura di Tirana a quella delle Filippine, il 29 settembre l’arcivescovo Wojciech Zaluwski va a guidare la nunziatura di Malesta / Brunei / Timor Est, trasferito dal Burundi.

Il 16 novembre, l’arcivescovo Alain Lebeaupin, nunzio apostolico in Europa, si ritira per raggiunti limiti di età: ha terminato il suo incarico con una visita virtuale del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, pensata per i cinquanta anni delle relazioni Santa Sede – UE.

Il 10 dicembre, l’arcivescovo Luigi Bonazzi viene trasferito dalla nunziatura del Canada a quella di Albania.

Guardando al futuro, sono 8 i nunzi che compiranno 75 anni nel corso dell’anno.

Il primo della lista è il Cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, che compie gli anni il 5 gennaio. Il 30 gennaio, compie 75 anni l’arcivescovo Christophe Pierre, nunzio negli Stati Uniti.

Poi, raggiungeranno l’età della pensione nell’ordine gli arcivescovi: Augustine Kasuja, nunzio apostolico in Belgio, il 26 aprile; Luigi Pezzuto, nunzio apostolico in Bosnia Erzegovina, il 30 aprile; Anselmo Guido Pecorari, nunzio apostolico in Bulgaria / Macedonia del Nord, il 19 maggio; Michael August Blume, nunzio apostolico in Ungheria, il 30 maggio; Giacomo Ottonello, nunzio apostolico in Slovacchia, il 29 agosto; e Aldo Cavalli, nunzio apostolico nei Paesi Bassi, il 18 ottobre.                                I NUMERI DELLE RAPPRESENTANZE PONTIFICIE

La Santa Sede alle Nazioni Unite di New York

È stato un anno particolare, per la missione della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York. Ci sono stati meno interventi, meno occasioni di incontro, e molte delle sessioni si sono tenute in videoconferenza. Significativo che l’ultimo intervento dell’anno sia stato del Cardinale Pietro Parolin, intervenuto in videoconferenza ad una sessione speciale sulla pandemia il 4 dicembre. Ma l’anno ha incluso anche un intervento di Papa Francesco, nella sessione (anche questa in videoconferenza) che celebrava i 75 anni dell’organizzazione.

La Santa Sede ha lo status di Osservatore Permanente presso le Nazioni Unit dal 1964. Non ha mai voluto lo status di Stato membro, nonostante questo fosse stato offerto più volte, per mantenere la propria libertà, evitare di votare (o non votare, che sarebbe comunque una presa di posizione) nelle risoluzioni sotto il Capo 7 della Carta ONU, che riguarda le dichiarazioni di guerra, e rimanere libera da qualunque politicizzazione.

Quest’anno, la Missione dell’Osservatore Permanente delle Nazioni Unite ha tenuto 39 interventi, molti meno degli 85 del 2019. Quasi tutti sono stati pronunciati dall’arcivescovo Gabriele Caccia, osservatore permanente, o dai suoi collaboratori. Sono stati due gli interventi di Papa Francesco: oltre a quello per i 75 anni dell’organizzazione, l’ultimo ad una conferenza sull’habitat. Il Cardinale Parolin è invece intervenuto 3 volte, e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati, ha parlato in due occasioni all’assemblea.

La Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra

Un detto vaticano dice che si prepara a Ginevra quello che si cucina a New York. A Ginevra, infatti, c’è la Missione della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra ed altre organizzazioni internazionali, che spesso è coinvolta anche in negoziati di una certa importanza: basti pensare la sua partecipazione all’UNCTAD, l’agenzia ONU per il commercio, dove ha tenuto interventi sempre molto apprezzati; ma anche il fatto di rappresentare la Santa Sede all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, tema cruciale per Papa Francesco; ma ancora più cruciale oggi è la sua partecipazione al WIPO, l’Organizzazione Internazionale per la Proprietà Intellettuale dove si giocherà la partita difficilissima dei brevetti dei vaccini.

Nel corso dell’anno, la missione di Ginevra ha tenuto 41 interventi.

La missione della Santa Sede a Vienna

La missione della Santa Sede a Vienna è casa del Rappresentante Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE), che la Santa Sede contribuì a fondare partecipando attivamente ai negoziati per il trattato di Helsinki nel 1975 e facendo includere in questo trattato il tema della libertà religiosa.

Questi è anche il rappresentante della Santa Sede verso l’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, di cui la Santa Sede è Paese fondatore.

Come di consueto, la Santa Sede ha inviato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher al Consiglio Ministeriale OSCE di fine anno. È stata l’occasione, per la Santa Sede, di mettere sul tavolo il tema della libertà religiosa, spesso calpestata dalle restrizioni anti-COVID dei vari Stati.

.Durante l’anno, l’Osservatore della Santa Sede, monsignor Janusz Urbanczyk, ha tenuto 22 interventi, otto in più dell’anno passato.

La Missione della Santa Sede alla FAO

È della fine dell’anno la notizia che la Santa Sede ha deciso di di donare 25 mila dollari l’IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo. L’IFAD è una delle agenzie delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione, che hanno sede a Roma, Papa Francesco le ha visitate tutte: due volte alla FAO (nel 2014 e 2017), una al Programma Alimentare Mondiale (nel 2016), e una all’IFAD (nel 2019).

La donazione all’IFAD fa seguito alla donazione analoga alla FAO dello scorso anno: 25 mila euro, inviati dal Papa per aiutare le popolazioni dell'Africa orientale che devono fare i conti con l'insicurezza alimentare e la carestia.

Osservatore Permanente alla FAO e alle altre agenzie delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione è monsignor Fernando Chica Arellano, che non manca di sottolineare il problema della fame del mondo in diversi articoli per l’Osservatore Romano.

Per i 75 anni dell’organizzazione, Papa Francesco ha inviato un messaggio in cui ha chiesto un fondo mondiale per sconfiggere la fame.

La missione della Santa Sede all’UNESCO

Sembra essere più silenziosa, la missione della Santa Sede all’UNESCO, l’agenzia ONU per la cultura. In realtà, monsignor Francesco Follo fa un grande lavoro di cucitura, sebbene gli interventi siano più diradati.

Nel corso di quest’anno, la missione è stata particolarmente coinvolta nella definizione del Patto Globale sull’Educazione lanciato da Papa Francesco. L’incontro per il Patto è stato rinviato all’anno prossimo, ma si è tenuto comunque un incontro in videoconferenza cui ha partecipato con un intervento anche Audrey Azoulay, direttore generale dell’UNESCO.
La cultura svolge un ruolo fondamentale dal punto di vista diplomatico. Per esempio, la cultura è stata lo strumento che ha portato a riconoscere lo Stato di Palestina, cominciato appunto attraverso il riconoscimento all’UNESCO, sostenuto dalla Santa Sede, e poi proseguito dalla diplomazia pontificia con l’accordo globale con la Palestina, che ha portato anche allo stabilimento dell’ambasciata della Palestina presso la Santa Sede.

Ed è stato anche importante il lavoro di cucitura fatto in occasione di una risoluzione UNESCO del 13 ottobre 2016, promossa dalla Palestina e altre sei nazioni musulmani, che protestava contro le azioni di Israele intorno e dentro il Monte del Tempio contro i musulmani che pregavano o cercavano di pregare lì. La risoluzione fu criticata perché nessuno dei Luoghi Santi era citato con il suo nome ebreo.

In quell’occasione, la Santa Sede non prese posizione ufficiale per non entrare in questioni politiche, ma ha rese chiaro il suo punto di vista in documento del 30 novembre 2016, in un documento firmato dal Rabbinato di Israele e la Santa Sede, al termine di un incontro di lavoro bilaterale che si tiene su basi regolari dal 2002, in cui si mettevano in luce “i tentativi di negare l’attaccamento storico degli Ebrei ai loro luoghi più sacri”, mettendo “vigorosamente in guardia dalle negazioni politiche e polemiche della storia biblica”.

La rappresentanza della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa

La Santa Sede coopera con il Consiglio d’Europa dal 1962, e dal 7 marzo 1970 diventato Stato Osservatore. Al 2014, la Santa Sede aveva ratificato 6 convenzioni del Consiglio d’Europa e partecipato a diversi accordi parziali, sia come Stato membro che come Stato Osservatore.

Per i cinquanta anni della missione, c’è stata una “visita virtuale” del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, impossibilitato a viaggiare nel Paese. Il Cardinale ha avuto vari incontri bilaterali, e tenuto un intervento in cui ha delineato come priorità della Santa Sede la difesa della dignità umana.

La missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo ha lo scopo di intrattenere un dialogo costruttivo con i 47 Paesi membri del Consiglio e i 5 Paesi osservatori, allo scopo di appoggiare tutte le iniziative che puntino a costruire una società democratica fondata sul rispetto della dignità dell’essere umano.

Tra le attività della missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, quello di fare da trait d’union con MONEYVAL, il Comitato che valuta la trasparenza finanziaria dei Paesi che decidono di sottoporsi alla sua valutazioni. La Santa Sede è entrata nel processo MONEYVAL dal 2011, facendo una serie di progressi nell’attività finanziaria che sono stati certificati anche nell’ultimo rapporto sui progressi del dicembre 2017. Il prossimo rapporto MONEYVAL sarà pubblicato ad aprile 2021.

                                    FOCUS RELAZIONI DIPLOMATICHE

Quanti sono gli Stati che hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede?

Oltre all’attività multilaterale, la Santa Sede intrattiene relazioni bilaterali con 183 nazioni. L’ultima ad aggiungersi alla lista è stata il Myanmar, cosa che tra l’altro ha permesso il viaggio di Papa Francesco nella nazione, il primo di un Papa in un luogo in cui da decenni i cristiani sono perseguitati.

La Santa Sede non ha piene relazioni diplomatiche con 13 Paesi nel mondo. Tra questi, in otto non ha nemmeno un rappresentate: Afghanistan, Arabia Saudita, Bhutan, Cina, Corea del Nord, Maldive, Oman e Tuvalu. Ci sono invece delegati apostolici in quattro Paesi: Comore e Somalia in Africa, Brunei e Laos in Asia. Con il Vietnam sono state iniziate formalmente le trattative per arrivare a pieni rapporti diplomatici, cosa che ha portato – a fine 2011 – a nominare un rappresentante vaticano non residenziale presso il governo di Hanoi. Si attendeva per il 2020 un visita nel Paese del Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, ma questa non c’è stata a causa del coronavirus.

C’è comunque speranza che le relazioni arrivino alla scambio di ambasciatori.

La nomina di un nunzio ad Hanoi farebbe del Vietnam il 184esimo Stato con piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Uno degli obiettivi della diplomazia pontificia resta comunque il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la CinaLa nunziatura di Cina è a Taipei, in Taiwan, dove però dal 1979 non risiede più un nunzio, ma un incaricato d’affari da interim. C’è una missione diplomatica vaticana che risiede nella “missione di studio” ad Hong Kong, sebbene collegata formalmente alla missione della Santa Sede nelle Filippine. Nel 2016, l’Annuario pontificio recava per la prima volta, in nota, indirizzo e numero di telefono di questa missione ad Hong Kong.

Di fatto, però, il rinnovo dell’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi ha per ora solo fini pastorali. La riapertura delle relazioni diplomatiche con la Cina non sembra vedersi presto all’orizzonte, sebbene Pechino prema in tal senso.

Dopo il rinnovo dell’accordo, il ministro degli Esteri di Pechino ha fatto comprendere l’obiettivo è quello di arrivare a piene relazioni diplomatiche, ma la Santa Sede ci tiene a definire che l’accordo è pastorale e riguarda solo la nomina dei vescovi, non ha invece obiettivi diplomatici.

Se la Santa Sede dovesse accettare un giorno la corte di Pechino, sarebbe costretta a mollare le relazioni con Taiwan, che la Cina continentale considera una provincia ribelle.

In una dichiarazione del 22 ottobre, il Ministero degli Esteri di Taiwan ha notato che la Santa Sede ha sempre sottolineato che l’accordo Cina Santa Sede “non tocca temi politici e diplomatici”, cosa che Taiwan ha sempre apprezzato.

Taiwan ha anche sottolineato che spera che l’accordo Cina-Santa Sede aiuti a migliorare la situazione in peggioramento della libertà religiosa nella Repubblica Popolare Cinese.

Taiwan sta comunque facendo molti sforzi per dimostrare di essere un partner affidabile per la Santa Sede.

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