Diplomazia Pontificia, cosa aspettarsi nel 2020

Un bilancio di quello che è stato fatto nel 2019 e una proiezione nel 2020 per la diplomazia pontificia. Numeri, cifre e nomine della diplomazia pià importante del mondo

La bandiera della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York
Foto: UN News
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Il 2019 è stato l’anno della Dichiarazione della Fraternità Umana firmata ad Abu Dhabi da Papa Francesco, che è diventata uno strumento diplomatico privilegiato, tanto che Papa Francesco la regala ad ogni capo di Stato che gli va a fare visita. Ma è stato anche l’anno dell’attenzione per il Sud Sudan, con un incontro di preghiera in Vaticano e un insolito messaggio di Natale inviato dal Papa con il primate anglicano Justin Welby e il moderatore della Chiesa di Scozia John Chalmers, a testimonianza della forte volontà del Papa di un viaggio lì. Ed è stato l’anno del disarmo nucleare, un impegno che Papa Francesco ha preso da tempo e ha certificato con forza nel suo viaggio in Giappone.

Il prossimo 9 gennaio, Papa Francesco terrà il consueto discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico. Si rompe la tradizione, perché in genere il discorso si tiene il primo lunedì dopo l’Epifania. Papa Francesco, invece, anticipa i tempi. Vale la pena cercare di comprendere quali saranno le sfide diplomatiche del prossimo anno e dare uno sguardo allo stato dell’arte della diplomazia pontificia.

Non solo: si prosegue la cronaca del viaggio del Cardinale Parolin in Georgia, si guarda alla situazione in Israele, e si dà particolar attenzioen all’America Latina, tra l’altro menzionata da Papa Francesco nel suo messaggio Urbi et Orbi.

                        I TEMI DEL DISCORSO AI DIPLOMATICI

Fraternità umana e questione ambientale sono al centro del messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno (“La pace come cammino di speranza”), ed è logico pensare che Papa Francesco affronterà questi temi nel primo discorso dell’anno, che è per tradizione quello al corpo diplomatico. Ci potrebbe essere anche un appello alla pace con un particolare riferimento al Medio Oriente, particolarmente pressante dopo il blitz USA a Baghdad che ha visto l’uccisione del generale Suleimani.

Per l’anno a venire, ci sono quattro temi in particolare che potrebbero essere diplomaticamente sensibili per Papa Francesco.

Il primo è la Cina, dove si attende una nuova infornata di nomine episcopali. Dall’accordo provvisorio per la nomina dei vescovi con il governo cinese, ne sono stati nominati solo due. Come sempre, nei rapporti con la Cina, si fanno sempre un passo avanti e uno indietro.

Per esempio, la Santa Sede ha potuto inviare uno stand nell’Expo di Pechino sull’Orticoltura, ma non ha avuto l’autorizzazione dalla Cina di stampare e distribuire copie della Laudato Si a coloro che vi partecipavano. I Musei Vaticani hanno potuto esporre le loro opere nella Città Proibita di Pechino, però non ha mai avuto luogo l’esposizione di opere cinesi in Vaticano che pure era già annunciata.

Quindi, la questione delle elezioni negli Stati Uniti, che si terranno nella seconda settimana di novembre. Come si porrà la Santa Sede, e in particolare Papa Francesco, nei confronti di Donald Trump che concorre per un secondo mandato? Ci sarà un appoggio tacito ai candidati democratici, considerando che su temi sensibili come migrazioni e ambiente Santa Sede e presidente USA hanno mostrato punti di vista divergenti? E come si comporterà il nuovo presidente dei vescovi degli Stati Uniti, l’arcivescovo José Gomez di Los Angeles, lui stesso immigrato.

Dal Nord al Sud America, Papa Francesco deve anche gestire i rapporti con il Brasile guidato da Jair Bolsonaro. Il nuovo presidente ha mostrato poca sintonia con il Papa su alcuni temi sensibili, ma il Brasile resta il Paese con il maggior numero di cattolici al mondo. Altri temi di contrasto riguardano l’industria delle armi, l’intenzione di Bolsonaro di spostare l’ambasciata del Brasile in Israele a Gerusalemme per riconoscerla capitale, e infine l’integrazione del continente latinoamericano. Detto e considerato questo, ci sarà un incontro tra Bolsonaro e Papa Francesco? Il Papa ha avuto un primo contatto con la Prima Donna del Brasile il 13 dicembre, all’apertura di una nuova sede di Scholas Occurentes a Roma. A quando un incontro con il presidente?

Infine, l’Argentina. Sembra che Papa Francesco non tornerà in Argentina nemmeno quest’anno. Non ci sono ancora viaggi ufficiali, ma Papa Francesco include tra le tappe Sud Sudan e Iraq se le condizioni lo permetteranno, desidera andare in Indonesia e Timor Est, ha forse in cantiere anche l’idea di andare in Ungheria.

La nuova presidenza Fernandez, di certo, è una sfida per Papa Francesco. Fernandez non ha con il Papa la relazione fredda che aveva con il presidente Macrì, e ne parla sempre come “il Caro Papa Francesco”. La prima donna è stata ricevuta calorosamente dal Papa nella stessa occasione in cui è stata ricevuta la prima donna del Brasile.

Chiave delle relazioni sarà la legge sull’aborto. Fernandez ha promesso al suo elettorato un progetto di legge, che alla Chiesa non piace. Il resto dell’agenda invece combacia con le richieste di Papa Francesco. Non ci saranno relazioni tese tra loro.

                                    LE RELAZIONI DIPLOMATICHE

Le relazioni tra Vietnam e Santa Sede potrebbero presto portare alla nomina di un rappresentante permanente della Santa Sede ad Hanoi. Si attende per il prossimo anno un visita nel Paese del Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, e c’è speranza che le relazioni arrivino alla scambio di ambasciatori.

La nomina di un nunzio ad Hanoi farebbe del Vietnam il 184esimo Stato con piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede. L’ultimo ad aggiungersi alla lista è stato il Myanmar nel maggio 2017, e l’apertura dei canali diplomatici ha anche permesso il viaggio di Papa Francesco nel Paese.

Al momento, sono 13 i Paesi che non hanno relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

In otto di queste nazioni non c’è alcun inviato vaticano: Afghanistan, Arabia Saudita, Bhutan, Cina, Corea del Nord, Maldive, Oman e Tuvalu. Ci sono invece delegati apostolici in quattro Paesi: Comore e Somalia in Africa, Brunei e Laos in Asia, così come in Vietnam, che però presto dovrebbe lasciare questa lista.

Uno degli obiettivi della diplomazia pontificia resta comunque il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la CinaLa nunziatura di Cina è a Taipei, in Taiwan, dove però dal 1979 non risiede più un nunzio, ma un incaricato d’affari da interim. C’è una missione diplomatica vaticana che risiede nella “missione di studio” ad Hong Kong, sebbene collegata formalmente alla missione della Santa Sede nelle Filippine. Nel 2016, l’Annuario pontificio recava per la prima volta, in nota, indirizzo e numero di telefono di questa missione ad Hong Kong.

L’accordo con la Cina è però solo sulla nomina dei vescovi, e l’eventuale apertura di una nunziatura a Pechino porterebbe inevitabilmente alla rottura dei rapporti con Taiwan, che Pechino considera una provincia ribelle.

La Cina ha dimostrato di apprezzare la posizione di Papa Francesco sulla questione di Hong Kong espresse nella conferenza stampa in aereo di ritorno dal Giappone, e due giorni dopo Geng Shuang, ministro degli Esteri, ha sottolineato che del Papa “la Cina apprezza l’amicizia e la gentilezza”, e per questo Pechino “guarda con apertura agli scambi reciproci con il Vaticano.

Nel suo itinerario di viaggio, Papa Francesco ha sorvolato Cina e Taiwan, e ad entrambi ha mandato un telegramma. Anche qui, i dettagli sono importanti: la Cina è stata salutata come “nazione”, mentre i saluti a Taiwan sono rivolti “al popolo di Taiwan”, nonostante la nunziatura a Taipei sia significativamente chiamata “nunziatura di Cina”.

Si è trattato, anche in questo caso, di un gesto forte nei confronti di Pechino. Dopo l’accordo con il governo sulla nomina dei vescovi a settembre 2018, Papa Francesco sembra voler fare passi avanti anche nel cercare di ripristinare le relazioni diplomatiche con Pechino. Questo, però, comporterebbe l’interruzione delle relazioni con Taiwan, che considera la Santa Sede un partner cruciale, dato che è uno dei 22 Stati al mondo che ne riconoscono la sovranità.  La Santa Sede non dà segnali di voler abbandonare la nunziatura di Cina a Taipei, ma alcuni ipotizzano che la presenza vaticana a Taiwan si abbassi a quella di semplice delegazione apostolica. Al momento, la nunziatura non ha un nunzio, ma un incaricato di affari, dato che Taiwan non è riconosciuta nella comunità internazionale. Per Taiwan, la Santa Sede è un partner cruciale, dato che è uno dei 22 Stati che ne riconoscono la sovranità. Sono sempre di più, invece, gli Stati che abbandonano le relazioni con Taipei per aprirle con Pechino. Negli ultimi tempi, questo è successo con le Isole Salomone, Burkina Faso, Panama, Repubblica Dominicana, Sao Tomé, Principe.

Un altro segnale favorevole a Pechino è stata la scomparsa, dalle foto ufficiali delle delegazioni alla canonizzazione di Newman e di altri santi il 13 ottobre scorso, dell’incontro tra Papa Francesco e il vicepresidente di Taiwan.

                                    CONCORDATI E ACCORDI

È stato firmato lo scorso settembre l’accordo tra Angola e Santa Sede. I colloqui sull’accordo  erano ripresi da più di un anno, dopo che già nel 2007, nunzio l'attuale cardinale Angelo Becciu, si sarebbe arrivati a concluderlo, magari durante il viaggio di Benedetto XVI nel Paese. Tutto saltò, poi, per un cavillo. 

È entrato in vigore il 2 luglio, con lo scambio degli strumenti di ratifica in Vaticano, l’accordo tra Santa Sede e Repubblica del Congo sulle relazioni tra la Chiesa Cattolica e lo Stato, firmato a Brazzaville il 3 febbraio 2017. Gli strumenti di ratifica sono stati scambiati tra il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, e il ministro degli Esteri del Congo Jean Claude Gakosso. L’accordo era stato firmato il 3 febbraio 2017 e garantisce alla Chiesa la possibilità di svolgere la propria missione nel Congo.

Lo scorso 12 luglio è stato siglato un accordo tra Santa Sede e Burkina Faso. Per la Santa Sede, riferisce la Sala Stampa Vaticana, ha firmato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati; e per il Burkina Faso, Alpha Barry, ministro degli Affari esteri e della cooperazione.

Attualmente, la Santa Sede ha 216 tra concordati e accordi con 76 nazioni diverse. Di questi, 154 accordi sono stati stipulati con 24 nazioni europee.

                                         NUNZIATURE: OVERVIEW 2019

Lascia l’incarico di nunzio in Sri Lanka a soli 70 anni l’arcivescovo Nguyen Van Tot, che è stato “ambasciatore del Papa” a Colombo dal 2014. Vietnamita, laureato alla Pontificia Università Urbaniana, ha cominciato la carriera da nunzio con la nomina in Benin e Togo nel 2002, e poi in Ciad e Repubblica Centro Africana dal 2005 al 2008. Dal 2008 al 2014 è stato nunzio in Costa Rica, e poi è arrivato in Sri Lanka, nazione che ha sofferto per circa 30 anni di una guerra civile, terminata solo nel 2009. La scorsa Pasqua, un terribile attentato ha colpito tre chiese cristiane causando centinaia di morti. La Chiesa si è battuta con forza per una commissione indipendente. Sono stati molti gli avvicendamenti nelle nunziature quest’anno.

Il 2 febbraio, don Gianfranco Gallone, 55 anni, viene elevato arcivescovo e nominato nunzio apostolico in Zambia; don Ante Jozic, 52 anni, viene elevato arcivescovo e nominato nunzio apostolico in Costa d'Avorio.

Il 4 febbraio, l'arcivescovo Luigi Bianco, 58 anni, nunzio in Etiopia, Gibuti e Somalia, viene nominato nunzio apostolico in Uganda.

Il 16 febbraio, l'arcivescovo Hubertus Matheus Maria Van Megen, 57 anni, nunzio in Eritrea, viene nominato nunzio apostolico in Kenya e Sud Sudan.

Il 4 marzo, l'arcivescovo Pedro Lopez Quintana, 66 anni, nunzio in Estonia, Lettoni e Lituania, viene nominato nunzio apostolico in Austria.

Il 19 marzo, l'arcivescovo Piergiorgio Bertoldi, 55 anni, nunzio in Burkina Faso / Niger, viene nominato nunzio apostolico in Mozambico; l'arcivescovo Jean Marie Antoine Speich, 63 anni, nunzio in Ghana, viene nominato nunzio apostolico in Slovenia / Kosovo;

Il 26 marzo, don Tymon Tytus Chmielecki, 53 anni, viene elevato arcivescovo e nominato nunzio apostolico in Guinea / Mali;

Il 29 marzo, l'arcivescovo Novatus Rugambwa, 61 anni, nunzio in Honduras, viene nominato nunzio apostolico in Nuova Zelanda / Area Pacifico.

Il 16 aprile si dimette l'arcivescovo Giuseppe Pinto, 66 anni, nunzio apostolico in Croazia.

Il 25 maggio, l'arcivescovo Antonio Arcari, 66 anni, nunzio in Costa Rica, viene nominato nunzio apostolico a Monaco. Succede all'arcivescovo Luigi Pezzuto, 73 anni, nunzio in Bosnia - Erzegovina / Montenegro.

Il 12 giugno muore l'arcivescovo Leon Kalenga Badikebele, 62 anni, nunzio apostolico in Argentina.

Il 15 giugno, l'arcivescovo Petar Rajic, 60 anni, nunzio in Angola / Sao Tomè e Principe, viene nominato nunzio apostolico in Estonia / Lettonia / Lituania.

Il 4 luglio, si ritirano per anzianità l'arcivescovo Renzo Fratini, 75 anni, nunzio apostolico in Spagna / Andorra, e l'arcivescovo Rino Passigato, 75 anni, nunzio apostolico in Portogallo.

Il 22 luglio, l'arcivescovo Giorgio Lingua, 59 anni, nunzio a Cuba, viene nominato nunzio apostolico in Croazia.Il 29 agosto, l'arcivescovo Bruno Musarò, 71 anni, nunzio in Egitto, viene nominato nunzio apostolico in Costa Rica; l'arcivescovo Ivo Scapolo, 66 anni, nunzio in Cile, viene nominato nunzio apostolico in Portogallo.

Il 3 settembre vengono elevati arcivescovi e nominati nunzi apostolici don Paolo Borgia, 53 anni, Assessore per gli Affari Generali, don Antoine Camilleri, 55 anni, Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, e don Paolo Rudelli, 49 anni, Osservatore Permanente al Consiglio d'Europa.

Il 21 settembre, don Marco Ganci, 43 anni, viene nominato Osservatore Permanente al Consiglio d'Europa. L’1 ottobre, l'arcivescovo Bernardito Cleopas Auza, 60 anni, Osservatore Permanente all'ONU, viene nominato nunzio apostolico in Spagna / Andorra.

Il 7 ottobre, l'arcivescovo Alberto Ortega Martin, 56 anni, nunzio in Iraq / Giordania, viene nominato nunzio apostolico in Cile. L’11 ottobre, l'arcivescovo Giampiero Gloder, 61 anni, Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, viene nominato nunzio apostolico a Cuba. Gli succede l'arcivescovo Joseph Salvador Marino, 66 anni, nunzio in Malaysia / Timor Est.

Il 28 ottobre, l'arcivescovo Paolo Borgia, 53 anni, viene nominato nunzio apostolico in Costa d'Avorio, mentre il 31 ottobre l'arcivescovo Antoine Camilleri, 54 anni, viene nominato nunzio apostolico in Etiopia / Gibuti / Somalia.

Il 4 novembre, l’arcivescovo Nicolas Maria Thevenin viene nominato nunzio in Egitto.

Il 12 novembre, l'arcivescovo Gabor Pinter, 54 anni, nunzio in Bielorussia, viene nominato nunzio apostolico in Honduras e il 16 novembre l'arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, 61 anni, nunzio nelle Filippine, viene nominato Osservatore Permanente all'ONU. Il 17 novembre, si ritira per anzianità l'arcivescovo Luigi Ventura, 75 anni, nunzio apostolico in Francia.

Sono attualmente vacanti. le nunziature di Angola, Argentina, Burkina Faso, Bielorussia, Costa d’Avorio, Guatemala, Giordania / Iraq, Filippine, Ghana, Malaysia / Timor Est e Zimbabwe.

                                                MULTILATERALE

La missione della Santa Sede all’ONU di New York

C’è una prima, importante novità alla Missione Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York: lo scorso 1 ottobre, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Bernardito Auza, che aveva servito per cinque anni da osservatore permanente a New York, come nunzio in Spagna.

Il 16 novembre è stato scelto come successore alla missione permanente di New York l’arcivescovo Giordano Caccia, che serviva come unzio apostolico nelle Filippine dal 2017.

L’arcivescovo Caccia ha servito nelle nunziatura di Tanzaniza dal 1991 al 1993, e quindi ha lavorato nella prima sezione della Segreteria di Stato, scalando tutti i ranghi fino ad esserne nominato assessore nel 2002. Nel 2009, è stato inviato nunzio in Libano, e ordinato vescovo insieme a Pietro Parolin, oggi segretario di Stato vaticano e allora inviato nunzio in Venezuela dopo una carriera spesa nella seconda sezione della Segreteria di Stato.

L’arcivescovo Caccia comincerà ufficialmente il suo lavoro alla missione di New York il prossimo 16 gennaio. Tra gli appuntamenti dell’anno, il 75esimo anniversario della fondazione delle Nazioni Unite. L’arcivescovo Caccia è il settimo osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York da quando la Santa Sede è diventata osservatore permanente il 6 aprile 1964.

Quest’anno, la missione permanente della Santa Sede a New York ha tenuto 85 interventi. Di questi, 71 sono stati dell’arcivescovo Auza, pronunciati da lui o da altri diplomatici della missione; 11 interventi sono stati pronunciati dal Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che ha partecipato alla 74esima assemblea generale delle nazioni unite; tre interventi sono invece stati tenuti dall’allora monsignor Antoine Camilleri, nella sua funzione di sottosegretario per i Rapporti con gli Stati. Nel corso dell’anno, Camilleri è stato promosso nunzio in Etiopia ed elevato al rango di arcivescovo.

La missione della Santa Sede all’ONU di Ginevra

Non c’è stato un auspicato viaggio di Papa Francesco all’Organizzazione Internazionale del Lavoro a Ginevra, per celebrare i 100 anni dell’Organizzazione, Mondiale del Lavoro dove tra l’altro dal 1926 c’è un funzionario dedicato ai rapporti con le religioni che è sempre un cattolico, e sempre un gesuita. Il lavoro della Santa Sede a Ginevra è stato però molto ricco, con 48 interventi distribuiti tra le varie organizzazioni in cui c’è una rappresentanza a Ginevra. Di particolare importanza il discorso tenuto all’UNCTAD, l’agenzia ONU per il Commercio e lo Sviluppo, che viene studiato e utilizzato anche nelle altre organizzazioni internazionali.

La missione della Santa Sede all’OSCE

La Santa Sede ha anche una missione a Vienna, presso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (OSCE) e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. È una missione di particolare importanza, perché inserita in una organizzazione che la Santa Sede ha contribuito a fondare alla Conferenza di Helsinki del 1975, e che mantiene proprio grazie alla Santa Sede un focus sulla libertà religiosa, mentre dell’AIEA è Paese fondatore.

Tra i vari interventi, di particolare rilevanza sono quelli agli incontri per lo Sviluppo della Dimensione Economica e Ambientale. Come di consueto, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, è stato a Vienna per il ministeriale OSCE e ha tenuto un intervento.

La missione della Santa Sede all’UNESCO

La missione della Santa Sede all’UNESCO ha, quest’anno, presentato lo strumento di ratifica della Convenzione di Addis Abeba sull’educazione superiore., Si tratta di un riconoscimento giuridico anche alle Università cattoliche che permetterà agli studenti di terminare i loro studi all’estero e di trovare un lavoro in un altro Paese, in questo caso africano. Nel corso dell’anno, da ricordare anche un accorato appello perché la basilica di Notre Dame fosse restituita con la ricostruzione ai credenti.

La missione della Santa Sede alla FAO

La missione della Santa Sede alla FAO sta assumendo sempre più peso. Monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore permanente presso la FAO e altre organizzazioni sull’alimentazione delle Nazioni Unite, scrive regolarmente articoli sull’Osservatore Romano, mentre il nuovo segretario generale dell’organizzazione, Qu Dongyu, proviene dalla Cina. La FAO si candida così ad essere un tramite essenziale nei rapporti con la Cina, cruciali per Papa Francesco.

La missione della Santa Sede al Consiglio d’Europa

La missione della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo ha lo scopo di intrattenere un dialogo costruttivo con i 47 Paesi membri del Consiglio e i 5 Paesi osservatori, allo scopo di appoggiare tutte le iniziative che puntino a costruire una società democratica fondata sul rispetto della dignità dell’essere umano.

La Santa Sede coopera con il Consiglio d’Europa dal 1962, e dal 7 marzo 1970 diventato Stato Osservatore. Al 2014, la Santa Sede aveva ratificato 6 convenzioni del Consiglio d’Europa e partecipato a diversi accordi parziali, sia come Stato membro che come Stato Osservatore.

Il 26 novembre, i ministri dell’Educazione degli Stati parte del Consiglio d’Europa si sono incontrati a Parigi per discutere de “L’educazione civica nell’era digitale”. La Santa Sede, che dal 1962 è parte della convenzione culturale, è stata rappresentata alla conferenza dell’arcivescovo Paolo Rudelli, nunzio apostolico e osservatore uscente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, e da monsignor Yovki Pishijtyski, consigliere di nunziatura.

                                                FOCUS EUROPA

Il Cardinale Parolin in Georgia

Al momento in cui si chiudeva la precedente rubrica diplomatica, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, era nel mezzo della sua prima giornata in Georgia, doveva era già stato nella Administrative Boundary Line. Significativo il fatto che la prima tappa del Segretario di Stato è stata nei territori occupati. Così come era significativo che fosse previsto un incontro con la signora Gapridanshvili, moglie del dottor Vazha Gapridanshvili, un medico che era stato condannato a un anno e nove mesi di prigione dal tribunale de facto del distretto di Leningori perché aveva prestato soccorsi nella zona occupata. Proprio nel giorno della visita del Cardinale Parolin, il dottore è stato liberato. Una notizia che la Santa Sede ha accolto con viva soddisfazione.

Il 28 dicembre, il Cardinale Parolin ha avuto anche un incontro bilaterale con il Primo Ministro Giorgi Gakharia. L’incontro – si legge in una nota stampa della presidenza del Consiglio Georgiano – si è “focalizzato sulle sfide della nazione e la situazione nei territori occupati”.

Il Primo Ministro ha ringraziato la Santa Sede per il supporto dato all’integrità territoriale della nazione, mentre il Cardinale Parolin si è congratulato per la liberazione del dottor Gaprindashvili.

La conversazione si è anche focalizzata sull’integrazione europea della Georgia, che secondo il Primo Ministro Gakharia è la pietra angolare della politiche domestiche ed estere di Georgia.

Si è parlato anche di cooperazione culturale ed educativa tra Georgia e Santa Sede, con una particolare enfasi sui programmi di scambio degli studenti.

Nella serata del 28 dicembre, c’è stato un ricevimento ospitato dallo stesso cardinale Parolin che ha visto personalità della società civile e membri del corpo diplomatico. Intervenendo al ricevimento, il Cardinale Parolin ha sottolineato che la Georgia è un ponte naturale tra Europa ed Asia, una connessione che facilita “la comunicazione e la relazioni tra popoli”.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che la Santa Sede è stato “in realtà uno dei primi membri della comunità internazionale a riconoscere l’indipendenza della Repubblica di Georgia e ad aprire una rappresentanza diplomatica a Tbilisi”, e anche oggi la Santa Sede “supporta pienamente la sovranità della popolazione georgiana e l’integrità del suo territorio nazionale”.

Il segretario di Stato vaticano ha ricordato che quella terra è stata “tra le prime ad essere evangelizzata”, è una delle prime nazioni cristiane, e la religione cristiana “ha formato la mente e il cuore del popolo georgiano”, che ha trovato “riflessa nel Vangelo la propria identità” anche in “tempi di difficoltà”.

La Georgia – ha aggiunto il Cardinale Parolin – guarda al futuro con speranza e lievito di pace, “per se stessa e per l’intera nazione”.

Nel pomeriggio del 28 dicembre, il Cardinale Parolin aveva celebrato Messa nella Cattedrale dell’Assunta a Tbilisi. Durante l’omelia, il Cardinale ha notato come “la testimonianza dei martiri di ogni tempo mostra come l’annuncio del Vangelo non è mai una realtà pacifica, indolore, e ci impedisce di ridurre il mistero cristiano a un vago e dolce sentimentalismo, dal carattere fiabesco”, perché “quando la comunità cristiana proclama apertamente la Buona Novella e la testimonia con autenticità, quando promuove il rispetto della dignità di ogni uomo e si fa voce dei più deboli e dei più poveri, quando cerca la verità e la giustizia, allora quasi necessariamente può diventare scomoda per le logiche del potere, del dominio e dell’asservimento”.

Il Cardinale Parolin ha anche ricordato che “l’Evangelista Giovanni afferma che è impossibile accogliere la luce di Dio e vivere nella falsità e nel compromesso. Non si può sostenere la possibilità della comunione con Dio e continuare a vivere in una situazione di tenebra. La luce e le tenebre rappresentano due stili di vita, due modi diversi di vivere.

Il Cardinale Parolin ha anche messo in luce la lunga storia cristiana della Regione, ricordato l’ecumenismo del sangue che ha accomunato cattolici e ortodossi durante il Regime Sovietico.

All’inizio della Messa, il Cardinale Parolin è stato omaggiato da una croce pettorale composta da quattro smalti che raffigurano Santa Nino (in rappresentanza del Rito Latino), San Gregorio Illuminatore (in rappresentanza del Rito Armeno) e San Simone il Tintore (in rappresentanza del Rito Assiro).   Alla base della croce si trova Santa Nino da partano tralci della vigna con foglie e grappoli fatte in argento.

I grappoli sono 5 che raffigurano i 30 anni della presenza Armena cattolica a Javaghk; 30 anni della presenza delle suore di Madre Teresa in Georgia; i 25 anni della presenza degli stimmatini; i 30 anni di Fede e Luce; i 25 anni della Caritas e i 25 anni della Amministrazione apostolica. 

Il Cardinale Parolin è stato anche nell'università cattolica Saba Orbaliani, dove ha incontrato la comunità accademica. 

Il 29 dicembre, il Cardinale Pietro Parolin è stato nella sede Caritas Georgia e ha potuto salutare gli enti caritativi cattolici georgiani. Il Cardinale ha ricordato l’arrivo delle Missionarie di Carità nel Paese, le prime religiose a giungere in Georgia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, “inviate da San Giovanni Paolo II e dalla loro fondatrice non per fare proselitismo, ma per portare a questa popolazione la vicinanza e la carezza di Gesù”.

Il Cardinale ha poi ricordato anche il 25esimo della fondazione della Caritas Georgia, voluta dal primo nunzio a Tbilisi, l’arcivescovo Jean-Paul Gobel, avvenuta “in anni duri per il Paese”, durante i quali “l’insicurezza e la precarietà economica e sociale affliggevano e la popolazione” e la Chiesa “si sentiva in dovere di fare qualcosa per alleviare, con gli esigui mezzi a sua disposizione, le sofferenze della gente”, che si alimentarono con le raccolte straordinarie di “molte comunità cattoliche occidentali”.

Il Cardinale ha lodato “l’opera di numerosi volontari, che, mettendo a disposizione le loro professionalità, risorse ed energie, hanno reso possibile la realizzazione di tante cose buone”, ma anche il lavoro dei Salesiani e delle Suore Elisabettiana che collaborano con la Caritas.

Il Segretario di Stato vaticano si è complimentato anche per il lavoro della Associazione Fede e Luce (anche questa celebra il suo 25esimo anniversario) e tutti i religiosi impegnati a vario titolo nelle opere di assistenza, dai Camilliani alle Figlie di Maria Ausiliatrice, all’associazione Thalita Kum, la fondazione salesiana “Insieme per il prossimo” e la fondazione Cardinale Laghi del Sovrano Ordine di Malta, i gruppi “Gesù misericordioso “ e il centro “Figli di Dio”.

Tutte associazioni che il Cardinale loda con riconoscenza, perché le loro opere “generano ponti di incontro e realizzano vera fraternità tra le nostre Chiese, immagine profetica di quell’unità voluta e richiesta dal Divino Maestro alla vigilia della sua passione.

Molto atteso l’incontro tra il Cardinale Pietro Parolin e il Patriarca della Chiesa Ortodossa Georgiana Ilia II. Quest’anno si celebra anche il quarantesimo anniversario della prima, storica visita del Patriarca in Vaticano, e Papa Francesco non ha mancato di inviare al Patriarca da lui molto apprezzato una nota in cui si auspica una sua possibile presenza in Vaticano per le celebrazioni.

L’incontro tra i due ha avuto luogo il 29 dicembre. Il patriarcato di Georgia ha sottolineato in una nota che “la conversazione tra il Catholicos di tutta la Georgia e il Cardinale Pietro Parolin ha toccato le difficoltà e le sfide della Georgia e di tutta la Cristianità”.

Al termine del viaggio, l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Georgia, ha rilasciato una dichiarazione in cui sottolinea che “durante i molti incontri della visita, una cosa è stata molto evidente: la Georgia vuole pace. Le più grandi istituzioni del mondo sono quelle che hanno fornito le condizioni della pace. Uno potrebbe dire che il più grande risultato dell’Unione Europea sia stato quello di fornire condizioni per la pace in un continente che è stato colpito da due guerre mondiali”.

Il nunzio sottolinea ancora che “innegabilmente, da quando ha riconquistato la sua indipendenza, la Georgia ha portato avanti passi da gigante nel suo sviluppo e naturalmente le sue aspirazioni sono ancora più grandi”.

Tuttavia, “nessuna aspirazione per lo sviluppo può avere luogo senza pace”, sia questa “internazionale, sociale e domestica”.

Le istituzioni sono dunque chiamate ad essere “grandi nel fornire i processi e le condizioni della pace”. Per questo, “alla vigilia del nuovo anno, la visita del Cardinale Parolin è stato un gesto da parte di uno Stato amico, che attraverso le istituzioni della Chiesa Cattolica desidera essere in solidarietà con la Georgia e i georgiani come strumento di pace nella nostra società e nel nostro mondo”.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Iran, la preoccupazione del Papa

L’arcivescovo Leo Boccardi, nunzio apostolico in Iran, ha fatto sapere che Papa Francesco è stato informato della situazione in Iran dopo il blitz USA a Baghdad in cui è stato ucciso il generale iraniano Soleimani. Il nunzio ha detto che “la Santa Sede segue con preoccupazione gli eventi”.

L’arcivescovo Boccardi ha sottolineato che “il dialogo, non solo quello inter-religioso, che la Santa Sede mantiene e sviluppa con l'Islam, resta la via maestra per la soluzione di tutti i conflitti". Santa Sede e Iran hanno rapporti consolidati, non soltanto diplomatici, con rispettive visite di ministri, ma anche teologiche con colloqui islamo-cristiani svolti tra le delegazioni ufficiali dei due Paesi

A Teheran, ha spiegato Boccardi, si vivono “incredulità, dolore e rabbia, sono queste le prime reazioni a Teheran alla notizia della morte del Generale Soleimani. Le grandi manifestazioni, che si sono svolte oggi in molte città dell'Iran dopo la preghiera del venerdì, hanno espresso bene questi sentimenti". 

Boccardi ha sottolineato che “la tensione è arrivata ad un livello che non si era mai visto prima e questo preoccupa e complica ancora di più la situazione nella regione che appare davvero incandescente". 

Israele, il presidente Rivlin ha incontrato i capi delle Chiese cristiane

Lo scorso 30 dicembre, il presidente di Israele Reuven Rivlin ha invitato i capi delle Chiese di Terra Santa presso la sua residenza, per salutarli e fare gli auguri per le celebrazioni appena passate e quelle che arriveranno.

Prendendo la parola, Rivlin ha sottolineato la centralità dei santuari di Gerusalemme, che nell’ultimo biennio sono stati visitati da 900 mila turisti durante il 2018, numero che è cresciuto nel 2019. Il presidente ha anche ricordato i 75 anni di liberazione di Auschwitz e le celebrazioni che si terranno allo Yad Vashem sul tema “domandate pace per Gerusalemme, e ha condannato ogni forma di violenza a causa della religione, sottolineando come Gerusalemme possa essere un modello di convivenza.

Il rabbino Aryeh Makhlouf Deri, ministro dell’Interno dello Stato di Israele, ha ricordato invece l’attacco in sinagoga a New York, e ha preso spunto dall’attacco per sottolineare l’importanza della lotta all’antisemitismo, dilagante anche ai giorni nostri.

Ha quindi preso la parola Teofilo III, attuale patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, che ha parlato in rappresentanza di tutti i capi religiosi cristiani. Teofilo III ha espresso gratitudine per il supporto delle autorità israeliane, in particolare per quanto riguarda il sito del Battesimo.

                                                FOCUS ASIA

Proteste ad Hong Kong, prende posizione anche il Cardinale Bo

C’è anche il Cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Myanmar) tra i firmatari di una lettera aperta al capo esecutivo di Hong Kong Carrie Lam per chiedere una inchiesta indipendente sull’uso della forza da parte della polizia nei confronti delle proteste. I firmatari (deputati e leader civici da 18 nazioni diverse) hanno ammonito che, in caso contrario, potrebbero chiedere una inchiesta a livello internazionale.

Tra i 38 firmatari che hanno aderito all’appello, c’è, appunto, il Cardinale Bo, presidente della Federazione delle Conferenze Episcopali di Asia, ma anche John Bercow, già speaker alla Casa dei Comuni inglese, Malcolm Rifkind, che è stato segretario degli Esteri di Gran Brategna, e Alissa Wahid, figlia dello scomparso presidente indonesiano Abdurrahman Wahid. I firmatari includono anche politici da Australia, Canada, Irlanda, Lituania e Stati Uniti.

Nella lettera, i firmatari hanno chiesto a Lam di ripensare la posizione del governo sul tema delle proteste e di ascoltare i protestanti. I firmatari si sono detti “orripilati” dal vedere gas lacrimogeni e spray al peperoncino lanciati contro i dimostranti che protestavano durante le vacanze di Natale.

La polizia ha accusato i protestanti di aver vandalizzato negozi in tutta la città, mentre gli agenti hanno arrestato più di 200 persone per aver creato disturbi in vari distretti la scorsa settimana.

“Ci appelliamo a lei – si legge nella lettera – affinché usiate la vostra autorità ed esercitiate la vostra responsabilità per cercare genuine via di uscita dalla crisi, affrontando le sofferenze del popolo di Hong Kong e portando la polizia di Hong Kong sotto controllo”. La lettera sottolinea che “niente più giustificare la violenza” e e ammete che “una piccola sezione di protestanti è diventata violenta come reazione disperata al rifiuto del governo di ascoltarli”.

Nel giugno 2020, il Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite è chiamato ad analizzare come Hong Kong aderisca ai diritti umani sotto il trattato internazionale dell’Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

Molto forte è stata la posizione della Chiesa cattolica, che ha visto tra i protestanti anche il Cardinale Joseph Zen Zekiun, arcivescovo emerito di Hong Kong. Attualmente, l’arcidiocesi di Hong Kong è in attesa di un vescovo, dopo la morte dell’arcivescovo Yeung ming-Cheung. L’amministrazione apostolica della diocesi è affidata al Cardinale John Tong.hon, vescovo emerito.

La situazione ad Hong Kong è particolarmente critica. Lam ha concesso una estradizione che ha permesso il trasferimento dei fuggitivi nella Cina continentale per il processo, ma dopo non ha voluto fare nessuna altra concessione. Invece di una commissione di giudici, il capo esecutivo di Hong Kong ha detto che avrebbe piuttosto invitato esperti ad unirsi ad una commissione di revisione per esaminare le cause dietro le proteste.

La reazione alla lettera aperta è arrivata all’1 di notte, poche ore dopo il rilascio, segnalando una situazione particolarmente rovente per il governo, che ha denunciato le richieste come “fuorvianti e distorte”, affermando che la polizia non ha iniziato azioni contro i protestanti e ha solo risposto con forza proporzionata agli atti secondo gli standard internazionali dei diritti umani.

Papa Francesco ha inviato un telegramma ad Hong Kong quando ha sorvolato il Paese durante il suo viaggio in Giappone e Thailandia, ma in conferenza stampa ha preferito diminuire l’impatto del suo gesto. Un punto di vista particolarmente apprezzato dal governo cinese.

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Situazione in Nicaragua, la posizione della Chiesa

A poche ore dalla fine del 2019, la Commissione Giustizia e Pace della Conferenza Episcopale del Nicaragua ha emesso un comunicato in cui veniva sottolineato che “come nazione, abbiamo già visto sottomessi e regimi totalitari” e che in questo tempo si vive “sotto una costante coazione, timore, impunita, continue minacce e atti di violenza”, da cui si può uscire in maniera pacifica solo con elezioni “giuste e trasparenti”.

Il Nicaragua vive una difficile situazione politica da aprile 2018, quando le manifestazioni contro la riforma delle pensioni furono soppresse dal governo. La Chiesa cattolica ha agito da mediatore tra le forze governative e le piattaforme sociali, salvo poi essere messa sotto attacco dalle stesse forze governative e finire soggetta di violenza. La situazione in Nicaragua è stata anche oggetto di una conversazione telefonica tra il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, e il vicepresidente USA Mike Pence ad agosto 2018. Recentemente, il nunzio apostolico, l’arcivescovo Waldemar Sommertag, è stato parte dei colloqui come osservatore, e ha negoziato anche la liberazione di vari prigionieri politici.

Si legge ancora nel documento della Commissione Giustizia e Pace che “la democrazia è l’unica strada che può garantire l’uguaglianza e i diritti di tutti. In fatti, ci si trova di fronte ad una specie di dipendenza reciproca tra democrazia e giustizia”.

I vescovi nicaraguensi sottolinea che il Nicaragua “chiede un cambio di passo, una svolta costituzionale e istituzionale”.

Il processo elettorale è, secondo i vescovi, necessario al ritorno della istituzionalità, e quindi queste devo avvenire in condizioni indispensabili come “un nuovo Consiglio Supremo Elettorale Imparziale, una riforma profonda della legge elettorale e l’attualizzazione del patrocinio elettorale, il voto dei cittadini all’estero e una supervisione degli organismi internazionali”.

Si tratta di una sfida “urgente”, perché “il nostro popolo chiede nuove facce, nuovi elementi nella palestra elettorale, quadri rinnovati con una visione genuinamente etica”.

Come detto, negli ultimi giorni dell’anno il nunzio in Nicaragua ha contribuito alla scarcerazione di 91 prigionieri politici. Il nunzio ha spiegato che questo è avvenuto senza “alcuna negoziazioni con il governo”.

Parlando con la stampa locale, il nunzio ha spiegato che “dall’inizio della sua gestione in Nicaragua nel giugno del 2018 “il Papa e la Santa Sede hanno sollecitato la libreazione dei prigionieri”, e questa richiesta è stata “presentata periodicamente dalla nunziatura al governo”.

Il Vaticano ha presentato dunque varie volte la richiesta di scarcerazione per i prigionieri politici.

L’ufficio stampa del Ministero del governo ha fatto sapere di gradire “l’accompagnamento del rappresentante di Papa Francesco e del Comitato Internazionale della croce Rossa”, che hanno certificato l’atto speciale di scarcerazione.

La Croce Rossa ha diffuso un comunicato assicurando di aver prestato “servizio esclusivamente umanitario”.

La situazione in Venezuela: le parole del Cardinale Urosa Savino

Il Cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, ha detto nel messaggio per il 2020 che il Paese necessità della “uscita pacifica di Nicolas Maduro” dal potere per propiziare “un nuovo governo che risolva questa situazione di doloroso deterioramento sociale ed economico”.

Il porporato ha assicurato che il Paese “vive una situazione incredibile”, dove “non c’è benzina nonostante sia un Paese petrolifero, non ci sono contanti per le transazioni commerciali delle persone e mancano alimenti, medicine e molti articoli di prima necessità”.

Il messaggio del Cardinale è stato indirizzato al Cardinale Baltazar Porras Cardozo, amministratore apostolico di Caracas, nonché a vescovi ausiliari, sacerdoti, diaconi, consacrati e fedeli. Il Cardinale Urosa Savino ha indirizzato forti critiche all’opposizione diretta da Juan Guaido, che il 5 gennaio potrebbe essere ratificato come presidente del Parlamento e presidente ad interim del Venezuela.

“È urgente che i dirigenti dell’opposizione smettano di essere divisi e unifichino i loro sforzi per formare un governo nuovo – ha detto il Cardinale Urosa Savino – rafforzando la lotta contro la corruzione e che propongano un piano di azione al Paese per risolvere questa pessima situazione”.

Il Cardinale Urosa Savino ha ricordato anche la presenza di molti prigionieri politici.

                                          ATTUALITÀ

Il 4 dicembre, Papa Francesco ha ricevuto l'ambasciatore Federico Zamora Cordero, che rappresenta il Costa Rica presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle lettere credenziali. 

Classe 1955, Zamora è laureato in economia ed è specializzato in Business Administration all’Università Autonoma del Centro America. Imprenditore e consulente nell’area degli investimenti, ha ricoperto i seguenti incarichi, è stato amministratore commerciale Fotolit S.A. (1980-1985); Amministratore Servicine S.A. e Lago Films S.A. (1986-1994); Direttore Repretel S.A. y Central de Radios S.A. (1994-2008); Amministratore per il Centroamerica di Prisma International Productions (2008-2012). Dal 2012 è Consulente commerciale indipendente per un certo numero di aziende.

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