Diplomazia pontificia: gli anniversari, la situazione in Lettonia, gli scenari

L’anno passato caratterizzato dalla pandemia, è stato anche un anno di molte celebrazioni di anniversari di relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Dalla Lettonia, invece, arriva un caso di disinformazione sulla Chiesa

Piazza San Pietro dall'alto
Foto: Wikimedia Commons
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Sono diversi gli anniversari di relazioni diplomatiche con la Santa Sede che non si sono potuti festeggiare a causa della pandemia del coronavirus, che ha cancellato eventi e reso difficile qualunque tipo di incontro. Una panoramica di questi anniversari, però, aiuta a comprendere come la Santa Sede sia ramificata e in che modo si siano sviluppate le sue relazioni diplomatiche in questi anni.

Dalla Lettonia, arriva invece una notizia di disinformazione a seguito dell’audizione in Parlamento dell’arcivescovo Zbignevs Stankevics, di Riga, in merito al tema della famiglia naturale. È il segno che si cerca sempre di portare la Chiesa su altri punti di vista, diversi dalla difesa della famiglia naturale, per promuovere una agenda differente che ora ha la complicità di molte organizzazioni internazionali.

                                    FOCUS RELAZIONI DIPLOMATICHE

Verso il discorso di Papa Francesco al Corpo diplomatico

Se tutto andrà come previsto, Papa Francesco terrà il discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico il 25 gennaio. In genere, quello al Corpo Diplomatico è il primo discorso dell’anno, e si tiene il primo lunedì dopo l’Epifania. Nel discorso, il Papa delinea l’agenda diplomatica della Santa Sede, fornendo anche delle linee che serviranno da interpretazione per gli impegni dell’anno.

Quest’anno, il discorso è stato posposto a fine gennaio, per permettere anche agli ambasciatori non residenti di essere presenti superando il periodo di quarantena, così come agli ambasciatori residenti di poter eventualmente tornare in patria e ritornare a Roma in tempo con tutte le garanzie sanitarie. Non è detto che la data non sia ulteriormente posticipata. Sarà interessante vedere come il discorso cambierà di obiettivo, se si avvicinerà sempre più al primo impegno internazionale previsto del Papa dopo la pausa per il COVID-19, vale a dire l’annunciato viaggio in Iraq dal 5 all’8 marzo 2021.

Venti anni di relazioni tra Santa Sede e Bahrein

Quest’anno caratterizzato dal coronavirus è stato anche l’anno di una serie di anniversari importanti nelle relazioni diplomatiche della Santa Sede. Per esempio, Santa Sede e Bahrein hanno relazioni diplomatiche aperte dal 12 gennaio del 2000, vale a dire da 20 anni. Quest’ultimo anno ha visto anche la scomparsa del vicario dell’Arabia del Nord, il vescovo Camillo Ballin, che ha lasciato il grande progetto della costruzione di una cattedrale nel Paese. La Santa Sede guarda al Bahrein con grande interesse, sia perché si tratta di uno degli Stati del Golfo più aperti in termine di dialogo tra religioni, sia perché è uno dei Paesi arabi con cui Israele sta normalizzando i rapporti, dopo i cosiddetti accordi di Abramo – accordi che la Santa Sede guarda con particolare interesse.

Trenta anni di relazioni tra Santa Sede e Bulgaria

I 30 anni delle relazioni tra Bulgaria e Santa Sede sono stati celebrati lo scorso 10 dicembre con un pranzo offerto dall’Ambasciata bulgara ad altri membri del Corpo Diplomatico di Paesi limitrofi, e ospite d’onore l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano.

Bulgaria e Santa Sede hanno stabilito relazioni diplomatiche già nel 1990, poco dopo la caduta del comunismo. Le relazioni sono andate in crescendo: Giovanni Paolo II ha visitato il Paese nel 2002, nel 2005 fu il Cardinale Angelo Sodano, allora segretario di Stato, a recarvisi in visita ufficiale, e infine nel 2016 c’è stata la visita del Cardinale Parolin.

Un momento importante della storia delle relazioni tra i due Stati è avvenuto quando nel 1925 monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, fu inviato da Papa Pio XI in Bulgaria come visitatore apostolico nel 1925, e poi fu nominato delegato apostolico nel 1931. Prima, non c’erano mai state relazioni diplomatiche formali tra il Regno di Bulgaria e la Santa Sede, ma il governo accettò la presenza e il lavoro della Chiesa nello Stato. Nel 1949, con l’arrivo del comunismo, la Repubblica Popolare Bulgara tolse ogni riconoscimento legale alla Santa Sede, dopo aver inizialmente mostrato una certa apertura alla presenza della Santa Sede allo scopo di mostrare i valori democratici.

Durante l’era comunista, la Santa Sede lavorò a lungo per mantenere le relazioni diplomatiche, grazie anche agli sforzi di monsignor Agostino Casaroli. Tendenzialmente chiusa, la Bulgaria non fu interessata al fenomeno della Ostpolitik. Tuttavia, negli Anni Settanta ci fu una apertura: durante l’incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi partecipanti alla Conferenza di Helsinki nel 1973, il ministro austriaco Rudolf Kirchschlager presentò il suo omologo bulgaro Peter Mladenov a monisgnor Casaroli, e questi ultimi concordarorono di migliorare i reciproci rapporti “senza fretta”. Nel 1975, monsignor Casaroli fu invitato in Bulgaria, e nello stesso anno il presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria, Todor Zhivkov, è ricevuto da Paolo VI.

Cento anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Germania

Altro anniversario importante, i cento anni delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Germania. Fu nel 1920 che l’arcivescovo Eugenio Pacelli, allora nunzio in Baviera, fu nominato nunzio in Germania dopo l’apertura delle relazioni diplomatiche, unendo così le due ambasciate nella sua persona. Nel primo periodo, la sede della nunziatura fu comunque Monaco, perché Berlino era contestualmente capitale di Germania e Prussia, e quest’ultima non aveva relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Poi, nel 1925, la Prussia stabilì relazioni diplomatiche con la Santa Sede, e così Pacelli fu inviato nunzio in Prussia e Germania e negoziò il concordato prussiano del 1930, e il Concordato con la Germania che fu poi concluso quando Pacelli era segretario di Stato e la Germania era ormai finita sotto il dominio nazista, nel 1933.

Trenta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica Ceca e Slovacchia

I trenta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica Ceca e Slovacchia (al momento dell’apertura delle relazioni, la Cecoslovacchia) sono stati comunque celebrati dalle due nazioni, e a inizio dicembre c’è stata anche una visita a Papa Francesco della presidente slovacca Zuzana Caputova.

Trenta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Ungheria

Il presidente ungherese Adler è invece stato da Papa Francesco il 14 febbraio, prima dello scoppio della pandemia, celebrando anche lui i 30 anni di relazioni diplomatiche, ristabilite il 9 febbraio 1990 dopo anni di giogo comunista.

L’accordo dichiarava anche abrogate le intese del 1964, vale a dire il cosiddetto “accordo parziale tra Stato e Chiesa per la nomina dei vescovi delle sedi vacanti e per la riabilitazione dei rapporti con la Chiesa universale”. Era un accordo per la nomina dei vescovi, che metteva le nomine appunto sotto la tutela del governo ungherese, ma permise anche ai vescovi di Ungheria di partecipare al Concilio vaticano II. I rapporti si erano comunque distesi, tanto che nel 1988, un anno prima della caduta del Muro di Berlino, Giovanni Paolo II fu invitato a visitare il Paese: lo farà nel 1991.

Ma le relazioni di 30 anni fa altro non erano che una riapertura. Perché fu nel 1920, cento anni fa, che a Budapest si aprì la prima nunziatura dei tempi moderni.

C’è da notare che la Santa Sede, dopo la Grande Guerra, stava portando avanti una politica “concordataria” con tutte quelle nazioni che si erano formate con il disfacimento degli imperi, affrettandosi a riconoscere le legittime aspirazioni nazionali.

Settanta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Indonesia

Non ci fosse stato il coronavirus, Papa Francesco sarebbe stato in Indonesia a settembre, per un viaggio che avrebbe toccato anche Timor Est e Papua Nuova Guinea. Sarebbe stata anche l’occasione per celebrare i 70 anni di relazioni diplomatiche con il più grande Paese musulmano del mondo.

La Santa Sede aveva stabilito una delegazione apostolica in Indonesia nel 1947, quando questa era ancora sotto il dominio olandese e chiamava “Indie Olandesi Orientali.

La Santa Sede riconobbe la Repubblica di Indonesia il 16 marzo 1950, e nello stesso anno, dopo l’indipendenza dall’Olanda, la Santa stabilì una internunziatura, che divenne una nunziatura apostolica nel 1965.

Non c’è stata la visita di Papa Francesco, ma ci sono state due visite papali nel Paese: Paolo VI vi andò nel dicembre 1970 (e i cinquanta anni dalla visita erano un’altra occasione di celebrazioni per la visita di papa Francesco), mentre Giovanni Paolo II la visitò nel 1989.

Cento anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Serbia

Per i cento anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Serbia, Papa Francesco ha concesso lo scorso 1 novembre una intervista al quotidiano Politika, che è stata riprodotta in copertina e che si è estesa per tre pagine. Prima ancora, l'arcivescovo Luciano Suriani, nunzio apostolico, aveva concesso una intervista allo stesso quotidiano, ventilando anche l'ipotesi di una prossima visita del Papa al Paese

Stabilite nel 1920, le relazioni furono interrotte dal 1945 al 1970, e poi riprese. Nel 2003, fu stabilita la nunziatura apostolica in Serbia e Montenegro, e dal 2006 la nunziatura si occupò solo della Serbia. Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha visitato il Paese nel giugno 2018, come parte di un viaggio che toccava il Montenegro. Entrambi gli Stati non sono stati mai visitati da un Papa, e c’era possibilità che il Papa andasse in Montenegro a novembre di quest’anno

Cinquanta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Costa d’Avorio

Santa Sede e Costa d’Avorio stabilirono le relazioni diplomatiche nell’ottobre 1970. Attualmente, il nunzio è l’arcivescovo Borgia, già assessore in Segreteria di Stato. Il presidente Alassane Ouattara ha visitato il vaticano nel novembre 2012, e nella conversazione con Benedetto XVI i due discussero le relazioni tra i loro Stati e il ruolo della Chiesa nella Costa d’Avorio, nonché i progressi fatti dal Paese nella crisi Ivoriana del 2010-2011. Si parlò anche della possibilità della firma di un accordo bilaterale.

Trenta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Romania

Papa Francesco è stato in Romania nel 2019, a “completare” in qualche modo il viaggio che Giovanni Paolo II aveva fatto nel Paese. Dopo il regime di Ceausescu, le relazioni diplomatiche vengono stabilite nel maggio 1990. In realtà, Santa Sede e Romania avevano rapporti sin dal Medio Evo, e una nunziatura era già stata stabilita nel 1920 nel Paese, dunque cento anni fa, e nel 1927 ci fu anche la firma di un Concordato.

Con l’instaurazione del regime comunista a Bucarest, le relazioni diplomatiche sono messe a rischio e totalmente rotte nel 1950.

Dal 1990, anno di ripresa delle relazioni diplomatiche, i rapporti tra i due Paesi sono molto buoni.

Sessanta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Turchia

Al di là della crisi che si è avuta con la decisione del governo turco di trasformare in moschee Santa Sofia e San Salvatore in Cora, e dei buoni rapporti avuti intorno alla questione di Gerusalemme che hanno portato persino ad una visita del presidente Recep Tayip Erdogan in Vaticano nel 2018, i rapporti diplomatici tra Santa Sede e Turchia sono di lunga data.

Questi furono infatti aperti nel 1960, grazie ai buoni uffici di San Giovanni XXIII, che veniva chiamato “il Papa turco” per il buon ricordo e il lavoro che aveva fatto a Istanbul quando vi era stato mandato come delegato apostolico tra il 1935 e il 1944. E fu lo stesso “Papa turco”, ad accogliere con un importante discorso, il primo ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede Cemal Erkin nel maggio 1962.

Da parte turca - spiega l'Ambasciata di Turchia presso la Santa Sede - , sono stati in Vaticano il Primo Ministro Adan Menderes nel 1955, quindi il già citato presidente Bayar nel 1959, il ministro degli Esteri Feridun Cemal Erkin nel 1963, il Primo Ministro Turgut Ozal nel 1988, poi il vice ministro Bekir Bozdag per tre volte  e il vice primo ministro Emrullah İşler nel 2014: in quello stesso anno Mehmet Gormez, presidente del Dyianet, si lamentò che la Santa Sede non prendeva una posizione contro gli attacchi alla moschee in Europa.

Le relazioni hanno avuto corrente alternata, le comunità cristiane vivono senza riconoscimento giuridico, e in Turchia ci sono stati anche le uccisioni del sacerdote Romano Andrea Santoro il 5 febbraio 2006, e del vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, nel 2010.

I cinquanta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e UE

La “visita virtuale” del Cardinale Pietro Parolin a Bruxelles tra fine ottobre e inizio novembre scorsi ha marcato i cinquanta anni di relazioni tra Santa Sede e l’Unione Europea.

La nunziatura apostolica presso l’ allora Comunità europea venne aperta per volontà di Papa Paolo VI nel 1970, all’inizio associata alla rappresentanza diplomatica in Belgio. Da allora le sue funzioni sono cambiate poco, a parte il fatto che ha acquisito, con la nascita dell’Unione europea, dignità a sé stante.

Solo nel 2006 la Commissione europea scelse di richiedere al Vaticano l’accreditamento nel corpo diplomatico del proprio rappresentante presso le Nazioni Unite a Roma, all’epoca l’ambasciatore Luis Ritto.

I cinquanta anni della Santa Sede come osservatore al Consiglio d’Europa

Il Cardinale Parolin è stato anche in “visita virtuale” a Strasburgo, per celebrare i cinquanta anni della missione della Santa Sede al Consiglio d’Europa.

La Santa Sede coopera con il Consiglio d’Europa dal 1962, e dal 7 marzo 1970 diventato Stato Osservatore. Al 2014, la Santa Sede aveva ratificato 6 convenzioni del Consiglio d’Europa e partecipato a diversi accordi parziali, sia come Stato membro che come Stato Osservatore.

Tra le attività della missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, quello di fare da trait d’union con MONEYVAL, il Comitato che valuta la trasparenza finanziaria dei Paesi che decidono di sottoporsi alla sua valutazioni. La Santa Sede è entrata nel processo MONEYVAL dal 2011. Il prossimo rapporto sui progressi è previsto per aprile 2021.

                                               FOCUS EUROPA

Lettonia, la disinformazione che colpisce la Chiesa

La proposta dell’arcivescovo Zbignevs Stankevics di Riga (Lettonia) di stabilire una dichiarazione che garantisca alcuni diritti alle coppie omosessuali, senza paragonarle in alcun modo alla famiglia, è stata descritta dall’agenzia Leta come una vera e propria apertura al matrimonio omosessuale. La notizia, ovviamente, ha fatto il giro del mondo, ma non era vera. Ed è stato lo stesso arcivescovo Stankevics a spiegare come sono avvenute le cose, ottenendo che la notizia fosse corretta sugli organi di informazione che l’avevano diffusa.

L’arcivescovo Stankevics ha notato che “con le elezioni del 2018 la Lettonia ha un Parlamento e un governo molto frammentato, con forte crescita della presenza pro-Lgbt nella politica e nei media”, radicalizzando così il dibattito.

A novembre, la Corte Costituzionale lettone ha riconosciuto il diritto al congedo di paternità anche ad una coppia formata da persone dello stesso sesso. Come conseguenza, ha chiesto al Parlamento di adeguare la legge alla sentenza.

Il 14 dicembre, la Conferenza Episcopale Lettone ha inviato una lettera aperta al presidente della Repubblica Egils Levits, al Primo Ministro Krisjanis Karins, al presidente del Parlamento e ai capi delle Commissioni Parlamentari interessate per chiedere di non modificare la legge. Il 15 dicembre, lo stesso arcivescovo Stankevics è stato ascoltato dalla commissione affari sociali della Seima, il Parlamento.

Di fronte ad una radicalizzazione del dibattito, per evitare di colpire la famiglia naturale, l’arcivescovo Stankevics ha proposto una “Legge sulla convivenza domestica dichiarata e sull’assistenza reciproca”, che consiste in una dichiarazione (non registrazione) che permette alle coppie dello stesso sesso di avere alcuni diritti riconosciuti, come il subentro nell’affitto, la visita negli ospedali e altre questioni economiche. Si tratta, per l’arcivescovo Stankevics, di una mera “soluzione tecnica”, che non va a toccare la struttura del matrimonio.

La spiegazione dell’arcivescovo alla commissione della Seima è stata molto dettagliata, ma l’agenzia nazionale ha piuttosto riportato che ci sono “ritorsioni e odio” per quanti si adoperano per registrare le unioni gay, ed è quindi bene “lasciare da parte l’ideologia”.

L’arcivescovo aveva però la registrazione del discorso in commissione parlamentare, e ha vibratamente protestato contro la notizia, che aveva già fatto la fine del mondo. La notizia è stata corretta.

Vale la pena ricordare che in Lettonia la Chiesa cattolica gode di grande credito, e lavora con grande frutto a fianco alle altre confessioni religiose, a partire dalla Chiesa Luterana, che è maggioritaria nel Paese. I rappresentanti delle confessioni religiose si sono sempre mossi come un sol uomo, e l’arcivescovo Stankevics è stato spesso il loro portavoce. Nel 2019, le confessioni cristiane di Lettonia avevano anche incontrato il nuovo presidente, avviando un processo di dialogo.

Bielorussia, l’arcivescovo Kondrusiewicz rientrato in patria

Il 24 dicembre, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha inviato un messaggio di auguri natalizi a Papa Francesco. Ne dà notizia l’ufficio stampa della presidenza, che sottolinea come “le relazioni tra Bielorussia e Vaticano sono sempre state di particolare importanza per noi. Facciamo molto insieme per proteggere i valori universali più importanti. Abbiamo raggiunto risultati tangibili nel combattere il traffico di esseri umani e supportare la famiglia tradizionale”.

Gli auguri sono parte di un lavoro che il presidente sta facendo per accreditarsi in Vaticano e agli occhi dell’opinione pubblica – lavoro che ha portato anche a permettere il rientro in patria dell’arcivescovo di Minsk Tadeusz Kondrusiewicz, rimasto in esilio dal 31 agosto scorso perché il suo passaporto era stato dichiarato non valido.

In questi mesi, Lukashenko non ha mancato di criticare anche le posizioni dell’arcivescovo Kondrusiewicz, mentre le forze di polizia bielorusse hanno praticato una forte repressione delle proteste di piazza che sono succedute alla rielezione di Lukashenko, arrivando nelle scorse settimane ad arrestare tre sacerdoti. Ora, il presidente ha praticato un riavvicinamento alla Santa Sede, mostrando apprezzamento per Papa Francesco, prima in un incontro con il nunzio Ante Jozic alla presentazione delle lettere credenziali, e poi accettando la mediazione dell’arcivescovo Claudio Gugerotti, già nunzio nel Paese permettendo all’arcivescovo Kondrusiewicz di rientrare in patria per Natale.

Proprio il 24 dicembre, l’arcivescovo Kondrusiewicz è rientrato in Bielorussia, ed è subito andato in nunziatura per esprimere la sua gratitudine per il suo ritorno a Papa Francesco attraverso l’arcivescovo Jozic.

In un messaggio, l’arcivescovo Kondrusiewicz ha ringraziato pubblicamente “il Santo Padre Francesco e alla Segreteria di Stato della Santa Sede. Il Papa ei suoi più stretti collaboratori, il cardinale Pietro Parolin, gli arcivescovi Paul Richard Gallagher e Antonio Menini, nonché il Nunzio apostolico in Bielorussia, l'arcivescovo Ante Jozic, e all'Inviato speciale del Papa, l'arcivescovo Claudio Gugerotti. Loro hanno compiuto molti sforzi per trovare una  una soluzione positiva”.

Poi, l’arcivescovo di Minsk ha rivolto un ringraziamento ai suoi ausiliari, ai vari episcopati che si sono spesi per lui, alla Chiesa di Polonia che lo ha ospitato durante l’esilio, e anche le autorità statali, che gli hanno “permesso di tornare a casa e impegnarmi nella guida spirituale dei fedeli affidati alla mia cura pastorale”.

Il 21 dicembre, lo stesso arcivescovo Kondrusiewicz, in un mossa che segnalava distensione con il governo, aveva inviato le sue congratulazioni ad Alexander Rumak, nominato Commissario per le religioni e le nazionalità, scrivendogli che "la sfera della religione e delle relazioni interreligiose è estremamente importante sia nella vita spirituale della società che nel suo consolidamento, che è di particolare importanza oggi nella nostra Patria, che sta attraversando una crisi socio-politica acuta. La Chiesa cattolica predica valori morali senza i quali è impossibile costruire la pace. Dopo tutto, se non c'è pace nell'anima di una persona, non ci sarà pace nella società ”.

Sempre il 21 dicembre, l’arcivescovo Jozic ha incontrato Sergei Aleinik, viceministro degli Affari Esteri. Le due parti hanno discusso delle questioni correnti nell’agenda bielorussa-vaticana e riaffermato il loro comune interesse a promuovere la cooperazione internazionale.

Cardinale Stepinac, la storia del suo titolo perduto

È stato grazie all’ambasciatore uscente di Croazia presso la Santa Sede, Nevan Pelicaric, che è stato scoperto il titolo cardinalizio del Cardinale Aloizije Stepinac (1898 – 1960), imprigionato dal regime comunista e ancora non canonizzato per via dell’opposizione della Chiesa ortodossa serba, che lo ha sempre mostrato come un collaborazionista con gli ustascia.

Lo scorso 21 dicembre, l’ambasciatore Pelicaric ha organizzato una messa per apporre la targa di commemorazione del Cardinale Stepinac nella chiesa di San Paolo alla Regola, diaconia romana legata a San Paolo, che fu assegnata al Cardinale Stepinac, sebbene nessun documento ne abbia mai rivelato la titolarità.

La scoperta dell’assegnazione di San Paolo alla Regola è stata frutto di un lungo lavoro di ricerca dell’ambasciatore Pelicaric, che ha trovato poi una nota nell’archivio dell’Ufficio delle Cerimonie Liturgiche del Papa.

La notizia della creazione a cardinale di Stepinac era giunta il 29 settembre 1952, giorno della festa della Repubblica yugoslava, e aveva messo in secondo piano il ricevimento organizzato dal maresciallo Tito. Stepinac non poté mai andare a Roma a ricevere la berretta cardinalizia, né alcun inviato del Papa poté imporgliela a Zagabria. Pio XII, assegnandogli San Paolo alla Regola, volle ricordare in lui la prigionia di San Paolo, che nel quartiere dove ora sorge la chiesa ha vissuto lavorando come tessitore di vele in attesa del giudizio di Roma, cui si era appellato da cittadino romano.

La messa del 21 dicembre è stata officiata dal Cardinale Francesco Monterisi, titolare della diaconia di San Paolo alla Regola. L’apposizione della targa in onore di Stepinac è stato approvato fino ai massimi livelli dello Stato croato.

                                                FOCUS ASIA

Un terzo vescovo ordinato in Cina dall’accordo con la Santa Sede

Thomas Chen Tianhao, 54 anni, è il terzo vescovo ordinato in Cina dall’accordo Santa Sede – Pechino per la nomina dei vescovi, recentemente rinnovato. La sua nomina ha avuto il doppio riconoscimento della Santa Sede e della Cina, ed è la prima dal rinnovo dell’accordo, anche se era una nomina in preparazione da tempo.

Global Times, il giornale di partito cinese in lingua inglese, ha sottolineato che questa nomina potrebbe accelerare le successive scelte dei vescovi, perché ormai si è stabilita una sorta di procedura.

Il vescovo Tianhao è stato ordinato nella cattedrale della diocesi di Qingdao il 23 ottobre, con oltre 200 persone a partecipare alla cerimonia.

Sri Lanka, il Cardinale Ranjith incontra il governo

Il Cardinale Malcolm Ranjith, arcivesovo di Colombo, ha incontrato negli scorsi giorni il premier Mahinda Rajapska. Secondo l’agenzia UCANews, il premier dello Sri Lanka ha fatto con il cardinale il punto delle iniziative intraprese dal governo a sostegno delle famiglie colpite dagli attacchi di Pasqua del 2019.

Il 21 aprile 2019, estremisti hanno infatti attaccato tre chiese colme di fedeli che partecipavano alla Messa pasquale e tre alberghi, provocando almeno 279 vittime e 500 feriti.

Dal tempo dell’attentato, la Chiesa ha messo in luce le responsabilità dell’intelligence nel non prevederlo, e chiesto al governo ripetutamente di individuare i responsabili. Il 30 agosto scorso, il Cardinale Ranjith aveva chiesto all’esecutivo appena eletto di tenere fede alle promesse e portare avanti “indagini adeguate su quanto avvenuto”.

Nell’ultimo incontro con il premier, questi ha spiegato al Cardinale Ranjith cosa è stato fatto fino ad ora di pratico: ricostruzione delle abitazioni distrutte dalle esplosioni, interventi presso le banche per ottenere una dilazione nel pagamento dei mutui e l’assistenza sanitaria alle persone rimaste ferite durante gli attentati. Sono state assegnate 33 case, mentre 24 sono in fase di costruzione, ed è stata completata invece la ricostruzione della Katuwapitiya sunday school.

Resta invece aperta l’inchiesta sugli autori e i mandanti dell’attentato, nonché sulle responsabilità del governo di Colombo per non averli saputi prevenire: sette sospettati sono stati rilasciati due mesi fa e il processo non è ancora iniziato.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Libano, il Cardinale Rai continuerà l’opera di mediazione

Papa Francesco ha inviato una lettera al Libano in occasione del Natale, includendo anche l’auspicio di un viaggio nel Paese che sarebbe potuto già avvenire quest’anno. Prosegue, intanto, l’opera del Cardinale Bechara Rai, patriarca dei Maroniti, che è stato una delle voci più autorevoli nel tempo della crisi politica, ha avanzato una proposta per la neutralità attiva del Paese subito dopo l’esplosione al porto e continua la sua opera di mediazione, come ha detto nell’omelia dello scorso 17 dicembre.

“Considero – ha spiegato il cardinale – mio dovere come patriarca di portare avanti sforzi in varie direzioni per spingere la formazione del nuovo gabinetto, sulla base di come vivo le difficili situazioni dei nostri fratelli e sorelle in Libano e per la paura che le istituzioni statali possano collassare”.

Il Cardinale ha anche sottolineato che in tutti i contatti avuti fino ad ora “non ho trovato una singola ragione che meriti che il governo sia rallentato”, e affermato di volere un governo “in cui non ci sono quote, calcoli personali, contro condizioni o un blocco di un terzo che fermi le sue decisioni”, e che il governo deve essere formato “secondo lo spirito della Costituzione e nello spirito di consultazione e chiare intenzioni tra il Primo Ministro designato e il presidente”.

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